In fondo al tuo cuore
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In fondo al tuo cuore

Inferno per il commissario Ricciardi

  1. 456 pagine
  2. Italian
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  4. Disponibile su iOS e Android
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In fondo al tuo cuore

Inferno per il commissario Ricciardi

Informazioni su questo libro

Il romanzo dell'infedeltà.
Immersa nel caldo torrido di luglio e nei preparativi per una delle feste piú amate, la città è sospesa tra cielo e inferno. Quando un notissimo chirurgo cade dalla finestra del suo ufficio, per Ricciardi e Maione inizia una indagine che li porterà nel cuore dei sentimenti e delle passioni piú tenaci e sconvolgenti. Infedeltà e tradimento sembrano connessi in modo inestricabile alla gioia rara dell'amore. Troppo per non rimanerne toccati. Il dubbio e l'incertezza si fanno strada sempre piú nell'animo dei due investigatori, messi di fronte ai lati oscuri dell'anima. Sono le donne della loro vita a reclamare attenzione. La difficoltà di Ricciardi di abbandonarsi all'amore spinge verso inconsueti approdi l'intrepida Enrica e fa osare passi azzardati alla bellissima Livia, mentre per Maione la stessa felicità familiare sembra compromessa. Maurizio de Giovanni mette in scena con superba maestria, nel suo romanzo di piú ampio respiro, una galleria di personaggi e ambienti diversissimi, antichi mestieri coltivati e tramandati come religioni accanto a quartieri malfamati e interni borghesi troppo tranquilli. Angeliche, infernali e appassionate, sui destini di ciascuno volano le note di una delle piú belle canzoni mai scritte a Napoli, mentre tutto rischia di precipitare nell'abisso. Perché «il caldo, quello vero, viene dall'inferno».

***

«I numerosi personaggi sono cosí credibili nelle loro debolezze, desideri e ipocrisie da moltiplicare il numero dei possibili colpevoli lasciando intatta la suspense».
Corrado Augias

«Il commissario Ricciardi, coi suoi occhi verdi, da angelo oppure da demone, costretti a vedere ciò che gli altri - i vivi - possono evitare, si muove ai margini di un confine. Noi abbiamo il privilegio, o la condanna, di condividere la sua stessa visione».
Donato Carrisi

«De Giovanni mi ha catapultato per tutta l'estate nella Napoli degli anni Trenta insieme col suo commissario Ricciardi, di cui mi sono segretamente innamorata».
Serena Dandini

«Servendosi del suo investigatore come di un esploratore delle trame del dolore, de Giovanni inscena una poderosa commedia umana che ricorda i Comandamenti di Viviani e le "cantate" di Eduardo».
Giancarlo De Cataldo

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Informazioni

Editore
EINAUDI
Anno
2014
Print ISBN
9788806203443
eBook ISBN
9788858415238
Argomento
Literature

LXII.

Ricciardi se ne stava in piedi davanti alla finestra dell’ufficio, spalancata per far entrare un po’ d’aria e di movimento. Il pomeriggio non portava ristoro, anzi, ma l’attività nella piazza sottostante era frenetica; il commissario vedeva intersecarsi le traiettorie di automobili, carri e carretti, furgoni, tram e filobus, pedoni, mamme e bambinaie con carrozzine, in un disordine indecifrabile e senza regola.
Si sarebbe quasi meravigliato che non ci fossero delle collisioni; ma certo non si sarebbe aspettato che sotto i suoi occhi, e quasi simultanei, avvenissero due nuovi fatti di sangue. Li vide, e si chiese con amarezza che persona sarebbe mai potuto essere senza quella capacità di percepire con nettezza, anche se distanti fra loro, una all’angolo dell’ingresso al molo, l’altro proprio a qualche metro dal portone della questura, le due nuove vittime. Vittime della distrazione, della fretta e dell’incuria, constatò Ricciardi. Una ragazzina con un paniere, che portava il pesce da una delle barche che approdavano là sotto e rifornivano il vicino mercato, tranciata quasi in due da un’automobile; e un anziano uomo d’affari, forse un avvocato, colpito alla testa dallo zoccolo di un cavallo imbizzarrito.
Da quella distanza, a Ricciardi arrivava dai due non piú che un sottile mormorio. Ma arrivava. La ragazza cantava: pe’ dint’ all’ombra va ’stu core, ca nun pò durmi’… L’uomo, invece, faceva dei conti: duecentoquaranta lire, meno trentuno fanno duecentonove, e dodici a me fanno… Correvano. E adesso non avrebbero corso mai piú.
Ricciardi pensava, le braccia conserte e la città che si muoveva come un mare in tempesta, a quante cose ci si perde andando di fretta. E se si muore, ancora di piú. Rosa, che se ne stava andando e che forse, anche se la parte cosciente di lui non era disposta ad ammetterlo, se n’era già andata; Enrica, che non si faceva piú vedere; Livia, sempre in attesa di un sorriso che lui non era in grado di regalarle. Andarsene, aspettare. Forse tornare. La fretta.
Secondo abitudine, quasi senza accorgersene la sua mente andò al delitto sul quale stava indagando; forse per distrarsi dai cupi pensieri che si affastellavano, Ricciardi cominciò a riflettere su Coviello, l’orefice suicida. Aveva lavorato, giorno e notte, a qualcosa che non si sapeva da chi fosse stato commissionato. Il ragazzo, Sergio, aveva visto un ex voto: un cuore con la fiamma sopra.
Non sapeva in realtà quasi nulla, Ricciardi, di ex voto; ma ricordava la chiesa del suo paese, dove la madre e Rosa lo conducevano la domenica per la funzione, e rammentava che su una parete di fianco all’altare, sormontato da una croce e da un Cristo che due volte all’anno veniva portato in processione, c’erano degli strani oggetti. Una volta aveva chiesto alla mamma di che si trattasse, e lei aveva pronunciato quelle parole: sono ex voto.
Lo aveva particolarmente impressionato una piccola gamba d’argento, rifinita in modo piuttosto grossolano, sotto la quale giaceva una specie di gambale in cuoio consunto dal tempo. Rosa gli aveva raccontato del figlio di un contadino che non camminava perché sulla gamba si formava una piaga orribile, che lui doveva portare coperta da una benda e da quel gambale, e che poi, grazie al diretto intervento del Cristo della croce, era finalmente guarita; il padre, per ringraziare Gesú, aveva ordinato quella gamba d’argento e l’aveva donata alla chiesa. Ridendo, Rosa diceva che però il prezzo dell’ex voto li aveva quasi fatti morire di fame, quindi alla fine era stato peggio che il ragazzo fosse guarito.
Ricciardi provò una fitta al cuore. Non sapeva come avrebbe fatto senza la tata; gli mancavano la sua invadenza, la risata e l’amore incondizionato che non avrebbe mai piú sentito sulla pelle, e che aveva dato per scontati per troppo tempo.
La fretta. La distrazione, il guardare avanti sempre, e cosí poco indietro o di lato. Che errore. Anche tu, Coviello: perché lavoravi cosí in fretta, se avevi deciso di morire? Oppure, cos’è successo che ti ha portato da un insolito buonumore, da una serenità raggiunta, a una corda appesa alla trave della bottega? Cos’era, che ti dava quella frenesia?
In basso, a una ventina di metri, alcuni ambulanti si incamminavano nella stessa direzione, come per una processione laica; uno di loro, un uomo gigantesco la cui bancarella semovente era stracarica di noci, nocciole e castagne incastrate in una spettacolare scenografia, ondeggiò con tutto il carico e rischiò di stramazzare al suolo. Alle orecchie di Ricciardi giunsero, indistinte per la cacofonia della piazza, le sue imprecazioni. Il commissario pensò che era ridicolo bestemmiare tanto se l’uomo stava andando, come gli altri, a piazzare la bancarella nei pressi della chiesa del Carmine, nella fretta, appunto, di trovare una buona posizione per la festa incombente.
Fretta, pensò.
Festa. Fretta. Festa, ex voto, fretta.
Col cuore in gola, chiamò a voce alta Maione.
L’umore del brigadiere era cambiato in modo spettacolare, e se ne accorse perfino Ricciardi, la cui mente era presa in un complesso ingranaggio che aveva finalmente cominciato a girare. Il viso di Maione, che negli ultimi giorni era stato increspato da un reticolo di rughe che lo facevano sembrare piú vecchio, adesso era disteso, sereno; si produceva perfino, a intervalli, in una specie di fischiettio, come se canticchiasse tra sé qualche canzoncina.
Il commissario, lungo la strada, gli lanciava occhiate perplesse: quasi lo preoccupava di piú quel repentino cambiamento che il precedente malumore.
Maione proruppe, estasiato:
– Ma la vedete tutta ’sta gente, commissa’? Le voci, i profumi, le canzoni. Non vi pare che siano meravigliosi? So’ come una sinfonia, una specie di banda come quella che suona alla Cassa Armonica, alla Villa Nazionale: ognuno col suo strumento, per suonare tutti insieme la musica della città!
Fendendo con sempre maggiore difficoltà la folla che si addensava man mano che si avvicinavano alla meta, Ricciardi ribatté:
– Raffaele, si può sapere che succede? Prima tutta quella rabbia, ogni cosa ti pesava, tutti ti davano fastidio, e ora mi parli della musica della città?
E Maione, condiscendente:
– No, commissa’, è che certe volte qualcosa ti fa aprire gli occhi. Sapete, quelle indagini in cui uno cerca per forza di far combaciare prove e indizi con l’idea che si è fatto lui? E gli indizi non combaciano mai perfettamente ma uno non se ne accorge, perché ormai, da fesso qual è, si è fatto la sua opinione e non la cambia. Poi, appunto, arriva uno, o una, insomma quello che è, ti dice una cosa e quell’opinione cambia, e tutti gli indizi e le prove vanno al posto loro e tutto è chiaro. Avete presente?
– Certo che ho presente. È il rischio principale del mestiere nostro, no? Il pregiudizio. E anche la perdita di tempo che ne deriva, che ti fa fare un sacco di errori che possono essere irreparabili. Chissà quanti innocenti stanno in galera, per questo. E proprio per questo dobbiamo muoverci in fretta.
Arrivarono dov’erano diretti, e varcarono l’alto portone.
L’interno della basilica del Carmine Maggiore assomigliava piú a un cantiere che a un luogo di culto. L’imminenza della festa, un momento al quale partecipava l’intera città in un’esplosione di gioia, fuoco e danze che molto aveva di pagano, si rifletteva in un’attività frenetica anche lungo le navate della bellissima chiesa antica.
Una dozzina di uomini si arrampicavano su precarie scale in legno per fissare drappeggi e festoni in seta e cotone, di colore bianco e azzurro, decorando il portale interno e gli altari, le colonne e la navata. Alcuni fioristi si davano da fare per sostituire i fiori che perdevano freschezza, nelle composizioni già disposte per le funzioni preparatorie: le piante verdi sotto l’altare, le felci, il bosso, le ortensie per l’azzurro e le calle e i gladioli per il bianco, le rose a centinaia riempivano l’aria calda, con la cera fusa delle mille candele e l’incenso. L’immenso organo monumentale, sistemato secondo tradizione sopra il portale d’ingresso, muggiva melodioso nelle prove delle musiche sacre che sarebbero state suonate.
Ad aumentare la confusione, una trentina di fedeli attendeva ai lumi e alle panche, cercando di rendere quel vasto spazio adeguato ad accogliere tutti coloro che nel giro di due giorni lo avrebbero gremito.
Attirato dalla divisa di Maione, un giovane frate si avvicinò.
– Pace a voi. Cosa desiderate?
Ricciardi lo osservò. Poteva avere poco piú di venticinque anni, e la tonsura e gli occhiali da vista non riuscivano a farlo sembrare piú anziano; l’abito marrone dell’ordine dei Carmelitani gli stava un po’ largo, e teneva le mani all’interno delle maniche, nella caratteristica postura dei frati.
Maione che si era tolto il cappello all’ingresso in chiesa, lo salutò:
– Pace a voi, fratello. Siamo il commissario Ricciardi e il brigadiere Maione, della questura. Dovremmo parlare con chi riceve gli ex voto dei fedeli.
Lo sguardo del giovane s’indurí. Si avviò in silenzio in un anfratto della navata laterale, dove non c’era traffico di persone impegnate nei preparativi; un paio di uomini e qualche donna si erano comunque voltati a guardare, incuriositi. A labbra strette disse:
– Ma come vi permettete? I rapporti tra i fedeli e la chiesa sono segreti, riservatissimi. A che titolo vi presentate?
I due poliziotti furono sorpresi dalla reazione. Ricciardi disse:
– Scusatemi, non credo di aver capito il vostro nome.
L’uomo sostenne lo sguardo:
– Sono frate Simone. E vi ribadisco che non avete alcun diritto di indagare sugli ex voto. E nemmeno di accedervi, senza il nostro permesso.
Maione era sconcertato dal netto diniego del frate.
– Scusate, fratello, ma gli ex voto non stanno esposti? Non li può vedere chiunque?
Il frate negò col capo:
– Solo una minima parte si trova nelle teche di fianco all’altare. Sono quelli esposti. E tutti sono in forma anonima, tranne quelli che recano i nomi dei fedeli dipinti o incisi.
Ricciardi disse:
– Potete accompagnarci, allora? Vogliamo solo vedere, non indagare. Ce lo concedete?
Il giovane annuí diffidente, e si allontanò senza invitare i due poliziotti a seguirlo, che gli andarono dietro comunque.
Accanto all’altare maggiore c’era una cappella che dava su una saletta non molto ampia. Sia questa che la cappella erano tappezzate di ex voto. Maione, che evidentemente lí c’era già stato, sorrise al sospiro di sorpresa di Ricciardi.
C’erano oggetti d’oro, argento e legno dipinto di qualsiasi foggia, alcuni piuttosto antichi. Parti del corpo si alternavano a scene di caccia, incidenti, naufragi raffigurati su tavole; l’argento e l’oro erano presenti in considerevoli quantità, e Ricciardi si chiese se fossero davvero al sicuro, benché in un luogo sacro.
Come intuendone il pensiero, Maione gli sussurrò:
– Nessuno toccherebbe mai niente, commissa’. Sono cose della Madonna del Carmine, nemmeno a pensarlo.
Gli oggetti piú preziosi, soprattutto i monili in oro e pietre che mandavano moltiplicati i bagliori delle candele, erano custoditi in teche di vetro.
Ricciardi chiese al frate:
– Qualcuno di questi è stato esposto di recente? Negli ultimi due giorni, voglio dire.
– No. Gli ex voto vengono esposti solo dopo un esame e una valutazione del priorato di questo convento. Torno a dirvi che sono questioni sulle quali non avete nessuna giurisdizione. Vi prego, se non siete qui per pregare, di andarvene subito. E se…
Una voce profonda alle loro spalle lo interruppe:
– Frate Simone, da quando in qua cacciamo la gente dalla chiesa? ...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. In fondo al tuo cuore
  4. I.
  5. II.
  6. III.
  7. IV.
  8. V.
  9. VI.
  10. VII.
  11. VIII.
  12. IX.
  13. X.
  14. XI.
  15. XII.
  16. XIII.
  17. XIV.
  18. XV.
  19. XVI.
  20. XVII.
  21. XVIII.
  22. XIX.
  23. XX.
  24. XXI.
  25. XXII.
  26. XXIII.
  27. XXIV.
  28. XXV.
  29. XXVI.
  30. XXVII.
  31. XXVIII.
  32. XXIX.
  33. XXX.
  34. XXXI.
  35. XXXII.
  36. XXXIII.
  37. XXXIV.
  38. XXXV.
  39. XXXVI.
  40. XXXVII.
  41. XXXVIII.
  42. XXXIX.
  43. XL.
  44. XLI.
  45. XLII.
  46. XLIII.
  47. XLIV.
  48. XLV.
  49. XLVI.
  50. XLVII.
  51. XLVIII.
  52. XLIX.
  53. L.
  54. LI.
  55. LII.
  56. LIII.
  57. LIV.
  58. LV.
  59. LVI.
  60. LVII.
  61. LVIII.
  62. LIX.
  63. LX.
  64. LXI.
  65. LXII.
  66. LXIII.
  67. LXIV.
  68. LXV.
  69. LXVI.
  70. LXVII.
  71. LXVIII.
  72. LXIX.
  73. LXX.
  74. LXXI.
  75. Ringraziamenti
  76. Il libro
  77. L’autore
  78. Dello stesso autore
  79. Copyright