Le belle immagini
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Le belle immagini

  1. 152 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Informazioni su questo libro

Laurence ha trent'anni, un marito, due figlie, un amante e un lavoro gratificante in un'agenzia pubblicitaria per la quale realizza immagini perfette che rendono la sua vita calma e piena di colore. Ma dietro questa calma apparente il meccanismo non funziona. Laurence lo avverte nelle inspiegabili lacrime della figlia maggiore, negli scoppi d'ira della madre, nell'indifferenza del marito e nell'egocentrismo dell'amante. E cosí all'improvviso si risveglia in lei un senso di insoddisfazione, la consapevolezza di essere estranea a se stessa, di vivere una vita di belle immagini vuote di valori e di verità.
Un romanzo intenso e vibrante di rabbia sull'ipocrisia e sulla crudeltà dei rapporti umani.

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Informazioni

Editore
EINAUDI
Anno
2014
Print ISBN
9788806174637
eBook ISBN
9788858413340

Capitolo terzo

Laurence approfitta dell’assenza delle bambine per rimettere in ordine le loro camere. Forse Brigitte non ha parlato della trasmissione televisiva che l’aveva tanto colpita; comunque Catherine non ne è rimasta affatto impressionata. Stamani era pazza di gioia salendo con Louise nella macchina del nonno che le portava con sé a visitare i castelli della Loira. Ma Laurence – molto scioccamente in fondo – si è lasciata turbare da quel racconto. L’idea di una infelicità smorta e quotidiana le è parsa piú difficile da digerire che non qualche grande catastrofe tuttavia eccezionale. Ha voluto sapere come la sopportavano gli altri.
Lunedí, facendo colazione con Lucien, lo ha interrogato. (Spiacevoli, quegl’incontri. Ce l’ha con me, ma mi si aggrappa. Dominique, dieci anni fa: «Gli uomini, io me li tengo fino alla nausea». Arrivare in ritardo, disdire gli appuntamenti, concedere sempre meno: va a finire che si disgustano. Io non lo so fare. Bisogna che uno di questi giorni mi decida a una rottura cruenta). Non lo interessano affatto questi problemi, tuttavia mi ha risposto: sí, è brutto che una ragazza di sedici anni sia condannata a un lavoro idiota, con un avvenire chiuso davanti a sé; ma in fondo è sempre brutta la vita, se non per una ragione, per un’altra. Io dispongo di un po’ di danaro, ne guadagno molto, e a che mi giova dal momento che tu non mi ami? Chi è felice? Ne conosci, tu, di persone felici? Eviti le grosse scocciature chiudendoti il cuore a chiavistello: non la chiamo felicità, questa. Tuo marito? Forse; ma se venisse a sapere la verità, non gli farebbe piacere. Tutte le vite si equivalgono, pressappoco. Lo dicevi tu stessa: fa pena vedere i motivi della gente, i loro poveri fantasmi, i miraggi. Niente di solido da mettersi sotto i denti, niente cui tengano veramente; non consumerebbero tutti quei tranquillanti, tutti quei rilassanti, se fossero contenti. Esiste l’infelicità dei poveri. Ma c’è anche quella dei ricchi: dovresti leggere Fitzgerald, ne parla straordinariamente bene. Sí, pensa Laurence, c’è qualcosa di vero in questo. Jean-Charles è spesso allegro, ma non veramente felice: troppo facilmente, troppo vivamente contrariato per una cosa o per l’altra. Quanto a mamma, col suo bell’appartamento, i vestiti eleganti, la casa in campagna, quale inferno l’aspetta! E io? Non so. Mi manca qualche cosa che hanno gli altri... A meno... A meno che non l’abbiano neppure loro. Forse quando Gisèle Dufrène sospira: «È meraviglioso», quando Marthe mette in mostra un luminoso sorriso sulla grossa bocca, non sentono nulla piú di me. Soltanto papà...
Laurence lo ha avuto tutto per sé, mercoledí scorso, dopo aver messo a letto le piccole: Jean-Charles pranzava fuori casa con due giovani architetti. («Non piú orizzontale, non piú verticale, l’architettura sarà obliqua o non sarà affatto». Gli sembrava un po’ buffonesca una simile dichiarazione, ma hanno comunque certi punti di vista interessanti, le ha raccontato appena a casa). Ancora una volta essa tenta di mettere un po’ d’ordine in quanto lui le ha risposto a pezzi e bocconi. In tutti i paesi, socialisti o capitalisti che siano, l’uomo è schiacciato dalla tecnica, alienato dal lavoro che compie, incatenato, abbrutito. Tutto il male viene dal fatto che ha moltiplicato i propri bisogni mentre avrebbe dovuto contenerli; invece di aspirare a un’abbondanza che non esiste e forse non esisterà mai, si sarebbe dovuto contentare d’un minimo vitale, come certe comunità molto povere – in Sardegna, in Grecia, per esempio – tra cui i tecnici non sono penetrati e che il denaro non ha corrotte. Là il popolo conosce una felicità austera perché sono rimasti preservati certi valori veramente umani, di dignità, di fraternità, di generosità, capaci di dare alla vita un sapore unico. Finché continueremo a creare nuovi bisogni, si moltiplicheranno le frustrazioni. Quando è cominciata la decadenza? Il giorno in cui si è preferita la scienza alla saggezza, l’utilità alla bellezza. Col Rinascimento, il razionalismo, il capitalismo, lo scientismo. Sia pure; ma ora che siamo arrivati a questo punto, che fare? Cercar di risuscitare dentro di noi, attorno a noi il gusto della bellezza. Solo una rivoluzione morale, e non sociale né politica né tecnica, riporterebbe l’uomo alla verità che ha perduta. Possiamo se non altro operare ognuno per proprio conto questa conversione: cosí raggiungeremo la gioia, nonostante questo mondo di assurdo disordine che ci accerchia.
In fondo quello che dicono Lucien e papà concorda pienamente. Tutti sono infelici; tutti possono trovare la felicità: equivalenze. Posso spiegare a Catherine: la gente non è poi tanto infelice poiché tiene alla vita? Laurence esita. È come dire che la gente infelice non lo è. Ma questo è vero? La voce di Dominique lacerata da singhiozzi e da grida; ha orrore della vita, lei, ma non vuole affatto morire: è l’infelicità. E c’è anche quel vacuo, quel vuoto che gela il sangue, peggiore della morte, benché si preferisca alla morte finché non ci si ammazza: l’ho conosciuto, questo vuoto, cinque anni fa, e ne conservo ancora lo spavento. Certo è che alcuni si uccidono – ha chiesto delle banane e una salvietta – perché appunto esiste qualcosa peggiore della morte. Questo ci fa rabbrividire nel leggere il racconto di un suicidio: non il fragile cadavere sospeso alle sbarre della finestra, ma ciò che è avvenuto nel suo cuore, un momento prima.
No, a pensarci bene, quello che mi ha risposto papà è valido per lui solo; ha sempre sopportato tutto con stoicismo, le coliche nefritiche e l’operazione, i quattro anni di campo di concentramento, il distacco da mamma, pur avendone provato tanta tristezza. E lui solo è capace di trovare la gioia in quella vita ritirata ed austera che si è scelta. Vorrei conoscere il suo segreto. Forse se lo vedessi piú spesso, piú a lungo...
– Sei pronta?... – domanda Jean-Charles. Scendono nella rimessa. Jean-Charles apre lo sportello: – Lascia che guidi io, – dice Laurence. – Sei troppo nervoso.
Sorride con buona grazia: «Come vuoi». Si siede in macchina accanto a lei. Dev’essere stata spiacevole la sua conversazione con Vergne; non ne parlava, ma aveva un’aria tetra, guidava in modo pericoloso, troppo rapido, con improvvise frenate e accessi di collera. Per poco i giornali non hanno dovuto raccontare che ancora una volta due automobilisti si erano rotti il grugno.
L’altro ieri, al Publinf, Lucien ha spiegato brillantemente la psicologia dell’uomo al volante: frustrazione, compensazione, potenza e isolamento. (Anche lui guida bene, ma corre in modo pazzesco). Mona lo ha interrotto:
– Ve lo dirò io perché tutti questi signori beneducati diventano altrettanti bruti quando sono al volante.
– Perché?
– Perché sono dei bruti.
Lucien ha alzato le spalle. Che voleva dire esattamente?
– Lunedí, appena in città, firmo il contratto con Monnod, – dice Jean-Charles con voce allegra.
– Sei contento?
– Terribilmente. Passerò tutta la domenica a dormire e a giuocare a badminton. E lunedí riparto col vento in poppa.
La macchina esce dalla galleria, Laurence accelera, fissi gli occhi sul retrovisore. Sorpasso, in corsia, sorpasso, sorpasso, in corsia. Sabato sera: Parigi si vuota del tutto. Guidare le piace e Jean-Charles non ha il difetto di tanti mariti: qualsiasi cosa pensi, mai che si permetta un’osservazione. Laurence sorride. Non ha molti difetti, Jean-Charles, tutto sommato, e quando corrono in macchina, fianco a fianco, lei ha sempre l’illusione – sebbene non cada facilmente in queste trappole – che siano «fatti l’uno per l’altra». Pensa con decisione: «Questa settimana parlo a Lucien». Ieri le ha ripetuto con tono di rimprovero: «Non ami nessuno, tu!» È vero? Ma no. Gli voglio bene. Voglio farla finita con lui, ma gli voglio bene. Voglio bene a tutti. Eccetto che a Gilbert.
Lasciata l’autostrada, prende per una piccola via solitaria. A Feuverolles ci sarà Gilbert. Dominique ha telefonato con voce di trionfo: «Ci sarà Gilbert». Perché viene? Forse giuoca la carta dell’amicizia: non gli gioverà a nulla il giorno che la verità sarà scoppiata. O viene appunto per dirle tutto? Le mani di Laurence inumidiscono il volante. Dominique sta resistendo al colpo da un mese solo perché ha conservato qualche speranza.
– Mi domando perché Gilbert ha accettato di venire.
– Forse ha rinunciato ai suoi progetti di matrimonio.
– Ne dubito.
Tempo freddo e grigio, i fiori sono morti; ma le finestre brillano nella notte, un gran fuoco di legna divampa nel caminetto del soggiorno; poca gente, ma di prima scelta: i Dufrène, Gilbert, Thirion e sua moglie; Laurence l’ha conosciuto da bambina, era collega del padre; è diventato l’avvocato piú celebre di tutta la Francia. Quando meno se l’aspettavano, Marthe e Hubert non sono stati invitati. Non abbastanza decorativi. Sorrisi, strette di mano. Gilbert bacia quella che Laurence gli ha rifiutata un mese fa; ha uno sguardo pieno di sottintesi nel domandare:
– Volete bere qualcosa?
– Tra poco, – dice Dominique. E prendendo Laurence per una spalla: – Sali prima a ripettinarti, sei tutta scapigliata –. In camera sorride: – Non sei spettinata affatto. Volevo parlarti.
– Cosa c’è che non va?
– Che pessimismo!
Gli occhi di Dominique brillano. Un po’ troppo elegante con quella camicetta alla «belle époque» e la gonna lunga (chi sta imitando?) Dice con voce eccitata:
– Figurati che ho scoperto gli altarini.
– Ah sí?
Come fa Dominique ad avere quell’aria cosí vispa, se sa?
– Reggiti forte, avrai una sorpresa –. Una pausa: – Gilbert è tornato ai suoi vecchi amori: Lucile de Saint-Chamont.
– Che cosa te lo fa credere?
– Ah! Sono stata informata. Sta sempre ficcato in casa sua. Passa tutti i week-end al Manoir. Buffo, no? Dopo tutto quel che mi ha detto di lei! Mi domando come ci sia riuscita, quella lí. È piú forte di quanto pensassi.
Laurence rimane in silenzio. Ha orrore della ingiusta superiorità di qualcuno che sa su qualcuno che ignora. Aprirle gli occhi? Non oggi, con tutti quest’invitati per casa.
– Forse non si tratta di Lucile, ma di una sua amica.
– Ma va’! non incoraggerebbe mai un idillio di Gilbert con un’altra donna. Capisco perché lui mi ha tenuto nascosto il nome: per paura che gli ridessi in faccia. Me lo spiego male un simile capriccio; ma in ogni modo, non può durare. Se Gilbert l’ha piantata appena mi ha conosciuta, aveva certo le sue buone ragioni, e quelle rimangono. Tornerà a me.
Laurence non dice nulla. Si prolunga il silenzio. Dominique dovrebbe stupirsene; ma no: è talmente abituata a fare da sola domande e risposte... Riprende con voce pensosa:
– Varrebbe la pena di mandare a Lucile una lettera che le descriva con ogni particolare l’anatomia e i gusti di Gilbert.
– Non farai una cosa simile!
– Sarebbe divertente. La faccia di Lucile! La faccia di Gilbert! No. Mi odierebbe a morte. La mia tattica, invece, è mostrarmi tutta gentile. Riguadagnare terreno. Conto molto sul nostro viaggio nel Libano.
– Credi che av...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Le belle immagini
  3. Capitolo primo
  4. Capitolo secondo
  5. Capitolo terzo
  6. Capitolo quarto
  7. Il libro
  8. L’autore
  9. Dello stesso autore
  10. Copyright