Terra matta
  1. 424 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
eBook - ePub

Informazioni su questo libro

«Se all'uomo in questa vita non ci incontro aventure, non ave niente darracontare». E Vincenzo Rabito, da raccontare, aveva una vita intera. Un'esistenza guerreggiata. Passata attraverso le trincee della Prima guerra mondiale, le bombe della Seconda, il «rofianiccio» del Ventennio, il flagello di una suocera terribile, la fame atavica del Sud contadino, l'improvviso benessere della «bella ebica» del boom economico, e infine una privatissima ed estrema battaglia per consegnare ai posteri quest'autobiografia.
Vincenzo Rabito, bracciante siciliano, si è chiuso a chiave nella sua stanza e ogni giorno, dal 1968 al 1975, senza dare spiegazioni a nessuno, ingaggiando una lotta contro il proprio semi-analfabetismo, ha digitato su una vecchia Olivetti la sua autobiografia. Ha scritto, una dopo l'altra, 1027 pagine a interlinea zero, senza lasciare un centimetro di margine superiore né inferiore né laterale, nel tentativo di raccontare tutta la sua «maletrata e molto travagliata e molto desprezata vita».

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Informazioni

Editore
EINAUDI
Anno
2014
Print ISBN
9788806194833
eBook ISBN
9788858414873

Capitolo secondo

Caruse, il soldato passa!

E davero il lunedí, alle ore 11, erimo tutte nella piazza di Chiaramonte con 8 carrette, che tutte ci abiammo messo tutto il manciare che ni avevino preparato li nostre mamme. Cosí, recordo che la piazza di Chiaramonte quella notte del 19 febraio era piena come fosse la festa della Madonna, perché tutte li famiglie, picole e crante, erino nella piazza.
Io ci aveva ammia madre e i mieie fratelline e sorelline che piancevino, ma non c’era niente che fare, si doveva partire per forzza, perché li carabiniere l’avemmo sempre a tuorno a tuorno, che erino nella piazza per vedere chi è che non voleva partire.
E poi, dovemmo antare a raciuncere Modica con li carretta, chi a piede, chi sopra li carretta, perché Modeca in quei tempe era il cercontario di Seraqusa. Che poi da Modeca dovemmo prentere il treno che ne portava deretamente a Siraqusa, che, in quelle brutte momente, trene ce n’erino poco, e magare che c’erino, camminaveno quanto un cavallo con la carrozza, perché sempre se fermaveno, che sempre mancava il carbone.
Io penzava che per chiamare amme chiamavino magare a Ciovanne, perché era piú crante di me, e penzava che mia madre ancora che diceva che ci avevino cresciuto li prime 2 figlie, che poteveno dare aiuto a quelle picole, e, per causa a questa querra, non poteno dare aiuto, che invece di portare solde ammia madre, li doveva mandare lei annoie, che il ladro coverno ni ha chiamato per antare a farene ammazare.
Alle ore 7 di sera revammo a Siraqusa. Che bello Carnevale! Che bello devertimento che abiammo fatto! Che belle conte che io mi aveva trato che con quelle 2 mese di lavoro che io doveva fare mi doveva vestire polito, mi doveva fare fidanzato per la festa della Madonna! Che conte sbagliate che ho fatto!
Cosí, io a Siraqusa non ci aveva stato maie. Cosí, ci hanno portato a tutte dentra a una chiesa, ci hanno dato una scatoletta di carne e una pagnotta. Che ni avessero potuto fare ammeno, perché ci avemmo tanto manciare che ci l’avevino dato li nostre mamme. Ma noi non volemmo niente, ma volemmo uscire fuore. E invece niente. Nella porta ci hanno messo li sentenelle con il fucile, soldate di quelle anziane, che, se parlammo di uscire, queste ni decevino: – Povere capelle, ora cià vi la speciate...1. Avete voglia di piancere! Questa volta vi hanno capitato qua, qui non siete piú a casa vostra, che c’ene la mamma che vi conforta, qui siete soldate.
Quinte, queste anziane soldate ni spotevino2, invece di farece coraggio. E restammo dentra quella chiesa come li salde, strette strette, con poco di paglia, senza materazzo e senza niente – e questa paglia era paglia deglie altre soldate che avevino venuto prima di noi. E poi ci hanno dato una picola coperta da campo, che non si poteva neanche comigliare3 una metà di noi, compure che erimo piciridde. Che bella festa di Carnevale che abiammo fatto!
Alle ore 7 sonavo la sbeglia e vennero 5 soldate a portarece il cafè. Ma del cafè non ni avemmo di bisogno, perché erimo tutte morte di sonno e tutte arrabiate, perché ni avevino messo dentra quella chiesa strette, che come noi non c’erino messe neanche quelle della cella. Quale malo avemmo fatto?
Cosí, preso il cafè, venne un capitano a compiarece4 per la prima volta li coglione, facendoce capire: «Ragazze, non siete piú borchesi ma siete soldate».
Cosí, per tutta la ciornata di Carnevale, che era il martedí, non facevino altro di domantarece di dove erimo, quanto anne avemmo, di chi erimo figlie. Per tutta la ciornata ci hanno rotto li coglione, invece di farece uscire, e vedere Siraqusa.
Mentre si hanno fatto li 6 di sera, e ci hanno destrebuito il vestito di soldato a tutte, senza sapere che era luonco e chi era corto, senza sapere chi era crosso e chi era macro. Il necesario era che ci vestievino di soldato. Quente, in quella chiesa socesse una crante composione: che c’erino ragazze che la ciacca non ci antava, e invece ce n’erino che li pandalone ci n’antavino 2 di noi. Che uno di questo era propia io, che li mieie pantalone erino per uno che era ummetro e 90, e quinte io poteva essere ummetro e 50, quinte, quelle altre 40 centimetre, dove li doveva prendere?
Cosí, cominciammo a scampiare tutte uno con l’altro. E per 2 ore dentra quella chiesa menomale che sante non ci n’erino, perché, con le tante bestemie, certo che li faciammo sperire.
Poi li scarpe, tutte di 44. A tutte stavino lareche. Poi c’erino li chiode, come quelle che metevino quanto ci campiavono li scarpe alle scecche, che apena erimo nella strada non potiemmo camminare perché cascammo per terra. E cosí, ci abiammo fatto subeto persovaso5, che di nascosto con la baionetta ci abiammo terato li chiode. E cosí fommo sicuro di camminare.
Cosí, ci hanno dato 2 lire di trasferta, un’altra pagnotta e un’altra scatoletta e il zaino con il correto, che noi ancora non sapemmo che cosa era questo correto. Comunque ci hanno riempito lo zaino, ci hanno dato il fucile, il tasco da pane pieno di carrecatore e altre cose che ci vogliono per uno soldato, che noi ancora non lo sapiammo.
Come tutte fuommo fuore della chiesa, il capetano ci a dette: – Attente! Avante, marcia! – E ci hanno portato alla stanzione di Seraqusa.
Cosí, potevino essere li 11 di sera, propia nello stesso ciorno di marte, alla stanzione c’era la tradotta pronto, che era fatta propia per noi. Cosí, d’ogni vacone ci metevino 40 di noi, mentre che, quanto queste vacune portavino mole o cavalle o asene, ci ne metevino 8. Quinte, nel vacone stesso c’era scritto: «mule o cavalle 8 e soldate 40». Quinte ci hanno ratato molto bene!
Poi non c’erino neanche sedile, quinte tutte allempiede, quinte fuommo ancora piú strette messe della chiesa. E cosí, il nostro conforto era la bestemia.
Poi, per tutte le vacone, c’erano 2 soldate anziane, che ci decevino: – Non fate bordello perché alla prima stanzione, come se ferma il treno, io haio ordene di refedello al capitano e antate a fenire al trebonale miletare, e quinte fate meglio che fate selenzio!
Cosí, il treno partio e fu terza notte che non abiammo dormito. Che descraziata vita che ci ha dato il Patre Eterno!
Cosí, allindomane arrevammo a Palermo. Cosí io, Palermo, non lo conosceva. Ci hanno portato nella caserma Basso. Non tutte, ma una cinquantina di noi, mentre li altre l’hanno portato a altre caserme. Quinte, ci hanno asegnato un letto e ci hanno detto che ce dovemmo spedire li robe di borchese alle nostre famiglie. Che questo fu l’ultimo dolore per noi, perché spedianno li robbe non c’era speranza piú di vestirene di borchese. E noi, con li lacrime alle ochie, abiammo spedito li robe, che per le nostre famiglie era un dolore lo stesso. Poi, ci hanno dato l’intrizzo che era questo: al soldato Rabito Vincenzo, 310 bataglione, caserma Basso, Palermo.
Che poi ci hanno dato 2 ciorne di reposo e un ciorno di libera uscita per cerare Palermo. E poi noi, Palermo Palermo, con quelle robe di soldato che avemmo messe, che non erino ammisura per noi, e carose che erimo, ci atocava6 di fare costione con li palermitane, che di dove passammo ci facevino la frinza7, ci prentevino in ciro, specie li palermitane, che per natura sono stomacose8, che quanto parlavino facevono cerare li coglione con quello parlare stubito che avevino.
Ma pacienza per i prime ciorne, che non erimo forbe. Ma, piano piano, abiammo fatto coraggio, poi che ni stiammo dementecanto alle nostre mamme e li nostre famiglie, e cominciammo a fare strincere li robe e fare vedere che erimo soldate, ed essire magare spereduse9 come li soldate.
Cosí, cominciammo a cerare tutte li casine che c’erino a Palermo. Ma io solde non ni aveva, perché mi aveva portato lire 10, che per fortuna mia madre ci l’aveva salvate. Ma con lire 10, che cosa poteva fare? A Seraqusa mi avevino dato lire 2, ed era padrone di lire 12. Ci daveno 2 solde al ciorno. Menomale che non fumava, perché ancora non mi aveva imparato a fumare! Li donne del casino volevino lire 0.50. Quinte, d’ogni 5 ciorne ci davino 10 solde, ma che cosa potiammo fare? Io con lire 5 mi aveva fatto aciustare la ciacca e i pantalone e mi hanno restato lire 7.
Poi, certo che passavino li ciorne, e piú va, piú furbo io mi faceva. Che c’erino soldate anziane dentra la caserma con noi che ni potevino venire padre, perché noi avevamo 17 anne e loro ni avevino 42 (perché il coverno per la querra aveva chiamato sutto li arme 25 chilasse, dal 1875 al 1899). Quinte, c’erimo padre e figlie, tanto che in quella caserma c’erino 2 chiaramontane soldate vechie che mi decevano: – Qui, soldato, se non zi arrancia10 non può andare avante.
Quint...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Terra matta
  3. Nota dell’editore.
  4. Nota dei curatori.
  5. Terra matta
  6. I. Come garzonello
  7. II. Caruse, il soldato passa!
  8. III. Trenceia
  9. IV. A tuorno del Piave
  10. V. La febre spagnola
  11. VI. Vinta la guerra perso il manciare
  12. VII. Alli confini
  13. VIII. Revolozione
  14. IX. Chitarre e mandoline
  15. X. Camicia nera
  16. XI. Li cantiere dell’Ogadenne
  17. XII. Impriaco di nobilità
  18. XIII. La querra in casa
  19. XIV. Il carbone della Cermania
  20. XV. Hanno trasuto li amirecane
  21. XVI. Tra brecante e carabiniere
  22. XVII. Il pilo nell’uovo
  23. XVIII. Costò quanto costò
  24. XIX. L’oniversetà
  25. XX. Lo studio per l’incegniere
  26. XXI. La rollotta
  27. XXII. Cose che non zi possino dementecare
  28. Il libro
  29. L’autore
  30. Copyright