Tenera è la notte (Einaudi)
eBook - ePub

Tenera è la notte (Einaudi)

Traduzione e cura di Fernanda Pivano

  1. 408 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Tenera è la notte (Einaudi)

Traduzione e cura di Fernanda Pivano

Informazioni su questo libro

Dick Diver è uno psichiatra americano che ha abbandonato la professione per stabilirsi in Francia, in un mondo di ricconi sfaccendati e celebrità internazionali, grazie ai soldi della moglie Nicole, una sua ex paziente. È convinto di essere soddisfatto, almeno fino a quando, a rompere l'equilibrio precario della sua esistenza dorata, non giunge Rosemary, una giovane promessa di Hollywood in vacanza con la madre in Costa Azzurra. Considerata l'opera piú ambiziosa di Fitzgerald, Tenera è la notte è quasi un testamento spirituale, che riesce a coniugare la storia di un amore esigente e crudele, vissuto come un peccato capitale, con la denuncia della seduzione del denaro, testimoniando il naufragio di un'intera generazione.

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Informazioni

Editore
EINAUDI
Anno
2014
Print ISBN
9788806174538
eBook ISBN
9788858413777

Libro secondo

Capitolo primo

Nella primavera del 1917, quando il dottor Richard Diver arrivò a Zurigo, aveva ventisei anni; una bella età per un uomo, la vera acme di uno scapolo. Perfino in tempo di guerra era una bella età per Dick, che già valeva troppo, che già rappresentava un troppo importante investimento per farsi ammazzare da un cannone. Anni dopo gli parve di non essere minimamente evaso, neanche in questo santuario, ma su questo punto non si chiarí mai le idee: nel 1917 rideva a questo pensiero dicendo in tono di scusa che la guerra non lo aveva neanche sfiorato. Le istruzioni a lui relative, dicevano che doveva terminare i suoi studi a Zurigo e laurearsi secondo i suoi piani.
La Svizzera era un’isola, bagnata da un lato dalle ondate di tuono intorno a Gorizia e dall’altro dalle cateratte lungo la Somme e l’Aisne. Una volta tanto pareva vi fossero nei Cantoni piú stranieri intriganti che ammalati, ma bisognava indovinarlo: gli uomini che bisbigliavano nei caffeucci di Berna e di Ginevra potevano anche essere mercanti di diamanti o viaggiatori di commercio. Comunque, tutti avevano visto lunghi treni di uomini ciechi o mutilati, o di tronchi morenti, che si incrociavano tra i laghi limpidi di Costanza e Neuchâtel. Nelle birrerie e nelle vetrine vi erano manifesti vivaci che mostravano gli svizzeri nell’atto di difendere la loro frontiera nel 1914: con tranquillante ferocia, giovanotti e vecchi guardavano dalle montagne fantasmi francesi e tedeschi; l’intento era di far sí che il cuore svizzero si sentisse certo di aver la sua parte nella gloria contagiosa di quei tempi. Mentre i massacri continuavano, i manifesti sbiadirono; e nessun paese fu piú sorpreso della sua repubblica sorella quando gli Stati Uniti si aprirono la via alla guerra.
Il dottor Diver in quel momento aveva visto i lembi della guerra: nel 1914 era allievo dell’Oxford Rhodes nel Connecticut. Ritornò a casa per l’anno finale al Johns Hopkins e prese la laurea. Nel 1916 riuscí ad andare a Vienna pensando che, se non faceva presto, il grande Freud avrebbe finito per morire sotto la bomba di un aeroplano. Vienna era già una città morta ma Dick riuscí a procurarsi abbastanza combustibile da installarsi nella sua camera in Damenstiffstrasse e scrivere i saggi che piú tardi distrusse, ma che, riscritti, furono la spina dorsale del libro che pubblicò a Zurigo nel 1920.
Quasi tutti abbiamo un periodo favorito, eroico, nella vita, e quello fu il periodo di Dick Diver. In primo luogo non aveva idea di essere affascinante, non aveva idea che l’affetto che egli dispensava e che inspirava, era qualcosa di insolito tra la gente ricca. Nell’ultimo anno a New Haven qualcuno lo aveva ribattezzato «Dick il fortunato»: il termine gli era rimasto in testa.
«Dick, sei grande, — bisbigliava fra sé passeggiando intorno agli ultimi tizzoni in camera sua. — L’hai capita, figliolo. Nessuno lo sapeva prima che arrivassi tu».
All’inizio del 1917, quando divenne difficile trovare carbone, Dick bruciò per combustibile un centinaio di trattati che aveva accumulato; ma soltanto con una ridacchiante sicurezza interiore, mentre li gettava nel fuoco, di essere lui stesso un riassunto di ciò che era scritto in quei libri, e di poterlo ricordare per cinque anni, se meritava di essere ricordato. Questo continuava in ore strane, se necessario, con un tappeto sulle spalle, con la bella calma dello studioso, che è piú vicino alla pace del paradiso che a qualunque altra cosa: ma che, come diremo subito, doveva finire.
Per la sua resistenza momentanea ringraziava il suo corpo, che aveva fatto dell’aviazione a New Haven e ora nuotava nel Danubio invernale. Con Elkins, secondo segretario all’Ambasciata, divideva un appartamento, e c’erano due graziose visitatrici: questo e nient’altro, anche da parte dell’Ambasciata. Il suo contatto con Ed Elkins suscitò in lui il primo lieve dubbio circa le qualità dei suoi processi mentali; non poteva capire che erano molto diversi dal modo di pensare di Elkins: Elkins, che sapeva elencare tutti i bassifondi di New Haven degli ultimi trent’anni.
«E Dick il fortunato non può essere uno di questi intelligentoni; deve essere meno intatto, magari un po’ distrutto. Se la vita non lo farà per lui, non sarà un surrogato procurarsi una malattia o un cuore infranto, o un complesso di inferiorità, anche se sarebbe divertente ricostruire qualche lato distrutto finché fosse migliore della struttura originale».
Dick si beffava di questo ragionamento chiamandolo superficiale e «americano»: secondo lui un periodare non cerebrale era americano. Sapeva però che il prezzo del suo essere intatto era l’incompletezza.
— La miglior cosa che ti possa augurare, figliolo, — diceva la Fata Blackstick ne La Rosa e l’Anello di Thackeray, — è una piccola disgrazia.
In certi momenti si afferrava al suo ragionamento: «che cosa potevo farci se quel Pete Livingstone se ne stava nello spogliatoio mentre tutti lo cercavano da matti? E sono stato eletto io, che altrimenti non sarei stato un bel niente, conoscendo cosí poca gente. Lui era buono e retto e avrei dovuto essere io nello spogliatoio, invece di lui. Forse ci sarei andato, se avessi pensato d’avere una possibilità di venire eletto. Ma Mercer continuò a venire in camera mia tutte quelle settimane. Forse sapeva che avevo una possibilità. Ma avrei fatto bene a scatenare un conflitto».
Dopo le lezioni all’Università soleva discutere questo punto con un giovane intellettuale rumeno, che lo rassicurava: — Non c’è alcuna prova che Goethe abbia mai avuto un «conflitto» in senso moderno, e neanche uno come Jung, per esempio. Tu non sei un filosofo romantico: sei uno scienziato. Memoria, forza, carattere: specialmente buon senso. Questo sarà il tuo guaio: il giudicare di te stesso. Conoscevo uno che ha lavorato due anni sul cervello di un armadillo con l’idea di sapere prima o poi piú di chiunque altro sul cervello di un armadillo. Ho continuato a discutere con lui sostenendo che in realtà non allargava l’estensione della portata umana: era una cosa troppo arbitraria. E quando mandò il suo lavoro alla rivista medica, lo rifiutarono: avevano appena accettato la tesi di un altro sullo stesso argomento.
Dick si formò a Zurigo con una quantità di talloni di Achille, anche se meno di quanti ne sarebbero occorsi per un millepiedi: le illusioni su una forza e salute eterna, e sulla bontà essenziale della gente; le illusioni di una nazione, le menzogne di una generazione di madri di frontiera che dovevano cantare ipocritamente che non c’erano lupi fuori della capanna. Quando prese la laurea, ricevette l’ordine di raggiungere un’unità neurologica in formazione a Bar-sur-Aube.
In Francia, con suo disgusto, il lavoro era piú esecutivo che pratico. In compenso trovò il tempo di terminare il suo breve trattato e raccogliere il materiale per la prossima avventura. Ritornò a Zurigo nella primavera del 1919, congedato.
Ciò che precede ha la forma di una biografia, senza la soddisfazione di sapere che l’eroe, come Grant sonnecchiante nel suo emporio di Galena, è pronto a esser chiamato a un destino intricato. Inoltre è imbarazzante trovare la fotografia giovanile di qualcuno conosciuto in piena maturità e guardare con stupore un volto conosciuto, ardente, nervoso, dallo sguardo d’aquila. Meglio rassicurarvi: il momento di Dick Diver incomincia adesso.

Capitolo secondo

Era un umido giorno d’aprile, con lunghe nubi diagonali sull’Albishorn e acqua inerte nelle pianure. Zurigo non è dissimile da una città americana. Sentendo la mancanza di qualcosa, da quando era arrivato, due giorni prima, Dick capí che era il senso, da lui provato nei vicoli chiusi francesi, che non vi fosse altro. A Zurigo c’era una quantità di cose, oltre Zurigo: i tetti guidavano gli occhi a tintinnanti pascoli di mucche, che a loro volta facevano parer piú alte le cime delle colline: cosí la vita era un perpendicolare avviarsi a un cielo da cartolina. Le terre alpine, patria del giocattolo e della funicolare, le allegre scampagnate e i minuscoli carillons, non erano un essere qui come in Francia, con le viti francesi che vi crescevano sui piedi.
A Salisburgo una volta Dick aveva sentito le doti sovrapposte di un secolo di musica comprato e preso a prestito; una volta nei laboratori dell’Università di Zurigo, frugando con garbo nei lobi di un cervello, si era sentito come un fabbricante di giocattoli anziché l’uragano che si era gettato tra gli antichi edifici rossi di Hopkins due anni prima, elettrizzato dall’ironia del Cristo gigantesco nell’ingresso.
Pure aveva deciso di restare altri due anni a Zurigo, perché non sottovalutava l’importanza della fabbricazione di giocattoli di infinita precisione, di infinita pazienza.
Quel giorno andò a trovare Franz Gregorovious nella clinica di Dohmler sul Zürichsee. Franz, direttore del reparto di patologia, nato nel cantone di Vaud, di qualche anno maggiore di Dick, gli venne incontro alla fermata del tram. Aveva un aspetto cupo e magnifico da Cagliostro, che contrastava con gli occhi di santo; era il terzo Gregorovious: suo nonno aveva educato Krapaelin quando la psichiatria incominciava ad emergere dal buio dei tempi. Aveva una personalità orgogliosa, ardente e mansueta: credeva di essere un ipnotizzatore. Anche se il genio originale della famiglia si era un po’ stancato, Franz sarebbe senza dubbio diventato un bravo medico.
Mentre andavano verso la clinica disse: — Dimmi della tua vita di guerra. Sei cambiato come gli altri? Hai la solita faccia americana, stupida e senza età, ma so che non sei stupido, Dick.
— Non ho visto niente della guerra: dovresti averlo capito dalle mie lettere, Franz.
— Questo non importa: abbiamo dei colpiti da shock da bombardamenti che hanno semplicemente udito un’incursione aerea, in distanza. Qualcuno si è limitato a leggerli sui giornali.
— Mi sembrano stupidaggini.
— Forse è cosí, Dick. Ma la nostra è una clinica di ricchi: non usiamo la parola stupidaggine. Francamente, sei venuto a trovare me o quella ragazza?
Si guardarono di sbieco; Franz sorrise enigmaticamente.
— Naturalmente ho visto tutte le prime lettere, — disse con la sua voce di basso. — Quando il cambiamento è incominciato, la delicatezza mi ha impedito di aprirne altre. In realtà era diventato il tuo caso.
— Allora sta bene? — chiese Dick.
— Benissimo, me ne occupo io, in realtà mi occupo io di quasi tutti i pazienti inglesi e americani. Mi chiamano dottor Gregory.
— Lascia che ti spieghi di quella ragazza, — disse Dick. — L’ho vista una volta sola, questa è la verità. Quando sono venuto a salutarti prima di andare in Francia. Era la prima volta che indossavo l’uniforme, e mi sentivo molto falso: andavo in giro salutando soldati e cosí via.
— Perché non l’hai indossata oggi?
— Ehi! sono in congedo da tre settimane. Ecco com’è andata che ho visto quella ragazza. Quando ti ho lasciato, mi sono avviato verso quel tuo padiglione sul lago, per prendere la bicicletta.
— ... verso i «Cedri»?
— ... una notte magnifica, sai... la luna su quella montagna...
— Il Krenzegg.
— ... ho incontrato un’infermiera e una ragazzina. Non credevo che la ragazzina fosse una paziente; ho chiesto all’infermiera l’orario dei tram e ci siamo avviati insieme. La ragazza era la piú graziosa creatura che avessi mai visto.
— Lo è ancora.
— Non aveva mai visto un’uniforme americana e ci siamo messi a parlare, e io non ci ho pensato —. Si interruppe riconoscendo una prospettiva familiare e poi riprese: — ... ma io, Franz, non sono ancora indurito come te; quando vedo un bel guscio come quello, non riesco a non provare rimpianto per quel che c’è dentro. Questo fu assolutamente tutto: finché incominciarono a giungere le lettere.
— È stata la miglior cosa che potesse accaderle, — disse Franz drammaticamente. — Un transfert del genere piú fortuito. Ecco perché ti sono venuto incontro in un giorno di gran lavoro. Vorrei che tu venissi in ufficio e parlassi a lungo con me prima di vederla. Cosí l’ho mandata a Zurigo a far commissioni —. Aveva la voce tesa dall’entusiasmo. — L’ho mandata senza infermiera, con una paziente meno stabile. Sono molto orgoglioso di questo caso che ho diretto con la tua casuale assistenza.
Il tram aveva seguito la riva dello Zürichsee in una fertile regione di pascoli e colline basse, cosparsa di châlets. Il sole sciamava in un azzurro mare di cielo e improvvisamente fu la valle svizzera nel suo aspetto migliore: suoni piacevoli e mormorii e un buon odore fresco di salute e di allegria.
L’istituto del professor Dohmler consisteva in tre edifici vecchi e in un paio di edifici nuovi, tra una lieve altura e la riva del lago. Quando era stata fondata dieci anni prima, era stata la prima clinica moderna per malattie mentali; guardandola casualmente nessuno l’avrebbe riconosciuta per un rifugio di fallite, incomplete, pericolose creature di questo mondo, anche se due edifici erano cintati da muri addolciti di vigne e d’una altezza scoraggiante. Qualcuno rastrellava la paglia...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Tenera è la notte
  3. Introduzione di Fernanda Pivano
  4. Tenera è la notte
  5. Libro primo
  6. Libro secondo
  7. Libro terzo
  8. Assonanze
  9. Il libro
  10. L’autore
  11. Dello stesso autore
  12. Copyright