
- 192 pagine
- Italian
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Amsterdam
Informazioni su questo libro
Quattro uomini si ritrovano al funerale della donna che hanno amato. Sono avidi e pieni di rancore, e a partire da quell'evento saranno messi di fronte a scelte etiche fondamentali, che riveleranno la loro spietata natura. È lecito distruggere un uomo politico, sia pure spregevole e privo di scrupoli, attaccandolo sui segreti piú intimi della vita privata? E un grande artista, per assecondare la propria ispirazione, è autorizzato a ignorare una persona che sta rischiando la vita? Amsterdam è una breve sinfonia grottesca sull'odio e la vendetta, e su cosa sono disposti a fare gli uomini quando a dominarli è l'ambizione. E con la sua penna, feroce e leggera, McEwan ci trascina in un appassionante racconto sul deserto morale dei nostri tempi.
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Informazioni
Print ISBN
9788806233136eBook ISBN
9788858416570Parte quinta
1.
Certe volte di prima mattina, dopo il moderato scompiglio dell’alba, quando già tutta Londra si avviava rumorosamente al lavoro, e il tumulto creativo si placava alla fine per la stanchezza, Clive si alzava dal pianoforte, si trascinava fino alla porta dello studio per spegnere le luci, dava ancora uno sguardo al caos prezioso che circondava gli strumenti della sua arte, e di nuovo un pensiero fugace tornava ad attraversarlo; era il frammento di un sospetto che non avrebbe comunicato a nessuno al mondo, che non avrebbe affidato neppure al suo diario; ne era parola chiave un concetto al quale la sua mente stessa opponeva resistenza; il pensiero, molto semplicemente, era che non sarebbe stato del tutto improprio affermare che lui era un... genio. Un genio. Quel termine suonava al suo orecchio interiore non senza un senso di colpa. Non gli avrebbe permesso di raggiungere le labbra. Non era un presuntuoso. Un genio. La parola aveva subito i danni di troppi abusi, ma esistevano di certo dei risultati oggettivi, un livello aureo di prestazione non piú discutibile, inopinabile. Non ce n’erano stati molti di geni. Shakespeare ovviamente lo era, e Darwin, e Newton, almeno a quanto si diceva. Purcell, quasi. Britten, un tantino meno, ma poteva concorrere. Nessun Beethoven comunque, da quelle parti.
Quando gli capitava di nutrire quel sospetto verso se stesso – il fenomeno si era verificato tre o quattro volte da quando era tornato dal Distretto dei Laghi – il mondo diventava immobile e grandissimo e, nella luce grigio azzurra di una mattina di marzo, pianoforte, computer, piatti, tazzine, e la poltrona di Molly, tutto assumeva un aspetto rotondo, scultoreo, ricordandogli la visione del mondo reale sperimentata da giovane sotto l’effetto della mescalina: una congerie di oggetti espansi, grondanti significati benevoli. Vedeva lo studio che era sul punto di abbandonare per andare a letto come sarebbe potuto apparire in un documentario a lui dedicato e teso a rivelare a un pubblico curioso il segreto della nascita di un capolavoro. Né gli sfuggiva il correlativo umano di quello scenario, la sagoma esitante sulla porta in camicia bianca stropicciata, jeans un po’ troppo stretti intorno alla vita, occhi infossati e spenti dalla fatica: il compositore, eroico e seducente nel suo disordine fisico. Erano proprio quelli i momenti esaltanti di un periodo di copiosa e felice creatività senza precedenti, quelli in cui si alzava dal tavolo di lavoro in uno stato pressoché allucinato, e scendeva fluttuando in camera sua, dove si sfilava le scarpe con un calcio e si metteva sotto le coperte per abbandonarsi a un sonno senza sogni, uno stordimento malato, un vuoto, una morte.
Si svegliò nel tardo pomeriggio, infilò le scarpe e scese in cucina a mangiare lo spuntino freddo che gli aveva lasciato pronto la donna delle pulizie. Stappò una bottiglia di vino e se la portò in studio dove avrebbe trovato un thermos di caffè ad accompagnare il suo lunghissimo viaggio dentro la notte. Alle sue spalle, come una bestia in agguato, da qualche parte incombeva la data di scadenza. Nel giro di poco piú di una settimana gli sarebbe toccato affrontare Giulio Bo e la British Symphony Orchestra ad Amsterdam per due giornate di prove e, un paio di giorni dopo, la prima alla Birmingham Free Trade Hall. Dato che alla fine del millennio mancavano ancora degli anni, tanta urgenza risultava ridicola. Una copia finita dei primi tre movimenti era stata già consegnata e le parti dell’orchestra, trascritte. La sua segretaria aveva chiamato piú volte per avere le ultime pagine del movimento finale sul quale già si era messa al lavoro una squadra di copisti. Ormai non c’era piú spazio per i ripensamenti: poteva solo procedere e sperare di concludere entro la settimana seguente. Si lamentava, ma in cuor suo quella pressione non lo infastidiva; era anzi la condizione necessaria al suo lavoro, quella che gli consentiva di perdersi dentro l’immane sforzo di portare l’opera al suo finale solenne. Raggiunta la vetta della scala antica di pietra, i grappoli di note si dissolvevano come nebbia al sole e la melodia nuova, confusamente affidata dapprima a un solo trombone con la sordina, andava poi radunando attorno a sé un tessuto orchestrale di armonia sinuosa, seguito da una dissonanza e quindi da un vortice di variazioni lanciate nello spazio prima di sparire per sempre. Infine la melodia riprendeva il proprio processo di consolidamento, simile a un’esplosione filmata a ritroso, e si riversava su un geometrico punto di quiete; quindi ancora il trombone con la sordina e poi, dopo un trattenuto crescendo, come il respiro di un gigante, l’ultimo e colossale riaffermarsi della melodia (con un’intrigante e tuttora irrisolta differenza). La musica prendeva slancio e si gonfiava in un’onda, un fragoroso tsunami di suono dalla velocità impossibile, poi cresceva, saliva finché, quando sembrava aver superato ogni umana capacità, si alzava ancora e, infine, precipitava vertiginosamente sulla scogliera sicura della tonalità di base in do minore. Poi restavano solo alcune note pedale a promettere risoluzione e pace dentro uno spazio infinito. Un diminuendo della durata di quarantacinque secondi che andava a dissolversi in quattro battute di silenzio. La fine.
La sinfonia era quasi pronta. Tra la notte di mercoledí e la mattina di giovedí, Clive rivide e perfezionò il diminuendo. A quel punto bastava tornare indietro di alcune pagine fino al clamoroso riaffermarsi della melodia, e da lí variare le armonie, o magari sulla melodia stessa, oppure ancora inventare una sorta di ritmico fluire di fondo, un andamento sincopato che si inserisse di taglio sotto la superficie sonora. Questa tecnica della variazione era diventata per Clive una delle caratteristiche essenziali nella conclusione di un’opera: doveva suggerire l’inconoscibilità del futuro. Quando la melodia ormai nota fosse tornata per l’ultima volta a farsi sentire, alterata in modo minimo eppure significativo, avrebbe insinuato nell’ascoltatore un senso di insicurezza; lo avrebbe diffidato dall’aggrapparsi con troppa fiducia a ciò che conosceva.
Giovedí mattina Clive era a letto: pensava a tutto questo e si stava addormentando quando Vernon chiamò. La telefonata di per sé fu rassicurante. Clive aveva in mente di farsi vivo sin dal suo ritorno, ma il lavoro lo aveva travolto al punto da fargli apparire Garmony, le sue foto e la storia del «Judge» come intrecci secondari di un film quasi dimenticato. Sapeva solo una cosa: non aveva nessuna voglia di litigare, meno che mai con uno dei suoi amici piú cari. Quando Vernon interruppe la conversazione e suggerí un incontro per la sera dopo, Clive pensò che per allora l’opera poteva essere già conclusa. Era escluso che gli occorresse piú di una notte di lavoro per inserire quell’importantissima variazione melodica. Avrebbe già consegnato le ultime pagine e magari invitato qualche amico a festeggiare. Con questi pensieri felici, si addormentò. E gli parve che fossero passati soltanto un paio di minuti quando si svegliò disorientato e confuso, per subire l’arrogante interrogatorio di Vernon.
– Voglio che tu vada subito alla polizia a dire quello che hai visto.
Fu questa l’affermazione che riportò Clive alla verità facendolo emergere dal buio per restituirlo alla luce. Ciò che in effetti gli tornò in mente fu il viaggio in treno verso Penrith con le sue ormai confuse riflessioni dal vago sapore amaro. A ogni scambio di battute il tono peggiorava, altro che recupero di civiltà! Facendo appello alla memoria di Molly – con quell’accenno a «cagare sulla sua tomba» – Clive si era lasciato invadere da un’ondata di indignazione bruciante e, quando Vernon gli comunicò l’offensiva minaccia di andar lui stesso alla polizia, Clive annaspò e, liberandosi con un calcio dalle lenzuola, si alzò dal letto per concludere con piú efficacia l’ultimo scambio di insulti accanto al comodino da notte. Vernon riattaccò il telefono un istante prima che lo facesse lui. Senza nemmeno allacciarsi le scarpe, Clive si precipitò giú per le scale continuando a imprecare. Non erano ancora le cinque, ma avrebbe bevuto qualcosa, se lo meritava, e in ogni caso era pronto a picchiare chiunque cercasse di impedirglielo. Ma era solo, grazie a Dio. Un gin tonic, piú gin che tonic, che mandò giú in piedi, tracannandolo senza ghiaccio o limone, rimuginando furioso sull’offesa subita. Che vergogna! Intanto mentalmente scriveva la lettera che avrebbe voluto spedire a quell’infame finora scambiato per un amico. Lui, con quel suo detestabile giro di quotidiane stronzate, quella mentalità cinica da sporco approfittatore, il parassita, l’ipocrita, l’adulatore aggressivo-passivo. Vernon il vermiforme, uno che non aveva idea di che cosa significasse creare, perché non aveva mai fatto niente di buono in vita sua e si rodeva di invidia per chi invece ci era riuscito. Spacciava la sua pruderie provinciale per scelta etica e intanto sguazzava nella merda, anzi di piú, aveva piantato le tende dentro una fogna e pur di badare al suo squallido tornaconto era ben lieto di disonorare la memoria di Molly, di rovinare un idiota vulnerabile come Garmony facendo ricorso ai codici d’odio della stampa scandalistica senza mai smettere di raccontare a se stesso e a chiunque avesse voglia di ascoltarlo – in fondo era questo il punto che proprio toglieva il fiato – che stava facendo il suo dovere, che lavorava al servizio di un grande ideale. Era folle, era solo un malato che non meritava di esistere!
Tra analoghe imprecazioni da tinello Clive passò al secondo drink, e poi al terzo. La lunga esperienza degli anni gli aveva insegnato che una lettera spedita in un accesso di collera non faceva che trasformarsi in un’arma nelle mani del nemico. Era come veleno sotto spirito, da adoperare in futuro contro il mittente. Eppure Clive voleva scrivere qualcosa subito, proprio perché temeva di non provare piú la stessa rabbia di lí a una settimana. Scese al compromesso di una sintetica cartolina, ma avrebbe aspettato un giorno prima di spedirla. La tua minaccia mi terrorizza. Come il tuo modo di fare giornalismo. Meriti il licenziamento. Clive. Si stappò una bottiglia di chablis e, ignorando il salmone in crosta già pronto in frigorifero, salí all’ultimo piano, con la bellicosa determinazione di mettersi a lavorare. In capo a poco tempo non sarebbe rimasto piú niente del verminoso Vernon, mentre di Clive Linley sarebbe rimasta la musica. Il lavoro dunque, il suo quieto, deciso, trionfante lavoro poteva trasformarsi in vendetta. Peccato che tanta belligeranza non fosse di grande aiuto alla concentrazione, come pure i tre gin e la bottiglia di vino, cosí tre ore dopo Clive stava ancora fissando lo spartito sul pianoforte, nella postura china del musicista al lavoro, con la matita in mano e la fronte aggrottata, ma con la mente ingombra solo del carosello vivace e irrefrenabile dei suoi pensieri scalpitanti come cavallini al trotto. Eccoli di nuovo. Che offesa! La polizia! Povera Molly! Quel bastardo di un bigotto. E la chiamava scelta morale! Ma se era nella merda fino al collo! Che offesa, che vergogna! E Molly, allora, e Molly?
Alle nove e mezza si alzò, deciso a ricomporsi, bere un bicchiere di vino rosso e portare avanti il lavoro. Eccolo dunque, il suo tema meraviglioso, il suo canto: dispiegato sulla pagina scritta, gli chiedeva attenzione a gran voce, invocava quella variazione importante, e Clive era lí, carico di energia e concentrato, pronto a realizzare l’opera. Ma si attardò invece in cucina sulla cena ritrovata in frigo, ascoltando alla radio la storia del popolo tuareg nel deserto marocchino; poi prese il suo terzo bicchiere di bandol e fece un giro per casa, come un antropologo impegnato nello studio della sua stessa esistenza. Non entrava in soggiorno ormai da una settimana e prese a vagare nella stanza enorme, analizzando quadri e fotografie come se li vedesse per la prima volta, passando una mano sui mobili e prendendo a caso gli oggetti sulla mensola del camino. C’era tutta la sua vita lí dentro, e che vita! Il denaro per comperare anche l’oggetto meno prezioso Clive se l’era guadagnato sognando musica, mettendo una nota dietro l’altra. Era stato lui a immaginare tutto questo, a volere ogni cosa dov’era, lui solo, senza l’aiuto di nessuno. E Clive brindò al proprio successo, scolandosi il bicchiere in un sorso, per poi tornare in cucina e versarsene ancora e ripartire per un giro di ricognizione della sala da pranzo. Alle undici e mezza era di nuovo davanti allo spartito, ma le note si rifiutavano di stare ferme, persino per lui. Dovette ammettere di sentirsi ubriaco fradicio, e chi non lo sarebbe stato dopo simili tradimenti? C’era una mezza bottiglia di scotch su una libreria. Clive se la portò alla poltrona di Molly; aveva già messo su un Cd di Ravel. L’ultimo ricordo della serata fu di aver sollevato il telecomando puntandolo verso il lettore di compact.
Si svegliò alle prime ore del mattino con la cuffia sbilenca in faccia e una sete terribile: aveva sognato di attraversare il deserto in ginocchio trascinandosi appresso l’unico pianoforte a coda dei tuareg. Bevve al lavandino del bagno e si infilò nel letto dove rimase sdraiato per ore, a occhi aperti, sveglissimo e con la gola completamente riarsa, vittima ancora una volta del carosello impietoso dei suoi pensieri. Merda fino al collo? Scelta morale? Molly?
Quando si risvegliò a metà mattina, dopo un breve sonno, sapeva benissimo che il flusso, l’euforia creativa era finita. Non solo per la stanchezza e i postumi della sbronza. Appena sedette al pianoforte e tentò un paio di approcci alla variazione, scoprí che ormai gli era morto dentro la testa non soltanto quel passaggio specifico, ma proprio il movimento completo; improvvisamente era come avere la bocca piena di cenere. Non osò pensare con troppa insistenza neppure alla sinfonia nel suo insieme. Quando la segretaria lo chiamò per tentare di prendere accordi su quando passare a ritirare le ultime pagine, Clive fu sbrigativo e dovette richiamarla per chiedere scusa. Fece una passeggiata per schiarirsi le idee e imbucare la cartolina che quel giorno gli appariva come un capolavoro di moderatezza. Lungo il tragitto acquistò una copia del «Judge»; al fine di proteggere la propria concentrazione, Clive si era negato quotidiani, notiziari televisivi e radiogiornali, e perciò si era perso l’evolversi degli eventi.
Fu quindi sconvolgente per lui arrivare a casa e aprire il giornale sul tavolo di cucina. Garmony in posa per Molly, la sua messinscena fiduciosamente offerta alla macchina fotografica che lei stringeva fra le mani, mentre il suo occhio ancora vivo osservava ciò che adesso stava vedendo anche Clive. Quella prima pagina era una vergogna non tanto o non solo perché un uomo era stato colto in un attimo di debolezza privata, ma perché il giornale aveva montato una tale mole di schiuma intorno a quella faccenda, e fatto appello a tali risorse! Come se fosse stato sventato un complotto politico, o se si fosse rinvenuto un cadavere sotto la scrivania del ministro degli Esteri. Che ingenuità, che errore, che caduta di stile! Inefficace persino laddove si sforzava di apparire spietato. Quella vignetta dai toni sprezzanti, eccessivi, ad esempio; e poi quel titolo strillato, infantile, con l’immancabile ricorso a compiaciuti raffronti tra travestimenti e travestitismi. E si riaffacciava il pensiero che Vernon non fosse soltanto odioso, ma anche folle. Il che tuttavia non bastava a impedire a Clive di detestarlo.
I postumi della sbronza durarono tutto il week-end con qualche strascico il lunedí – alla sua età non poteva contare di cavarsela con poco – e la nausea diffusa si presentò come uno sfondo adeguato alle considerazioni piú amare. Il lavoro era fermo. Di ciò che era stato un frutto maturo restava appena un ramoscello secco. I copisti aspettavano trepidanti le ultime dodici pagine di spartito. L’impresario degli orchestrali chiamò tre volte con voce tremante, trattenendo a mala pena il panico. Il Concertgebouw era stato prenotato per due giorni di prove a partire dal venerdí: i costi erano altissimi; erano già arrivati i percussionisti in piú richiesti da Clive, e cosí pure il fisarmonicista. Giulio Bo era impaziente di prendere visione della conclusione dell’opera ed erano stati già presi tutti gli accordi per la prima di Birmingham. Qualora lo spartito completo non fosse arrivato ad Amsterdam entro giovedí, all’impresario non restava che annegarsi nel piú vicino canale. Era un conforto sentire il racconto di un’angoscia ancora piú grande della sua, ma qualcosa impediva comunque a Clive di consegnare le ultime pagine. Lottava per arrivare alle sue importantissime variazioni che, come succede in questi casi, stavano diventando il punto cruciale da cui dipendeva l’integrità stessa dell’opera.
Quest’ultimo concetto era naturalmente devastante. Ormai entrando in studio si sentiva schiacciare dallo squallore e quando sedeva davanti al manoscritto gli pareva di stare di fronte alla grafia di un altro, un compositore piú giovane e piú dotato di lui. Riteneva Vernon il responsabile di questa paralisi creativa, e la sua collera cresceva. La concentrazione era persa. E tutto per un idiota. Si stava facendo strada in lui la convinzione di aver subito il furto di un capolavoro, al vertice di una carriera artistica. Quella sinfonia doveva insegnare al suo pubblico come ascoltare, come sentire, tutto ciò che aveva scritto in precedenza. E adesso qualcuno gli aveva bruciato la possibilità di provare il suo genio, di apporvi una firma; qualcuno gli aveva sottratto la sua grandezza. Perché Clive lo sapeva che non si sarebbe mai piú cimentato in una composizione di quelle proporzioni; era troppo stanco, troppo svuotato, troppo vecchio. La domenica ciondolò in soggiorno e lesse altri articoli sul «Judge» del venerdí. Il mondo era il solito caos: i pesci cambiavano sesso, il ping-pong inglese aveva perso il treno, e in Olanda certi individui ripugnanti in possesso di una laurea in medicina offrivano legalmente il proprio servizio a chi intendesse eliminare un parente anziano diventato scomodo. Interessante! Bastavano la firma dell’anziano in questione in duplice copia e parecchie migliaia di dollari. Nel pomeriggio Clive fece una lunga passeggiata a Hyde Park e rifletté molto su quell’articolo. Non c’era dubbio, aveva stipulato con Vernon un accordo che, dopo tutto, prevedeva determinati obblighi. Forse era necessaria un po’ di r...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Amsterdam
- Parte prima
- Parte seconda
- Parte terza
- Parte quarta
- Parte quinta
- Il libro
- L’autore
- Dello stesso autore
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