Elegia per un americano
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Elegia per un americano

  1. 296 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Elegia per un americano

Informazioni su questo libro

Erik Davidsen, psicanalista divorziato e troppo coinvolto dai propri pazienti, e la sorella Inga, tormentata studiosa di filosofia vedova di uno scrittore geniale e dannato, trovano fra le carte del padre appena defunto l'inquietante lettera di una donna sconosciuta, che sembra far cenno a una morte misteriosa. Decisi a non lasciar cadere quel fragile indizio di un lato oscuro nella vita ordinata e apparentemente impeccabile del padre, stimato storico delle migrazioni originario della Norvegia, Erik e Inga devono affrontare scoperte impreviste e dipanare dolorosi segreti mentre calano il loro lutto privato in quello pubblico in una New York reduce dall'11 settembre, dove la sofferenza si annida in ogni cuore, le verità si fanno di giorno in giorno più sfuggenti e un lancinante senso di perdita stringe tutti nella propria morsa.
Con una scrittura ammaliante, percorsa da uno struggimento sordo e persistente, Siri Hustvedt segue i suoi protagonisti nel corso di un anno: Inga, perseguitata da una giornalista ostile decisa a rendere pubblica un'inconfessata relazione adulterina del celebre marito, ed Erik, innamorato della sua nuova inquilina Miranda, un'illustratrice giamaicana sensuale e sfuggente con una figlia estrosa come un folletto e un ex fidanzato poco raccomandabile. Diviso fra un utopico futuro insieme a Miranda e un enigmatico passato che non è quello che sembra, trascinato di segreto in segreto e di mistero in mistero, Erik si trova coinvolto in modo sempre più intimo nella ricostruzione della vita del padre, nelle fragilità della sorella e dell'eterea nipote traumatizzata dal crollo delle torri gemelle, nelle afflizioni dei suoi pazienti e nelle proprie solitarie riflessioni su sogni, ricordi e desideri.
In questo romanzo sui rapporti fra genitori e figli, fra storia sociale ed esistenze individuali, fra vita della mente e vita del cuore, un ricco mosaico di storie va a comporre l'ambizioso ritratto di una generazione di newyorkesi decisi a fare i conti con la realtà sin nelle più profonde pieghe dell'animo, scavando in se stessi e nel proprio tempo con i soli strumenti dell'intelligenza e del talento.

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Informazioni

Editore
EINAUDI
Anno
2014
Print ISBN
9788806193515
eBook ISBN
9788858413906

Siri Hustvedt

Elegia per un americano

Traduzione di Gioia Guerzoni

Einaudi

Per mia figlia,
Sophie Hustvedt Auster

Non voltarti
Continua a guardare la ferita
È da lí che la luce entra in te.
RUMI

Mia sorella lo chiamava «l’anno dei segreti», ma ripensandoci ora, piú che un anno di qualcosa credo sia stato un anno senza qualcosa. Un giorno una mia paziente disse: «Ho dentro dei fantasmi che camminano, ma non sempre parlano. A volte non hanno niente da dire». Sarah teneva spesso gli occhi chiusi o socchiusi, temeva che la luce la accecasse. Penso che in tutti noi ci siano dei fantasmi, ed è meglio quando parlano. Dopo la morte di mio padre, non potevo piú comunicare con lui di persona, ma non smisi di dialogarci nella mia testa. Non smisi di vederlo nei sogni o di udire le sue parole. Eppure per un certo periodo fu ciò che mio padre non disse, ciò che non ci aveva rivelato, a prendere il sopravvento nella mia vita. Si scoprí che non era stato l’unico ad avere dei segreti. Il 6 gennaio, quattro giorni dopo il funerale, Inga e io trovammo la lettera nel suo studio.
Eravamo rimasti da nostra madre in Minnesota per mettere ordine tra le carte. Sapevamo che avremmo trovato delle memorie, scritte negli ultimi anni della sua vita, nonché una scatola di lettere che aveva mandato ai suoi genitori – soprattutto negli anni in cui era militare nel Pacifico durante la seconda guerra mondiale – ma in quella stanza c’erano altre cose che non avevamo mai visto. Lo studio di mio padre aveva un odore particolare, lievemente diverso dal resto della casa. Mi chiesi se tutte le sigarette che aveva fumato, i caffè bevuti e i cerchi che le innumerevoli tazze avevano impresso sulla scrivania in piú di quarant’anni avessero agito sull’atmosfera di quella stanza tanto da creare l’odore inconfondibile che mi colpiva appena varcata la soglia. La casa adesso è stata venduta. L’ha comprata un dentista che ha fatto grandi cambiamenti, ma riesco ancora a vedere lo studio con la parete coperta di libri, gli schedari, la lunga scrivania che si era costruito da sé e il casellario di plastica su cui aveva incollato piccole etichette scritte a mano anche se i cassetti erano trasparenti: «Graffette», «Pile per apparecchio acustico», «Chiavi del garage», «Gomme».
Era una giornata cupa quando Inga e io ci mettemmo al lavoro. Dalla grande finestra guardai il sottile strato di neve sotto il cielo color ferro. Sentivo la presenza di Inga alle mie spalle e udivo il suo respiro. Nostra madre Marit dormiva, e mia nipote Sonia se ne stava rannicchiata da qualche parte con un libro. Aprendo il cassetto di uno schedario, fui colpito dal pensiero che stavamo per saccheggiare la mente di un uomo, per profanare una vita intera, e all’improvviso rividi il cadavere che avevo sezionato all’università, la gabbia toracica spalancata sul tavolo. Uno dei miei compagni di laboratorio, Roger Abbot, aveva battezzato il corpo Tweedledum, Dum Dum o semplicemente Dum. «Erik, da’ un’occhiata al ventricolo di Dum. È ipertrofia, amico mio». Per un attimo immaginai il polmone collassato nel corpo di mio padre, poi ricordai la sua mano che stringeva forte la mia prima che uscissi dalla sua stanzetta nella casa di cura, l’ultima volta che l’avevo visto in vita. All’improvviso mi sentii sollevato al pensiero che fosse stato cremato.
Il sistema di archiviazione di Lars Davidsen era un elaborato codice di lettere, numeri e colori concepito per definire una gerarchia discendente all’interno di ogni singola categoria. Gli appunti iniziali erano subordinati alle prime bozze, le prime bozze alle ultime, e cosí via. In quei cassetti non c’erano solo gli anni di insegnamento e scrittura, ma anche gli articoli, le conferenze, le infinite pagine di appunti, e le lettere che aveva ricevuto da colleghi e amici nell’arco di piú di sessant’anni. Mio padre aveva catalogato ogni singolo attrezzo appeso in garage, ogni ricevuta delle sei auto usate che aveva posseduto nel corso della sua vita, ogni tagliaerba e ogni elettrodomestico – l’intera documentazione di una storia lunga ed eccezionalmente frugale. Scoprimmo un elenco dettagliato degli oggetti riposti in soffitta: pattini da bambini, vestiti da neonati, accessori per lavoro a maglia. In una piccola scatola trovai un mazzo di chiavi. Con la sua calligrafia minuta, regolare, mio padre aveva scritto sull’etichetta: «Chiavi sconosciute».
In quella stanza trascorremmo giornate intere a riempire grossi sacchi neri di centinaia di biglietti natalizi, registri dei voti e innumerevoli inventari di cose che non esistevano piú. Mia madre e mia nipote si tenevano alla larga. Collegata a un walkman, Sonia vagava per la casa, leggeva Wallace Stevens e sprofondava nel sonno comatoso che coglie facilmente gli adolescenti. Di tanto in tanto veniva nello studio e dava una lieve pacca sulla schiena della madre o le circondava le spalle con le braccia sottili per dimostrarle il suo silenzioso sostegno prima di fluttuare in un’altra stanza. Da quando, cinque anni prima, suo padre era morto, ero preoccupato per Sonia. Me la ricordavo nel corridoio dell’ospedale, il viso stranamente impassibile, il corpo rigido contro la parete, la pelle bianca come ossa. So che Inga cercava di nasconderle il proprio dolore, che quando la figlia era a scuola mia sorella alzava il volume della musica, si sdraiava per terra e piangeva, ma né io né sua madre avevamo mai visto Sonia cedere ai singhiozzi. Tre anni dopo, la mattina dell’undici settembre 2001, Inga e la figlia si erano trovate a correre verso nord con centinaia di altre persone, lasciandosi alle spalle la Stuyvesant High School, dove studiava Sonia. Erano a pochi isolati dalle torri in fiamme, e solo in seguito scoprii quello che mia nipote aveva visto dalla finestra della scuola. Da casa mia, a Brooklyn, io avevo visto soltanto fumo.
Quando non riposava, mia madre si aggirava da una stanza all’altra come una sonnambula. Il suo passo deciso ma leggero non si era appesantito con il tempo, però si era rallentato. Veniva a vedere come stavamo, a offrirci qualcosa da mangiare, ma di rado oltrepassava la soglia. Probabilmente lo studio le ricordava gli ultimi anni di mio padre. Pian piano l’enfisema era peggiorato, riducendo i confini del suo mondo. Verso la fine praticamente non camminava piú e rimaneva quasi sempre in quei venti metri quadri. Prima di morire aveva selezionato le carte piú importanti, riponendole in ordinate file di scatole accanto alla scrivania. Fu in uno di quei contenitori che Inga trovò le lettere delle donne che mio padre aveva conosciuto prima di mia madre. In seguito lessi ogni parola che gli avevano scritto – un trio di amori prematrimoniali: una Margaret, una June e una Lenore – in quelle lettere scorrevoli ma tiepide che si chiudevano con «Teneramente», «Con affetto» o «Arrivederci a presto».
Quando Inga trovò le lettere, presero a tremarle le mani. Quel tremore mi era familiare fin dall’infanzia, e non era attribuibile a una malattia ma a quello che mia sorella chiamava il suo circuito elettrico. Non poteva mai prevederne l’insorgenza. L’avevo vista parlare in pubblico senza problemi, ma in certe conferenze le mani le tremavano con una violenza tale che doveva nasconderle dietro la schiena. Dopo aver ritirato i tre fasci di lettere di Margaret, June e Lenore, ormai perdute ma un tempo desiderate, Inga estrasse un singolo foglio, lo fissò con un’espressione perplessa e me lo porse senza aprire bocca.
La lettera era datata 27 giugno 1937. Sotto, in una calligrafia grossa, infantile, c’era scritto: «Caro Lars, so che non dirai mai niente di quello che è successo. L’abbiamo giurato sulla Bibbia. Non ha piú importanza ora che lei è in cielo, e nemmeno per coloro che sono in terra. Credo nella tua promessa. Lisa».
– Voleva che la trovassimo, – disse Inga. – Altrimenti l’avrebbe distrutta. Ti ho fatto vedere quei diari con le pagine strappate, no? – Rimase in silenzio. – Hai mai sentito nominare questa Lisa?
– No, – dissi. – Potremmo chiedere a mamma.
Inga mi rispose in norvegese, come se parlare di nostra madre richiedesse l’utilizzo della sua prima lingua. – Nei, Jei vil ikke forstyrre henne med dette –. (No, meglio non agitarla). – Ho sempre avuto la sensazione, – proseguí, – che ci fossero cose che papà teneva nascoste a mamma e a noi, soprattutto della sua infanzia. Aveva quindici anni a quell’epoca. Dovevano aver già perso i quaranta acri della fattoria e, se non sbaglio, era passato un anno da quando il nonno aveva scoperto che suo fratello David era morto –. Mia sorella abbassò lo sguardo sul foglio marrone chiaro. – «Non ha piú importanza ora che lei è in cielo, e nemmeno per coloro che sono in terra». Era morto qualcuno –. Deglutí rumorosamente. – Povero papà, che giurava sulla Bibbia.
Dopo aver spedito undici scatoloni di carte a New York, quasi tutti al mio indirizzo di Brooklyn, Inga, Sonia e io eravamo tornati alle nostre vite. Una domenica pomeriggio ero seduto alla scrivania del mio studio con davanti le memorie, il piccolo diario in pelle e le lettere di mio padre, quando mi venne in mente una frase di Auguste Comte a proposito del cervello. Lo aveva definito «un congegno attraverso il quale i morti influenzano i vivi». La prima volta che avevo tenuto in mano il cervello di Dum ero rimasto stupito prima dal suo peso, poi da quello che avevo rimosso: la consapevolezza dell’uomo che era stato, un robusto settantenne cardiopatico. Quando era in vita, pensai, lí dentro c’era tutto: immagini e parole, ricordi dei vivi e dei morti.
Piú o meno trenta secondi dopo guardai dalla finestra e per la prima volta vidi Miranda ed Eglantine. Stavano attraversando la strada con l’agente immobiliare e capii subito che erano le potenziali inquiline del mio appartamento al piano terra, che dava sul giardino. Le due donne che ci avevano abitato si erano trasferite in una casa piú grande nel New Jersey, e dovevo rimpiazzarle. Dopo il divorzio la casa mi sembrava enorme. Genie aveva occupato molto spazio, e anche il suo spaniel Elmer, il suo pappagallo Rufus e il suo gatto Carlyle avevano il loro territorio. Per qualche tempo ci furono anche i pesci. Quando Genie mi lasciò, riempii i tre piani della casa di libri, migliaia di volumi da cui non riuscivo a separarmi. La mia ex moglie definiva con risentimento la nostra casa Il Librarium. Avevo comprato quella palazzina di arenaria rossa da ristrutturare, un cosiddetto affare d’oro, appena prima di sposarmi, quando il mercato immobiliare era in ribasso, e da allora avevo continuato a lavorarci. La passione per la carpenteria è un’eredità di mio padre, che mi ha insegnato a costruire e riparare quasi tutto. Per anni mi ero rintanato in una parte della casa, dedicandomi sporadicamente alle altre stanze. Ma le esigenze della mia professione riducevano il tempo libero praticamente a zero, uno dei fattori che mi avevano portato a ingrossare le file della nutrita legione occidentale nota come «i divorziati».
La giovane donna e la bambina si fermarono sul marciapiede con Laney Buscovich della Homer Realtors. Non riuscivo a vedere il viso della donna, ma notai che aveva un portamento magnifico. I capelli erano corti, aderenti al capo e, perfino da quella distanza, apprezzai il suo collo sottile. Anche se indossava un cappotto lungo, la vista della stoffa sul seno mi fece balenare nella mente un’immagine di lei nuda, e fui travolto da un’ondata di desiderio. La solitudine sessuale in cui vivevo da qualche tempo, una sensazione che a volte mi spingeva ai piaceri voyeuristici del porno via cavo, si era intensificata dopo il funerale di mio padre, montando dentro di me come una lugubre tempesta, e quella raffica di libido post mortem mi dava la sensazione di essere tornato adolescente, un onanista alto, magro e praticamente glabro, il re della sega della Blooming Field Junior High School.
Per dare un taglio a quella fantasia, mi voltai a guardare la bambina, un ragnetto avvolto in un voluminoso giaccone porpora. Si era arrampicata sul muretto e stava in equilibrio tendendo davanti a sé una gamba sottile. Sotto il giaccone indossava quello che sembrava un tutú, un affare rosa di tulle e rete sopra una spessa calzamaglia nera che faceva le borse sulle ginocchia. Ma la cosa piú notevole erano i capelli, una massa di morbidi riccioli marrone chiaro che le avvolgeva la piccola testa come un’enorme aureola. La pelle della donna era piú scura di quella della bambina. Se erano davvero madre e figlia, decisi, il padre doveva essere bianco. Trattenni il respiro guardandola saltare giú dal muretto, ma atterrò senza difficoltà, piegando un poco le ginocchia. Come Campanellino, pensai.
Ripensando alla vita di allora, la cosa piú incredibile dev’essere quant’era piccola la nostra casa, scriveva mio padre. Cucina, soggiorno e camera da letto al piano terra, 44 metri quadri in tutto. Al piano di sopra due mansarde, adibite a stanze da letto, occupavano la medesima superficie. Non c’era niente di superfluo. L’impianto idraulico consisteva di un gabinetto esterno e di una pompa manuale, entrambi a circa 20 metri dalla casa. Un bollitore per il tè forniva l’acqua calda, insieme a una cisterna collegata al forno a legna. A differenza delle fattorie meglio attrezzate, la nostra non aveva un serbatoio sotterraneo per conservare l’acqua piovana, ma solo una grossa vasca metallica in cui raccoglievamo l’acqua in estate. In inverno facevamo sciogliere la neve. Per la luce usavamo lampade a cherosene. Anche se l’elettrificazione rurale cominciò negli anni Trenta, noi ci «agganciammo» soltanto nel 1949. Non c’era caldaia. Un forno a legna riscaldava la cucina e una stufa il soggiorno. A parte le controfinestre, la casa non aveva isolamento. Solo nei periodi piú freddi il fuoco restava acceso nella stufa durante la notte. L’acqua nel bollitore era spesso ghiacciata al mattino. Mio padre si alzava per primo e accendeva il fuoco, cosí quando ci trascinavamo fuori dal letto il gelo era diminuito. A ogni modo continuavamo a tremare mentre ci vestivamo rannicchiati vicino alle stufe. In un inverno dei primi anni Trenta rimanemmo senza legna. Non ne avevamo accumulata a sufficienza. Se si deve bruciare legna verde, il frassino e l’acero sono di gran lunga i piú adatti.
Leggendo, continuavo ad aspettarmi un accenno a Lisa, ma non comparve. Mio padre scriveva di raffinati accorgimenti per costruire «una solida catasta di legna», per arare con Belle e Maud, i cavalli di famiglia, per liberare i campi da temibili erbacce come il cardo campestre e la falsa gramigna, poi descriveva le arti agricole dell’aratura, della semina, dell’erpicatura incrociata, della messa a dimora e del taglio del granoturco, della fienagione, della trebbiatura collettiva dei covoni, della riempitura dei silos e della cattura dei geomidi. Da ragazzo, mio padre catturava i geomidi per denaro, e col senno di poi comprendeva il lato umoristico di quell’occupazione. Cominciava un paragrafo con la frase: Se non siete interessati ai geomidi o a come catturarli, passate al paragrafo successivo.
Ogni scritto autobiografico è pieno di lacune. È ovvio che certe storie non possono essere narrate senza causare sofferenze ad altre persone o a se stessi, che l’autobiografia è irta di questioni spinose riguardanti il punto di vista, il grado di consapevolezza, la repressione e la vera e propria illusione. Non ero sorpreso dal fatto che la misteriosa Lisa, che aveva fatto giurare a mio padre di mantenere un segreto, non comparisse nelle sue memorie. Di certo io avrei omesso parecchie parti dalla mia storia. Lars Davidsen era stato un uomo di rigorosa onestà e sentimenti profondi, ma Inga aveva ragione a proposito della sua vita passata. Molte cose erano rimaste segrete. Tra non ne avevamo accumulata a sufficienza e il frassino e l’acero sono di gran lunga i piú adatti c’era tutta una storia non detta.
Mi ci vollero anni per capire che, anche se i miei nonni erano sempre stati poveri, la Depressione li aveva rovinati completamente. La miserevole casetta descritta da mio padre è ancora in piedi, e i rimanenti venti acri di quella che un tempo era una fattoria sono affittati a un agricoltore che ne possiede centinaia d’altri. Mio padre non rinunciò mai a quel posto. Man mano che la sua malattia progrediva, decise di vendere la casa in cui aveva vissuto con mia madre e con noi, un edificio delizioso costruito in parte con legna di alberi che aveva abbattuto lui stesso, ma lasciò la fattoria della sua infanzia a me, il figlio traditore, il medico, psichiatra e psicanalista che viveva a New York.
Quando lo conobbi, mio nonno ormai se ne stava quasi sempre in silenzio, sedut...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Elegia per un americano
  3. Ringraziamenti
  4. Il libro
  5. L’autore
  6. Dello stesso autore
  7. Copyright