– Dove sono i cani? – domandò Sammy, alzando gli occhi verso di lei.
Fanny Osbourne era affacciata alla balaustra della nave e si riparava con l’ombrello dalla pioggerella di agosto. Teneva i piedi a una certa distanza l’uno dall’altro, e i figli piú piccoli le stavano incollati alle gambe. Al di là del porto – una foresta di alberature che scricchiolavano nel buio – Fanny cercò il profilo della città. Sparse chiazze di luce le diedero la sensazione che Anversa fosse lí ad attenderli, appena oltre il molo.
– I cani li vediamo domani, – rispose.
– Adesso dormono? – chiese il bambino.
– Sí, stanno dormendo di sicuro.
Le lanterne della nave illuminavano le sagome degli altri passeggeri, facce stanche che le rimandavano l’immagine della sua stessa fatica. La traversata dell’Atlantico era durata dieci giorni, ma l’ultima parte del viaggio, dal canale della Manica fino a Anversa, l’avevano fatta su quel piroscafo a ruote. Ora Fanny e i suoi figli si accalcavano sul ponte insieme ai loro compagni di viaggio – per la maggior parte uomini d’affari americani e inglesi – in attesa del segnale per poter sbarcare.
Fanny aveva cominciato a imbastire storie sui carretti di Anversa e sui cani che li trainavano fin da quando erano saliti sulla nave a New York, e piú il bambino dava segni di insofferenza per la lunghezza del viaggio, piú le prodezze dei cani da tiro diventavano straordinarie. Si tuffavano in mare per soccorrere chi rischiava l’annegamento, dissotterravano pepite d’oro, salvavano i vecchietti dagli incendi addentandogli i pantaloni e trascinandoli al sicuro. Quando non erano occupati con le consegne del latte, portavano a spasso i bambini sulle strade rivestite di ciottoli e abbaiavano ai fornai, che in cambio elargivano dolcetti glassati e frittelle di mele. E ora che il piroscafo a ruote stava attraccando a pochi metri dalla grande città, Fanny si augurò che i carretti trainati dai cani non fossero stati accantonati come anacronistici residui del passato.
– Le undici in punto, – disse il dottor Hendricks, il chirurgo di New York con la faccia da ragazzino, riponendo l’orologio nella tasca del panciotto. – Ho la sensazione che non ci lasceranno scendere, stasera –. Poco lontano, un gruppo di ufficiali della dogana discuteva animatamente in fiammingo con il capitano del piroscafo.
– Voi capite cosa sta succedendo? – domandò Fanny.
– I belgi si rifiutano di ispezionare i bauli dei passeggeri prima di domattina.
– Ma è impossibile! Su questa nave non ci sono cuccette a sufficienza per tutti!
Il chirurgo fece spallucce. – Che possiamo farci? Io queste cose le prendo con filosofia.
– Io invece no, – brontolò Fanny. – I bambini sono stravolti.
– Volete che provi a farvi avere una cabina? – domandò il dottor Hendricks, con il bel viso atteggiato a grande preoccupazione.
Si erano conosciuti la prima sera di viaggio, durante la cena, e da allora il giovane chirurgo era sempre stato gentilissimo con lei. Quando le aveva chiesto perché si fosse messa in viaggio, Fanny gli aveva risposto: «Per l’arte! Che altro? La cultura! Non è forse per questo che gli americani vanno in Europa?» Lui l’aveva guardata a lungo senza dire nulla, forse domandandosi se una donna che prendeva una decisione del genere – passare un anno intero all’estero, sola con tre figli – fosse matta o eroica.
«Io e mia figlia studieremo pittura e disegno, – aveva aggiunto Fanny. – Voglio che abbia una formazione classica, con i migliori maestri».
«Ah, – aveva replicato lui, con aria da intenditore, – dunque anche il vostro è un esilio volontario! Io sono qui per la stessa ragione: conoscere il meglio che l’Europa può offrire. Questa volta intendo passare l’autunno a Parigi e l’inverno in Italia».
Osservando il giovanotto alle prese con una forchettata di piselli, Fanny si era chiesta dove trovasse il tempo di lavorare. Era scapolo, e anche abbastanza ricco, a giudicare dai progetti di viaggio e dall’abbigliamento impeccabile. I suoi morbidi riccioli neri incorniciavano una fronte priva di rughe, due guance rosee e tonde e una boccuccia da putto. «Fa’ come il signor Hendricks, tesoro», aveva sussurrato a Sammy, vedendolo spingere i piselli sul cucchiaio con il pollice della mano sinistra.
«Direi che siete molto coraggiosa, signora Osbourne, – aveva commentato il giovane chirurgo. – Sapete il francese?»
«Io no, ma mia figlia Belle lo parla un pochino».
Hendricks aveva reagito con una sorta di borbottio preoccupato. «Se volete che il Vecchio Mondo vi mostri i miracoli di cui è capace, dovrete imparare la lingua. Qui in Belgio si parla il fiammingo, ma anche il francese è diffusissimo. Se avete intenzione di viaggiare, il francese è senz’altro la lingua piú utile».
«Allora dovremo impararlo», aveva concluso Fanny.
A quel punto, individuata la strada piú rapida per conquistarsi il suo affetto di madre, il sorridente chirurgo aveva lanciato l’amo: «Sarei lieto di insegnarvi qualche frase, signora Osbourne». E cosí tutti i pomeriggi, fino alla fine del viaggio, Hendricks aveva tenuto lezioni di lingua francese a Fanny e ai bambini nella biblioteca del piroscafo.
Lei disse: – No, non è ancora il momento di chiedere una cabina. Datemi qualche minuto.
Lanciò un rapido sguardo a sua figlia Belle, che si riparava dalla pioggia sotto l’ombrello della bambinaia. Fece un segno alla ragazza, poi si chinò verso il piú grande dei maschietti. – Va’ da Miss Kate, Sammy, – disse. – E anche tu, Hervey –. Prese in braccio il piccolo e lo portò alla governante. – Kate, tu e i bambini mettetevi un po’ nelle retrovie, – sussurrò alla giovane donna mentre depositava il bimbo tra le sue braccia. – Meglio che i funzionari non vedano tutto il nostro entourage. Belle, tu vieni con me, invece.
La ragazzina si infilò sotto l’ombrello di sua madre e la guardò con occhi supplichevoli. – È proprio necessario?
– Non dovrai nemmeno aprir bocca –. L’aspetto arruffato della povera Belle parlava già da sé. Il vento le aveva scompigliato i capelli bruni in una massa vagamente simile a un nido d’uccello, e gli occhi erano segnati da mezzelune di ombra scura. – Ci siamo quasi, tesoro –. Fanny Osbourne prese sua figlia per mano e si fece largo tra la gente assiepata sul ponte fino a raggiungere il capannello dei funzionari della dogana. Uno solo dei belgi – allampanato, capelli grigi – aveva un aspetto promettente. Sentendo la mano di Fanny posarsi sul suo avambraccio, l’uomo sobbalzò per la sorpresa. – Voi capite l’inglese, signore? – domandò lei.
Lui rispose con un cenno del capo.
– Siamo donne in viaggio da sole, – disse ancora Fanny.
Il funzionario, alto una trentina di centimetri piú di lei, la guardò perplesso, massaggiandosi la fronte. Al di sotto della mano, i suoi occhi scesero istintivamente dalle labbra alla vita di Fanny.
– Veniamo da New York, e per tutta la traversata non abbiamo ricevuto che gentilezze dagli ufficiali inglesi della nostra nave. Sono certa che ci sia un modo per…
Il funzionario belga continuava a spostare il peso del corpo da un piede all’altro, ma evitava di guardarla in faccia.
– Signore, – insisté Fanny, cercando di catturare il suo sguardo. – Signore, ci affidiamo alla vostra cortesia.
Di lí a qualche minuto, il paffuto chirurgo spingeva i loro bagagli lungo la passerella che scendeva al molo. Sotto gli sguardi furibondi degli altri passeggeri ancora a bordo della nave, gli impiegati della dogana aprirono i bauli di Fanny, e dopo un’occhiata pro forma al contenuto segnalarono a gesti che il gruppo poteva oltrepassare il cancello.
– Mascalzoni! – gridò qualcuno ai doganieri mentre Fanny, la sua famiglia e il dottor Hendricks seguivano il facchino; questi, dopo aver caricato i bauli su un carretto, condusse il gruppo verso un calesse scoperto dalle ruote enormi.
Nei pressi della stazione marittima, un folto gruppo di persone sostava al riparo di una tettoia di metallo. Alcune donne con il fazzoletto in testa sedevano sopra sacchi di granaglie tenendosi stretti i loro beni terreni: neonati, ceste di cibo, rosari, borse. Una di loro si stringeva al petto la custodia di un violino.
– Arrivano da ogni dove, – commentò il chirurgo mentre aiutava i bambini a montare sul calesse. – Scappano da una guerra o dalla miseria di un campo di patate. Questa, per loro, è l’ultima fermata prima dell’America. E stanotte i borsaioli si daranno un bel daffare, poco ma sicuro.
Fanny rabbrividí. Si portò una mano al petto per controllare che il rotolo di banconote fosse ancora ben cucito dentro il corsetto, poi alla tasca della sottana, dove le sue dita avvertirono il contatto con il metallo curvo e liscio della Derringer.
– Portateli all’Hôtel St Antoine, – ordinò Hendricks al cocchiere, mentre l’ultimo baule veniva issato sul retro della vettura. Poi, rivolgendosi a Fanny: – Quando saprete dove sistemarvi stabilmente, lasciate l’indirizzo all’albergo. Vi scriverò da Parigi –. Le strinse forte la mano e la aiutò a salire sul calesse. – Abbiate cura di voi, mia cara signora.
Meno di un’ora piú tardi, dopo essersi installata nell’unica stanza libera dell’hotel, Fanny si nascose dietro un paravento e si slacciò il corsetto, gemendo di sollievo nel vederlo scivolare a terra con tutto il rotolo di banconote. Infilò una camicia da notte e si fece spazio nel letto in mezzo ai due bambini già addormentati. In una brandina a poca distanza da lei, la testa di Belle fuoriusciva da un’estremità del lenzuolo, mentre dall’altra parte si sentiva il rauco russare di Miss Kate.
Fanny appoggiò la schiena alla testiera del letto e rimase con gli occhi ben aperti. Per approdare in quella stanza ci era voluto un mese intero di viaggio, in condizioni atroci. Dodici giorni passando da un treno all’altro, su sedili sempre duri come pietre, per coprire la distanza tra la California e Indianapolis. Qualche giorno di tregua a casa dei suoi genitori, poi una folle corsa su un carro a cavalli, tra allagamenti e fiumi in piena, per riuscire a prendere il treno per New York prima che scadessero i biglietti.
Ora c’erano diecimila chilometri tra lei e suo marito. Chissà se davvero aveva intenzione di mandarle del denaro, come aveva promesso. Fanny decise di rinviare il problema all’indomani. Per prima cosa lei e Belle sarebbero andate a iscriversi all’Accademia di belle arti, poi bisognava rimediare un giretto su un carro trainato dai cani per far contenti i bambini. Infine avrebbe trovato un appartamento a buon prezzo, e sarebbe stato l’inizio di una nuova vita.
Si alzò dal letto e andò alla finestra. Dalla parte opposta della piazza, la cattedrale di Notre-Dame svettava al di sopra delle ombre notturne di Anversa. Aveva smesso di piovere, e una luna non piú offuscata dalle nubi riversava la sua candida luce sulla pietra del campanile, frastagliata come pizzo. Proprio allora le campane suonarono la mezzanotte: Fanny, che da sempre credeva nei segni del destino, rimase in ascolto con il fiato sospeso. I rintocchi di quelle campane, potenti e gioiosi come il mattutino del giorno di Natale, le echeggiarono fin dentro le ossa e ruppero gli argini a un mese di lacrime.
«Se questo non è un buon auspicio, – pensò tra sé, – non so proprio come chiamarlo».
Si arrampicò di nuovo nel letto, scivolò in mezzo ai due bambini, e finalmente dormí.
Il mattino successivo indossò un giacchetto blu e una gonna a pieghe, poi si avvolse intorno al collo una sciarpa rossa. «Sbagliato», pensò, guardandosi allo specchio. Con quella carnagione olivastra e i capelli scuri e ondulati, l’effetto complessivo era piú villanella che artista. Scelse una piú discreta sciarpa bianca, poi cominciò a rovistare nel baule in cerca di ciò che le serviva per presentarsi alla scuola: la lettera di raccomandazione di Virgil Williams, suo amico e maestro alla Scuola d’arte di San Francisco, la medaglia d’argento del concorso studentesco e lo schizzo a carboncino della Venere di Milo che le aveva fruttato il premio, e una scelta dei migliori disegni di Belle.
– Cambia queste al banco dell’albergo, – disse poi a Kate Miller, porgendole alcune banconote. Anche Kate era già vestita, e stava aiutando i bambini a prepararsi. – Prima di tutto portali a fare un bagno, poi cerca un fornaio per la colazione. Dopodiché andate alla cattedrale e visitatela per bene. E voi fate un bel disegno della chiesa per la mamma, – disse infine ai bambini, dando un mazzetto di pastelli colorati a Hervey e due matite da disegno a Sammy.
Mentre muoveva i primi passi sull’acciottolato scivoloso, Fanny prese contatto con l’estraneità mattutina di Anversa. La vista di un carretto colmo di luccicanti fusti d’ottone e trainato da un grosso cane le strappò un sospiro di sollievo. Le vennero incontro due granatieri dell’esercito con i colbacchi in pelliccia d’orso, seguiti da un gruppo di donne in bianchi cappelli alati che portavano canestri di rose al mercato dei fiori, bilanciandone il peso sui fianchi rotondi. Pochi portoni oltre l’hotel, altre donne piú anziane accendevano ceri a un altare della Vergine. L’aria umida della Place Verte era appesantita da un miscuglio di fragranze floreali, sterco di cavallo e profumo di pancetta abbrustolita proveniente dalle cucine dell’albergo. A parte i cani, tutto il resto – il mercato dei fiori, gli strani copricapi, gli altarini agli angoli delle strade – le appariva piuttosto inconsueto, ma d’altro canto doveva ammettere di essere partita per il Belgio senza saperne granché.
Aveva scelto come prima meta Anversa, invece di Londra o Parigi, per ragioni di cui lei stessa riconosceva la vaghezza; ragioni viscerali, certamente non fondate su un’attenta lettura delle guide turistiche o degli opuscoli pubblicitari degli istituti d’arte. Virgil Williams le aveva parlato dell’Accademia di Anversa, ma senza dubbio c’erano ottime scuole in tutta Europa. Lei non aveva mai visto un belga in vita sua, però aveva sentito dire che nel Paese si parlava una lingua simile all’olandese. La famiglia di suo padre era di origini olandesi, ed erano tutte brave persone, perlopiú. E anche se dal punto di vista del patrimonio artistico Parigi sarebbe stata una scelta ancora migliore, le chiese e i musei del Belgio erano pur sempre ricchi di quadri che sarebbero tornati utili per impratichirsi nel ritratto e nel paesaggio. E poi aveva sentito dire che la vita a Anversa non era cara, in confronto all’America. Insomma, tutto qui.
«Va’ in Europa a studiare arte, – le aveva consigliato Dora Williams, la moglie di Virgil, quando Fanny le aveva spiegato la sua situazione. – È uno dei pochi modi rispettabili per piantare in asso un pessimo marito».
Quando si era scoperto che Sam Osbourne manteneva l’ennesima puttana in un appartamento a San Francisco, Fanny aveva approfittato del suo momentaneo pentimento per tirarsi fuori una volta per tutte da quella situazione. Gli aveva spillato un migliaio di dollari e la promessa di un assegno mensile, dopodiché aveva fatto i biglietti del treno ed era partita di corsa verso la libertà.
E ora eccola lí a cercare di orientarsi, con l...