
- 376 pagine
- Italian
- ePUB (disponibile su mobile)
- Disponibile su iOS e Android
eBook - ePub
Il castello
Informazioni su questo libro
L'agrimensore K. contempla il simbolo del potere. Ogni sua azione e ogni suo pensiero sono rivolti a quell'incombente castello: la sua unica aspirazione è mettersi al servizio del Conte che vi dimora. Ma le difficoltà sono insormontabili. Quando tutti gli sforzi di K. si saranno rivelati vani, il caso gli offrirà l'occasione, tuttavia egli sarà troppo stanco per continuare la sua lotta. La solitudine, l'incapacità di trovare nella trama dei gesti quotidiani un senso plausibile, la consapevolezza che a dominare è una finalità insensata perché senza un fine: Il castello - uguale e contrario del Processo - denuda i punti cardine del pensiero di Kafka, incastonandoli in una tensione narrativa che ci costringe a riflettere sul senso del nostro esistere.
Domande frequenti
Sì, puoi annullare l'abbonamento in qualsiasi momento dalla sezione Abbonamento nelle impostazioni del tuo account sul sito web di Perlego. L'abbonamento rimarrà attivo fino alla fine del periodo di fatturazione in corso. Scopri come annullare l'abbonamento.
No, i libri non possono essere scaricati come file esterni, ad esempio in formato PDF, per essere utilizzati al di fuori di Perlego. Tuttavia, puoi scaricarli nell'app Perlego per leggerli offline su smartphone o tablet. Per maggiori informazioni, clicca qui.
Perlego offre due piani: Essential e Complete
- Essential è l'ideale per studenti e professionisti che amano esplorare un'ampia gamma di argomenti. Accedi alla libreria Essential, che include oltre 800.000 titoli di comprovata qualità e bestseller in vari settori, tra cui business, crescita personale e discipline umanistiche. Include tempo di lettura illimitato e voce standard per la sintesi vocale.
- Complete: perfetto per studenti e ricercatori esperti che necessitano di un accesso completo e illimitato. Accedi a oltre 1,4 milioni di libri su centinaia di argomenti, inclusi titoli accademici e specialistici. Il piano Complete include anche funzionalità avanzate come la sintesi vocale premium e l'assistente di ricerca.
Perlego è un servizio di abbonamento a testi accademici, che ti permette di accedere a un'intera libreria online a un prezzo inferiore rispetto a quello che pagheresti per acquistare un singolo libro al mese. Con oltre 1 milione di testi suddivisi in più di 1.000 categorie, troverai sicuramente ciò che fa per te! Per maggiori informazioni, clicca qui.
Cerca l'icona Sintesi vocale nel prossimo libro che leggerai per verificare se è possibile riprodurre l'audio. Questo strumento permette di leggere il testo a voce alta, evidenziandolo man mano che la lettura procede. Puoi aumentare o diminuire la velocità della sintesi vocale, oppure sospendere la riproduzione. Per maggiori informazioni, clicca qui.
Sì! Puoi utilizzare l'app di Perlego su dispositivi iOS o Android per leggere quando e dove vuoi, anche offline. È perfetta per gli spostamenti quotidiani o quando sei in viaggio.
I dispositivi con iOS 13 e Android 7 o versioni precedenti non sono supportati. Scopri di più su come utilizzare l'app.
I dispositivi con iOS 13 e Android 7 o versioni precedenti non sono supportati. Scopri di più su come utilizzare l'app.
Sì, puoi accedere a Il castello di Franz Kafka, Paola Capriolo in formato PDF e/o ePub, così come ad altri libri molto apprezzati nelle sezioni relative a Literature e Literature General. Scopri oltre 1 milione di libri disponibili nel nostro catalogo.
Informazioni
Il castello
1. Arrivo
Era sera tardi quando K. arrivò. Il villaggio era sprofondato nella neve. Del monte del castello non si vedeva nulla, nebbia e tenebra lo circondavano, neppure il piú debole bagliore annunciava il grande castello. A lungo K. sostò sul ponte di legno che dalla strada maestra conduce al villaggio, e guardava in alto, nel vuoto apparente.
Poi andò a cercare un alloggio per la notte; alla locanda erano ancora svegli, l’oste non aveva camere da affittare, tuttavia, colto di sorpresa e sconcertato in sommo grado dell’arrivo di un ospite a cosí tarda ora, propose di far dormire K. su un pagliericcio nella sala dell’osteria, K. fu d’accordo. Qualche contadino sedeva ancora a bere birra, ma lui non volle intrattenersi con nessuno, andò a prendere da sé il pagliericcio dalla soffitta e si coricò vicino alla stufa. Faceva caldo, i contadini erano silenziosi; per un poco egli li scrutò ancora con gli occhi stanchi, quindi si addormentò.
Ma già dopo breve tempo fu svegliato. Un giovane in abiti cittadini, con un volto da attore, gli occhi stretti, le sopracciglia folte, stava in piedi con l’oste accanto a lui. Anche i contadini erano ancora lí, alcuni avevano girato le loro sedie per vedere e sentire meglio. Il giovane si scusò molto cortesemente per aver svegliato K., si presentò come il figlio del custode del castello e poi disse: «Questo villaggio è proprietà del castello, chi alloggia o trascorre la notte qui, in un certo senso alloggia o trascorre la notte al castello. Nessuno può fare ciò senza il permesso del conte. Lei però non ha un tale permesso, o almeno non l’ha esibito».
K. si era sollevato a metà, si era aggiustato i capelli con le mani, guardò quella gente di sotto in su e disse: «In quale villaggio mi sono smarrito? Qui c’è dunque un castello?»
«Certo», disse il giovane lentamente, mentre qua e là qualcuno scuoteva la testa all’indirizzo di K., «il castello del signor conte Westwest».
«E occorre il permesso per trascorrere qui la notte?» domandò K., come se volesse convincersi di non essersi sognato le comunicazioni precedenti.
«Il permesso bisogna averlo», fu la risposta, e stendendo il braccio in un gesto che implicava un grossolano dileggio nei riguardi di K. il giovane domandò all’oste e ai clienti: «O forse non bisogna averlo, il permesso?»
«Allora dovrò andare a procurami il permesso», disse K. sbadigliando, e scostò la coperta come se volesse alzarsi.
«E da chi mai?» domandò il giovane.
«Dal signor conte», disse K., «non resta altro da fare».
«Adesso, a mezzanotte, andare a procurarsi il permesso dal signor conte?» gridò il giovane arretrando di un passo.
«Non è possibile?» domandò K. senza scomporsi. «E allora perché mi ha svegliato?»
A questo punto il giovane perse le staffe. «Che maniere da vagabondo!» gridò. «Io esigo rispetto per l’autorità comitale! Perciò l’ho svegliata, per informarla che lei deve lasciare immediatamente il territorio della contea».
«Basta con questa commedia», disse K. in tono sorprendentemente sommesso, tirandosi addosso la coperta. «Lei, giovanotto, si spinge un po’ troppo oltre, e domani stesso avrò modo di tornare sulla sua condotta. L’oste e i signori qui presenti mi sono testimoni, ammesso che io abbia bisogno di testimoni. Comunque, per sua norma e regola, io sono l’agrimensore che il conte ha fatto venire. I miei aiutanti con le apparecchiature mi raggiungeranno domani in carrozza. Io non volevo perdermi la camminata attraverso la neve, ma purtroppo ho deviato alcune volte dalla strada e perciò sono arrivato cosí tardi. Che adesso fosse troppo tardi per annunciarmi al castello lo sapevo da me anche prima dei suoi ragguagli. Perciò mi sono adattato a questa sistemazione per un sonno che lei ha avuto a dir poco la scortesia di disturbare. E qui le mie spiegazioni si concludono. Buona notte, signori». E K. si voltò verso la stufa.
«Agrimensore?» udí ancora domandare alle sue spalle in tono esitante, poi tutto fu silenzio. Ma ben presto il giovane si riprese e disse all’oste, con voce abbastanza smorzata da poter essere considerata un riguardo al sonno di K. e insieme abbastanza alta per essere intesa da lui: «Chiederò istruzioni per telefono». Come, c’era anche un telefono in quella locanda di paese? Erano davvero organizzati a meraviglia. La cosa in particolare sorprese K., sebbene in linea generale non gli giungesse inaspettata. Risultò che il telefono si trovava quasi sopra la sua testa, assonnato com’era lui non l’aveva visto. Se ora il giovane intendeva telefonare, con tutta la buona volontà non poteva rispettare il sonno di K.; si trattava solo di stabilire se K. doveva o no lasciarlo telefonare, ed egli decise di permetterglielo. Ma in tal caso non aveva piú nessun senso che fingesse di dormire, perciò tornò a mettersi supino. Vide i contadini accostarsi timidamente e confabulare, l’arrivo di un agrimensore non era faccenda di poco conto. La porta della cucina si era aperta, occupandone interamente il vano si ergeva l’imponente figura dell’ostessa, l’oste le si avvicinò in punta di piedi per informarla. E ora incominciò la conversazione telefonica. Il custode dormiva, ma c’era un sottocustode, uno dei sottocustodi, un certo signor Fritz. Il giovane, che si presentò come Schwarzer, raccontò di aver trovato K., un uomo sulla trentina davvero male in arnese, tranquillamente addormentato su un pagliericcio con un minuscolo zaino per guanciale e un bastone nodoso a portata di mano. Naturalmente gli era sembrato un individuo sospetto, e poiché con ogni evidenza l’oste aveva trascurato il proprio dovere era stato dovere suo, di Schwarzer, andare a fondo della questione. Il risveglio forzato, l’interrogatorio, la doverosa minaccia di espulsione dalla contea, K. li aveva accolti con molto sdegno, e forse a ragione, come infine era risultato, poiché egli affermava di essere un agrimensore incaricato dal signor conte. Naturalmente era un dovere, almeno pro forma, accertare la fondatezza di questa affermazione, e perciò Schwarzer pregava il signor Fritz di indagare presso la cancelleria centrale se davvero fosse atteso un agrimensore di quel genere e di telefonare subito per riferire la risposta.
Poi tornò il silenzio, lassú Fritz indagava e qui si attendeva la risposta; K. rimase com’era, non si volse neppure, non sembrava affatto incuriosito, guardava fisso davanti a sé. Il racconto di Schwarzer, con il suo miscuglio di malignità e cautela, gli dava un’idea della finezza in certo qual modo diplomatica di cui al castello poteva disporre facilmente persino gente dappoco come Schwarzer. E anche in fatto di zelo lassú non lasciavano nulla a desiderare, la cancelleria centrale aveva un servizio notturno. E forniva evidentemente risposte molto celeri, perché Fritz stava già richiamando. Il suo rapporto apparve tuttavia assai conciso, perché immediatamente Schwarzer riagganciò con rabbia il ricevitore. «L’avevo ben detto», strillò, «nessuna traccia di agrimensori, un comune vagabondo bugiardo, ma con ogni probabilità peggiore degli altri». Per un attimo K. pensò che tutti, Schwarzer e i contadini, l’oste e l’ostessa, si sarebbero avventati su di lui; per sfuggire almeno al primo assalto si rintanò interamente sotto la coperta, quando (e pian piano egli tornò a sporgere la testa) il telefono squillò di nuovo, questa volta, sembrò a K., con particolare energia. Sebbene fosse improbabile che la chiamata concernesse di nuovo K., tutti si arrestarono e Schwarzer ritornò all’apparecchio. Qui ascoltò una spiegazione piú lunga e poi disse adagio: «Un errore, dunque? Mi rincresce davvero. Il capoufficio ha telefonato di persona? Strano, proprio strano. Ma adesso che spiegazioni posso dare al signor agrimensore?»
K. tendeva l’orecchio. Cosí il castello lo aveva nominato agrimensore. Questo da un lato giocava a suo svantaggio, poiché dimostrava che al castello si sapeva tutto il necessario su di lui, si erano soppesati i rapporti di forza e si era accettata la lotta sorridendo. D’altro lato però giocava anche a suo vantaggio, poiché confermava la sua opinione che là lo sottovalutassero e che egli avrebbe avuto piú libertà di quanto inizialmente avesse osato sperare. E se credevano, con questo riconoscimento della sua qualità di agrimensore, che certo denotava da parte del castello una superiorità morale, di poter tenerlo in uno stato di continuo terrore, allora si ingannavano: la cosa gli dava un leggero brivido, ma nulla di piú.
K. respinse con un gesto Schwarzer che gli si avvicinava con aria contrita; rifiutò, nonostante le insistenze, di trasferirsi nella camera dell’oste, accettò dall’oste soltanto una bevanda per conciliare il sonno, dall’ostessa un catino con sapone e asciugamano, e non dovette nemmeno chiedere che si sgombrasse la sala, poiché tutti si accalcarono verso l’uscita distogliendo il viso per non essere riconosciuti da K. l’indomani, la lampada fu spenta e infine egli ebbe pace. Dormí un sonno profondo sino al mattino, appena disturbato fuggevolmente una o due volte dai topi che passavano guizzando.
Dopo la colazione, che secondo l’oste doveva essere pagata dal castello come l’intero mantenimento di K., questi voleva recarsi subito al villaggio. Ma poiché l’oste, al quale finora, rammentando la sua condotta del giorno prima, aveva rivolto solo le parole strettamente necessarie, continuava a girargli intorno in un atteggiamento di muta preghiera, egli ne ebbe compassione e lasciò che si mettesse a sedere con lui per un poco.
«Non conosco ancora il conte», disse K. «Deve pagare bene chi ben lavora, o sbaglio? Quando si viaggia come me, cosí lontani da moglie e figlio, si vuole almeno portare a casa qualcosa».
«Sotto questo aspetto il signore non ha da preoccuparsi, non si è mai sentito nessuno lamentarsi di essere mal pagato».
«Be’», disse K., «io non appartengo alla razza dei timidi e posso dire quel che penso anche a un conte, ma spuntarla con i signori andando d’amore e d’accordo è naturalmente molto meglio».
L’oste sedeva di fronte a K. sul bordo del davanzale, piú comodo non osava sedersi, e per tutto il tempo scrutò K. con grandi occhi neri e spaventati. Da principio si era accostato a K., e ora sembrava che avrebbe preferito fuggir via da lui a gambe levate. Temeva forse qualche domanda sul conte? Temeva l’inaffidabilità dei «signori», tra i quali annoverava K.? K. pensò di rassicurarlo cambiando discorso. Guardò l’orologio e disse: «Presto arriveranno i miei aiutanti, potrai ospitarli qui?»
«Certo, signore», disse lui, «ma non abiteranno con te al castello?»
Rinunciava dunque cosí facilmente e volentieri ai clienti e in special modo a K., che spediva senz’altro al castello?
«Questo non è ancora sicuro», disse K., «prima bisogna che io sappia quale specie di lavoro mi si vuole assegnare. Se per esempio dovessi lavorare quaggiú, sarebbe piú logico che io abitassi quaggiú. Temo inoltre che la vita su al castello non mi andrebbe a genio. Io voglio essere sempre libero».
«Tu non conosci il castello», disse l’oste a bassa voce.
«È vero», disse K., «non bisogna formulare giudizi prematuri. Per ora del castello non so nulla, se non che lassú sono abilissimi a scegliersi l’agrimensore giusto. Ma forse esistono anche altri pregi». E si alzò, per liberare dalla sua presenza l’oste che si mordeva inquieto le labbra. Non era facile guadagnarsi la fiducia di quell’uomo.
Mentre K. si allontanava, la sua attenzione fu colpita da uno scuro ritratto che pendeva a una parete in una scura cornice. Già dal suo giaciglio l’aveva notato, ma da quella distanza non aveva potuto distinguerne i particolari e aveva creduto che il quadro vero e proprio fosse stato tolto dalla cornice e che si vedesse soltanto un fondo nero. Invece era proprio un quadro, come ora risultava, il busto di un uomo sui cinquant’anni. Teneva la testa affondata a tal punto nel petto, che a stento si riusciva a scorgere qualcosa degli occhi, e sembrava che quell’inclinazione fosse determinata in misura decisiva dal peso dell’alta fronte e dal grosso naso adunco. La barba, schiacciata contro il mento a causa della posizione della testa, sporgeva ancor piú sotto di esso. La mano sinistra poggiava aperta tra i folti capelli, ma non era in grado di sorreggere la testa. «Chi è?» domandò K. «Il conte?» K. stava immobile dinanzi al quadro e non ne distolse lo sguardo neppure rivolgendosi all’oste. «No», disse questi, «il custode». «Avete davvero un bel custode, al castello», disse K., «peccato che abbia un figlio cosí villano». «No», disse l’oste, attirò un poco a sé K. e gli sussurrò nell’orecchio: «Ieri Schwarzer ha esagerato, suo padre è soltanto un sottocustode, e addirittura uno degli ultimi». In quel momento, a K. l’oste sembrò un bambino. «Che furfante!» disse K. ridendo, l’oste però non si uní alla risata, ma disse: «Anche suo padre è potente». «Andiamo!» disse K. «tu consideri potente chiunque. Magari anche me?» «Te», disse lui timidamente ma con serietà, «non ti considero potente». «Allora sei proprio un buon osservatore», disse K., «infatti, che resti tra noi, io non sono potente, non lo sono proprio. E di conseguenza, probabilmente non ho meno rispetto di te per i potenti, solo che io non sono sincero come te e non sempre voglio ammetterlo». E K., per consolare l’oste e per farselo piú amico, gli batté un leggero colpetto su una guancia. Ora egli sorrise un poco. Era davvero un ragazzo, con il suo volto morbido e quasi glabro. Chissà come aveva conquistato quella moglie gigantesca e attempata che si vedeva armeggiare lí accanto in cucina, dietro una finestrella, i gomiti ben staccati dal corpo. Ma K. non voleva insistere oltre con le sue domande all’oste, non voleva scacciare quel sorriso finalmente ottenuto, perciò si limitò a fargli cenno di aprire la porta e uscí nella bella mattina d’inverno.
Ora vide lassú il castello delinearsi nitido nell’aria tersa, reso ancora piú nitido dalla neve che assecondava tutte le forme posando su ogni cosa in uno strato sottile. D’altronde lassú sul monte sembrava esservi molta meno neve che qui al villaggio, dove K. avanzava con fatica non minore di quella impiegata il giorno prima sulla strada maestra. Qui la neve giungeva sino alle finestre delle casupole e gravava anche sui tetti bassi, ma là sul monte tutto si ergeva libero e lieve, o almeno, cosí sembrava di quaggiú.
Nell’insieme il castello, come si mostrava da quella distanza, corrispondeva alle aspettative di K. Non era né un antico maniero, né un fastoso edificio nuovo, ma un vasto complesso che consisteva in poche costruzioni a due piani e in molte piú basse, fittamente accalcate: chi non avesse saputo che si trattava di un castello, avrebbe potuto scambiarlo per una piccola città. K. vide una sola torre, che non si capiva se appartenesse a una casa d’abitazione o a una chiesa. Stormi di cornacchie vi volteggiavano intorno.
Gli occhi puntati sul castello, K. proseguí, nient’altro lo interessava. Ma quando fu piú vicino il castello lo deluse, era soltanto un borgo davvero misero, un’accozzaglia di case rustiche, che si distinguevano da quelle del villaggio unicamente per il fatto che forse erano tutte di pietra, però l’intonaco si era scrostato da tempo e la pietra sembrava sgretolarsi. K. ricordò fuggevolmente la sua cittadina natale, aveva ben poco da invidiare a questo preteso castello, se K. fosse venuto soltanto per vederlo il lungo viaggio sarebbe stato sprecato ed egli avrebbe agito piú ragionevolmente visitando di nuovo la vecchia patria dove non si recava da tanto tempo. E nel pensiero paragonò il campanile della città natale con la torre lassú. Il primo risoluto, scevro di esitazioni, che si protendeva rastremandosi verso l’alto e culminava in un ampio tetto dalle tegole rosse, un edificio terreno (che altro possiamo mai edificare?) ma con una meta piú elevata del meschino guazzabuglio di case e con un’espressione piú limpida di quella posseduta da un tetro giorno feriale. La torre lassú (era l’unica visibile), la torre di un’abitazione, come ora risultava, forse del corpo principale, era una monotona costruzione rotonda, in parte misericordiosamente nascosta dall’edera, con piccole finestre che ora risplendevano al sole (in questo vi era qualcosa di assurdo) e in cima una sorta di balconata i cui merli, insicuri, irregolari, pieni di crepe, come disegnati dalla mano di un bambino impaurito o negligente, intagliavano dentelli nel cielo azzurro. Era come se un qualche squallido abitante della casa, che secondo giustizia avrebbe dovuto starsene chiuso nella stanza piú appartata, avesse sfondato il tetto e si fosse sollevato per mostrarsi al mondo.
Di nuovo K. si fermò, quasi che lo star fermo accrescesse la sua capacità di giudizio. Ma fu disturbato. Dietro la chiesa del villaggio presso la quale sostava (in realtà si trattava soltanto di una cappella, ampliata in una sorta di granaio per poter accogliere la comunità dei fedeli), c’era la scuola. Edificio basso e lungo, che univa in modo assai singolare le caratteristiche del provvisorio con quelle di una grande antichità, essa sorgeva dietro un giardino recintato ora trasformato in campo di neve. Proprio allora uscirono i bambini con il maestro. In fitta schiera circondavano il maestro, fissavano tutti gli occhi su di lui, chiacchieravano tutti incessantemente, cosí in fretta che K. non comprendeva nulla. Il maestro, un uomo giovane, piccolo, dalle spalle strette, ma molto impettito senza che la cosa risultasse ridicola, aveva osservato K. già da lontano, e in effetti fuori del suo gruppo K. era l’unica persona che si scorgesse fin dove giungeva lo sguardo. In quanto forestiero, K. salutò per primo persino quell’omuncolo dall’aria marziale. «Buon giorno, signor maestro», disse. Di colpo i bambini ammutolirono, quell’improvviso silenzio doveva certo piacere al maestro come preparazione per le sue parole. «State guardando il castello?» domandò piú mitemente di quanto K. si fosse aspettato, ma in un tono come se non approvasse ciò che K. faceva. «Sí», disse K., «qui sono forestiero, sono al villaggio da ieri sera soltanto». «Il castello non vi piace?» si affrettò a domandare il maestro. «Come?» domandò K. a sua volta, un po’ sconcertato, e ripeté la domanda in una forma piú blanda: «Se il castello mi piace? Perché supponete che non mi piaccia?» «A nessun forestiero piace», disse il maestro. Per non dire niente di sgradito a questo proposito, K. cambiò discorso e domandò: «Lei certo conosce il conte?» «No», disse il maestro, e fece per andarsene, ma K. non si arrese e domandò di nuovo: «Come? Lei non conosce il conte?» «Come potrei conoscerlo?» disse piano il maestro, e aggiunse a voce alta, in francese: «Abbia riguardo per la presenza di bambini innocenti». A tali parole, K. si sentí in diritto di chiedere: «Potrei venire una volta a trovarla, signor maestro? Resterò qui piuttosto a lungo e già adesso mi sento un po’ solo, non appartengo all’ambiente dei contadini e certo neppure al castello». «Tra i contadini e il castello non c’è nessuna differenza», disse il maestro. «Sarà», disse K., «questo non modifica in nulla la mia condizione. Potrei venire una volta a trovarla?» «Abito nella Schwanengasse, presso il macellaio». Era piú l’enunciazione di un indirizzo che non un invito, tuttavia K. disse: «Bene, verrò». Il maestro annuí e proseguí con la schiera dei bambini che subito ricominciarono a schiamazzare. Ben presto sparirono in un vicoletto che scendeva ripido.
K. era confuso, irritato da quel colloquio. Per la prima volta dal suo arrivo si sentiva davvero stanco. Da principio sembrava che il lungo tragitto percorso per giungere fin qui non l’avesse affatto indebolito: come aveva camminato per giorni interi, tranquillamente, passo dopo passo! Ora però le conseguenze dello sforzo eccessivo si manifestavano, e nel momento meno opportuno. Provava un’irresistibile smania di cercare nuove conoscenze, ma ogni nuova conoscenza accresceva la sua stanchezza. Se nello stato in cui era oggi si costringeva a prolungare la passeggiata almeno fino all’ingresso del castello, faceva già anche troppo.
Cosí continuò ad avanzare, ma era un lungo cammino. La strada infatti, questa strada principale del villaggio, non conduceva al monte su cui sorgeva il castello, conduceva soltanto nei pressi di esso per poi deviare come di proposito, e se non si allontanava dal castello, non gli si avvicinava neppure. K. si aspettava sempre che la strada svoltasse finalmente verso il castello, e procedeva solo in nome di tale aspettativa: evidentemente a causa della sua stanchezza esitava ad abbandonare la strada, e intanto si stupiva di quanto fosse lungo il villaggio, che non aveva mai fine, ancora e sempre le piccole casupole e finestre dai vetri ghiacciati e neve e assenza di ogni anima viva... Infine si strappò da quella strada che lo teneva prigioniero, una stretta viuzza lo accolse, neve ancora piú alta, era un’ardua fatica risollevare il piede che sprofondava, il sudore lo inondò, all’improvviso egli si fermò e non poté proseguire.
Be’, in realtà non era solo, a destra e a sinistra sorgevano case di contadini, plasmò una palla di neve e la lanciò contro una finestra. Subito si aprí una porta (la prima porta che si aprisse durante l’intero tragitto nel villaggio) e sulla soglia apparve un vecchio contadino con una giacca di pelliccia bruna, la testa inclinata da una parte, l’aria gentile e fragile. «Posso entrare un poco da voi?» disse K. «Sono molto stanco». Non udí affatto ciò che disse il vecchio, ma accolse con gratitudine l’asse che venne spinta verso di lui salvandolo dalla neve, e in due passi fu nella stanza.
Una grande stanza in penombra. Chi giungeva da fuori, sulle prime non vedeva nulla. K., camminando tentoni, stava per urtare contro un lavatoio, una mano di donna lo trattenne. Da un angolo veniva un gran vocio di bambini. Da un altro angolo spiravano aggrovigliandosi volute di fumo che trasformavano la debole luce in oscurità, a K. parve di trovarsi fra le nuvole. «È ubriaco», disse qualcuno. «Chi siete?» gridò una voce imperiosa, e poi, senza dubbio rivolta al vecchio: «Perché l’hai fatto entrare? Possiamo forse far entrare tutti quelli che vanno aggirandosi per il vicolo?» «Sono l’agrimensore del conte», disse K. nel tentativo di giustificarsi dinanzi a colui che ancora si manteneva invisibile. «Ah, è l’agrimensore», disse una voce femminile, quindi seguí un assoluto silenzio. «Mi conoscete?» domandò K. «Certo», disse ancora, laconicamente, la stessa voce. Il fatto che conoscessero K. non sembrava raccomandarlo ai loro occhi.
Infine il fumo si diradò un poco e K. riuscí lentamente a orientarsi. A quanto pareva, era un giorno di pulizia generale. Vicino alla porta si lavava il bucato. Il fumo invece proveniva dall’angolo a sinistra, dove due uomini facevano il bagno in un mastello di legno colmo d’acqua fumante, cosí grande come K. non ne aveva mai veduti, all’incirca delle dimensioni di due letti. Ma ancora piú sorprendente, senza che si potesse dire con precisione in cosa consistesse la sorpresa, era l’angolo a destra. Attraverso una grossa fessura, l’unica nella parete di fondo della stanza, vi giungeva, forse proveniente dal cortile, il pallido bagliore della neve, e dava alla veste di una donna, che con aria stanca stava quasi sdraiata su un’alta poltrona nell’angolo, una lucentezza come di seta. La donna teneva al seno un lattante. Alcuni bambini, figli di contadini all’aspetto, le giocavano intorno, ma lei sembrava non aver nulla da spartire con loro; è naturale, malattia e stanchezza trasformano anche i contadini in persone raffinate.
«Sedetevi», disse uno dei due uomini, con una gran barba e per giunta un paio di baffi sotto i quali, ansimando, teneva la bocca sempre aperta; comicamente, indicò a K. una cassapanca sporgendo la mano oltre il bordo della tinozza e nel far questo gli spruzzò tutto il volto di acqua calda. Sulla cassapanca sedeva già, sonnecchiando per conto suo, il vecchio che aveva lasciato entrare K. K. fu grato che gli fosse infine concesso di sedersi. Ora nessuno si curava piú di lui. La donna accanto alla vasca del bucato, bionda, nel fiore della giovinezza, cantava sommessamente durante il lavoro, gli uomini nel mastello scalciavano e si rigiravano, i bambini tentavano di avvicinarsi a loro, ma venivano sempre respinti da vigorosi spruzzi che non risparmiavano neppure K., la donna adagiata sulla poltrona sembrava priva di vita, non chinava neppure gli occhi sul bambino che aveva al seno, li teneva levati verso l’alto, senza fissare nessun punto preciso.
K. l’aveva contemplata a lungo, quella bella e triste immagine che non mutava mai, ma poi doveva essersi addormentato, perché quando si destò di soprassalto chiamato da una voce sonora la sua testa poggiava sulla spalla del vecchio accanto a lui. Gli uomini erano usciti dal bagno, nel quale ora sguazzavano i bambini vigilati dalla donna bionda, e stavano vestiti davanti a K. Risultò che l’urlatore dalla grande barba era il meno importante dei due. L’altro infatti, non piú alto di lui e con una barba molto piú piccola, era un uomo taciturno, lento di pensiero, dall’ampia figura, ampio anche nel volto; teneva la testa abbassata. «Signor agrimensore», disse, «qui non potete rimanere. Perdonate la scortesia». «Non era mia intenzione rimanere», disse K., «ma solo riposarmi un po’. L’ho fatto, e ora me ne vado». «Probabilmente vi meravigliate della scarsa ospitalità», disse l’uomo, «ma l’ospitalità da noi non usa, non ci occor...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Il castello
- Introduzione di Paola Capriolo
- Cronologia della vita e delle opere
- Bibliografia
- Il castello
- Il libro
- L’autore
- Dello stesso autore
- Copyright