Riunione di famiglia all’epoca della perestrojka, 1989.
All’inizio degli anni Ottanta, quando il nostro esilio americano non aveva ancora compiuto il suo primo decennio, andai da una gadalka, da un’indovina. Mentre scarpinavo su per le scale fino al suo covo, al quinto piano di un palazzo della Little Italy di New York, imprecavo sottovoce a ogni pianerottolo. Questa gadalka, di nome Terri, chiedeva novanta incredibili dollari per i suoi vaticini, e io nemmeno ci credevo nelle indovine. Ma a spingermi lí era stato un attacco di angoscia professionale.
«Sento della musica».
Fu con queste parole, pronunciate sulla soglia di casa sua in un accento newyorkese marcatamente italiano, che la gadalka Terri si presentò.
La fissai, ansimante e stupita. La mia angoscia riguardava i miei studi di pianoforte alla Juilliard. Come sapeva che ero una musicista?
Ma da quel momento in poi la lettura delle carte non approdò a nulla. Terri, fra i trenta e i quaranta, bevve del tè da una tazza scheggiata con su scritto I love NY, socchiuse gli occhi, si concentrò ed evocò una serie di banalità.
«Tua cugina non ama suo marito… Nella vita di tua madre c’è una persona di nome Bennett…» Intanto annuivo distratta, pensando ai novanta dollari che stavano svanendo dalla mia borsetta.
Poi arrivò il gran finale. «Presto, – esclamò Terri agitando il tazzone da tè, – presto vedrai tuo padre e il resto della tua famiglia!»
Le mollai il contante e rifeci le scale in giú fumando di rabbia, con la mia angoscia irrisolta e la mia domanda di fondo – Diventerò una grande pianista? – rimasta senza risposta. Tornata fuori, andai a consolarmi con un cannolo gigante.
In quel periodo mia madre mi aveva seguito da Philadelphia a New York, dove ci eravamo sistemate in un bilocale di una via anonima dell’enclave per lo piú colombiana di Jackson Heights, nel Queens. Eppure… Dopo la calma piatta di Philadelphia, la New York multiculturale degli immigrati mi fece l’effetto di una seconda casa. Mi piaceva l’odore nel corridoio di pernil all’aglio e fagioli in umido. Dagli altri appartamenti si sentivano salse e cumbie a tutto volume, mentre il nostro si riempiva delle sublimi note concorrenti di Beethoven e Brahms. Al di là dell’angoscia professionale, la vita tutto sommato procedeva bene. Mamma insegnava inglese come seconda lingua in una scuola elementare nei paraggi e, cosa ancor piú importante, aveva ripreso il suo ritmo moscovita di concerti, spettacoli teatrali e code infinite alle biglietterie. Ancora piú felice l’aveva resa il vedere me servire all’altare dell’Alta cultura. Da quando a tredici anni avevo cominciato a prendere il treno da Philadelphia per seguire il programma pre-college della Juilliard, e poi nel 1980 il college vero e proprio, vivevo di aria e pianoforte. La tastiera si era impadronita della mia vita, sostenendomi negli anni dello spaesamento da immigrata e riparando la mia identità fratturata.
«Allora? Che cosa ha detto la gadalka del tuo pianoforte?» chiese mamma curiosa. Scrollai le spalle. Le domandai se conosceva qualcuno di nome Bennett. Mamma saltò quasi giú dalla sedia.
«La signora Bennett? È il revisore dei conti del nostro consiglio di istruzione. L’ho vista proprio ieri!»
In mezzo a tutto quel vociare di Bennett quasi mi stavo per dimenticare l’ultimo accenno di Terri relativo al nostro ricongiungimento familiare. Mamma si sciolse in un sorriso meditabondo quando me ne ricordai. Fu lei questa volta a scrollare le spalle. Ah, bene… Lo Stato sovietico era eterno, inscalfibile. I ricongiungimenti erano solo nelle carte.
Poi cominciarono a morire tutti quanti.
Nel gergo russo i primi anni Ottanta sono passati alla storia come «l’èra dei grandi funerali» o «il piano quinquennale delle tre bare».
«Ha l’invito per il funerale?» diceva una guardia del Cremlino in una barzelletta.
«Figurarsi, – rispondeva l’interlocutore, – ho un abbonamento stagionale».
La maggior parte del barcollante Politbjuro era prossima alla settantina. La morte dell’ex riformatore Aleksej Kosygin inaugurò il decennio. Il caro Leonid Il´ič Brežnev lo seguí il 10 novembre 1982, tre giorni dopo essersi mostrato nella sua solita cera – quella di una tartaruga fossile – alla parata del sessantacinquesimo anniversario della Rivoluzione d’ottobre.
Il giorno della morte di Leonid Il´ič la televisione sovietica, tanto per non smentirsi, mutò misteriosamente programmi. Una moscia sinfonia di Čajkovskij al posto di un’attesissima partita di hockey? Un documentario su Lenin invece del concerto pop per il giorno della polizia di Stato?
Il mattino dopo, «con immenso cordoglio», il Cremlino diffuse la notizia del decesso del segretario generale del Comitato centrale del Partito comunista sovietico e presidente del Praesidium del Soviet supremo dell’Unione Sovietica.
Non pianse nessuno.
Il caro Leonid Il´ič, settantacinquenne, non era né temuto né amato. Nell’ultimo dei suoi quasi vent’anni di governo a capo dei duecentosettanta milioni di abitanti dell’impero socialista, era stato un impasticcato decrepito che trangugiava i suoi sedativi con la zubrovka, una vodka aromatizzata all’erba del bisonte. Era sopravvissuto a diversi ictus, a una morte clinica e a un cancro alla mascella che rese inascoltabili i suoi discorsi di cinque ore. Che non per questo smise di tenere. Il suo režim (regime), per quanto sclerotico, continuò a sferragliare sui suoi binari, rivitalizzato in qualche misura dalla valuta pregiata affluita in seguito all’impennata dei prezzi del petrolio e del gas.
Questo giocatore di domino fece una bella vita. I suoi lussi assurdamente dispendiosi furono lo specchio perfetto dell’epoca kitsch e materialista di cui fu la guida. Brežnev adorava le automobili straniere e le giacche sartoriali di denim capitalista. Ancora poco prima di morire continuò a dedicarsi al suo sport preferito, la caccia al cinghiale nella riserva di Zavidovo, dove prede selezionate venivano trasportate da ogni angolo dell’Urss e ingrassate a pesce e arance. La brigata di cacciatori del Politbjuro si ingrassava a caviale di storione, zuppa bollente di aragoste e cinghiale allo spiedo cucinato all’aperto. Era un’età di banchetti conviviali e regalie di cibo iperraffinato, dato che il caro Leonid Il´ič, primo buongustaio dell’impero, aveva l’abitudine di inviare in dono agli amici souvenir gastronomici: un fagiano, un coniglio, un sanguinolento quarto di cinghiale. Sotto non pochi aspetti era un uomo innocuo, a cui piaceva divertirsi. Che peccato la Primavera di Praga, i dissidenti torturati nei reparti psichiatrici, la guerra in Afghanistan…
La piú grande passione di Brežnev erano le onorificenze, una passione che in occasione del funerale generò un problema molto particolare. Il protocollo prescriveva che ogni medaglia sfilasse dietro il feretro sul proprio cuscino di velluto. Ma il caro Leonid Il´ič aveva accumulato piú di duecento riconoscimenti, compreso un Premio Lenin per la letteratura per un’autobiografia posticcia scritta da un ghostwriter. Il corteo porta-onorificenze, malgrado la decisione di usare un cuscino per piú d’una medaglia, fu composto da quarantaquattro portatori.
Per tutto il tempo io e mamma restammo incollate al nostro televisore di New York. Ma anche il piú incerto barlume di speranza acceso dalla predizione della gadalka Terri si spense quando fu annunciato il nome del successore.
Jurij Andropov, ex capo del Kgb e cacciatore di dissidenti, non poteva in nessun modo essere definito un uomo simpatico.
Malgrado avesse un cuore di pietra, tuttavia, i reni gli funzionavano poco. Tredici mesi dopo uomini con lucidi colbacchi di visone seguirono nuovamente una bara fuori dalla Sala delle Colonne bianca e verde menta, sullo sfondo della marcia funebre di Chopin.
Lo stato di salute del successore di Andropov era ben riassunto da un’altra battuta: «Senza riprendere coscienza, il compagno Konstantin Černenko ha assunto la carica di segretario generale». Durò poco piú di trecento giorni.
«Cari compagni, – diceva un finto notiziario, – non mettetevi a ridere, ma ancora una volta con profondo dispiacere vi informiamo che…»
Nel marzo del 1985 un quasi sconosciuto ministro delle Politiche agricole, a suo tempo protetto di Andropov, diventò il nuovo leader dell’Unione Sovietica. Michail Sergeevič Gorbačëv aveva appena cinquantaquattro anni, un aspetto energico, gli organi interni funzionanti, una laurea in legge dell’università statale di Mosca, un marcato accento della Russia meridionale, una moglie intraprendente e un modo di fare espressivo che sedusse all’istante i media occidentali. Inizialmente i russi non scherzarono neanche troppo sulla voglia a forma di Sudamerica che aveva sulla fronte calva. Le cattiverie arrivarono piú tardi. Gorbačëv fu il sesto, e ultimo, segretario generale del paese noto come Unione delle repubbliche socialiste sovietiche.
Nella Russia di allora diventò di moda guardare agli anni del socialismo maturo di Brežnev attraverso un velo di rosea nostalgia.
«Rubavamo quanto ci pareva…»
«Già, eppure eravamo cosí onesti, cosí innocenti…»
«Le famiglie erano piú unite… il gelato piú sano».
Da chi veste Gucci e Prada al povero pensionato, i russi di oggi pensano con nostalgia alle lunghe code; ricordano le battute sul deficit; lodano il sapore della kolbasa dell’èra della stagnazione. Quaggiú nel Queens faccio anch’io lo stesso. In effetti, non è forse un privilegio avere un passato cosí intenso e strano? Avere indossato il fazzoletto dei Giovani pionieri in quell’Atlantide scarlatta chiamata Urss? Aver assaggiato una serie cosí agrodolce di madeleines socialiste?
Poi, per un paio di giorni del 2011, la violenza della realtà storica mi schiacciò con tutto il suo peso: mi oppresse veramente, ed era la prima volta che mi succedeva nella mia vita di adulta.
Sono malata e ho deciso di rimanere a letto. Sul comodino, invece del nuovo thriller di Boris Akunin, ho un’enorme borsa blu di plastica molle che mamma ha portato fin lí dal suo appartamento. Nella borsa blu ci sono lettere: due decenni di corrispondenza dalla Russia, dagli anni Settanta agli anni Ottanta. Mamma ha conservato tutto, a quanto sembra, stipandolo a casaccio dentro a cartelline, buste di manila e scatole da scarpe. A dispetto dei trent’anni abbondanti che sono passati, la carta millimetrata e le buste quadrate con il timbro con falce e martello della posta aerea e i francobolli da sedici copeche con la scritta mir (pace) sono appena consunti e ingialliti. Ci sono biglietti di compleanno con vistose rose sovietiche, e auguri di buon anno con un Cremlino innevato come mai l’avevamo visto.
Tra un sorso e l’altro di tè al limone, mi immergo nella lettura.
Razluka. La parola russa vagamente rétro per «separazione» mi avvolge.
Questo è il terzo Capodanno che festeggiamo senza di voi, protesta l’anarchica calligrafia di zia Julija. Quanto durerà tutto questo?
Nell’illeggibile grafia obliqua e nell’antiquata grammatica dolcemente eccentrica di nonna Liza: una litania ininterrotta di piccole lamentele quotidiane per mascherare il dolore esistenziale di aver perso la figlia in esilio.
Navsegda, per sempre. Che cos’era la nostra emigrazione se non una morte che risparmiava il diritto di comunicare per corrispondenza?
Ma da parte di nonno Naum, nella borsa azzurra piena zeppa, non c’è neanche una riga. Poco tempo fa Julija mi ha raccontato che dopo la partenza di mamma il nonno era avvizzito, di mente e di spirito, il volto ridotto a una maschera di pietra di rifiuto da agente dell’intelligence sovietica. Un amico di vecchia data lo aveva denunciato alle autorità, cosí che Naum, dopo essere scampato alle pallottole della guerra e ai gulag di Stalin, aveva rischiato l’arresto per il «tradimento della Rodina» perpetrato dalla figlia. Fu salvato dall’ammiraglio Tribuc, l’eroe della Seconda guerra mondiale. Mamma lo scoprí molto tempo dopo e pianse.
Mia adorata rondinella, volata via da me…
Le parole sono di nonna Alla, pochi giorni dopo che l’avevamo lasciata sulla panchina davanti al nostro appartamento di Mosca. Il fascio di lettere piú grosso è il suo. Il suo corsivo rotondo, vigoroso, mi ricorda la sua risata rauca, che sapeva di tabacco; mentre leggo posso quasi vederla, nella penombra della camera da letto, davanti allo specchio, mentre infila le forcine di metallo nello chignon biondo platino.
Le sue lettere traboccano di pura disperazione. Una donna che ha passato i cinquant’anni e che dopo aver trascurato il figlio ha riversato ogni goccia del suo latente amore materno su una bambina «volata via».
La mia ultima speranza è andata in frantumi, scrive, dopo che mesi di rinnovate richieste all’ufficio visti dell’Ovir si erano conclusi ancora una volta con il rifiuto del permesso di visita. Non ho nessun motivo per vivere…
Nel novembre del 1977, non molto tempo dopo il sessantesimo compleanno di nonna Alla, c’è una lettera di quattro pagine di papà.
Riesco a stento a prendere in mano la penna per scrivervi che cosa è successo, comincia. Alla si era fermata a dormire da lui quando aveva sentito un terribile bruciore al petto. Sentiva dolore, aveva vomitato. L’ha visitata un dottorino arrogante. Secondo lui aveva un comportamento istrionico e si trattava di un’isterica – me lo ha detto senza giri di parole. Le iniettò un calmante e se ne andò.
La sera del giorno dopo Sergej trovò sua madre stesa bocconi sul pavimento. Questa volta l’ambulanza è arrivata abbastanza alla svelta. Ma non c’era piú niente da fare. Papà aveva passato il resto della notte accanto a lei, a spazzolarle i capelli. Aveva un volto sereno e bellissimo.
L’autopsia rivelò un’embolia: un frammento di placca arteriosa si era staccato e aveva gradualmente ostruito il flusso sanguigno per ventiquattro ore. In qualsiasi altro paese del mondo nonna Alla sarebbe stata salvata.
Babuška ti amava con un traspo...