Il piccolo Billy Twillig salí a bordo di un Sony 747 diretto verso una terra lontana. Questo si sa per certo. Che salí sull’aereo. L’aereo era un Sony 747, come indicato sull’aereo stesso, ed era previsto che arrivasse in un luogo prestabilito un certo numero di ore dopo il decollo. Questa parte è comprovata, solida come roccia (khalix, calculus), vera come il numero uno. Davanti c’era però l’orizzonte sonnolento, pulsante fra polvere e fumi, una finzione i cui limiti erano determinati dalla prospettiva individuale, un po’ come quelle quantità immaginarie (la radice quadrata di meno uno, per esempio) che conducono a dimensioni nuove.
L’aereo prese a rullare verso una pista appartata. Billy sedeva accanto a un finestrino con la cintura allacciata. Accanto a lui, nella disposizione cinque-due-tre-due-cinque dei sedili del velivolo, c’era un uomo che leggeva una rivista di nautica, e al suo fianco una, due, tre bambine. Per il momento era il massimo di intimità che Billy intendesse esplorare. Aveva quattordici anni, ed era piú piccolo della maggior parte dei suoi coetanei. Osservato da vicino, poteva dare l’impressione di possedere un’aria di portentosa concentrazione, un’intensità costante che controbilanciava lo sguardo evasivo degli occhi marroni e i modi complessivamente apatici. Visto da lontano sembrava non trovarsi pienamente a suo agio nel contesto che lo circondava, abbandonato com’era sul sedile con l’aria guardinga, un individuo giunto da poco in quel ricettacolo di tecnologia e luce anonima. Il rumore del sistema di propulsione miniaturizzato aumentò, e di lí a poco l’aereo fu in aria. Il decollo avvenne con un angolo tanto ripido da spaventare il ragazzino, che prima d’allora non era mai stato su un aereo. Con la Svezia in guerra, aveva ricevuto il premio Nobel nel corso di una breve cerimonia tenutasi su un prato a Pennyfellow, Connecticut, dove era andato e tornato sul sedile posteriore della piccola Ford del padre.
Fu il primo premio Nobel mai attribuito per la matematica. Il lavoro che l’aveva portato a ottenere il premio era stato compreso da tre o quattro persone soltanto, tutti matematici, naturalmente, ed era stato su loro segreta insistenza che il comitato per il Nobel, tradizionalmente del tutto profano in quel campo, aveva infine optato per Twillig, nato Terwilliger, William Denis jr, prematuro in tutto, grande quanto un soldo di cacio.
Suo padre (per fare un passo indietro) lavorava come ispettore della terza rotaia per la metropolitana di New York. Quando il bambino aveva sette anni, Terwilliger senior (noto ai piú come Babe) lo portò nei tunnel sotterranei per il puro piacere della paura, in una sorta di iniziazione tebana. Si trattava, in fin dei conti, del luogo in cui Babe trascorreva quasi metà della sua vita cosciente. Trovava perfettamente naturale che un padre aiutasse il suo unico figlio a familiarizzare con l’idea che l’esistenza tende a essere alimentata dal basso, dal livello della paura, il piano dell’ossessione, l’area piú desolata della coscienza. Nella mente di Babe albergava poi il presentimento che il figlio gli avrebbe mostrato maggiore rispetto, una volta visto lo spazio in cui lui sgobbava, una volta annusata l’umidità e toccato l’acciaio. Fecero un tratto a bordo di un treno locale, posizionandosi in piedi all’inizio del primissimo vagone, per avere la visuale del macchinista. Poi scesero in una stazione deserta del South Bronx, camminarono lungo il marciapiede, entrarono in un piccolo locale di servizio, scesero alcuni gradini, percorsero un corridoio, oltrepassarono una porta e si ritrovarono sui binari, lungo i quali camminarono in silenzio verso la stazione successiva. Era domenica, un giorno quindi ragionevolmente sicuro; i binari erano destinati ai treni espressi, e la domenica su quella linea non ne transitavano. Passò però un regionale, un binario piú in là, sprizzando lente scintille azzurre. In quella pioggia incandescente a Billy parve di scorgere un topo. Piú avanti, un’ampia curva. Per fargli paura scherzando, Babe si produsse in una serie di smorfie da folle: lingua penzoloni, occhi fuori dalle orbite, collo irrigidito e ritorto. A meno di dieci metri dalla stazione successiva scelse una chiave tra le tante che portava appese a un anello, aprí una porticina nel muro annerito, guidò il figlio in un altro locale di servizio e di lí sulla banchina. E fu tutto, o piú o meno tutto. Una passeggiata lungo un tratto di rotaia buia. Tornando a casa si sedettero nel penultimo vagone. Uno sganciatore non si azionò e il loro treno, frenando in ritardo, andò a schiantarsi contro la coda di un treno di servizio fermo. Billy si ritrovò sul pavimento del vagone. Di fronte a lui metallo tramortito, una cornice deformata intorno a corpi che si incrociavano nel fumo denso. Seguí un momento di quiete sovralunare. Durante questo intervallo, appena prima di mettersi a piangere, si rese conto che esisteva almeno un numero primo fra qualsiasi numero dato e il suo doppio.
Arrivò la hostess, guidando un carrello bar motorizzato. Billy preferí guardare fuori dal finestrino anziché mangiare. Da vedere non c’era nulla, soltanto spazio sfumato, ma l’idea che esistesse un ambiente da qualche parte al di fuori di quel pezzo di tubo pressurizzato, un distante mormorio della biosfera, lo faceva sentire meno costretto. Si sforzò di pensare al tempo in termini di gesh sumeri, sperando di convincersi che in questo modo il viaggio gli sarebbe parso lungo un quarto della durata reale. I cunei usati per segnare i numeri. Il sistema sessagesimale. Per il sessanta, un cuneo verticale. Sessanta scicli per una mina. Sessanta mine per un talento. Dèi numerati da uno a sessanta. Di recente aveva letto (in un manoscritto dalla calligrafia graziosa e frettolosa) che il sistema a base sessanta era vecchio di quattromila anni, ed evidentemente tutt’altro che estinto. Molto piú ingegnosi della media, quei mesopotamici. Doti algebriche innate. Uomini con occhi piccoli e lucenti che dalle ziggurat prevedevano eclissi.
Sgusciò oltre l’uomo e la sua piccola tribú di bambine e si diresse verso la coda in cerca del bagno. Ce n’erano undici, tutti occupati. Mentre attendeva nel passaggio fra le porte fu avvicinato da un roseo omaccione che quasi pulsava di quella sorta di incontenibile affabilità che l’esperienza del viaggio non manca mai di indurre in certe persone.
– La mia bocca dice salve.
– ’giorno.
– Mi chiamo Eberhard Fearing, – disse l’uomo. – Non ti ho già visto sui media?
– Sono stato in televisione un paio di volte.
– Mi hai davvero colpito. Se non ricordo male dimostravi una padronanza assoluta. «Brillante» non rende l’idea. Mi è piaciuto in particolare il tuo frasario tecnico. I matematici sono una strana specie. Lo so perché nel mio lavoro li uso. Pianificazione e procedure. Raccontami qualcosa.
– Di persona non sono brillante.
– Ti garantisco che io ammiro gli intelletti come il tuo. Duri, freddi e taglienti. Destinazione?
– Non sono autorizzato a dirlo.
– Volo diretto o con scalo?
– Non commento.
– E lo spirito d’avventura dove lo mettiamo?
– Prima volta che volo.
– Paura, eh? E allora sentiamo un po’ di matematica. Seriamente, che dice?
– Ora come ora non credo proprio.
– Per le titubanze non c’è spazio in nessun settore professionale. Men che meno nel tuo. Un dono può svanire senza preavviso. Arrivi a sedici anni ed è tutto finito. Davanti non resta altro che una vita totalmente normativa. Non sarebbe il caso di sorridere?
– Perché?
– Siamo due sconosciuti su un aereo, – disse Fearing. – Stiamo chiacchierando amichevolmente del piú e del meno. Un sorriso ci vorrebbe, non trovi? I viaggi servono a questo. Uno dovrebbe liberare tutta la cordialità repressa.
Si aprí una porta, e da uno dei bagni uscí arrancando un’anziana signora con un’escrescenza color prugna dietro l’orecchio sinistro. Billy esitò prima di entrare nello stesso bagno, temendo che si fosse lasciata dietro un qualche indicibile orrore, risultato di una ghiandola fuori controllo. Cacca e piscia di vecchia. Malata, nella fattispecie. Qualcosa di cosí sbiadito da risultare irriconoscibile. Forse ancora lí nella tazza. Infine entrò, deciso a sfuggire a Eberhard Fearing, chiuse il chiavistello della cabina in acciaio inossidabile e nello specchio notò quanto poco somigliasse a se stesso, elegante il giusto in giacca sportiva e cravatta, ma insolitamente pallido e un po’ stanco, come se quell’aria artificiale minacciasse la sua stessa carne, prosciugandola delle sostanze chimiche necessarie e rimpiazzandole con diabolici solventi made in New Jersey. Intorno a lui, disposti a varie altezze, c’erano feritoie, ugelli, prese d’aria e contenitori a scomparsa; da uno di questi proveniva un oliato ronzio che suggeriva complesso riciclaggio e scarsa purezza, e questo suono non era che parte di una piú diffusa vibrazione, il fremito sistaltico del velivolo stesso.
Titubanza.
Qualcosa, in quella parola, sottintendeva una minaccia. Piú che a una parola straniera somigliava a un’unità linguistica extraterrestre, un disturbo vibratorio appena oltre la linea che segna la fine di questa vita. Alcune parole gli incutevano un leggero terrore, perché sembravano racchiudere una minaccia. «Gotta». «Ohm». «Oppio». «Polpa». Sembravano suoni organici, che poco avevano a che fare con il linguaggio, il significato o i contorni ordinati delle semplici lettere dell’alfabeto. Altre parole sortivano un effetto calmante. Molto tempo dopo aver acquisito familiarità con le curve di settimo grado cercò su un dizionario la definizione della parola «coseno», scoprendovi una bellezza non meno formale di quella che aveva incontrato nelle pieghe quasi tessili dei grafici di funzioni (anche se sull’assoluta correttezza della definizione si sarebbe potuto discutere):
L’ascissa del punto di intersezione di un arco di circonferenza unitaria con il centro nell’origine di un sistema di coordinate nel piano, laddove la lunghezza dell’arco x è misurata in senso antiorario dal punto (1, 0) se è positivo, o in senso orario se è negativo.
Si abbassò la cerniera, piegò le ginocchia per risistemare un lembo di biancheria intima rimasto impigliato e quindi fece sgusciare il pistolino (come gli avevano insegnato a chiamarlo) fuori dai pantaloni. Parole e numeri. Scrittura e calcolo. Case delle tavolette tra due fiumi. Dubshar nished. Scriba dei conti. Com’è che faceva? Aš min eš limmu ia aš imin ussu ilimmu u. Sempre un numero in piú, unico e distinto, di collocazione immutabile, assolutamente intero. Picchiettò leggermente la parte inferiore del pistolino, nel tentativo di influenzare qualunque sacca membranosa contenesse la sua urina. I piú antichi numerali conosciuti. Che cosa aveva letto nel manoscritto? Pre-cuneiformi. Tracciati con stili appuntiti su lastre di argilla. Numeri come intuizioni primitive. Numeri autogenerati. Numeri che si sviluppano nella mente del bambino in modo spontaneo e non verbale. Numeri interi considerati come la scintilla di ogni idea matematica antica. Com’è che diceva? «Il fatto che tali idee siano coerentemente sopravvissute alle civiltà da cui ebbero origine e alle lingue in cui sono state espresse può dare vita a qualche speculazione in merito all’uomo preistorico e alla sua matematica. Cosa precedette il sistema sessagesimale? Notazioni calendaristiche su utensili d’osso? Dita di mani e piedi? O qualcosa di troppo grandioso perché la mente moderna possa immaginarlo? Sebbene gli scavi sistematici siano solo all’inizio, non è troppo presto per prepararci a qualche sorprendente ribaltamento di prospettiva». Senso orario, positivo. Senso antiorario, negativo.
Infine riuscí a spedire qualche fievole goccia d’urina in quello che sembrava un serbatoio senza fondo. Poi si lavò le mani e si pettinò i capelli, usando i denti larghi del pettine perché riteneva che i solchi ampi lo facessero sembrare piú grande. Un cerotto gli copriva un taglietto sul pollice, e se lo tolse, succhiò per un istante la carne viva della ferita e quindi gettò il cerotto giú per il pozzo asettico, immaginando per un attimo che un’identica striscia di plastica stesse affiorando sulla superficie dell’acqua che riempiva un lavabo d’acciaio inossidabile nel bagno di un aereo di linea in volo sopra un punto agli antipodi. Ricontrollò la cerniera. Rivolse allo specchio un sorriso orientale stereotipato, piú che altro un antisorriso, che aveva imparato da certi vecchi film alla televisione. Chinò formalmente il capo un paio di volte, dopodiché sbloccò la porta e scivolò fuori dall’argentea cabina.
Di nuovo sul sedile, si arrotolò con cura la cravatta fino al nodo, quindi la guardò srotolarsi, e lo rifece varie volte, avvolgendola con entrambe le mani e quindi calcolando il momento del rilascio con precisione, aprendo la mano destra e la sinistra nello stesso istante. Dopo molto tempo l’aereo atterrò per rifornirsi di carburante. Quando furono di nuovo in aria, risalí il corridoio camminando lateralmente, oltrepassò i bagni e raggiunse il giardino roccioso. Era affollato. Andò a sedersi su una piccola altalena, sforzandosi di non fissare questa o quella donna disposta su una delle bizzarre poltroncine deltoidi disseminate qua e là, signore in pose sospese da conversazione mondana, e si chiese che cosa, nel viaggiare ad altitudini elevate, le facesse apparire tanto misteriose e disponibili, due scenari da contemplare, le ginocchia alte e strette, i corpi parzialmente reclinati e discosti dalle gambe radianti. Tutt’intorno a lui, le persone erano solennemente imbalsamate nei loro atteggiamenti di convivialità. Bevevano e gesticolavano, affollando i sentierini del giardino roccioso. Di tanto in tanto un volto in particolare precipitava in una sorta di furiosa comprensione, tanto ch...