Confesseremo sinceramente che la gelosia del canonico Borda non era priva di qualche fondamento: al ritorno di Fabrizio dalla Francia, era stato per la contessa come rivedere un avvenente straniero che avesse conosciuto molto in passato. Se le avesse parlato d’amore lo avrebbe amato: non aveva già per lui e per la sua condotta un’ammirazione appassionata e per cosí dire senza limiti? Ma Fabrizio la abbracciava con tale effusione d’innocente riconoscenza e di amicizia che si sarebbe fatta orrore se avesse cercato qualche altro sentimento in quell’affetto quasi filiale. «Siamo giusti, – si diceva, – un amico che m’abbia conosciuta sei anni fa alla corte del principe Eugenio può ancora trovarmi bella e magari giovane; ma per lui io sono una donna rispettabile... e, se devo dir tutto senza riguardi pel mio amor proprio, una donna anziana». (La contessa s’illudeva, ma la sua illusione era proprio l’opposto di quella che sulla propria età si fanno il piú delle donne). All’età di Fabrizio, d’altronde, si esagerano un po’ nella donna i guasti del tempo; mentre un uomo piú avanti nella vita...
La contessa, che s’aggirava pel salotto, si fermò davanti a uno specchio, poi sorrise. Gli è che da qualche mese al suo cuore aveva messo seriamente l’assedio un singolare personaggio. Poco dopo la partenza di Fabrizio per la Francia la contessa che, senza volerselo confessare, cominciava a pensare parecchio a lui, era caduta in una profonda malinconia. Non trovava piacere in nessuna delle cose che faceva, tutte le sue occupazioni le parevano, per cosí dire, insipide. Non andava persino fantasticando che Napoleone, per ingraziarsi le popolazioni italiane, potrebbe prendersi Fabrizio per aiutante di campo? «Allora è perduto per me, – esclamava piangendo, – non lo rivedrò piú. Mi scriverà; ma che sarò io per lui fra dieci anni?»
Fu in queste disposizioni di spirito che fece un viaggio a Milano; là sperava di trovare notizie piú dirette di Napoleone e, chi sa, di rimbalzo notizie di Fabrizio. Non se lo confessava ancora ma la verità era che, attiva di natura, cominciava a sentirsi stanca della vita monotona che menava in campagna. «Non è vivere, questa vita, – si diceva, – è impedirsi di morire». Vedere tutti i santi giorni quelle teste incipriate, il fratello, il nipote Ascanio e la loro servitú. Anche le passeggiate sul lago che diverrebbero senza Fabrizio? L’unico conforto lo attingeva nell’amicizia che la legava alla marchesa. Ma da qualche tempo anche in questa amicizia con la madre di Fabrizio, ch’era piú di lei in là negli anni e che disperava ormai della vita, cominciava a trovare meno gioia.
Tale era il singolare stato d’animo in cui Gina si trovava; partito Fabrizio, poco sperava dall’avvenire; il suo cuore aveva bisogno di consolazione e di novità. Giunta a Milano, s’appassionò per l’opera in voga che davano alla Scala; per lunghe ore andava a chiudersi tutta sola nel palco del suo vecchio amico il generale Scotti. Gli uomini che cercava d’avvicinare per avere notizie di Napoleone e dell’esercito le sembravano volgari, senza interesse. Rincasando, improvvisava sul pianoforte sino alle tre del mattino. Ora capitò che una sera, nel palco d’un’amica dove veniva a cercar notizie della Francia, le fu presentato il conte Mosca, ministro di Parma; uomo simpatico, che parlò di Napoleone e della Francia in modo da dare al suo cuore nuovi motivi di timore o di speranza. Tornò in quel palco l’indomani: vi incontrò di nuovo il conte e durante tutto lo spettacolo provò piacere a intrattenersi con lui. Era la prima serata animata che trascorreva dalla partenza di Fabrizio. Quell’uomo che la interessava cosí, il conte Mosca della Rovere Sorezana, era allora ministro della guerra, della polizia e delle finanze di quel famoso principe di Parma, Ernesto IV, cosí noto per la sua severità, dai liberali di Milano battezzata crudeltà. Mosca poteva avere allora quaranta o quarantacinque anni; il suo aspetto semplice e gaio disponeva in suo favore; non si dava alcuna importanza. Di lineamenti marcati, avrebbe potuto ancora piacer molto, non fosse stata la cipria che, quale pegno dei suoi retti sentimenti politici, la bizzarria del principe lo costringeva a mettersi sui capelli. In Italia, dove non si ha paura d’urtare la vanità, si arriva prestissimo al tono della confidenza; ma in compenso, è vero, si rompe per sempre con la persona che ci ha ferito.
Cosicché: – Perché mai, conte, lei usa la cipria? – osò chiedergli la signora Pietranera la terza volta che lo vide. – La cipria! un uomo come lei, simpatico, ancora giovane e che ha fatto la guerra con noi in Ispagna!
– Gli è che, in quella campagna io non ho rubato niente e vivere bisogna pure. Ero innamorato della gloria; una parola lusinghiera del generale francese Gouvion-Saint-Cyr che ci comandava, per me allora era tutto. Alla caduta di Napoleone, mentre mi mangiavo il mio al suo servizio, mio padre, che nella sua fervida fantasia mi vedeva già generale, faceva costruire per me un palazzo a Parma. Nel 1813 mi sono trovato ad avere per tutta risorsa una pensione e un grande palazzo da finire.
– Una pensione! Tremilacinquecento franchi come mio marito!
– Chiedo scusa: il conte Pietranera era generale di divisione. La mia pensione, di povero comandante di squadrone, non ha mai superato gli ottocento franchi, e ancora non mi è stata pagata che da quando sono ministro delle finanze.
Presente era solo la proprietaria del palco, donna d’idee largamente liberali; per cui la conversazione seguitò con la stessa franchezza. Interrogato, lui parlò della sua vita a Parma.
– In Ispagna, col generale Saint-Cyr, affrontavo le fucilate per meritarmi la croce e col tempo un po’ di gloria; adesso mi vesto come un personaggio di commedia per mandare avanti con decoro una casa e toccare qualche migliaio di lire. Una volta impegnato in questa specie di partita a scacchi, urtato dell’insolenza dei miei superiori, volli occupare uno dei primi posti: ci sono riuscito. Ma le mie giornate piú felici restano sempre quelle che di tanto in tanto vengo a trascorrere a Milano; qui batte ancora, almeno mi pare, il cuore della vostra armata d’Italia.
La spregiudicata franchezza con cui parlava quel ministro d’un principe tanto temuto punse la curiosità della contessa; sotto l’etichetta che egli portava, lei s’era aspettato di trovare un pedante pieno di sé e scopriva invece un uomo che arrossiva dell’importanza del suo posto. Mosca le aveva promesso di farle pervenire tutte le notizie della Francia che avrebbe potuto raccogliere; era una grande indiscretezza chiedere quelle notizie, a Milano, nel mese che precedette Waterloo; era in ballo in quel momento l’esistenza stessa dell’Italia; tutti avevano la febbre, a Milano: febbre di speranza o di timore. In mezzo a quel turbamento generale, la contessa volle attingere informazioni sull’uomo che parlava con tanta leggerezza d’un posto cosí invidiato e che costituiva l’unica sua risorsa.
Venne cosí a sapere delle cose curiose ed interessanti nella loro bizzarria. «Il conte Mosca della Rovere Sorezana, – le dissero, – sta per diventare primo ministro e palese favorito di Ranuccio – Ernesto IV, sovrano assoluto di Parma e, per di piú, uno dei principi piú ricchi d’Europa. Il conte sarebbe già pervenuto a questo altissimo posto se avesse voluto assumere un maggior sussiego nel suo contegno; si dice che a questo proposito il principe gli fa spesso delle rimostranze.
Che importano le mie maniere a Vostra Altezza, – egli non si perita di rispondergli, – se le servo?
La fortuna di questo favorito, – aggiungevano, – non è esente da spine. Si tratta di piacere ad un sovrano che è senza dubbio un uomo intelligente e di buonsenso ma che da quando è diventato re assoluto, pare aver perduto la testa e mostra per esempio dei sospetti degni d’una femminuccia. Ernesto IV non è bravo che alla guerra. Sui campi di battaglia lo si è visto venti volte guidare all’attacco una colonna d’assalto da prode generale. Ma dacché è tornato nei suoi Stati, dopo cioè la morte del padre Ernesto III, ad esercitarvi un potere per sua disgrazia senza limiti, ha preso a declamare come un pazzo contro i liberali e la libertà. Presto si è messo in testa d’essere odiato; infine, in un momento di cattivo umore, ha fatto impiccare due liberali, che non avevano probabilmente gravi colpe da scontare, consigliato in questo da un miserabile di nome Rassi, sorta di ministro della giustizia. Da allora la vita del principe ha subito un mutamento; lo tormentano i sospetti piú bizzarri. Non ha ancora cinquant’anni ma la paura l’ha buttato talmente giú che, quando parla dei giacobini e dei progetti ch’egli attribuisce al comitato direttivo di Parigi, a guardarlo pare un vecchio di ottant’anni: ricade allora nelle paure chimeriche della prima infanzia. Il suo favorito Rassi, fiscale generale (o gran giudice), trae tutta la sua influenza dalla paura che ha il suo padrone; e quando gli pare che il suo credito sia in pericolo, s’affretta a scoprire qualche nuova cospirazione piú nera ancora e inventata di sana pianta. Trenta imprudenti si riuniscono insieme per leggere un numero del “Constitutionnel”? Rassi li dichiara cospiratori e li fa rinchiudere in quella famosa cittadella di Parma che forma il terrore di tutta la Lombardia. Siccome è molto alta, alta si dice centottanta piedi, su quell’immensa pianura si scorge da lontanissimo; e il modo come la prigione è fatta e le cose orribili che su di essa si raccontano, le fan dominare con la paura tutta la piana che s’estende da Milano a Bologna».
«Lo credereste? – diceva alla contessa un altro viaggiatore, – alla notte, al terzo piano del suo palazzo, custodito da ottanta sentinelle che ogni quarto d’ora si chiamano e si rispondono, Ernesto IV nella sua camera trema. Con tutte le porte sbarrate da dieci catenacci e le stanze attigue al pian di sopra e al pian di sotto zeppe di soldati, egli ha paura dei giacobini. Basta scricchioli una tavola dell’assito, perché egli balzi sulle sue pistole persuaso che sotto il letto c’è nascosto un liberale. Tutti i campanelli del castello si mettono subito in moto e un aiutante di campo va a svegliare il conte Mosca. Giunto al castello, questi si guarda bene dal mettere in dubbio il complotto; al contrario. Solo col principe ed armato sino ai denti visita tutti gli angoli della casa, guarda sotto i letti; compie insomma una quantità di gesti ridicoli, degni al piú d’una vecchierella. Tutte quelle precauzioni sarebbero parse ben umilianti allo stesso principe al fortunato tempo che faceva la guerra, quando, se uccideva, era a fucilate. Siccome è un uomo intelligentissimo, si vergogna di tutte quelle precauzioni; ne avverte bene il grottesco anche nel momento che vi si lascia andare; e la causa dell’immenso credito di cui gode il conte Mosca sta nel fatto ch’egli mette tutta la sua abilità a far sí che il principe non abbia mai ad arrossire in sua presenza. È lui, Mosca, che nella sua qualità di ministro della polizia, insiste per guardare sotto i mobili, e – si vuole a Parma – sin nelle custodie dei contrabbassi. Il principe vi si oppone e beffa il ministro pel suo zelo che vuol mostrare di trovare eccessivo. – Questa è come una scommessa, – gli risponde il conte Mosca: – se lasciassimo uccidere Vostra Altezza pensi sotto che ridicolo ci seppellirebbero i giacobini coi loro sonetti satirici. Non è solo la sua vita, è il nostro onore che difendiamo –. Ma dalla farsa pare che il principe si lasci ingannare solo a metà, perché se qualcuno in città s’azzarda a dire che al palazzo han passato la notte in bianco, il gran fiscale Rassi spedisce l’imprudente in cittadella. E una volta che è là dentro, all’aria buona come a Parma si dice, non occorre meno d’un miracolo perché ci si ricordi del prigioniero. È pel fatto che è stato militare e che in Ispagna s’è salvato tante volte da imboscate impugnando la pistola che il principe preferisce il conte Mosca a Rassi, uomo strisciante e tanto meno risoluto.
Quanto agli infelici prigionieri della cittadella, son tenuti nell’isolamento piú rigoroso e su di essi se ne raccontano d’ogni colore. I liberali pretendono – e sarebbe una pensata di Rassi – che i carcerieri e i confessori hanno l’ordine di dir loro che ogni mese all’incirca uno d’essi è condotto a morte. Quel giorno essi ricevono il permesso di salire sulla spianata dell’immensa torre e vedono di lassú, da centottanta piedi d’altezza, un corteo con una spia che fa la parte del povero diavolo che va alla morte».
Questi racconti e tanti altri dello stesso genere e di non minore autenticità interessavano vivamente la signora Pietranera; l’indomani essa chiedeva maggiori dettagli al conte e non gli risparmiava punzecchiature. Lo trovava divertente e gli provava che in fondo, senza saperlo, egli era un mostro.
Un giorno rientrando all’albergo il conte si disse: «Questa contessa Pietranera non è soltanto una donna affascinante; ma quando passo la serata nel suo palco, riesco a dimenticare certe cose di Parma che a ricordarle mi trafiggono il cuore».
Quel ministro, nonostante la sua aria leggera e i suoi modi brillanti, non aveva un temperamento alla francese; i crucci non li sapeva scordare. Quando c’era una spina nel suo letto, doveva smussarla a forza di pungervi contro le membra palpitanti. Mi scuso di questa frase che traduco alla lettera dall’italiano.
L’indomani di quella scoperta, il conte trovò che, nonostante gli affari che aveva da sbrigare a Milano, la giornata non finiva mai; non riusciva a restar fermo un momento e se n’ebbero ad accorgere i cavalli della sua carrozza.
Verso le sei, montò in sella per recarsi al Corso; aveva qualche speranza d’incontrarvi la Pietranera; non vedendola, si ricordò che alle otto s’apriva la Scala; vi si affacciò ma non c’erano nell’immensa sala dieci persone. Provò un certo rossore di trovarsi lí. «Possibile, – si disse, – che a quarantacinque anni suonati io faccia delle pazzie delle quali arrossirebbe un sottotenente? Per fortuna nessuno sospetta che cosa m’ha condotto qui».
Scappò via e cercò di ammazzare il tempo passeggiando per le strade pittoresche, che corrono intorno al teatro della Scala, ingombre di caffè a quell’ora rigurgitanti; davanti ad ogni caffè, folle di curiosi prendono il gelato seduti in mezzo alla via e fan la critica a chi passa. Il conte era un passante che dava nell’occhio: cosí ebbe il piacere di vedersi riconosciuto e avvicinato. Tre o quattro importuni, di quelli coi quali non è possibile tagliar corto, colsero l’occasione per conversare con un ministro cosí potente. Due di essi gli consegnarono delle petizioni; il terzo s’accontentò di rivolgergli dei consigli interminabili sulla condotta politica che gli conveniva tenere.
«Non si dorme, – egli si disse, – quando si ha tanto spirito; non si passeggia quando si è cosí potenti». Rientrò nel teatro e decise di prendere un palco in terza fila; di là avrebbe potuto dominare senza essere notato il palco di seconda dove sperava di veder apparire la contessa. Le due lunghe ore che aveva da attendere non parvero troppe all’innamorato; sicuro di non essere visto, s’abbandonava tutto con voluttà alla sua follia. «Esser vecchi, – si diceva, – non è prima di tutto non esser piú capaci di queste deliziose bambinerie?»
Finalmente la contessa fece la sua comparsa. Armato d’occhialino, egli la esaminava con emozione: «Giovane, brillante, leggera, come un uccello, – s’andava dicendo, – non ha venticinque anni. La bellezza è la minore delle sue attrattive: in quale altra trovare un’anima sempre sincera come in lei, una natura che non fa mai niente con prudenza, che s’abbandona tutta intera all’impressione del momento, che altro non chiede che d’essere attratta da qualche cosa di nuovo? Capisco le pazzie del conte Nani».
Cosí il conte si dava da sé delle ottime ragioni per perdere la testa e per pensar piú solo a conquistare la felicità che aveva sotto gli occhi. Ragioni altrettanto buone non ne trovava invece quando passava a considerare la propria età e le preoccupazioni a volte incresciose parecchio che gli riempivano l’esistenza. «Oggi un uomo capace cui la paura ottenebra la mente mi permette di condurre una gran vita e mi provvede di molto danaro perché io sia ministro; ma che domani egli mi licenzi, ed eccomi vecchio e povero, che è come dire l’uomo piú disprezzato del mondo; il bel partito da offrire alla contessa!»
Questi pensieri erano troppo neri, tornò quindi con gli occhi alla Pietranera; non si saziava di guardarla; e per raccogliersi meglio nel pensiero di lei non scese nel suo palco.
«Non s’è preso Nani, mi voglion dire, che per far dispetto a quell’imbecille di Limercati che non aveva voluto saperne di dare un colpo di spada o di farne dare uno di pugnale all’assassino di suo marito! Venti volte io mi batterei per lei».
Ogni po’ guardava l’orologio del teatro dove cifre luminose spiccando sul fondo nero avvertono ogni cinque minuti gli spettatori se è giunta l’ora in cui possono recarsi nel palco amico. Il conte si diceva: «Conoscendola da cosí poco non potrei passare che una mezz’ora al massimo nel suo palco; a restarci di piú mi farei notare e grazie alla mia età e peggio ancora a questi maledetti capelli incipriati, ci farei davvero una bella figura!» Ma a un tratto venne un pensiero a deciderlo: «Se s’alza per andare a fare una visita, son bell’e ripagato dell’avarizia con cui mi misuro questo piacere». Ma nell’alzarsi per andare, di colpo non ne sentí quasi piú il desiderio. «Ah! questa sí che è bella, – esclamò ridendo di se stesso e fermandosi sulla scala, – la mia è vera e propria timidezza: è da venticinque anni che una cosa simile non mi succede!»
Per entrare nel palco dovette quasi fare uno sforzo su se stesso; e profittando da uomo di spirito dello stato d’animo attraverso il quale passava, non cercò affatto di mostrarsi disinvolto o di fare dello spirito raccontando qualche amena storiella; ebbe il coraggio della sua timidezza e la sua abilità la mise piuttosto a lasciar trasparire il proprio turbamento senza cadere nel ridicolo. «Se lei la piglia male, – si diceva, – mi perdo per sempre ai suoi occhi. E c’è di che: diamine! timido, con della cipria sui capelli che senza la cipria sarebbero grigi! Ma che lei m’intimidisca è un fatto; per cui la mia timidezza non può essere ridicola a meno che la esageri o me ne pavoneggi».
La contessa s’era cosí spesso annoiata al castello di Grianta davanti alle figure incipriate del fratello, del nipote e di qualche tedioso benpensante dei dintorni, che non fece alcuna attenzione all’acconciatura del suo nuovo adoratore. Trattenuta con la presenza di spirito la risatina che l’ingresso del conte poteva provocare, essa non badò piú alle notizie di Francia che Mosca arrivando nel palco aveva sempre da darle in segreto: notizie che senza dubbio egli inventava. Anzi, commentandole insieme, lei notò quella sera che il conte aveva dei begli occhi e che lo sguardo che le rivolgeva esprimeva qualcosa di piú che della simpatia.
– Suppongo, – gli disse, – che a Parma, fra i vostri schiavi, non avrete questo sguardo; sciuperebbe ogni cosa e darebbe loro qualche speranza di non essere impiccati.
Quella totale mancanza di posa parve singolare alla contessa in un uomo che passava pel primo diplomatico in Italia; gli trovò persino della grazia. Infine, siccome lo conosceva bel parlatore e pieno di fuoco, non le dispiacque ch’egli giudicasse conveniente prendere per una sera tanto e senza farlo pesare la parte di chi ascolta.
Fu pel conte un buon passo in avanti, per quanto rischioso, nella conquista della contessa; fortunatamente per lui, che a Parma non aveva da fare con belle crudeli, era da pochi giorni soltanto che la contessa era scesa da Grianta: il suo spirito era ancora addormentato dall’uggia della vita campestre. S’era quindi quasi scordata l’arguzia; e tutte le cose che fan parte d’un modo di vivere elegante e leggero avevano ripreso ai suoi occhi una tinta di novità che le rendeva sacre; non era perciò disposta a burlarsi di nulla, neppure d’un innamorato di quarantacinque anni e timido per giunta. Otto giorni dopo quel contegno del conte avrebbe potuto ricevere tutt’altra accoglienza.
C’è l’uso alla Scala che le visite nei palchi non durino piú d’una ventina di minuti; ora, il conte passò tutta la se...