Nell'ombra e nella luce
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Nell'ombra e nella luce

  1. 224 pagine
  2. Italian
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Nell'ombra e nella luce

Informazioni su questo libro

1848. Nella Torino di Carlo Alberto, che si accende a giorno con mille fanali per l'illuminazione a gas, un'ombra turba la festa. È l'ombra lunga di un demonio col naso d'argento, che somiglia a Scaramouche, ma strazia giovani donne. Il suo nome è solo sussurrato. Prima che la paura del misterioso Diaul generi rivolte, dovrà scendere in campo Emiliano Mercalli di Saint-Just, giovane ufficiale dei Carabinieri Reali, eroe di Pastrengo. Ma l'aitante Emiliano è un po' confuso. Come fa il Diaul a riempire di terrore le notti dei buoni cittadini, se lo stesso Emiliano l'ha spedito da un pezzo all'Ospedale dei Pazzarelli? E oltretutto dopo una caccia all'uomo che gli ha fatto perdere il suo migliore amico, il molto sapiente medico-detective Gualtiero Lancefroid, e la bellissima, affascinante, troppo libera fidanzata, Naide Malarò, idolo dei teatri cittadini. Con il maldestro, coraggioso, contraddittorio Emiliano di Saint-Just, chiamato a investigare su efferate uccisioni, opera di uno sfuggente criminale che somiglia a un diavolo, Giancarlo De Cataldo ci trasporta in una Torino divisa tra slancio progressista e reazione, nuove tecnologie e vecchi pregiudizi, inconsueta per l'occhio di oggi, ma nella quale è facile ambientarsi per la naturalezza e la precisione dei dettagli: da una nuova grande piazza appena costruita alla mefitica paludosa Vanchiglia, a un gran ballo a Palazzo Carignano, a un dinamicissimo Ghetto dove gli ebrei combattono per non diventare il capro espiatorio della rabbia e della paura di tutti. E sotto i nostri occhi, mentre un Cavour infuriato rischia di esser preso a bastonate dal reazionario duca di Pasquier, e le alte sfere consigliano al giovane carabiniere di cercare il colpevole preferibilmente negli strati piú bassi e «infami» della città, impartendogli una lezione di modernissimo controllo sociale, si svolge una vorticosa, molto attuale commedia umana. Le opposizioni private e pubbliche di gelosia e amore, obbedienza e libertà, viltà e coraggio, politica e crimine, tipiche del futuro carattere nazionale degli italiani, fanno qui le prove generali, come a teatro. E il Diaul, che sia un mostro malvagio, un assassino seriale o la pedina di un complotto politico, diventa la cifra, il luogo geometrico delle contraddizioni di tutti. Senza smettere di far paura, tutt'altro.

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Informazioni

Editore
EINAUDI
Anno
2014
Print ISBN
9788806221843
eBook ISBN
9788858416419

Parte seconda

Autunno del 1846. Due anni prima

I.

Si fece silenzio.
Tacquero voci, sospiri, risa e chiacchiericcio, e tutti fissarono il re. Un’immagine emozionante, pensò Emiliano. In sella a Favorito, l’adorato cavallo bianco, con i suoi due metri d’altezza, nello scintillio dell’alta uniforme, Carlo Alberto sembrava davvero l’uomo del destino, colui che avrebbe finalmente riunito in un’unica patria i dispersi destini italici. Evento che i liberali auspicavano e i reazionari temevano, ma che si profilava piuttosto incerto, dato il carattere notoriamente irresoluto del re. Quanto a Emiliano, l’idea di un’Italia unita lo eccitava, come eccitava tutti i giovani del suo tempo: e in piú, della guerra, erano l’ardimento e la possibile gloria ad attirarlo. Del resto, come ufficiale dei carabinieri reali, avrebbe obbedito, sempre e comunque, al proprio sovrano.
Ma almeno per un giorno liberali e reazionari avevano deciso di accantonare le beghe, per ritrovarsi uniti nel clima di festa e di eccitazione che accompagnava il grande evento.
Perché quel Primo Ottobre del 1846 era davvero un giorno unico.
Carlo Alberto scambiò uno sguardo d’intesa con i dignitari a lui piú prossimi e sguainò la sciabola, la tenne per un istante levata, ben visibile alla folla che assiepava via Dora Grossa e le strade circostanti, poi, con espressione imperturbabile, l’abbassò, come per calare un simbolico fendente.
Al segnale convenuto, ottanta lampioni a gas s’accesero all’unisono. Nello stesso istante, altrettante bocche di fuoco illuminavano Contrada Nuova.
Torino esplose. La fantasmagoria di luci destò la sopita frenesia di quella che i viaggiatori descrivevano come la capitale piú noiosa d’Europa. La folla era come impazzita. Si lanciavano cappelli in aria, ci si abbracciava. Si era felici.
Carlo Alberto sorrise. I ministri sorrisero. La banda attaccò una marcia trionfale. La frenesia si fece delirio. Carlo Alberto fece un cenno alla scorta. Il re e il suo seguito lasciavano campo libero ai sudditi. La festa, per le alte cariche, proseguiva a Palazzo Carignano.
Emiliano, troppo basso in grado, non era fra i privilegiati che vi avrebbero preso parte. Il che, dal suo punto di vista di amante di freschissima nomina, era tutt’altro che uno svantaggio. Salutò il comandante Lazari e cercò di aprirsi un varco. Finí per scontrarsi con un corpulento gentiluomo che, con grandi sforzi, tentava di districarsi dall’abbraccio della massa.
– Vi chiedo scusa… Oh, conte, perdonatemi, con questa confusione non vi avevo riconosciuto…
– Niente scuse. Capitate a proposito. Un giovane alto e in uniforme è ciò di cui avevo un gran bisogno. Su, andiamo, fatemi strada.
Emiliano cominciò a lavorare di gomiti e gambe, e sia pur con qualche fatica, riuscí a tracciare un sentiero per sé e per il suo nuovo compagno: Camillo Benso, conte di Cavour. Aristocratico, ma soprattutto industriale, noto per aver introdotto strumenti di lavoro innovativi, c’era chi diceva rivoluzionari, nelle sue aziende. Fra loro due, pur cosí diversi per temperamento e posizione sociale, correva una sottile simpatia da quando, mesi addietro, s’erano accorti di aver condiviso, all’insaputa l’uno dell’altro, le grazie di una giovane vedova. Dopo un’iniziale schermaglia, avevano convenuto, da uomini di mondo, sull’inutilità di un contrasto che la scarsa virtú della signora in questione rendeva oltremodo futile. Entrambi si erano fatti da parte, Madame Y. s’era dovuta cercare un altro amante, e fra loro era nata qualcosa di simile a un’amicizia.
– Cosa ne pensate di tutto questo, Saint-Just? – chiese Cavour, detergendosi il sudore, quando finalmente riuscirono a lasciarsi la calca alle spalle.
– Il mio sovrano…
– Ah, je vous en prie, siate piú sciolto quando parlate con me, questa è la versione ufficiale, il re comanda, il carabiniere esegue. Io voglio sapere la vostra personale opinione.
– Se la mettete cosí, conte… la luce è… insomma, è una cosa meravigliosa.
– Bravo! – approvò Cavour, e cominciò a contare sulle dita di una mano. – Luce uguale progresso, progresso uguale ricchezza, ricchezza uguale istruzione, istruzione uguale miglioramento del tenore generale di vita, miglioramento del tenore generale di vita uguale potenza del Piemonte… vi suggerisce niente questo mio elenco?
– Francamente…
– Potenza del Piemonte uguale conquista! – tuonò Cavour. – Ci prendiamo l’Italia, mio caro. Da qui a due mesi saranno illuminate anche via Po, piazza Castello e tutte le strade intorno. Torino non avrà nulla da invidiare a Napoli, Londra, Parigi. Faremo di questa città la capitale d’Italia.
– Non vi sapevo cosí interessato alla politica.
– Ah, sí? – sghignazzò Cavour. – Be’, tutto è politica, mio giovane carabiniere. Senza contare che strade illuminate significa maggiore sicurezza, libertà di circolare senza temere brutti scherzi dalla notte… E pensare che poco fa quel gallinaccio imbalsamato di Jacquier, il capo dei reazionari, rilasciava fosche profezie su tutto questo. Dove andremo a finire, diceva, dove andremo a finire… E a tenergli bordone c’era un vostro superiore.
Emiliano si limitò ad annuire. Sorpreso, Cavour si fermò di botto all’altezza della Reale Accademia di Pittura. Il portale del palazzo seicentesco, che qualche anno prima Carlo Alberto aveva donato ai torinesi, era ancora illuminato da antiquate torce. Il contrasto con lo scintillio dei nuovi lampioni a gas non poteva apparire, in una simile serata, piú stridente.
– Non siete curioso di sapere chi è questo bell’esemplare di conservatore in divisa?
– Mi sembrava indiscreto chiederlo.
Cavour lo squadrò, vagamente ironico.
– Ufficiale e gentiluomo, non c’è che dire. Dovrò complimentarmi con il vostro comandante, ha saputo inculcarvi a dovere i principî del corpo. Ma ricordate il mio amato motto: non sempre il rispetto delle regole garantisce il successo. A volte, una sana trasgressione può rivelarsi preziosa. E poi, su, non fate il santarellino. Lo so benissimo dove stavate correndo, cosí di fretta…
Emiliano arrossí. Cavour gli assestò una pacca sulla spalla.
– Posso farvi una confessione? Vi invidio. Voi ve ne andate a godere la vita, e io sono intrappolato in quella festa di parrucconi noiosissimi. Politica… ve l’ho detto, politica… à bientôt, tenente.
Con un risolino stridulo, il conte si avviò per la sua strada. Emiliano, finalmente libero, si diresse a grandi falcate verso la sua agognata meta.

II.

La cameriera gli aprí, lo salutò con un mezzo inchino e annunciò che la signora lo pregava di attendere.
Emiliano restò in piedi, nell’anticamera del piccolo ma elegante appartamento che Naide occupava in uno degli stabili di recente costruzione nella piazza Emanuele Filiberto, l’ennesimo dono di Carlo Alberto alla sua città. Rifiutò di consegnare il copricapo e la sciabola – a Naide piaceva l’uniforme, o, forse, meglio sarebbe dire che quell’apparato scenico la divertiva non poco – e si dispose all’attesa. Era, come sempre, carico di desiderio. Quella sera si aggiungeva una punta d’inquietudine. L’indomani sarebbe partito per Novara, dove lo attendevano le manovre d’autunno. Per un mese o forse piú gli sarebbe stato impossibile tornare a Torino. Era la prima volta che si separava per cosí lungo tempo da lei. E non aveva la minima idea di come la notizia sarebbe stata accolta.
Il suo sguardo cadde su una nuova stampa che ornava la parete di destra, rispetto all’ingresso. Si avvicinò per vedere meglio. Era un ritratto a mezzo busto di Naide, i capelli insolitamente raccolti in crocchia, una rosa fra le mani. Una sorta di fantasia spagnola.
Non si trattava in realtà di un ritratto, ma di un dagherrotipo.
La nuova tecnica, inventata a Parigi una decina d’anni prima, stava furoreggiando nella Torino albertina. Immagine impressa su una lastra che cattura l’anima dell’individuo. Doveva fare i complimenti all’artista. Molti consideravano ancora il dagherrotipo un’arte minore, eppure quel maestro aveva davvero catturato l’anima di Naide.
A venticinque anni, due meno di Emiliano, Naide Malarò era una delle piú acclamate interpreti sulla scena. La sua Giulietta, un misto di sensualità, innocenza e perversione, si era piantata indelebilmente nel cuore di ciascuno, e legioni di adoratori facevano la fila davanti al camerino del Carignano, dove da sei mesi Naide era la prima attrice nella compagnia del capocomico Severiani. Il suo repertorio spaziava dalla Francesca da Rimini del Pellico alla Mirra di Vittorio Alfieri, passando per la Pia de Tolomei del povero Carlo Marenco, il grande drammaturgo che una febbre tifoidea s’era portato via pochi giorni prima, all’apice del successo. E c’era grande attesa per l’Otello che, di lí a qualche giorno, avrebbe debuttato al Regio. Per quanto fosse, a giudizio unanime, un’autentica grande attrice, in grado di rivaleggiare persino con la Ristori, era innegabile che alla fama di Naide avesse fornito un contributo essenziale la sua bellezza. Al punto che si componevano carmi sui suoi lunghi capelli bruni, sul suo nasino impertinente, sugli occhi scuri venati di eccentriche pagliuzze dorate, e, sfidando i rigori dell’occhiuta censura sabauda, sul seno generoso che talora, per esigenze drammaturgiche, il costume di scena evidenziava. Emiliano tuttavia era rimasto stregato, piú che dalle qualità estetiche, dal suo carattere. Naide appariva capricciosa, imprevedibile, mutevole d’umore, capace di passare in un attimo dalla tenerezza alla ribellione piú selvaggia. Ma era solo la maschera. La sostanza era tutt’altra. La vera Naide era molto diversa dall’attrice che eccitava i sogni della virilità torinese. La vera Naide era fatta, in egual misura, d’acciaio e di diamante. Colta non meno che bella, lettrice appassionata dei grandi classici e dei piú scandalosi romanzi moderni, padroneggiava il francese, l’inglese e il tedesco, odiava le imposizioni e amava, piú di ogni altra cosa al mondo, la libertà.
«Patti chiari, – gli aveva intimato la prima volta che si erano appartati, – non tollero catene. Se ti sta bene, sarò liberamente tua. Finché entrambi lo vorremo, o uno dei due si stancherà».
Emiliano era rimasto sconcertato. Non era certo quello il modo in cui si esprimevano le signorine della buona società che era avvezzo a frequentare. E anche le svariate madame e madamine che gli ronzavano intorno parlavano una lingua molto diversa, fatta di gesti accennati, velate allusioni, rossori e svenimenti. Un minuetto tanto delicato quanto eccitante che alimentava il rito eterno della seduzione. Per Naide tutto questo non aveva senso. Il suo messaggio era stato chiaro e diretto: tu e io vogliamo la stessa cosa, quindi poche chiacchiere, accordiamoci sui presupposti e passiamo all’azione. Naide proponeva un patto. Stava a Emiliano accettare o rifiutare. Ma accettare non significava forse cedere il bastone del comando, assumere, sin dal primo momento, un ruolo sottomesso, una vergogna per un ufficiale dei carabinieri reali, un aristocratico di discendenza napoleonica, un brillante militare in carriera e, in una parola, un uomo? Lo sconcerto si era fatto irritazione. Emiliano era stato a un passo dal piantare in asso la bella attrice, magari con una battuta salace, ma si era trattenuto. Andarsene equivaleva a dichiararsi sconfitto. E nonostante le circostanze, il desiderio di stringerla fra le braccia era piú vivo che mai. No. Niente abbandono del campo. Altra era la strada da intraprendere, per salvare l’onore e, nello stesso tempo, rispettare il piacere.
«Farò tutto quello che vorrai, Naide!»
L’avrebbe posseduta, e si sarebbe dimenticato di lei. Sarebbe uscito vincitore dalla contesa. Vincitore e uomo.
Naide lo aveva fissato a lungo, aveva letto la menzogna nei suoi occhi e lo aveva subito messo alla porta.
Si erano riconciliati soltanto quando lui aveva ammesso, davanti al camerino serrato del Carignano, che sí, lei aveva avuto ragione di dubitare, quella sera, che sí, le aveva mentito, ma che no, non riusciva a levarsela dalla testa.
«Tenete a mente che io non potrò mai amare piú di un uomo alla volta, Emiliano».
Nei giorni successivi Naide aveva troncato la relazione che da qualche mese la legava al marchese Villabruna, si era trasferita nella casa di piazza Emanuele Filiberto e da...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Nell’ombra e nella luce
  3. Parte prima - 1848. Primavera, estate
  4. Parte seconda - Autunno del 1846. Due anni prima
  5. Parte terza - Torino, agosto 1848
  6. Il libro
  7. L’autore
  8. Dello stesso autore
  9. Copyright