
- 240 pagine
- Italian
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eBook - ePub
L'uomo dei cerchi azzurri
Informazioni su questo libro
Sui marciapiedi di Parigi vengono tracciati da mesi strani cerchi con il gesso azzurro. In mezzo ai cerchi, un tappo, un portachiavi, un gatto... Giornalisti e psichiatri si divertono a discuterne, ma il commissario Adamsberg, appena trasferito a Parigi, pensa che non ci sia proprio nulla da ridere. Lui lo sente, lo sa, che quei segni trasudano crudeltà. E aspetta. Aspetta che nel cerchio azzurro compaia il primo cadavere.
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Informazioni
eBook ISBN
9788858400777Fred Vargas
L’uomo dei cerchi azzurri
Traduzione di Yasmina Melaouah
Einaudi
Mathilde tirò fuori l’agenda e scrisse: «Il tizio seduto alla mia sinistra mi prende per i fondelli».
Bevve un sorso di birra e lanciò un’altra occhiata al vicino, un tizio immenso che da dieci minuti tamburellava con le dita sul tavolo.
Aggiunse sull’agenda: «Si è seduto troppo vicino, come se ci conoscessimo, invece io non l’ho mai visto. Sono sicura che non l’ho mai visto. Non c’è molto altro da dire su questo tizio che porta un paio di occhiali neri. Sono seduta all’aperto al Café Saint-Jacques e ho ordinato una birra alla spina. La bevo. Mi concentro sulla birra. Non trovo niente di meglio da fare».
Il vicino di Mathilde continuava a tamburellare sul tavolo.
– C’è qualcosa che non va? – domandò lei.
Mathilde aveva la voce bassa e molto roca. L’uomo reputò che fosse una donna, e che fumasse tantissimo.
– Niente. Perché? – domandò l’uomo.
– Credo che mi dia sui nervi vederla giocherellare con il tavolo. Oggi tutto mi irrita.
Mathilde finí la sua birra. Era scipita, tipico di una domenica. Mathilde aveva l’impressione di soffrire piú degli altri del comunissimo male da lei chiamato il male del settimo giorno.
– Ha piú o meno cinquant’anni, presumo? – domandò l’uomo senza scostarsi da lei.
– Possibile, – disse Mathilde.
Fu contrariata. Che gliene importava, a quello? Si accorse in quell’istante che il filo d’acqua della fontana di fronte, deviato dal vento, bagnava il braccio di un angelo scolpito piú in basso, e questi erano forse attimi di eternità. In fondo, quel tizio le stava guastando l’unico attimo di eternità del suo settimo giorno.
E poi di solito le davano dieci anni di meno. Glielo disse.
– E allora? – fece l’uomo. – Io non sono in grado di valutare come gli altri. Ma immagino che sia piuttosto bella, o sbaglio?
– C’è qualcosa che non va nel mio viso? Non mi pare molto convinto, – disse Mathilde.
– Ma no, – disse l’uomo, – immagino che sia piuttosto bella, ma non potrei giurarci.
– Faccia un po’ come le pare, – disse Mathilde. – Comunque lei è bello, e se può esserle utile potrei anche giurarlo. In verità, è sempre utile. Ma adesso la saluto. In fondo oggi sono troppo nervosa per aver voglia di parlare con gente come lei.
– Neanche io sono rilassato. Stavo per andare a vedere un appartamento da affittare ed è già preso. E lei?
– Mi sono lasciata scappare una persona a cui tenevo.
– Un’amica?
– No, una donna che seguivo nel metró. Avevo preso un sacco di appunti e di colpo l’ho persa. Veda un po’ lei!
– No. Io non vedo niente.
– È perché non ci prova.
– Ovvio che non ci provo.
– Davvero pesante, lei, come uomo.
– Sí, sono pesante. E in piú sono cieco.
– Oh Dio santo, – disse Mathilde. – Mi dispiace.
L’uomo si voltò verso di lei con un sorriso cattivo.
– Perché le dispiace? – disse. – In fondo non è mica colpa sua.
Mathilde pensò che era meglio se la smetteva di parlare. Ma sapeva anche che non ci sarebbe riuscita.
– E di chi è colpa? – domandò.
Il cieco bello, come Mathilde l’aveva già battezzato nella sua testa, si sistemò di tre quarti di spalle.
– Di una leonessa che stavo sezionando per capire il sistema di locomozione dei felini. Ma chissenefrega del sistema di locomozione dei felini! Certe volte mi dicevo che meraviglia, e altre volte pensavo, ma porca miseria i leoni camminano, indietreggiano, saltano, cos’altro c’è da sapere? Un giorno ho dato un colpo di bisturi sbagliato…
– E le è sfuggito di mano.
– Esatto. Come fa a saperlo?
– So di uno, quello che ha costruito il colonnato del Louvre, che è stato ucciso cosí, da un cammello infetto posato su un tavolo. Ma era tanto tempo fa ed era un cammello. Sono due cose ben diverse.
– Ma i germi sono sempre germi. Mi sono finiti negli occhi. Sono stato spedito nel buio. Fine, non potevo piú vedere. Merda.
– Era una stronza di leonessa. Ho conosciuto un animale cosí. Quanto tempo fa?
– Undici anni fa. Capace che adesso se la ride, la leonessa. Vabbè, adesso anch’io ogni tanto rido. Ma sul momento no. Un mese dopo sono tornato al laboratorio e ho distrutto tutto, ho sparso germi ovunque, volevo che finissero negli occhi di tutti e ho mandato in malora l’intero lavoro dell’équipe sulla locomozione dei felini. Ovviamente non ne ho tratto alcuna soddisfazione. Sono rimasto deluso.
– Di che colore erano, i suoi occhi?
– Neri come rondoni, neri come le falci del cielo.
– E adesso come sono?
– Nessuno ha avuto il coraggio di descrivermeli. Neri, rossi e bianchi, credo. La gente si strozza quando li vede. Immagino che sia uno spettacolo raccapricciante. Non mi tolgo piú gli occhiali.
– Ma io li vedo volentieri, – disse Mathilde. – Se vuole davvero sapere come sono. Le cose raccapriccianti non mi disturbano.
– Dicono tutti cosí. E poi piangono.
– Un giorno durante un’immersione uno squalo mi ha morso una gamba.
– D’accordo, non deve essere bello.
– Che cosa rimpiange di piú di non poter vedere?
– Le sue domande mi ammazzano. Non staremo tutto il giorno a parlare dei leoni e degli squali e delle bestiacce.
– No, direi di no.
– Rimpiango le ragazze. Banalissimo.
– Le ragazze se ne sono andate, dopo la leonessa?
– A quanto pare sí. Non mi ha detto perché seguiva quella donna?
– Per nessun motivo. Seguo un sacco di gente, sa. È piú forte di me.
– Il suo amante se n’è andato, dopo lo squalo.
– Andato, e altri sono venuti.
– Lei è una donna insolita.
– Perché dice questo? – disse Mathilde.
– Per via della sua voce.
– Che cosa sente, lei, nelle voci?
– Be’, non posso mica dirglielo! Che cosa mi resterebbe, santo Dio? Bisogna pur lasciare qualcosa al cieco, signora mia, – disse l’uomo con un sorriso.
Si alzò per andarsene. Non aveva neppure bevuto il suo bicchiere.
– Aspetti, come si chiama? – disse Mathilde.
L’uomo esitò.
– Charles Reyer, – disse.
– Grazie. Io mi chiamo Mathilde.
Il cieco bello disse che era un nome molto elegante, che la regina Matilde aveva regnato in Inghilterra nel XII secolo, e se ne andò guidandosi con il dito lungo il muro. A Mathilde non fregava niente del XII secolo e vuotò il bicchiere del cieco aggrottando la fronte.
Per settimane, durante i suoi giri per i marciapiedi, Mathilde cercò a lungo con la coda dell’occhio anche il cieco bello. Non lo trovava. Gli dava trentacinque anni.
L’avevano nominato commissario a Parigi, nel quinto arrondissement. Procedeva a piedi verso il nuovo ufficio, per il suo dodicesimo giorno.
Per fortuna era Parigi.
Era l’unica città del Paese che gli potesse piacere. A lungo aveva creduto che il posto in cui viveva gli fosse indifferente, indifferente come il cibo che mangiava, indifferente come i mobili che lo circondavano, indifferente come gli erano indifferenti i vestiti che portava, riciclati, ereditati, trovati chissà dove.
Ma alla fin fine, per il luogo in cui vivere, non era cosí semplice. Jean-Baptiste Adamsberg aveva percorso a piedi nudi tutta la montagna pietrosa dei Bassi Pirenei. Lí aveva vissuto e dormito, e poi, diventato sbirro, lí aveva lavorato su omicidi, omicidi in villaggi di pietra, omicidi lungo sentieri minerali. Conosceva a memoria il rumore dei sassi sotto i piedi, e la montagna che ti stringe a sé e ti minaccia come un vecchio muscoloso. Nel commissariato dove aveva iniziato a venticinque anni dicevano che era «silvestre». Forse riferendosi alla selvatichezza, alla solitudine, non sapeva esattamente. E non lo trovava né originale né lusinghiero.
Aveva chiesto il perché a una delle giovani ispettrici, suo diretto superiore, che avrebbe voluto baciare, ma che aveva dieci anni piú di lui, e non osava. Lei era imbarazzata, aveva detto: «Se lo scopra da sé, si guardi allo specchio e lo capirà». La sera aveva studiato la sua figura piccola, solida e scura, indispettito perché gli piacevano i giganti bianchi, e l’indomani aveva detto: «Mi sono messo davanti allo specchio, ho guardato ma non ho capito bene quello che mi ha detto».
«Adamsberg, – aveva replicato l’ispettrice, un po’ stufa, un po’ esasperata, – che senso ha dire cose del genere? Che senso ha fare domande? Stiamo lavorando su un furto di orologi, non c’è altro da sapere e non ho intenzione di parlare del suo corpo».
«Vabbè, – aveva detto Jean-Baptiste, – non se la prenda cosí tanto».
Un’ora dopo aveva sentito la macchina da scrivere fermarsi e l’ispettrice che lo chiamava. Era contrariata. «Chiudiamola qui, – aveva detto, – diciamo che è il corpo di un bambino silvestre, tutto qua». Lui aveva risposto: «Intende dire che è primitivo, che è brutto?» Lei aveva avuto un’espressione ancora piú sfinita. «Non mi faccia dire che è bello, Adamsberg, ma ha grazia da vendere, sfrutti quella nella vita», e nella sua voce c’erano stanchezza e affetto, lui ne era certo. Tanto che ancora rabbrividiva al ricordo, anche perché con lei tutto questo non si era mai piú ripetuto. Aveva aspettato il seguito, con il cuore che batteva all’impazzata. Forse l’avrebbe baciato, forse, e invece smise di dargli del tu e non disse altro. A parte questo, come sconsolata: «E lei non c’entra niente con la polizia, Jean-Baptiste. La polizia non è silvestre».
Si era sbagliata. Nei cinque anni seguenti aveva risolto uno dietro l’altro quattro omicidi in una maniera che i colleghi avevano trovato allucinante, cioè ingiusta, provocatoria. «Non combini niente, Adamsberg, – gli dicevano, – stai lí, ciondoli, con la testa tra le nuvole, a fissare la parete, facendo scarabocchi sulle ginocchia, come se avessi la scienza infusa e la vita davanti a te, e poi un giorno te ne arrivi bello tranquillo e dici: “Bisognerebbe arrestare il signor parroco, ha strangolato il bambino perché non parlasse”».
La creatura silvestre dei quattro omicidi si era cosí ritrovata ispettore, quindi commissario, sempre scarabocchiando per ore e ore disegnini sulle ginocchia, sopra pantaloni sformati. Quindici giorni prima gli avevano proposto Parigi. Si era lasciato alle spalle la scrivania coperta dei graffiti che ci aveva disegnato sopra per vent’anni senza che la vita gli venisse mai a noia.
E invece come potevano annoiarlo, a volte, le persone! Come se troppo spesso sapesse in anticipo che cosa avrebbe udito. E ogni volta che pensava «Adesso questo qui dirà cosí», se la prendeva con se stesso, si trovava odioso, e ancor piú quando il tipo effettivamente lo diceva. Allora soffriva e supplicava un dio qualunque di concedergli un giorno la sorpresa e non la conoscenza.
Jean-Baptiste Adamsberg girava il cucchiaino nel caffè in un bistrot di fronte al suo nuovo commissariato. Capiva forse meglio, ora, perché l’avessero trovato silvestre? Sí, ci vedeva un po’ piú chiaro, ma la gente usa le parole a sproposito. Specialmente lui. L’unica certezza era che soltanto Parigi sapeva restituirgli il mondo minerale di cui si accorgeva di avere bisogno.
Parigi, la città di pietra.
C’erano un po’ di alberi, era inevitabile, ma chissenefrega, bastava non guardarli. E i giardinetti, bastava evitarli e tutto era a posto. In fatto di vegetazione, a Adamsberg piacevano solo i cespugli rachitici e gli ortaggi sotterranei. Un’altra certezza era che probabilmente lui non era cambiato molto, visto che gli sguardi dei nuovi colleghi gli avevano ricordato quelli dei Pirenei di vent’anni prima, con lo stesso stupore discreto, le parole mormorate dietro le spalle, i cenni del capo, le smorfie contrariate, le dita che si allargano in gesti di impotenza. Tutte quelle mimiche nel silenzio che vogliono dire: ma che razza di tipo è questo?
Lentamente aveva sorriso, lentamente aveva stretto le mani, spiegato e ascoltato, perché Adamsberg faceva sempre tutto lentamente. Ma dopo undici giorni i suoi colleghi continuavano ad avvicinarsi a lui sempre con l’espressione di uomini che si domandano con quale nuova specie vivente abbiano a che fare, e come la si nutre, e come le si parla, e come la si distrae e come la si interessa. Da undici giorni il commissariato del quinto arrondissement era sprofondato nei bisbiglii, come se uno scabroso mistero ne avesse interrotto la vita abituale.
La differenza rispetto agli esordi nei Pirenei era che adesso la sua notorietà rendeva le cose un po’ piú semplici. Ma questo non faceva dimenticare che lui veniva da fuori. Ieri aveva sentito il parigino piú vecchio della squadra dire sottovoce: «Viene dai Pirenei, capisci, come dire dall’altro capo del mondo».
Avrebbe dovuto essere in ufficio da una mezz’ora, ma Adamsberg continuava a girare il suo caffè nel bistrot di fronte.
Non era perché oggi, a quarantacinque anni, c’era quel rispetto intorno a lui, che si permetteva di arrivare in ritardo. A vent’anni era già in ritardo. Anche per la nascita, era stato in ritardo di sedici giorni. Adamsberg non aveva orologi, ma non era in grado di spiegare il perché, del resto non aveva niente contro gli orologi. Né contro gli ombrelli. Né contro alcunché, in effetti. Non che volesse fare solo quello che desiderava, ma non sapeva costringersi a fare qualcosa se in quel momento il suo impulso era contrario. Non ne era mai stato capace, neanche quando voleva piacere alla bella ispettrice. Neanche per lei. Avevano detto che il caso di Adamsberg era disperato, e talora anche lui la pensava cosí. Ma non sempre.
E oggi il suo impulso era quello di girare un caffè, lentamente. Tre giorni prima un tizio era stato ammazzato nel suo magazzino di tessuti. I suoi affari sembravano cosí loschi che tre ispettori passavano al setaccio lo schedario dei clienti, certi di trovarvi l’assassino.
Adamsberg non si dava troppo pensiero per quel caso dopo aver visto i parenti del morto. I suoi ispettori cercavano un cliente truffato, avevano anche una pista seria, invece lui guardava il figliastro del morto, Patrice Vernoux, un bel tipino di ventitre anni, sensibile, romantico. Non faceva altro, lo guardava. L’aveva già convo...
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