Sono assolutamente sicura che, come non avete nessun’idea di cosa sia un bosco, cosí non conoscete le città che abitate. Ma se è cosí, in che razza di mondo vivete? Questo io non lo so, ma potrebbe essere in ogni caso un mondo fatto solo di spazi chiusi e soffocanti, l’abitacolo di un’auto, un luogo di lavoro in cui siete reclusi come in un carcere, le tre stanze e cucina in cui si consumano le vostre modeste corride serali e notturne. Torniamo alla città, soprattutto se metropoli. Voi, nel novantanove per cento dei casi, ci passate dentro come fareste in un labirinto privo d’identità e di carattere, nel tentativo affannoso di uscirne il piú rapidamente possibile (ma senza nessuna idea dell’altrove dove andare), sbirciando la targa dell’auto che vi precede per evitare di finirci contro, lanciando occhiate in tralice al cofano dell’auto che vi segue, sperando che non vi finisca contro, al tempo stesso sorvegliando nervosamente a destra e a sinistra il guizzare delinquenziale delle due ruote, per non uccidere o finire ucciso o quanto meno danneggiato seriamente nel corpo e/o negli averi (che per molti di voi, poi, a pensarci bene, come dice De Mor, coincidono). Nel vostro campo percettivo tutto sfuma, tutto si perde, come in una sequenza filmica improvvisamente accelerata: resta solo qualche striscia confusa di colore, un casco decorato alla nazista, un viso mummificato al volante, una moltitudine ossessionante di rumori stridenti e insensati.
Solo la compagnia e la guida di un efficiente individuo canino possono restituirvi la comunicazione con la vostra città. Siamo a piedi, tutti e due (anche se l’altro giorno io e Ma siamo rimaste trasecolate, scorgendo un vecchietto che se ne andava in giro in motorino con il suo cane al guinzaglio: il mondo è bello perché è vario): l’uno è al rimorchio dell’altro (anche se su questo possono svilupparsi contrasti non piccoli: con me Po ogni tanto esplode, alla maniera sua: «Ma insomma, dove cavolo mi stai portando?»); e l’uno e l’altro, anche se il tempo è poco, hanno tempo da perdere, nel senso che quel tempo lí, per quanto poco, è versato tutto sul conto dell’esistenza o almeno, se c’è qualcuno fra voi che preferisce veder nero, della sopravvivenza. È un tempo che non serve a niente, solo a muoversi nello spazio e, appunto, nel tempo. Per molti, per la grande maggioranza, è l’unico tempo senza scopo, cioè l’unico tempo utile.
È solo quando si fanno cose senza scopo, che si scoprono cose a non finire. Vado in giro con Ma, o con Po, attraversiamo con provocatoria lentezza le strade (provocando le brusche frenate e l’auspicabile arresto cardiaco di automobilisti e motociclisti), ci fermiamo pazientemente a tutti gli angoli, svicoliamo per stradine polverose poco frequentate, facciamo una sosta di fronte a questo o a quel negozio, all’uno o all’altro bar prendiamo un caffè e una brioche (Po o Ma il caffè, io la brioche), e a poco a poco quel sipario fatto di apparenze frenetiche e di urgenze non rinviabili si leva e scopriamo che dietro vi si svolge una rappresentazione calmissima, quasi immobile, destinata altrimenti a rimanere sconosciuta. Se mi arresto a contemplarla, finalmente non sarò piú cieca. Ricordatevelo: in ogni metamorfante c’è, piú o meno grande, una componente contemplativa.
Per forza: per trasferirsi in un altro, bisogna anzitutto fermarsi a lungo in se stessi. La conoscenza non può fare a meno della contemplazione: anzi, se non osservate molto una cosa, disinteressandovi del motivo per cui lo fate, anzi dimenticandovelo, come potete pretendere davvero di conoscerla? Allora la mia tesi è questa: per conoscere la vostra città dovete guardarla a lungo, molto lentamente e molto intensamente. Fermarvi. E guardarla. Vi accorgereste allora di vivere in un caos senza limiti, regolato soltanto dai capricci insondabilmente sovrapposti e intrecciati d’infinite generazioni umane. E il caos è confusione: ma anche libertà, fantasia, immaginazione.
Nella metropoli c’è di tutto: fumo, puzze, contenitori sbuffanti e rumorosi di ogni genere, mura secolari, templi eccelsi, modeste ma dignitose periferie, giardinetti stenti e sporchi, ville di rutilante bellezza, marciapiedi sbreccolati e cadenti, fosse d’acqua come in campagna, piante, alberi, erbe selvatiche ricadenti dalle pareti piú moderne, immondi aggregati abitativi piú simili a carceri che a case, baracche, immensi colonnati e suntuosi recinti signorili, esseri umani delle piú diverse specie, bianchi, neri, gialli, olivastri, biondi, scuri, ricciuti, capelluti, completamente rasi, barbuti e baffuti, allegri, simpatici, nevrotici, ricchi e disperati, silenziosi e chiacchieroni, ben messi, eleganti, miserabili; e poi ancora panchine, diecimila tipi di posti di ristoro, bar e baretti, porte e portoni, – e dappertutto orine e cacche di ogni genere… Il bosco, devo riconoscerlo anch’io che sono cane, è piú libero e bello, ma meno vario: qui c’è da perderci la testa.
Questa in cui Ma e Po mi hanno portato a vivere è una grande città, che però è anche un paesone, un villaggio, anzi un borgo nel senso letterale del termine: una cittaduzza cresciuta a dismisura per eccessive, caotiche aggregazioni, provinciale e un po’ trucida; insomma, in estrema sintesi: un bellissimo posto pieno di cose morte vive e di cose vive morte.
Camminateci dentro a lungo, gironzolando, con me, con Ma e Po, senza darvi la pena di avere una meta qualsiasi, per queste strade, questi vicoli, queste piazze e piazzette, fino a provarne saturazione. Oltrepassate allora il fiume che tutta l’attraversa, arrivate a nuove strade, nuovi vicoli, nuove piazze. Potreste continuare per giorni interi. Qualche volta con Po torniamo a casa esausti, perché la città si è rivelata superiore alle nostre forze. Il confine di volta in volta raggiunto non era che il piccolo punto di approdo di un’esplorazione destinata a rimanere senza fine. L’articolazione illimitata delle case e delle strade, delle strade e delle case, delle piazze e dei vicoli, delle chiese e dei palazzi, vi consentirà finalmente di capire che non la città appartiene a voi ma voi appartenete alla città, la quale senza di voi ci sarebbe anche se voi non ci foste, e non ci foste mai stati. La città c’era prima che voi ci foste, ci sarà quando voi non ci sarete piú. Questa è la grande forza della città: lei va per conto proprio, non ha bisogno di nessuno, nemmeno, a rigor di termini, di quanti l’abitano. Se non ci fossero loro, ce ne sarebbero altri (magari di colore diverso). Anzi, per coglierne tutta la severa bellezza, dovreste esser capaci (come di tanto in tanto fa Po) d’immaginarvela desertificata come dopo un attacco atomico: via le folle, via le colonne di auto, via il tumultuoso intreccio delle relazioni. Resterebbe uno scheletro geometricamente perfetto, una sorta di deposito immobile della storia, tanto piú equilibrato e armonico quanto piú si avvicina nella realtà alle città ideali e alle città invisibili dei pittori e dei poeti.
La città non si colloca tutta sullo stesso piano, anzi presenta una grande molteplicità di livelli. Per cogliere ognuno di questi, bisogna avere caratteristiche e attitudini appropriate.
Per esempio, Po, che volge spesso gli occhi al cielo (per contemplarlo, per ammirarlo, ma anche semplicemente per dar sfogo al cattivo umore: «Non ne posso piú, che palle!» e leva gli occhi verso l’alto), ha una predilezione particolare per i cornicioni dei palazzi e per i profili superiori delle chiese, timpani o cupole che siano. Ce ne sono di straordinari in questa città, che, pensa Po, è probabilmente tanto piú perfetta e godibile quanto piú si stacca dalla piattaforma puzzolente su cui pian piano è stata edificata. Io, invece, per come sono fatta, per come mi muovo e per la disposizione dei miei sensi, sono incline a esplorare la città soprattutto da una certa altezza in giú. Il nostro baricentro è collocato nel fiuto, e il fiuto ci tira in direzione della terra. Po, che finora non ci aveva mai pensato, a causa della sua leggendaria “testa per aria”, ha cominciato insieme a me a guardare il mondo verso il basso, verso ciò che solitamente neanche si vede.
Continuando a girare e girare e girare per la metropoli, osservando con curiosità sempre maggiore quel che una volta si sarebbe definito “mondo sublunare”, un giorno Po si è autonominato “archeologo della monnezza”. Della “monnezza”? Sí, della “monnezza”. E cosa vuol dire “monnezza”? Non è facile spiegarlo. Secondo De Mor “monnezza” appartiene al novero delle parole “non-equivalenti”. Madre, mère, mother, mutter sono parole perfettamente “equivalenti”. L’equivalente di “monnezza” sarebbe “immondizia”: ma in realtà fra le due semanticamente c’è un abisso. Immondizia, tanto per dire, suggerisce paradossalmente un’idea di ordine e organizzazione, allude a qualcosa di risistemato e rimesso a posto che non ha nulla a che vedere con ciò di cui si parla, e che invece monnezza, con questi suoi suoni triturati e aspri, rende alla perfezione. Monnezza è quella striscia di sporcizia profonda e untuosa, ormai in-identificabile e in-classificabile nelle sue diverse componenti, che corre lungo tutti i marciapiedi di tutta la città; è l’accumulo anarchico e inattaccabile di sacchi neri lacerati, ortaggi, fondi di caffè, sedie sfondate, casseruole abbandonate, contenitori di cartone, vecchi televisori, tovaglioli di carta, scarpe logore, indumenti usati, ciabatte spaiate, che si leva come una muraglia cinese intorno ai cassonetti municipali, destinati in teoria a raccogliere, – e organizzare, appunto, – la monnezza per trasformarla in immondizia, e divenuti anch’essi parte integrante, anzi capisaldi centrali, veri e propri Fort Apache della monnezza universale; è l’impronta di sudicio prodotta da secolari sfregagioni sulle pareti di tutti gli edifici della metropoli, nessuno escluso, dai sontuosi edifizi nobiliari alle miserabili casette di periferia.
Inevitabilmente chiunque si avventuri per strade e vicoli e piazze di questo borgo-metropoli viene a contatto con la monnezza, certe volte l’attraversa, immergendovisi come fosse un putrido acquitrino tropicale, altre volte, soprattutto se è in compagnia di uno di noi, invece di lasciarla al suo squallido destino apparentemente senza storia (ma in realtà una storia c’è, eccome), la esplora, la esamina, la studia, la cataloga con vera attitudine scientifica: non diversamente da quanto accade per qualsiasi altra manifestazione della storia umana, la quale del resto non di rado ha avuto, e tuttora ha a che fare, con la monnezza. Una volta, in un angolo particolarmente appartato del grande colonnato che apre le sue braccia gigantesche a disegnare la grande piazza che accoglie la grande chiesa (la piú grande che ci sia al mondo), irriverente meta abituale delle nostre passeggiate quotidiane, una volta, dicevo, dopo che io, al pari di uno scout fedele e sagace, avevo segnalato a Po la presenza di un qualcosa di strano, Po disseppellí da un mucchio di cartacce il contenitore metallico di una qualche schifosissima bevanda artificiale, il quale portava sul dorso la data di produzione: era di dieci anni prima. «Ehi, – fece Po serio serio: – senza volerlo, Contessa, abbiamo scoperto un reperto archeologico di primaria importanza, quello da cui si potrebbe partire per edificare un nuovo Museo della monnezza cittadina (in concorrenza con altri, del resto, assai prestigiosi in questo campo già esistenti). La sua presenza, infatti, prova ad abundantiam che da almeno dieci anni nessuno ha mai pensato di mettere il naso qui dentro». Poi, guardandomi e riflettendo, aggiunse: «Beh, scusami, volevo solo dire che ci vuole naso per fare le cose bene». Io annuii soddisfatta.
Ora, credo, potrete capire meglio quel che intendevo dire fin dall’inizio. La carica semantica di monnezza è incomparabilmente piú vasta e profonda d’immondizia, è come il caos primigenio che abbraccia e comprende la creazione, la quale, in fondo, ne è solo una manifestazione secondaria, che avrebbe potuto esserci, ma anche no, mentre il caos all’inizio c’è per forza, se no cosa ci sarebbe prima di cominciare e come si farebbe a cominciare se non ci fosse qualcosa prima di cominciare? La monnezza è la sporcizia che c’era e ci sarà, che resiste a ogni tentativo umano non dico di batterla ma semplicemente di contrastarla e limitarla, è la sporcizia che è qui e là e altrove e in ogni luogo, lungo linee ininterrotte di continuità. Seguendo i tracciati della monnezza potreste attraversare la città senza mai perderne il filo. Anzi: essa prosegue ben al di là dei confini urbani intesi in senso stretto. Accompagna fedelmente le grandi vie consolari, si dirama nella miriade delle strade secondarie, penetra nelle campagne circostanti e le infetta, arriva fino al mare, insudicia le spiagge, le riempie di detriti immondi, supera i mari seguendo i movimenti delle maree, perviene ad altre spiagge di altri paesi e di altri continenti, risale dalle spiagge alle strade, arriva alle città e le invade, costruisce una rete universale, interoceanica, della sporcizia umana. Solo a decine e decine di chilometri dalle metropoli la natura per suo conto (senza l’intervento umano, voglio dire, ché ogni intervento umano sino a quel momento era stato inane) riprende il sopravvento, le foglie smettono d’essere polverose e tornano brillanti, si può respirare finalmente a pieni polmoni senza timore d’ingoiare un bruscolo di plastica o una manciata di atomi pestilenziali.
Con Ma faccio passeggiate meno culturali ma piú divertenti. Po non fa altro che tentare d’intrudermi nel suo mondo; Ma, invece, s’intrude continuamente nel mio. Lei è preoccupata che la mia naïveté canina, quale emerge da tutti i miei comportamenti, possa danneggiarmi. Perciò mi fa le “prediche”, contando sulla mia intelligenza, perché io le capisca. Dice: «Contessa, guarda dove metti i piedi, con gli umani non si può mai sapere cosa lasciano di brutto e di sporco dietro di sé». Vorrà dire qualcos’altro, oltre al fatto che, come anche Po ha apertamente teorizzato, la metropoli è sudicia al di là di ogni immaginazione per colpa degli umani? Mah. A giudicare da quel che aggiunge, si direbbe di sí: «Contessa, guardati dall’abbracciare chiunque incontri, come sei solita fare. C’è fra noi umani una sorta d’inclinazione al malaffare, che il piú delle volte si esprime nella calunnia e nel tradimento. E l’invidia? Non sai cos’è l’invidia. Per invidia un umano sarebbe capace di uccidere. Mi correggo: poiché uccidere comporta sempre un certo grado di grandezza, o almeno di coraggio, o anche soltanto di sana follia, la maggior parte si accontenta d’insozzare la felicità altrui con il proprio sudiciume. Capisci? Il sudiciume, che sta già in terra sotto i nostri piedi, sotto le vostre zampe, sta anche nei cuori. E nei cervelli». Fa una pausa: «Degli umani, s’intende». Qualche volta, quando è proprio di malumore, aggiunge: «La mediocrità, la vile mediocrità, è la causa piú frequente dell’invidia fra gli umani».
Io le rispondo: «Mi riesce difficile, Ma, seguire il tuo discorso. Non so neanche lontanamente cosa sia l’invidia. Quanto alla mediocrità, non riesco neppure a immaginarmela: non c’è un cane, per quanto modesto, che non stia al di sopra di un certo livello. Per quel che mi riguarda, mi viene naturale, – il mio “naturale”, appunto, – non desiderare altro che bene per il mio prossimo, umano o canino che sia. Come difendermi da qualche cosa di cui non avverto affatto il pericolo?» Esito un istante, perché la vedo farsi ancora piú aggrondata e preoccupata per me. Di sicuro sta pensando: questa qui, se le capita un mascalzone fra i piedi, – mascalzona, aggiunge mentalmente, facendo forza a se stessa, – neanche se ne accorge. Decido che non costa niente rassicurarla: «Comunque, Ma, ti prometto che terrò conto dei tuoi avvertimenti: starò attenta».
Mentre con Po, finita la passeggiata, in genere si torna a casa e ci si risistema, lui davanti, Misch’ò sopra e io sotto la grande scrivania, su cui vanno e vengono incessantemente, – e incomprensibilmente, – le scatoline colorate delle quali la stanza è tutta foderata, con Ma, molto piú affettuosa e comprensiva, il gira e rigira spesso finisce nei giganteschi fossati dell’antico megalomane. Ma è persuasa che è bene parlare e ridere con i diversi. Però capisce anche che talvolta si ha bisogno dei propri simili se ci si vuole sentire davvero a proprio agio. Perciò smette di suonare i suoi itineranti Liszt e Chopin e scende con me in quella straordinaria agorà umano-canina. Lí vedrete confusi insieme gli uni e gli altri: parlano tutti fra loro, si muovono a gruppi, chiacchierano, abbaiano, si raccontano storielle, si tirano la palla, e nessuno sa se umano stia parlando con umano, o cane con cane, o umano con cane, o cane con umano, e chi stia tirando la palla, e chi le stia correndo dietro per raccoglierla.
Lí c’è tutta questa confusione, però, se ci siamo, ci siamo perché ci siamo noi: noi cani, intendo dire. Gli altri sono comprimari, accompagnatori, personaggi di secondo piano, talvolta, nei casi migliori (come quello di Ma), piacevoli intrattenitori. Siamo un esercito: piccoli, grandi, minuscoli, pelosi, irsuti, senza pelo, quasi nudi, neri, bianchi, rossicci, brown, champagne!, a strisce, a chiazze, multicolori, in tinta unita. Ma nonostante queste abissali differenze, il nostro continuo anfanare e il nostro assiduo toccarci e annusarci vogliono dire una cosa sola: apparteniamo tutti alla medesima tribú; siamo qui per realizzare la medesima missione: dare a questi umani infelici l’illusione che noi esistiamo per loro (mentre, a guardar bene, è vero esattamente il contrario); fornir loro una guida sicura che li accompagni attraverso i sentieri perigliosi della metropoli; garantirgli che, in caso di perdita della memoria o di un attacco fulminante di arteriosclerosis precox, ci sarà qualcuno a riportarli sull’ormai obliata porta di casa. È per questo che gli umani, lí, ci stanno intorno devoti, quasi servizievoli: sanno bene che loro hanno bisogno di noi, non noi di loro.
In mezzo a quella poliforme tribú (anche a questo, lo ammetto, serve starci in mezzo), all’età di un anno, esattamente un sabato mattina, mentre il sole autunnale incorniciava con pittorica precisione il profilo austero dell’antica fortezza, capii per la prima volta che qualcuno mi desiderava. Ma io non ero pronta, e gli mostrai i denti. La cosa per noi è molto semplice: per farlo, bisogna volerlo; e per volerlo, bisogna che la risposta ci venga da dentro, dove la nostra volontà piú profonda si forma. Esiste il corteggiamento, eccome: ma perché produca effetto, noi femmine cane dobbiamo corrispondergli con tutto il nostro essere. Non basta il cervello, l’arzigogolo intellettuale. Non ci seduce la manfrina. Il vettore del desiderio dev’essere totale, andare dalla punta del naso alla punta della coda, passando per tutto il resto.
Un giorno, – ed eravamo ormai verso la fine dell’anno, il solicello stento dei mesi freddi intiepidiva appena la mia pelliccia, – su di un antico ponte che parte dalla fortezza e va verso la città vecchia, tutt’altro che gigantesco, ma incomparabilmente il piú bello del mondo, verso me e Po veniva una coppia quasi simmetrica, ma rovesciata, una signora alta e diritta e un bel cane molto simile a me, ma diverso, di pelo piú lungo e anche piú alto. «Salve! – fece cortesemente quella gentildonna. – Sono la signora Panierini. E questo è Eolo». Po disse il suo nome e aggiunse: «E questa è Contessa». «Che meraviglia!» disse la signora Panierini, quasi soppesandomi con occhio interessato. Io li guardavo attenta, badando a ben nascondere la mia compiaciuta soddisfazione. Il dio dei venti nella sua moderna versione canina sembrava preso invece da una specie di deliquio ondeggiante: pendeva tutto da una parte e uggiolava estatico. Io mi lasciai solo annusare, compiacente. Po e la signora Panierini conversarono a lungo, mentre i grandi angeli del ponte facevano da corteggio pronubo alla scena.
Non sto a raccontarvi i particolari. Ricordo solo che, nei mesi successivi, rividi piú volte Eolo. E da un certo momento in poi il mio impulso vitale mi suggerí di accogliere benevolmente il suo desiderio. Durante i nostri incontri in casa Panierini Eolo mi leccava le orecchie in modo tale che, tornando a casa nostra, mi pendevano inumidite ai lati della testa come fossero uscite allora allora da una pioggia impetuosa. Nel corso della notte si rifiutava di dormire in un altro posto che non fosse dietro la porta di casa: piangeva di desiderio (quale giovane umano ne sarebbe oggi capace?), finché io la mattina, come la fata dei suoi sogni, non ricomparivo. Eolo era irruento, appassionato, gentile e inesperto come un giovane principe. Le vie del desiderio sono infinite. Ma quelle della soddisfazione poche, elementari, talvolta brutali e spesso impervie, e non è sempre facile trovarle, e ancor meno facile ottenere che restino piacevoli e distese come quelle del desiderio. Anche a conoscerle, non è detto che se ne conservi per sempre, come un’arte acquisita, la difficile sapienza.
La signora Panierini raccontò a Ma che ci aveva trovati addormentati sul grande terrazzo di casa, con le zampe davanti intrecciate come due giovani sposi dopo la prima notte d’amore. Io da parte mia ricordo soltanto che fare di due corpi uno solo è la massima trasfigurazione che si possa immaginare. Se la si sperimentasse tutti i giorni, sarebbe ridotta al livello di un modesto caffellatte mattutino. È per questo che a noi la natura impone la sobrietà. Di rado, ma tanto, tanto e forte, mi verre...