– Basta con quel maledetto Corano!
Non so perché ho gridato. Ma dovevo gridare per non tradire la promessa fatta a mio padre: non permettere a nessuno di leggere il Corano al suo funerale.
Mio padre è morto il giorno in cui ha capito di non avere piú storie da raccontarmi. Sono davanti alla sua salma. È nudo, al centro della grande stanza, sotto un semplice sudario bianco. Supino, con le mani incrociate sul sesso. Lo guardo, ha un’aria cosí serena. Per la prima volta nella mia vita sento che è in pace. Non sono addolorata per la sua morte. Sapevo da tempo che sarebbe morto perché ormai mi aveva detto tutto. Dalla finestra aperta vedo le case del mio villaggio, Arnoun, che chiamavano il castello di Beaufort. Le case bombardate fumano ancora. L’esercito israeliano ha appena evacuato il sud del Libano dopo vent’anni di occupazione. Vedo le colline intorno, brulicanti di gente. Sono venuti da Tiro, da Sidone, da Damasco, da Aleppo, da Beirut, da Amman per partecipare al funerale di mio padre. Gli accarezzo il viso, ha una pelle da neonato, non è nemmeno fredda. È il mese di gennaio. Piove, sento l’odore della pioggia alzarsi dalla terra rossa del sud del Libano. Vedo, in lontananza, le pianure della Galilea. Vedo, lassú, la neve che cade lentamente sulle cime del monte Hermon. La porta della stanza si apre, compaiono delle donne vestite di nero. Piangono, gemono. Si gettano su mio padre. Gli baciano il volto. Gli baciano le mani. Gli baciano i piedi con una tale avidità! Io gli sussurro all’orecchio:
– Bastardo! Non te ne lasci scappare una.
Improvvisamente ho sentito una voce strana che mi ha squarciato il ventre. Un grido insopportabile che mi ha spaccato il cranio, mi ha perforato la pelle: qualcuno urlava delle sura del Corano. Ho aperto la porta della stanza accanto. Era piena di donne vestite di nero, piangevano riunite intorno a un registratore che trasmetteva alcune preghiere. Le ho scavalcate, le ho calpestate, ho afferrato il registratore. Ho spento l’audio. Le donne levavano grida di orrore. Mia madre, le mie sorelle tentavano di bloccarmi:
– Fermati, sei pazza, torna qui, non è il momento…
Sono corsa a rifugiarmi nella stanza di mio padre. Ho chiuso a doppia mandata la massiccia porta di quercia. Ho sentito gli uomini urlare:
– Razza di mentecatta, rimetti il Corano o ti ammazziamo. Apri, troia, apri! Non si interrompe la parola di Dio. Apri, puttana, se tocchi il Libro di Dio, sei morta.
Da dietro la porta, anch’io gridavo:
– Quel Dio non è il Dio di mio padre! Non ha mai avuto un Dio, mio padre. Mi ha fatto giurare: «Figlia mia, occhio che quei cani non mettano il Corano il giorno della mia morte. Figlia mia, ti prego, alla mia morte vorrei del jazz, e persino dell’hip hop, ma non il Corano». Sono disposta a fargli sentire Nina Simone, Miles Davis, Fairouz, e persino Mireille Mathieu, ma non il Corano. Capito? Al posto delle vostre preghiere gli faccio vedere Ultimo tango a Parigi. Gli piacevano La Coupole e il burro, a papà. Mangiava sempre burro Fleurier salato. Non lo seppellirete cosí, non lo fregherete. Non vi aprirò mai.
Ho tolto la cassetta del Corano e al suo posto ho messo Save me di Nina Simone. Picchiavano sempre piú forte contro la porta. Io ballavo da sola di fronte a mio padre. Gli parlavo a voce alta, come se volessi svegliarlo dalla morte:
– Contento? L’hai avuta, la tua Nina Simone, l’hai avuto, il tuo jazz, ti ho risparmiato il Corano, visto? E adesso che faccio? Chi mi proteggerà da quei mostri? Me l’hai insegnato tu: «Sta’ in guardia, figlia mia, tutti gli uomini di questo paese sono mostri per le donne. Sono ossessionati dalle apparenze, ingabbiati dalle tradizioni, consunti da Dio, divorati dalle loro madri, rosi dai soldi, passano la vita a offrire il culo al buon Dio su un piatto d’argento, si aprono la patta come uno armerebbe una mitraglietta, aizzano il sesso contro le donne come uno aizzerebbe un pitbull. Che cani!»
Poco fa una delle tue ex amanti ha voluto baciarti le mani. Le ho consigliato di baciarti il cazzo. Chi lo sa, magari ti resuscitava. Avrebbe recitato la parte di Gesú, e tu quella di Lazzaro.
Da bambina mordevo tutti. Mia sorella Nayla porta ancora sul corpo i segni dei miei denti. Odiavo vestirmi da femmina. Mi tagliavo cortissimi i capelli neri. Avevo una faccia da teppistello. Al villaggio mi chiamavano «il piccolo Hassan». Credevano che fossi un maschio. Odiavo lavarmi, tanto faceva freddo. Ero sporca a furia di andare a caccia di cavallette che mettevo in una scatola da fiammiferi dopo aver spezzato loro le zampette. Ne facevo delle insalate che regalavo ai bambini del villaggio di Arnoun.
La nostra casa era stata costruita con le pietre del castello di Beaufort, un fortilizio eretto dai crociati nell’XI secolo che controllava la strada della Palestina. La casa era isolata dal resto del villaggio. Il sentiero d’accesso è fiancheggiato da tigli e salici piangenti. La terra dei campi intorno è rosso sangue. Tutta coperta di alti girasoli e bianchi blocchi d’argilla come sculture di un bestiario fantastico.
Era uno strano tipo, mio padre. È nato nel 1933 in una città del nord della Siria, Salamiyeh. Una città popolata di poeti, scrittori e comunisti. Gli abitanti sono in maggioranza ismaeliti, una setta di neoplatonici che considerano la ragione piú importante della fede. Gli ismaeliti hanno un tempio in cui invece di Gesú e Maometto pregano Aristotele e Platone.
A venticinque anni, nel 1958, mio padre emigra in Libano, dove insegna letteratura e filosofia a Tiro, e poi a Beirut. Per tutta la vita non perderà mai l’accento di Salamiyeh. Portava sempre una ‘abaya, e dei sandali di cuoio che sua madre gli mandava ogni anno dalla Siria il giorno del ‘Aid, insieme con una scatola di dolci. Aveva incontrato mia madre a Beirut. Ben presto lei è rimasta incinta. Sono stati costretti a sposarsi per evitare lo scandalo.
Mia madre era uno dei grandi nomi della radio libanese. Viene da un’importante famiglia di proprietari terrieri, colti, suo padre era ufficiale della gendarmeria. Aveva prestato servizio nell’esercito dello sharif Hussein di Giordania, che gli aveva affidato la sua ultima bandiera. Mio nonno l’aveva riposta nell’alto armadio della sua stanza. Lo sharif ci aveva scritto sopra: «Questa bandiera sarà di colui che un giorno libererà Gerusalemme». Da bambini credevamo che la Palestina fosse una fiaba.
Dato che il nonno non portava mai a termine quello che cominciava, il bagno era rimasto senza tetto. Facevo la doccia sotto il sole o sotto un cielo stellato. Nei campi c’era una vasca in cui si raccoglieva l’acqua piovana. Nel sud nessuno aveva l’acqua corrente.
Mia nonna veniva invece da una famiglia di proprietari terrieri di Ghanduriyeh. Aveva delle terre in riva al Litani dove andavamo a passare le vacanze. Non aveva mai messo il velo. In tutto il sud, all’epoca, nessuna donna lo portava e nessuno faceva il Ramadan.
Spesso, al tramonto, andavo con mio padre a visitare le rovine del castello di Beaufort. Mi assicurava che quel posto era abitato dal fantasma di un cavaliere che veniva a cercare la sua amata vestita di un ampio abito azzurro. Ci credevo talmente che nel buio sentivo il bacio dei due amanti.
Allora mio padre aveva una Simca azzurra, lavorava al giornale «Dustur», a Beirut, e insegnava alla scuola ortodossa. Gli piaceva bere, ascoltare musica, circondarsi di donne. Era molto affezionato ad Arnoun, che gli ricordava il suo villaggio natale, Salamiyeh. Ci svegliavamo presto. All’alba Khadija, la domestica, bussava alle porte. Preparava delle focaccine di pasta sottile, con zucchero e burro. Io andavo a prendere il latte alla fattoria vicina con il bidoncino. Al ritorno, la tavola era imbandita con olive, formaggio bianco, pomodori che sapevano di estate, cetrioli e soprattutto cestini di fichi d’India che mi procuravano stitichezze indimenticabili.
Eravamo tre sorelle, ma la maggiore, Rana, era già allora lontanissima da noi. Scriveva poesie ed era molto affezionata al nonno, non lo lasciava mai. Io ero troppo crudele e mia sorella Nayla troppo dolce. Le riempivo le narici di piselli, le davo frutta piena di vermi. Lei si fidava di me. Mandava giú tutto, a occhi chiusi.
Mio padre, invece di sgridarmi, esultava per le mie stupidaggini. Aveva una passione barbara per tutte le mie mattane. Sin dalla nostra prima infanzia credo che avesse rifiutato il ruolo di padre per farsi complice dei nostri errori, delle nostre brutte abitudini e dei nostri successi. Per insegnarci l’arabo ci cantava delle canzoni di Salamiyeh alle sei del mattino, gli piaceva da morire che ci svegliassimo presto. Persino al gabinetto ci rispondeva in versi. Aveva scritto un’unica raccolta di poesie, mentre era in carcere in Siria, su dei pacchetti di sigarette. Ne recitava alcune, quando non metteva la Callas a tutto volume e poi declamava ad alta voce le poesie bacchiche arabe. Aveva una vera passione per Mahmud Darwish e odiava Adonis che non ha mai condannato la dittatura del regime alauita di Damasco. Passava intere serate a rievocare la gloria degli Omayyadi o degli Abbasidi e poi a volte si lanciava in un discorso sul materialismo dialettico. Ci assicurava che Marx era nato a Salamiyeh.
Al crepuscolo i miei genitori si sistemavano sotto un pergolato che formava quasi una tenda e dava un’ombra fantastica. Avevamo un tavolo di legno, coperto da una tela cerata gialla. Giocavano a carte, bevendo arak. Mio padre fumava molto, cinque pacchetti di Gitanes al giorno. Lasciava continuamente cadere la cenere, e tutti i tappeti di casa ne erano ricoperti. Mia madre era molto innamorata di lui. Sapeva che aveva tante avventure ma fingeva di non saperlo.
La nostra infanzia era una festa continua. I genitori ci insegnavano il senso della bellezza. I poeti, i giornalisti, i militanti bussavano sempre alla porta senza preavviso, a qualunque ora. Mia madre improvvisava in continuazione. In un batter d’occhio apparecchiava per venti persone. Sul tavolo comparivano come per miracolo mezzeh, carne alla griglia, foglie di vite, kebbeh, formaggi, ali di pollo, falafel. L’alcol scorreva a fiumi. Da piccole, spesso dormivamo sotto il tavolo per non perderci nemmeno una poesia. La mia infanzia è un perpetuo tintinnare di bicchieri di arak ed è la risata di mio padre che faceva tremare i muri.
Beirut era una città libera, l’oasi di tutti gli intellettuali arabi imbavagliati nei loro paesi. Era anche la capitale dell’Olp, i palestinesi dettavano legge, Beirut era la loro repubblica. Beirut era anche un bordello, con le puttane di Hamra e le puttane del porto che battevano nei dintorni del Saint-Georges. Mio padre passava l’esistenza tra la Dolce Vita a Raouché e l’Horse Shoe a Hamra. La mattina insegnava, trascorreva la serata nelle redazioni dei giornali e concludeva la notte bevendo e ballando all’Oncle Sam, alla Cave des rois o al Whisky à gogo. Era la dolce vita. Usciva sempre con mia madre, facevano baldoria insieme. Non ha mai tenuto nascosta sua moglie, come faceva la maggior parte degli arabi. Ha scritto tredici romanzi e tutte le sue poesie ai tavolini fuori dai caffè.
Io sono nata il 25 febbraio 1968 a Beirut, il giorno della mia nascita mio padre non c’era, era appena entrato in clandestinità per «liberare la Palestina». Mi ricordo il suo ritorno. Ero nella mia stanza, avevo appena compiuto tre anni, vedo un uomo piuttosto alto, con grandi occhi azzurri, un principio di calvizie, si avventa su di me, io scappo in lacrime, era mio padre, non dimenticherà mai quel primo incontro. Abitavo in una grande casa con i miei genitori e le mie due sorelle ad Ain al-Roumaneh, in pieno quartiere cristiano.
Mio padre era un fervente laico. Per tutta la vita ha sempre voluto abitare solo nei quartieri cristiani e farci studiare solo in scuole cattoliche. Ammirava Cristo, lo paragonava a Guevara. Lo trovava bello e diceva che un tizio che muta l’acqua in vino non può essere fondamentalmente cattivo.
Quando ho avuto cinque anni, mio padre, sempre piú laico, mi ha iscritta dalle suore, alla Sainte Famille, nel quartiere di Ba’bda. Non mi aveva mai detto se fossi cristiana o musulmana. A me piaceva tantissimo frequentare la cappella della scuola, mi inebriavo dell’odore di incenso, non mi perdevo mai la messa in arabo classico e in latino. Guardavo ammirata lo spettacolo delle cristiane libanesi quando entrano in una chiesa: con che ingordigia si avventano sulla statua di Cristo. Lo afferrano per i fianchi, lo coprono di baci sonori dalle ginocchia al petto. Gli lambiscono l’ombelico, gli leccano le cosce. Ho imparato anch’io ad afferrare Cristo per i fianchi e baciargli il drappo che li avvolge. Diventavo un’autentica maronita.
A scuola era severamente vietato parlare arabo durante le lezioni e la ricreazione. Alla prima ora le suore ci distribuivano dei legnetti chiamati «segnali». Non appena un bambino pronunciava una parola in arabo, uno spione gli infilava in tasca un «segnale». A fine giornata le suore contavano le infrazioni commesse nella nostra lingua madre e ci punivano. Io, allieva indisciplinata, ogni giorno ero costretta a ricopiare per centinaia di volte: «Non parlerò mai in arabo».
Non mi piacevano le lezioni, né il francese, né l’aritmetica, ma ero una fanatica del catechismo. Mandavo giú le ostie a manciate e mi lasciavo cullare dalle storie di Maria Maddalena, di Lazzaro, di Giuda, della pesca miracolosa. Esultavo quando suor Marie ci raccontava la storia di Gesú e della prostituta. Beirut era una città di puttane e io le immaginavo tutte baciare Cristo per aver risparmiato loro di prendersi delle sassate in faccia.
Mi succhiavo continuamente il pollice e giocavo con l’ombelico. Mia madre ha tentato di tutto, invano. Una sera si è messa in testa un lenzuolo ed è piombata nella nostra stanza. A me è venuta la ridarella, ma mia sorella maggiore si è fatta la pipí addosso. Rana era molto autoritaria. Un giorno si era accaparrata l’altalena e io l’ho supplicata di lasciami giocare un po’. Si è rifiutata. Ho preso una grossa pietra. Lei mi ha guardato con aria minacciosa:
– Colpisci se sei un uomo!
Ho colpito con forza. Ha rimediato cinque punti di sutura sulla fronte.
Cantavo continuamente con Nayla. Durante le serate con gli amici mio padre ci usava come un jukebox. Ci portava spesso fuori. Con lui ho scoperto prestissimo il teatro andando al Grand Théâtre di Beirut a veder recitare Chouchou, l’attore piú popolare dell’epoca. Aveva lunghissimi baffi, alla Pierre Vassiliu. Una sera mi ero intrufolata nel suo camerino. Volevo solo tirargli i baffi per assicurarmi che fossero veri. Ma i guardiani hanno sventato il mio piano.
Un giorno, alla Sainte Famille, ero in prima elementare, ho fatto una stupida scommessa con le mie compagne: sollevare la gonna azzurra a suor Marie Thérèse mentre si chinava sull’altare della cappella per accendere i ceri. L’ho fatto. Per punirmi, lei mi ha spalmato del formaggio sul collo, sulle mani e sulle gambe e poi mi ha chiuso in una minuscola cella senza luce:
– Vedrai, piccola miscredente, i topi verranno a divorarti tutto il corpo.
Non avevo paura. Forte del mio catechismo, mi dicevo che se mai i topi mi avessero assalita, sarebbe venuto Gesú a prenderli a sassate.
Nel 1973 i nonni hanno deciso di traslocare nel nostro stabile. Noi abitavamo in un appartamento piú grande, che dava su immensi orti.
La nonna paterna siriana stava per lo piú da noi. Aveva appena compiuto settant’anni. Poteva passare ore a ungersi i capelli d...