Era una bella e tranquilla sera d’estate, nel Montana: l’ultimo sabato di un lungo week-end di softball. Sopra il Mount Sentinel si era levata una luna piena e sfavillante, che bordava di fiamme d’argento le fauci dello Hellgate Canyon, e una striscia di foschia estiva – simile a un rivolo di sangue – le solcava il volto inespressivo, quasi da ebete. Le luci della piscina del motel erano state ridotte al minimo. L’acqua calda dell’idromassaggio sfavillava tutt’attorno come una pentola d’argento liquido. Quel pomeriggio di inizio agosto era stato rovente come una fornace, e all’orizzonte un infuocato spicchio di tramonto ancora bruciava di fiamma feroce giú per le creste frastagliate dell’Ovest, ma l’aria della prima sera si era rinfrescata con tale velocità da far sorgere nebbiosi turbini di vapore dalle acque riscaldate. Per un istante, la luna parve voler mettere la sordina alla notte. I rumori erano pochi e attutiti: il ronzio del traffico sul Clark Fork Bridge, un branco di bambini che sguazzava lieve in piscina, il romantico bisbiglio di due ragazze bionde infagottate in giganteschi camiciotti da softball, l’una che si sporgeva verso l’altra, e le sfacciate risatine che zompavano da una congrega di giovanotti seduti a un tavolo a bordo vasca, intenti a elaborare chissà quali complotti alcolici, destinati a finire nel nulla e in un veloce rimorso.
Poi Mac mise in azione il timer dell’idromassaggio, e l’incanto finí. I getti della Jacuzzi sferzarono l’acqua, mettendo in fuga il bagliore della luna. Sentii passarmi sulla gamba un fruscio come di stoffa, e scorsi un bagliore nero e lustro. Quando mi resi conto di cosa fosse, mi affrettai a ficcare il pezzo di tessuto luccicante nel taschino del costume da bagno.
– Al pronto soccorso, stasera, hanno perso il controllo, Sughrue, – borbottò Mac dall’altro lato dell’idromassaggio. Certo, pensai, se non lo sapeva lui… Dopo un breve soggiorno in Vietnam e un periodo trascorso a battere tutti i pronto soccorso della West Coast, Mac era tornato sui banchi di scuola ed era riuscito a diventare uno psichiatra, ruolo in cui almeno poteva ancora rendersi utile, a volte, senza dover per forza ficcare le mani nel sangue e nelle budella.
Un giorno gli avevo chiesto perché avesse deciso di cambiare carriera a metà strada, e lui mi aveva risposto, dopo lunga riflessione, di essersi accorto che a combattere ferite sanguinolente e morti improvvise ci aveva preso fin troppo gusto. Ogni successo lo rendeva isterico dalla gioia, e ogni sconfitta rischiava di farlo restare secco. Il pronto soccorso – questa la sua opinione – non era un posto per maniaco-depressivi in erba come lui. – Notte pericolosa, Sughrue, – aggiunse con un risolino. – Che ti va di fare? Sarà il caso di sfidarlo, questo pericolo?
– La cosa piú pericolosa che intendo fare stanotte, – dissi aprendo la mia ultima birra, – è infilarmi i calzoni e scendere giú in centro.
– In centro a Missoula, di sabato sera, – disse Mac, e lasciò cadere il sigaro in quel che restava della sua vodka color acqua, – si rischia di farsi mangiare vivi da un branco di hippie vegetariani che hanno appena cambiato vita, o di finire violentati da qualche repubblicano sotto mentite spoglie –. Indicò con il capo il tavolo occupato da tre giovanotti ben piazzati e storditi dall’alcol. – Oppure di farsi ammazzare di botte da una squadra di softball imbufalita per la sconfitta, – aggiunse. Campionato nazionale di softball, quel fine settimana.
– Correrò il rischio, – dissi. – Vuoi venire anche tu?
– C’è anche Whitney?
– Non credo, – risposi. – Mi sembra quasi di sentirla pestare sui tasti del computer portatile. Avere come moglie un avvocato, Doc, non è quella meraviglia che tutti dicono. Cazzo, vedrai che neanche se ne accorge, se vado in camera a infilarmi i calzoni.
– Come va la vostra separazione? – disse Mac nell’uscire dalla Jacuzzi.
– Non è una separazione, – ribattei. – È lei che ha trovato un altro lavoro.
– A piú di mille chilometri di distanza? – disse lui. – Comunque, se vuoi un’opinione personale e professionale, ti stai comportando nel modo giusto.
– Vale a dire?
– Non la stai prendendo di punta –. Sorrise. – Vado a vestirmi, dico a Lorna che ce ne andiamo giú in centro, poi ci vediamo al Depot. Ho bisogno di parlarti. È importante.
– Ha l’aria di una faccenda d’affari, – dissi. Come tutti coloro che sono legati dal segreto professionale, Mac ne sapeva fin troppe, e tutto quel che gli usciva dalla bocca sembrava, appunto, una questione d’affari.
Pur avendo superato da un pezzo la cinquantina – e giocato due incontri di softball in quella sola giornata – Mac si muoveva ancora con passo da atleta. La sua tozza figura, dalla strana conformazione, dava un’impressione di forza contenuta. Come Babe Ruth, anche lui sembrava incapace di colpire la palla. Invece poteva, eccome; e la sua andatura, nel percorrere i pochi metri che separavano la vasca idromassaggio dalla sua camera, recava la tipica autostima dell’uomo abituato a vincere. Se l’era guadagnata, certo. Malgrado la rottura di un legamento ai tempi del liceo, era stato capace di entrare in una selezione universitaria come linebacker, mentre in età matura era stato considerato tra i piú forti giocatori dilettanti di squash. Adesso era forse il miglior giocatore di softball del Montana tra gli over fifty, quelli sopra i cinquant’anni. Anche con un ginocchio ballerino, la sua prestazione come interbase, poche ore prima (due doppie e un home run nel settimo inning) ci aveva consentito di vincere il titolo nazionale della O. F. S. League. Over Fifty League, la chiamavano. Old Farts Softball, dicevamo noi: roba per vecchi scoreggioni.
Lo stesso bollente pomeriggio le nostre mogli avevano resistito per l’intera semifinale, pensando come tutti che gli Old Goats piú di cosí non potevano fare, che erano andati al di là di ogni aspettativa. Eravamo destinati alla sconfitta contro una squadra di atletici portatori di pace, dei tipi di Billings, fondamentalisti cristiani oltre ogni dire, gente nei cui occhi non si leggeva la minima traccia di dubbio o droghe, né tanto meno il sospetto di qualche robusto bicchiere. La nostra sconfitta sembrava a tal punto segnata che già avevamo prenotato per la cena al Redbird, la stessa sera.
Ma c’era Satanasso, quel giorno, a tenere il conto del punteggio. Il lanciatore con cui i nostri avversari avevano iniziato la gara aveva eliminato quattro dei nostri di fila, prima di concederci per un nonnulla altrettante valide da una base. Poi l’interbase e due esterni, traboccanti di frustrazione, si erano scontrati tra loro nel tentativo di beccare al volo una battuta alta e priva di forza. Risultato: una spalla slogata, un trauma cranico, due denti saltati, e altri quattro punti per noi. Da lí in avanti, la loro situazione era definitivamente andata a puttane. Nell’inning successivo, il loro ricevitore e l’arbitro erano venuti a collisione con un bel frontale, per poi filare entrambi di volata al pronto soccorso del St. Patrick a farsi schiodare il naso dalla guancia e riposizionarlo al centro del viso. Nel quarto inning erano stati costretti a far scendere in campo, dagli spalti, due tizi ubriachi, per evitare la sconfitta a tavolino per inferiorità numerica. Quando, dopo il quinto inning, la nostra manifesta superiorità aveva indotto l’arbitro a darci partita vinta, ai nostri avversari non era parso vero poter lasciare il campo. Christians, zero; Old Goats, ventuno. Alla faccia della prenotazione al ristorante. Le nostre mogli avevano quindi deciso di saltare la cena in favore di una bella immersione nella vasca idromassaggio e di un bel pasto servito in camera. Eravamo cosí stupefatti per la vittoria che neanche c’eravamo azzardati a discutere.
Mac si fermò davanti alla vetrata scorrevole della suite matrimoniale. – Vabbe’, lasciami un’ora, – disse, con un ampio sorriso che brillava nell’ombra. Lui e Lorna non erano certo sposi novelli, ma abbastanza freschi di nozze da trastullarsi ancora con quell’idea.
Risposi con un cenno della mano e, a mia volta, con un sorriso. Quando si voltò per entrare dalla sua giovane moglie, sul volto del mio amico era dipinto un sogghigno largo e sovraeccitato come quello di un cagnolino. Il mio sorriso, invece, sembrava che me l’avessero inciso in faccia con un chiodo arrugginito. Il brandello di stoffa che avevo fatto sparire dall’acqua era la parte superiore del costume da bagno di Lorna.
Al fragoroso richiudersi della vetrata scorrevole, le risate che giungevano dal tavolo dei giovanotti presero una tonalità beffarda che non mi piacque affatto. Scolai la mia birra, gettai la lattina vuota nel frigobar portatile e mi estirpai dall’idromassaggio. Nel passare davanti agli sghignazzatori, beccai in pieno col frigobar il ginocchio di uno dei ragazzi per poi inciampare nel tavolino, rovesciando i bicchieri addosso agli altri due. Ne seguirono, da parte mia, scuse a profusione e la promessa di offrire loro un nuovo giro di bevute. Poi mi avviai trotterellando verso l’ingresso laterale del motel, cercando di non zoppicare.
Una piccola vendetta, certo, ma sapevo bene quali fossero gli oltraggi che erano costretti a subire gli uomini sposati con donne piú giovani di loro. Io avevo quindici anni piú di Whitney, ma ancora quasi tutti i miei capelli, che erano biondi e non mostravano il grigio come i riccioli nerastri che adornavano la capoccia di Mac e la sua barbetta sbarazzina. Era vent’anni piú vecchio di sua moglie, lui, ma la differenza di età sembrava anche piú elevata, per via dell’aspetto giovanile di Lorna: occhi verde smeraldo, ben distanti tra loro, una criniera di capelli rosso scuro, e la pelle chiara di una ragazzina irlandese.
Mia moglie, d’altro canto, aveva il portamento di una donna ben piú saggia della sua età. Una sottile rete di zampe di gallina – ombre lasciate dal tempo speso a nasconderci, lei e io, dapprima al sole cocente del deserto poi nelle Davis Mountains, Texas occidentale – sorreggeva l’intensa e determinata intelligenza dei suoi profondi occhi azzurri. E, come capita a molte splendide donne, sospettavo che Whitney non avesse mai avuto un lato infantile. Allo stesso modo, invece, ero convinto che Lorna non avrebbe mai smesso di sembrare una bambina, se non in età molto avanzata.
Nel vano dell’ingresso laterale trovai un cestino dei rifiuti. Presi a ficcarci dentro la parte superiore del costume di Lorna, poi cambiai idea e mi avviai verso la mia stanza. L’androne risuonava dei lamenti degli sconfitti e dell’esultanza dei vincitori. Un vassoio con un panino al prosciutto mezzo consumato e una brocca di caffè vuota giaceva sul pavimento, accanto alla nostra porta. Di sicuro Whit doveva aver sentito la chiave nella serratura, perché appena entrato la trovai lí ad aspettarmi, le profonde rughe d’espressione che le guizzavano attorno all’ampia bocca.
– La smetterete mai di comportarvi da ragazzini? – disse con un sorriso, scuotendo il capo. Poi mi rifilò un lungo bacio e un abbraccio cosí robusto da farmi vacillare. Nella nostra categoria, chi corre sulle basi non ha certo l’obbligo di mandare a gambe all’aria il ricevitore. Ma qualche volta c’è chi se lo dimentica. – E quando comincerete a crescere un po’?
– L’idea è di iniziare a provarci da domani, – dissi quando riuscii a districarmi.
– Se non lo vedo non ci credo, C. W., – disse. – Domani?
– Stasera scendiamo in città.
– Ed eccoci con una stanza tutta per noi, – disse lei con un risolino. Les, nostro figlio, se n’era andato a un campo estivo di basket nel Minnesota. Aveva dodici anni, e il softball lo annoiava quasi quanto il football e il baseball. Andava pazzo per il basket. Quello professionistico. – Ti secca se continuo a lavorare? – mi chiese Whit, e diceva proprio sul serio. Questa era una delle tante cose che amavo, di lei: diceva sempre sul serio. – Se riesco a levarmi dai piedi questa comparsa entro stasera, la giornata di domani sarà tutta per noi.
– Comparsa lei e comparsa tu, – dissi. Il suo volo sarebbe partito alle otto della sera seguente. – Sei passata di qui come un fulmine.
– Non dovresti prenderla in questo modo, – disse lei, gli occhi puntati sullo schermo grigio. – Sai che ho iniziato tardi a fare l’avvocato, e questo lavoro mi offre l’opportunità di saltare qualche anno di gavetta. Comunque, – aggiunse poi, – siamo sopravvissuti a momenti ben peggiori –. Il suo nuovo lavoro a Minneapolis era di buon livello, senza dubbio, e a sua madre serviva una mano per badare al marito ormai anziano, altro che, e mi prendesse un accidente se davvero non eravamo sopravvissuti a situazioni ben peggiori. – Si sistemerà tutto quanto, – disse.
– Mi procurerò un cane, – feci io, – e consumerò i sedili di qualche compagnia aerea.
– Grazie, – disse, coprendomi il ginocchio bagnato con una mano snella e ben curata. Ma i suoi occhi erano già tornati sullo schermo.
– Verrò via prima della chiusura, – dissi.
– L’ho già sentita, questa, – rispose. – Viene anche Lorna?
– Non credo, – dissi. – Troppi vodka tonic e troppo sole, oggi pomeriggio.
– Hai visto che vescica le è spuntata sulla coscia? Proprio dove si era scordata di mettere la protezione solare.
– Cerco di non guardarle, le gambe di Lorna, – dissi. Anche se erano lunghe e ben fatte, spesso e volentieri lei sembrava vantarsene un po’ troppo, sempre pronta a metterle in mostra.
– Bugiardo, – disse Whit, dandomi un colpetto sulla parte posteriore del ginocchio. – Un tempo gliela invidiavo, quella pelle cosí bianca. Fin quando non ho scoperto che non riesce ad abbronzarsi. Cazzo, neanche perde tempo a scottarsi; è cosí immacolata che passa direttamente alle vesciche –. Poi mi colpí di nuovo sulle costole, ridendo. – Ti fa male? Quel coglione ti è venuto addosso come un treno. Sbaglio, o è contro le regole?
– Fatto sta che la palla non l’ho mollata, tesoro, – risposi. – E questo è l’importante.
– Non crescerai mai.
– Domani sarò tutto un livido, ma prima che il dolore attacchi a farsi sentire abbiamo almeno un’ora.
– Un’ora ce l’avrai tu, bellimbusto, – fece lei. – Io devo rimettermi al lavoro.
– Chi lavora e mai si svaga… – iniziai a recitare.
– I tuoi proverbi raccontali a un altro, amico, – mi interruppe, ridendo di nuovo. – E se mi hai preso per tonta, guarda che posso farti cambiare idea in un attimo.
– No, grazie, – dissi.
Whitney tornò al suo portatile, e io mi accostai al telefono per ordinare un giro di bevute per i ragazzi della piscina.
– Che razza di storia è questa? – mi chiese Whit senza alzare lo sguardo.
– Ho inciampato in un tavolo uscendo dall’idromassaggio.
– È il momento di buttarsi sul golf?
– Pensavo piú agli scacchi, – dissi, ma lei era già sprofondata nella sua comparsa. Mi feci una doccia e mi cambiai, cercando di non pensare al pezzo del costume di Lorna che galleggiava nella Jacuzzi, né di preoccuparmi di cosa mi volesse raccontare Mac.
– Vedi di mangiare qualcosa, – mi disse Whit a mo’ di saluto. Da quando mi avevano sparato nelle trippe, giú al confine col Messico, mangiare aveva perso gran parte del suo fascino.
Era stata Whitney a portare il dottor William McKinderick nella nostra vita. Aveva accettato il patrocinio gratuito di un ragazzino Benewah, all’epoca quattordicenne, che se l’era filata dalla riserva in autostop per andarsene a Meriwether e ficcare quindici centimetri di cacciavite ben affilato nel collo del primo barista che si era rifiutato di servirgli da bere. Incapace di intendere e di volere, su...