Ruth si svegliò alle quattro del mattino e il suo cervello annebbiato disse: «Tigre». Naturale, stava sognando. Ma nella casa c’erano rumori e, una volta sveglia, li sentí. Provenivano dal salotto. Qualcosa di grande strusciava contro il divano, il televisore e – Ruth ne aveva il sospetto – anche contro la poltrona reclinabile color grano travestita da poltrona a orecchioni. Seguirono altri rumori: il respiro ansante di un animale di grossa taglia, una vibrazione che suggeriva enormità e intenzione, indubbi rumori mammiferi, indubbiamente felini, come se i suoi gatti si fossero ingigantiti e con nasi enormi fiutassero tutt’intorno in cerca di cibo. Ma i gatti addormentati zavorravano le lenzuola in fondo al letto: si trattava di qualcos’altro.
Ruth rimase in ascolto, immobile. In certi momenti la casa era silenziosa e lei sentiva solo lo sciocco clamore del proprio sangue pulsante. In altri sentiva un lontano mugolio basso seguito da respiri esploratori. I gatti si svegliarono, si stiracchiarono e puntarono lo sguardo nel buio finché la cosa in salotto proruppe in uno sbuffo acuto che li fece schizzare dal letto e correre, ebbri di paura, lungo il corridoio, attraversare la cucina e lanciarsi fuori dalla porta semiaperta sul retro della casa. Tanta improvvisa attività suscitò uno strano gnaulio strangolato dal salotto e fu quel rumore, seguito da uno sniffare piú forte, a confermare che l’intruso era una tigre. Ruth ne aveva vista una in uno zoo tedesco; mangiava, e il rumore era proprio cosí: forte e bagnato, con un respiro basso, gutturale, ronzante, punteggiato di piccoli guaiti di avvertimento, come se avesse potuto mettersi a ruggire da un momento all’altro, solo che era troppo occupata con il cibo. Sí, il rumore era proprio quello di una tigre intenta a mangiare una cosa grossa e sanguinolenta, e tuttavia vuoto e scarnificato. Una tigre! Eccitata all’idea, Ruth dimenticò all’istante lo spavento, ma reputò poi saggio sforzarsi di addivenire a piú paurosi consigli. La tigre fiutò di nuovo, un suono rozzo, spesso di saliva. Girò sui piedi possenti, quasi si preparasse ad accucciarsi.
Al buio, Ruth mandò una mano coraggiosa incontro al telefono sul comodino. Premette il tasto programmato per chiamare suo figlio Jeffrey che, da persona ragionevole qual era, in quel momento di certo dormiva a casa propria in Nuova Zelanda. Il telefono squillò; udendo Jeffrey che si schiariva la voce per rispondere, Ruth non si pentí.
– Sento dei rumori, – disse a bassa voce con un senso di urgenza, il tipo di voce che raramente usava con lui.
– Cosa? Mamma? – Stava emergendo dal sonno. Anche la moglie si sarebbe svegliata; la immaginò girarsi nel letto preoccupata e accendere la luce.
– Sento una tigre. Non è che ruggisca, ma ansima e tira su col naso. Come se stesse mangiando, e con grande concentrazione –. Sapeva che era una tigre maschio, il che era un conforto; una femmina pareva piú minacciosa.
La voce di Jeffrey si irrigidí. – Che ore sono?
– Ascolta anche tu, – disse Ruth. Allontanò la cornetta, spingendola nella notte, ma il braccio sembrava vulnerabile, cosí lo ritrasse. – Hai sentito?
– No, – rispose Jeffrey. – Erano i gatti?
– È molto piú grosso di un gatto. Di un gatto gatto.
– Mi stai dicendo che c’è una tigre in casa?
Ruth tacque. Non gli stava dicendo che c’era una tigre in casa; gli stava dicendo che la sentiva. La differenza sembrava importante adesso che era sveglia, e Jeffrey era sveglio, e cosí sua moglie, e probabilmente a quel punto anche i bambini.
– Oh, mamma. Non c’è nessuna tigre. Sarà stato un gatto, o un sogno.
– Lo so, – disse Ruth. Sapeva che non poteva esserci una tigre, ma non era sicura che fosse stato un sogno. In fin dei conti era sveglia. E le faceva male la schiena, cosa che nei sogni non succedeva. Ma ora si accorse che i rumori erano cessati. C’era solo il consueto suono del mare che si infrangeva a riva.
– Perché non vai a dare un’occhiata? – domandò Jeffrey. – Rimango in linea con te –. La sua voce trasmetteva una serena stanchezza; Ruth sospettò che stesse rassicurando la moglie con un cenno del capo, gli occhi chiusi: tutto a posto, la mamma ne aveva solo sparata una delle sue. Quando era venuto a trovarla qualche settimana prima, a Pasqua, Ruth aveva notato in lui una nuova pazienza vigile e la tendenza a stringere le labbra ogni volta che lei diceva qualcosa che gli pareva insolito. Si era resa conto, dal buffo specchio della faccia di Jeffrey, di aver raggiunto lo stadio in cui i suoi figli si preoccupavano per lei.
– No, tesoro, è tutto a posto, – disse. – Che stupida! Mi spiace. Torna a dormire.
– Sicura? – chiese Jeffrey, ma la voce era nebulosa; l’aveva già abbandonata.
Essere liquidata da Jeffrey le diede coraggio. Si alzò e attraversò la stanza senza accendere la luce. Guardò il passo bianco dei piedi sulla moquette fino alla porta della camera da letto; poi si fermò e diede una voce: – Chi c’è? – Nessuna risposta, ma c’era, Ruth ne era certa, un odore vegetale nel lungo corridoio e nell’aria un tocco di entroterra che non si addiceva a quella casa sul mare. La notte umida era troppo calda per maggio. Ruth azzardò un altro: – Chi c’è? – immaginando già i titoli di giornale: Australiana sbranata in casa da una tigre. Oppure, piú probabilmente, Tigre aggiunge pensionata al menu. Ne fu contentissima; poi ci fu un’altra sensazione, nuova, alla quale dedicò maggiore attenzione: un senso di bizzarra pregnanza. Le stava accadendo qualcosa di importante – Ruth lo sentiva – e non riusciva a capire che cosa fosse: la tigre o la sensazione di importanza. Sembravano essere collegate, ma il senso di pregnanza era sproporzionato rispetto agli avvenimenti reali della notte, che erano, alla fin fine, un brutto sogno, una telefonata inutile e una breve spedizione fino alla porta della camera da letto. Sentiva che qualcosa le stava venendo incontro, qualcosa di grande, non nel senso letterale della parola – ovvio, non era del tutto fuori di testa – bensí una forma, o quantomeno una temperatura. Le provocava una strana bolla nel petto. La casa era silenziosa. Ruth premette il punto dolorante nel petto; chiuse la porta della camera e seguí i propri piedi fino al letto. La testa le si riempí, si liberò, tornò a offuscarsi. La tigre dormirà adesso, pensò, cosí dormí anche lei, e non si svegliò che a tarda mattina.
Il salotto, quando Ruth entrò alla luce del giorno, era benevolo. I mobili erano tutti dove dovevano essere, civili, ordinati, quasi ansiosi di ottenere la sua approvazione, come se l’avessero contrariata in qualche modo e ora attendessero il suo perdono, vestiti con gli abiti della festa. Ruth si sentí oppressa da tanta suadente familiarità. Attraversando la stanza, andò alla finestra e aprí le tende di pizzo con un gesto teatrale. Il giardino davanti a casa appariva esattamente come al solito – la grevillea aveva bisogno di una spuntatina – ma in fondo al vialetto vide un taxi giallo nullafacente, seminascosto dalle casuarine. Sembrava cosí solitario, cosí inutilmente vivido. L’autista doveva essersi perso e forse aveva bisogno di indicazioni: di tanto in tanto succedeva su quel tratto di costa apparentemente vuoto.
Ruth passò di nuovo in rassegna la stanza. – Ah! – esclamò, come sfidandola a spaventarla. In mancanza di reazioni, la lasciò con una sorta di disgusto. Andò in cucina, aprí le imposte e guardò il mare. Giaceva in attesa oltre il giardino e, sebbene lei non fosse in grado di scendere – troppo ripida la duna, troppo imprevedibile la schiena –, si sentí placare da quella presenza in modo indefinibile, proprio come immaginava una pianta potesse sentirsi placare da Mozart. Alta marea, piatta sulla spiaggia. I gatti, sbucati dall’erba sulla duna, si fermarono sulla soglia a strofinare i nasi sospettosi contro l’aria all’interno finché, in un improvviso eccesso di calma, entrarono in casa. Ruth mise le crocchette nelle ciotole e li guardò mangiare senza posa finché il cibo scomparve. C’era qualcosa di biblico nel modo in cui mangiavano, concluse; la natura di una piaga.
Ruth preparò il tè. Si sedette sulla poltrona reclinabile – l’unica che la sua schiena riuscisse a sopportare per qualche tempo – e fece colazione con dei semi di zucca. La poltrona era un enorme oggetto di legno ereditato dalla famiglia del marito, il genere su cui un vicario avrebbe potuto dondolarsi scrivendo sermoni. Ma sosteneva bene la schiena, sicché Ruth la teneva vicino al tavolo del soggiorno, accanto alla finestra da cui si vedeva il giardino e la duna e il mare. Sedette in poltrona dunque, sorseggiando il tè e analizzando la nuova sensazione – bizzarra, pregnante – provata nella notte e tuttora con lei. Di certo pareva un sogno; del sogno aveva la natura declinante. Ruth sapeva che entro l’ora di pranzo probabilmente l’avrebbe dimenticato del tutto. Quella sensazione le ricordava qualcosa di vitale – non proprio la gioventú, ma il senso di urgenza della gioventú – ed era riluttante a rinunciarvi. Da un po’ sperava che la sua fine potesse essere tanto straordinaria quanto l’inizio, ma si rendeva anche conto di quanto fosse improbabile. Era vedova e viveva sola.
I semi di zucca che mangiava a colazione erano una delle poche cose nella dispensa. Li sistemò sulla mano sinistra, portandoli poi alla bocca, due per volta, con la destra. Uno doveva andare a sinistra, dopo i molari; l’altro a destra. Stessa procedura con le sue pastiglie quotidiane: facendo attenzione a come le prendeva sarebbero state piú efficaci. Attraverso quella simmetria – sempre cominciare a salire le scale con il piede sinistro, sempre finirle con il destro – conservava l’ordine delle sue giornate. Se la cena fosse stata pronta per il notiziario delle sei, entrambi i figli sarebbero venuti a casa per Natale. Se quel tassista non avesse suonato il campanello, sarebbe rimasta in poltrona per due ore. Guardò il mare e contò il ciclo delle onde: se fossero state meno di otto basse prima di un cavallone, avrebbe spazzato la sabbia dal sentiero in giardino. Spazzare la sabbia dal sentiero era una sacrosanta punizione, un’incombenza infinita, cosí Ruth si tendeva trappole per decidere se farlo. Detestava spazzare, detestava cose tanto insensate; detestava fare il letto solo per disfarlo di nuovo la sera. Tanto tempo prima aveva instillato nei figli l’importanza di quei lavori, credendoci perfino. Pensò: Se qualcuno passa sulla spiaggia nei prossimi dieci minuti, c’è una tigre in casa mia la notte; se passano in due, la tigre non mi tocca; se sono tre, la tigre mi sbrana. E una simile possibilità produsse uno di quei brevi brividi incontrollabili che a Ruth sembravano partire dal cervello e uscire dalle piante dei piedi.
– È quasi inverno, – disse ad alta voce, lo sguardo sul mare che si appiattiva; la marea stava calando. – È quasi quello schifo di inverno.
Le sarebbe piaciuto sapere un’altra lingua da usare in momenti di smisurata frustrazione. Aveva dimenticato quel po’ di hindi che conosceva da piccola, quando viveva nelle Fiji. Ultimamente le imprecazioni – cui si abbandonava con fanciullesca moderazione – erano l’altra sua lingua. Contò sette onde basse, il che significava spazzare il sentiero, e disse: – Merda, – ma non si mosse dalla poltrona. Era capace di guardare il mare tutto il giorno. Quella mattina, una petroliera attendeva sul limitare del mondo, come perduta e sofferente da tempo, e, nella baia davanti alla città, Ruth vedeva dei surfisti. Cavalcavano onde che da quella distanza sembravano fatte per la vasca da bagno, onde giocattolo. Ed era tutto assolutamente normale, non fosse stato per un donnone che si stava avvicinando con l’aria di una portata dal mare. Arrancava sulla duna proprio davanti a casa trascinando una valigia che, dopo qualche strattone, abbandonò nell’erba, lasciandola scivolare poco piú in basso. Raggiunta con determinazione la sommità della duna, la donna attraversò risoluta il giardino. A ogni passo riempiva un po’ piú di cielo. La quantità e il calore della pelle e la scura lucentezza dei capelli, evidentemente stirati, sembrarono tipici delle Fiji a Ruth, che si alzò per accogliere l’ospite sulla porta della cucina. Dalla schiena nessun lamento quando si mise in piedi; quello e la nazionalità della nuova venuta la fecero guardare all’incontro con ottimismo. Ruth uscí in giardino con gran stupore della donna, che pareva spersa senza la sua valigia, esausta dopo la scarpinata in salita, strizzata in un sottile soprabito grigio, sottile mare grigio alle sue spalle. Forse aveva fatto naufragio o era stata abbandonata a riva.
– Signora Field! È a casa! – esclamò la donna avvicinandosi a Ruth con una temeraria energia che cancellò qualsiasi impressione di naufragio.
– Eccomi, – disse Ruth.
– In carne e ossa, – rispose la donna, tendendole le mani chiuse a coppa come se avesse appena acchiappato una mosca fastidiosa. Anche Ruth doveva porgere le mani, e lo fece. La donna le strinse nella sua presa ferma e sicura, e insieme rimasero lí, in piedi nel giardino, come se quello fosse il motivo per cui la donna era venuta. La testa di Ruth non arrivava alle spalle della visitatrice.
– Deve scusarmi, – disse la donna. – Sono a pezzi. Ero preoccupata per lei! Ho bussato alla porta davanti e quando non ha risposto ho pensato di passare dal retro. Non sapevo che razza di collina ci fosse! Uff, – fece, quasi imitando un cane inespressivo.
– Non l’ho sentita bussare.
– Non mi ha sentita? – La donna aggrottò la fronte, guardandosi le mani come se le avessero fatto un dispetto.
– Ci conosciamo? – chiese Ruth. La domanda era sincera: magari la conosceva davvero. Magari quella donna un tempo era stata una bambina seduta sulle ginocchia della mamma di Ruth. Forse la madre di quella donna si era ammalata quel tanto che bastava per portarla alla clinica del padre di Ruth. C’erano sempre bambini alla clinica; giocherellavano e facevano i pagliacci, si affezionavano a chiunque incontrassero, poi puntualmente se ne andavano con le loro famiglie. Poteva darsi che quella donna spuntasse dal passato con un messaggio o dei saluti. Ma probabilmente era troppo giovane per essere stata fra quei bambini… quaranta e qualcosa, azzardò Ruth, faccia liscia, attenta al suo aspetto. Non era truccata, ma aveva quelle palpebre pesanti che sembrano sempre spolverate di marrone chiaro.
– Scusi, scusi –. La donna lasciò le mani di Ruth, appoggiò un braccio al muro della casa e disse: – Lei non ha la piú pallida idea di chi ha davanti –. Poi assunse un tono professionale. – Mi chiamo Frida Young e sono qui per prendermi cura di lei.
– Oh, non me ne ero resa conto! – esclamò Ruth, come se avesse invitato qualcuno a una festa e poi se ne fosse dimenticata. Si sottrasse all’ombra massiccia di Frida appoggiata. Con voce eccitata, confusa, quasi civettuola, domandò: – Ho bisogno di qualcuno che si prenda cura di me?
– Non le servirebbe una mano in casa? Se spuntasse qualcuno alla mia porta, perfino quella sul retro, e si offrisse di prendersi cura di me, gli bacerei i piedi.
– Non capisco, – disse Ruth. – La mandano i miei figli?
– Mi manda il governo, – rispose Frida, che pareva allegramente certa dell’esito della chiacchierata: si era levata le scarpe – scarpette di tela cui erano state tolte le stringhe – e si sgranchiva le dita nell’erba che cresceva sul terreno sabbioso. – Lei era in lista d’attesa e si è liberato un posto.
– Per cosa? – Il telefono prese a squillare. – Devo pagare per questo servizio? – chiese Ruth, un po’ sottosopra per tutta quell’attività.
– No, amore mio! Paga il governo. Un affare, no?
– Mi scusi, – disse lei, ed entrò in cucina. Frida la seguí.
Ruth prese il telefono e lo tenne vicino all’orecchio senza parlare.
– Mamma? – disse Jeffrey. – Mamma, sei tu?
– Certo che sono io.
– Volevo solo controllare. Assicurarmi che non fossi stata sbranata nella notte –. Jeffrey si abbandonò alla risatina tollerante che il padre usava nei momenti di affettuosa esasperazione.
– Non era necessario, tesoro. Sto benissimo, – disse Ruth. Frida cominciò a fare dei gesti che lei interpretò come la richiesta di un bicchiere d’acqua; annuí per farle intendere che avrebbe provveduto quanto prima. – Senti, caro, in questo momento c’è una persona qui con me.
Frida rumoreggiava in cucina, aprendo mobiletti e frigorifero.
– Oh! Allora ti lascio.
– No, Jeff, volevo dirtelo, è una specie di collaboratrice domestica –. Ruth si rivolse a Frida. – Mi scusi, che cos’è lei esattamente? Una badante?
– Una badante? – ripeté Jeffrey.
– Un’operatrice assistenziale governativa, – disse Frida.
Ruth preferiva il suono di quelle parole. – È un’operatrice assistenziale governativa, Jeff, e dice che è qui per aiutarmi.
– Mi stai prendendo in giro, – rispose Jeff. –...