Io sono il tenebroso
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Io sono il tenebroso

  1. 272 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Io sono il tenebroso

Informazioni su questo libro

«Non sono cosí sprovveduti come credi. Lucien ha il suo fervore, Mathias la sua virtú e Marc il suo acume. Non è mica poco, fidati della mia esperienza di vecchio sbirro». A Parigi due donne sono state uccise a colpi di forbice. La polizia è convinta di essere a un passo dal colpevole, un serial killer pronto a colpire ancora. Ma le cose non hanno mai una faccia sola... Soprattutto se, a lanciarsi sulle tracce dell'assassino, ci pensano un ex poliziotto deluso dalla vita e tre storici improvvisati detective.

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Informazioni

Editore
EINAUDI
Anno
2014
Print ISBN
9788806265519
eBook ISBN
9788858400869

VIII.

Louis e Marc camminarono in silenzio fino a place de la Bastille. A tratti Marc lo aiutava con la valigia: Louis zoppicava un po’, per un ginocchio rovinato in un incendio, e quel caldo e quella valigia peggioravano le cose. Marc avrebbe preso volentieri il metró, ma sembrava che per Louis in città non esistesse nulla di simile. A lui piaceva spostarsi a piedi, al limite in bus, e siccome quando lo si contrariava era piuttosto rompiballe Marc lasciava correre.
Verso le due, Louis si fermò davanti alla porta di Marthe, in un vicolo cieco non lontano dalla piazza. Teso in volto, puntò su Marc gli occhi verdissimi. Per dirla con Marthe, stava facendo il suo muso da tedesco, un’espressione rigida e inquietante che Marc chiamava «faccia da unno del basso Danubio».
– Che aspetti? – chiese Marc.
– Penso che sia una cazzata, – disse Louis a bassa voce appoggiandosi alla porta. – Avremmo dovuto avvertire la polizia.
– Non possiamo, – sussurrò Marc.
– Perché no?
– Per il bambolotto, – disse Marc, sempre sussurrando. – Prima, al bar, me l’hai spiegato molto bene tu stesso. Per la polizia lui è l’assassino, per Marthe, invece, è il suo bambino.
– E per noi, è un bel casino.
– Esatto. Suona, adesso; non staremo mica piantati davanti alla porta per delle ore!
Marthe aprí con circospezione e squadrò Louis con la stessa espressione cocciuta del giorno precedente. Per la prima volta in vita sua, si fidava di Louis soltanto a metà.
– Non è il caso di fare quel muso da tedesco, – disse con un’alzata di spalle. – Vedi bene che non mi ha mangiata. Entra.
Li precedette in una piccola stanza e andò a sedersi sul letto, accanto a un ragazzo magro che teneva la testa china, al quale carezzò la mano.
– È l’uomo di cui ti ho parlato, – gli disse piano. – È venuto con un amico.
Il ragazzo gli lanciò uno sguardo torbido e Louis rimase sconvolto. In quel viso tutto, o quasi, era spiacevole: la forma allungata, i contorni indefiniti, la fronte alta, la pelle bianca un po’ chiazzata, le labbra sottili. Perfino le orecchie – dal bordo malfatto – erano sgradevoli a vedersi. Gli occhi, è vero, miglioravano un po’ l’insieme: grandi, neri, anche se totalmente inespressivi. E i capelli: chiari, folti e ricci. Louis guardava affascinato Marthe accarezzare senza ritegno la testa di quel tipo decisamente repellente.
– È l’uomo di cui ti ho parlato, – ripeté Marthe meccanicamente continuando a lisciargli la testa.
Clément fece una specie di saluto silenzioso. Che ripeté rivolto a Marc.
E Louis vide che aveva una faccia da imbecille.
– Siamo a posto, – mormorò, posando la valigia su una sedia.
Marthe gli venne incontro, superando con prudenza i tre metri che li separavano e lanciando delle occhiate verso il letto, come se la distanza mettesse in pericolo il suo pupillo.
– Cos’hai da guardarlo cosí? – chiese con voce bassa e rabbiosa. – Non è mica una bestia.
– Nemmeno un angelo, – disse Louis tra i denti.
– Non ti ho mai detto che era un bel ragazzo. E comunque, non è un buon motivo per guardarlo in quel modo.
– Lo guardo per quello che è, – rispose Louis impaziente, con voce quasi impercettibile. – E vedo il tipo descritto sul giornale, quello che spiava le due donne sotto le finestre. Perché è chiaro, Marthe, hai ragione tu, è lui, non c’è dubbio. Quella faccia da pidocchio, i calzoni militari. Tutto quadra.
– Non parlarne cosí, – lo minacciò Marthe. – Cosa ti prende?
– Mi prende che ha veramente tutto contro.
– Tranne me. E se non hai intenzione di collaborare, gli basterò io. Puoi andartene.
Marc guardava Louis e Marthe scontrarsi e la brutalità di Kehlweiler lo sconcertava. Di solito il Tedesco era un tipo placido e di larghe vedute, non incline ai giudizi avventati. Nemico della perfezione, rispettoso dei difetti, maestro del dubbio e della confusione, non insultava mai, se poteva farne a meno. L’aria sprezzante con cui respingeva quel poveraccio sprofondato nel piumone lo disorientava. Ma il fatto è che a Louis non piacevano i macellai; e amava le donne. Evidentemente l’innocenza di quell’uomo non lo convinceva. Le mani strette sulle ginocchia, Clément non distoglieva lo sguardo da Marthe e pareva sforzarsi di capire ciò che si diceva intorno a lui. Marc pensò che piú che altro sembrava un demente, e questo lo rattristò. Marthe si era scelta un bambolotto ben strano.
Andò a bere un sorso d’acqua del rubinetto, si asciugò la bocca sulla manica e picchiettò sulla spalla di Louis.
– Non l’abbiamo neanche ascoltato, – disse piano, accennando con il mento a Clément.
Louis inspirò: constatava con sorpresa che mentre Marc era perfettamente tranquillo, lui era quasi fuori di sé. Tutto il contrario di ciò che accadeva di solito.
– Te lo dicevo io, – disse calmandosi, – questo qui fa girare la testa a tutti quanti. Trovami una birra, Marthe, che proviamo a parlare.
Poi lanciò un’occhiata circospetta al ragazzo con la faccia da scemo che, le mani sempre incollate alle ginocchia, non si era mosso dal letto e lo fissava con i suoi begli occhi vuoti nel viso bianco.
Marthe, ostile, allungò una sedia a Louis. Marc prese un grosso cuscino e si sedette a gambe incrociate per terra. Con uno sguardo d’invidia, Louis si piazzò sulla sedia e distese le lunghe gambe. Prima di cominciare fece un bel respiro.
– Ti chiami Clément? Clément come?
Il giovanotto raddrizzò la schiena.
– Vauquer, – rispose, con l’espressione diligente di chi ce la mette tutta per non deludere.
Poi lanciò un’occhiata a Marthe che gli fece un cenno d’assenso.
– Perché sei venuto da Marthe?
Il ragazzo corrugò la fronte e masticò alcuni istanti a vuoto, come se macinasse dei pensieri. Poi tornò a Louis.
– Punto a, perché per quanto mi concerne non conoscevo nessuno, punto b, perché mi ero cacciato di persona in una macchina tremenda. La macchina, punto c, era nei giornali. Onde per cui avevo potuto sentirla da me stesso il mattino.
Louis guardò Marthe, frastornato.
– Parla sempre cosí? – le sussurrò.
– È perché tu lo metti in soggezione, – disse lei irritata. – Cerca di fare delle frasi complicate e non ci riesce. Devi essere piú semplice.
– Non abiti a Parigi? – riprese Louis.
– A Nevers. Ma conosco Parigi dalla mia infanzia personale. Con Marthe.
– Ma non è per Marthe che sei venuto, vero?
Clément Vauquer scosse la testa.
– No, sono venuto al seguito della telefonata.
– Cosa fai a Nevers?
– Suono musica per fisarmonica, di giorno nelle piazze e la sera nei caffè.
– Sei musicista?
– No, suono soltanto la fisarmonica.
– Non ci credi? – interruppe Marthe.
– Per piacere, Marthe, lascia fare. Già non è facile, credimi. Invece di startene in piedi pronta a scattare siediti, ci innervosisci tutti quanti.
Louis aveva ritrovato la sua voce lenta e rassicurante. Si concentrava su quel giovanotto magro e Marc lo osservava all’opera, sorseggiando una birra. Era rimasto sorpreso dal timbro della voce di Clément, bello e musicale. Era piacevole da ascoltare, in quella tempesta di parole.
– E poi? – riprese Louis.
– Che cosa?
– Questa telefonata?
– L’ho ricevuta in un caffè dove vado a lavorare, e soprattutto il mercoledí. Il padrone ha detto che il telefono chiedeva di Clément Vauquer, onde per cui la persona che si trattava ero io.
– Sí, – disse Louis.
– Il telefono chiedeva se volevo un lavoro di fisarmonica a Parigi, in un ristorante nuovo molto ben pagato ogni sera. Mi aveva sentito suonare e aveva questo lavoro dal canto mio.
– E allora?
– Il padrone mi ha detto che dovevo dire di sí. Ho detto di sí.
– Come si chiama quel caffè? Quel caffè di Nevers?
– Il caffè si chiama L’occhio di lince.
– Dunque hai detto di sí. E poi?
– Mi hanno dato le spiegazioni: il giorno che arrivo, l’hotel dove vado a stare, la busta che mi daranno, il nome del ristorante dove lavorerò. Ho seguito tutte le spiegazioni il che dimostra: punto a, che sono arrivato il giovedí, e punto b, che sono andato subito all’hotel, e punto c, che mi hanno dato la busta con i soldi d’anticipo.
– Che albergo era?
Clément Vauquer masticò a vuoto alcuni istanti.
– Un hotel con delle palle. Hotel delle tre palle, o delle quattro, o delle sei. Parecchie, comunque. Stazione Saint-Ambroise. Saprei ritrovarlo. C’è il mio nome personale sul registro, Clément Vauquer, telefono in camera e servizi. Ha chiamato per dire che si rimandava.
– Spiegati.
– Si rimandava. Dovevo cominciare il sabato ma il ristorante non era ancora pronto, per via del ritardo di tre settimane di lavori. Il tizio ha detto che nell’attesa avrei fatto altro. È cosí che per quanto mi concerne ho finito per occuparmi delle donne.
– Racconta tutto meglio che puoi, – disse Louis chinandosi in avanti. – L’hai avuta tu l’idea delle donne?
– Quale idea delle donne?
– Parla chiaro, cazzo! – ringhiò Marthe in direzione di Louis. – Vedi bene che fa fatica, poverino. È una brutta storia, prova a metterti nei suoi panni.
– L’idea di cercare delle donne? – continuò Louis.
– Di cercare delle donne per far cosa? – domandò Clément.
Poi restò a bocca aperta, le mani sempre sulle ginocchia, perplesso.
– Cosa volevi fare, con quelle donne?
– Regalare una pianta in vaso e sorvegliare la loro...
Il giovanotto aggrottò la fronte e mosse le labbra senza emettere suono.
– ... la loro moralità, – continuò. – È la frase del telefono. Dovevo sorvegliare la loro moralità, perché il ristorante fosse tranquillo con questa morale, quando le donne ci andavano a lavorare. Erano le cameriere.
– Vuoi dire, – disse calmo Louis, – che quello ti ha chiesto di sorvegliare le sue future cameriere e di fargli rapporto?
Clément sorrise.
– Esatto. Per quanto mi concerne avevo i due nomi e gli indirizzi. Dovevo cominciare dalla prima e continuare dalla seconda. Poi ci sarebbe stata la terza.
– Cerca di ricordarti esattamente quello che ha detto il tizio.
Seguí un lunghissimo silenzio. Clément Vauquer dimenava le mascelle...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Io sono il Tenebroso
  3. I.
  4. II.
  5. III.
  6. IV.
  7. V.
  8. VI.
  9. VII.
  10. VIII.
  11. IX.
  12. X.
  13. XI.
  14. XII.
  15. XIII.
  16. XIV.
  17. XV.
  18. XVI.
  19. XVII.
  20. XVIII.
  21. XIX.
  22. XX.
  23. XXI.
  24. XXII.
  25. XXIII.
  26. XXIV.
  27. XXV.
  28. XXVI.
  29. XXVII.
  30. XXVIII.
  31. XXIX.
  32. XXX.
  33. XXXI.
  34. XXXII.
  35. XXXIII.
  36. XXXIV.
  37. XXXV.
  38. XXXVI.
  39. XXXVII.
  40. XXXVIII.
  41. XXXIX.
  42. XL.
  43. XLI.
  44. XLII.
  45. XLIII.
  46. XLIV.
  47. Il libro
  48. L’autore
  49. Dello stesso autore
  50. Copyright