Gli Effinger
  1. 920 pagine
  2. Italian
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  4. Disponibile su iOS e Android
eBook - ePub

Informazioni su questo libro

Gli amori, le sofferenze, le rivoluzioni politiche, ma anche gli arredi, gli abiti da sera, i caffè, i teatri: Gabriele Tergit, in un trionfo di voci e immagini minuziose, racconta il perduto mondo ebraico berlinese.

La saga degli Effinger ha inizio con Paul e Karl - figli del capostipite Mathias, orologiaio a Kragsheim - che da un piccolo paese si dirigono alla volta della Berlino cosmopolita per cercare fortuna. Ambiziosi e irrequieti, mecenati talentuosi e sensibili, ardenti patrioti e prussiani, in poco tempo gli Effinger riescono a guadagnarsi la fama di abilissimi imprenditori e a diventare una delle famiglie piú importanti della città. Ma dopo la Prima guerra mondiale, le loro certezze borghesi cominciano a sgretolarsi e piano piano anche le loro splendide feste non possono piú nascondere l'antisemitismo sempre piú dilagante e brutale.

«Gabriele Tergit scrive con leggerezza e musicalità, e con uno spirito fine e profondamente umano».
Die Zeit

«Uno splendido e ineguagliabile affresco della Germania ebraica tra Ottocento e Novecento».
Literatur - Der Spiegel

«Non esiste un altro romanzo che preservi la Berlino perduta e il mondo ebraico che la popolava come Gli Effinger».
Süddeutsche Zeitung

«Conciso, denso di dialoghi taglienti e osservazioni malinconiche, amare, sarcastiche, Gli Effinger è pieno di un'arguzia frizzante».
Die Welt

Domande frequenti

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Informazioni

Editore
EINAUDI
Anno
2022
Print ISBN
9788806251086
eBook ISBN
9788858439173
Argomento
Literature
Capitolo 1

Una lettera

Nel 1878 un giovane di diciassette anni, Paul Effinger, scrisse la seguente lettera:
Stimatissimi genitori!
Ho ricevuto la Vostra missiva del 25 c. m., alla quale mi appresto ora a rispondere.
Anche qui è visibile il grande slancio che si osserva un po’ ovunque. Adesso sono impiegato nella fonderia di ghisa, e posso dire che è un lavoro pesante. Iniziamo alle cinque del mattino e finiamo alle sei di sera, sono undici ore in tutto. Molte volte però non si finisce prima delle sette. Per gli operai è terribile: spesso infatti abitano lontano e se tornassero a casa riposerebbero solo cinque ore, cosí si fanno un giaciglio direttamente nei capannoni della fabbrica e si coricano lí in una gran baraonda, maschi e femmine insieme, nel modo piú indegno. Qui l’operaio è, di fatto, poco piú di un mendicante. Sono cose su cui rifletto a lungo, queste. La sera poi cerco di aggiornarmi sul fronte tecnico. Due volte alla settimana seguo anche lezioni di commercio, e inoltre mi esercito con il francese.
Ma veniamo alla cosa piú importante, che di certo sarà per Voi, miei pregiatissimi genitori, motivo di grande gioia. Domenica sono stato ospite a pranzo del mio stimato principale. Erano invitati tutti coloro che hanno concluso l’apprendistato. È stato molto bello. C’era il vino, e io ero seduto accanto alla padrona di casa, un onore che mi pare persino eccessivo. Hanno anche una figlia, la quale tuttavia non nutre alcun interesse per i giovani, e difatti ha parlato solo con un sottotenente. Qui i sottotenenti sono venerati come divinità. Il signor Rawerk Vi manda i suoi saluti.
Sarete lieti di sapere che, in occasione delle manovre imperiali, l’imperatore e Bismarck sono passati di qua. Il signor Rawerk e noi tutti volevamo tributare i nostri onori al glorioso imperatore e all’illustre Bismarck. Non avevamo però idea di come farlo, quand’ecco che il nostro caporeparto ha avuto una trovata geniale che abbiamo poi messo in pratica. Quando il convoglio speciale è passato, buona parte degli operai è salita sui pilastri di mattoni che formano la recinzione della fabbrica, ciascuno con una pila di carbone, le cosiddette bricchette, tra le braccia e una posa il piú monumentale possibile, oltreché spesso alquanto pittoresca. Uno spettacolo assai originale e senza dubbio rappresentativo di una regione industriale come la Renania, di fronte al quale l’imperatore Guglielmo ha salutato a sua volta ripetutamente dal treno.
Come vedete, qui vivo in mezzo al gran mondo. Domenica sono stato invece a Sankt Goar. Ho navigato sul Reno con il piroscafo. Era strapieno e tutti erano molto allegri. Perché non pensiate che sia troppo avventato, ci tengo a dirVi che si è trattato del mio primo viaggio sul Reno in tre anni, e che metto da parte ogni centesimo del mio stipendio.
E con ciò mi congedo. Portate i miei saluti a tutti i fratelli e le sorelle,
a Voi i piú sentiti saluti dal Vostro devotissimo
figlio Paul
Il giovane, basso di statura, dall’aspetto poco appariscente e i capelli castano chiaro, prese con movimenti rapidi e decisi il vasetto del polverino e asciugò quello che aveva scritto. In una grafia da commerciante ampia e circolare iniziò poi a vergare: «All’illustrissimo signor orologiaio Mathias Effinger, Kragsheim», cercò quindi un francobollo e portò la lettera alla posta.
Capitolo 2

Kragsheim

Kragsheim si sviluppava su tre livelli. Sul dorso della collina si trovava la città vecchia, con le sue case una addossata all’altra, le vie dall’atmosfera vagamente mediterranea, tigli in fiore, lillà e maggiociondoli, i vicoletti, le lanterne sulle facciate a graticcio. Qui c’erano i negozi e il mercato, i portici contro la pioggia e la calura. Qui risiedevano gli artigiani: nella porta della città il fabbro, nelle rispettive botteghe il calzolaio e il sarto, e anche Mathias Effinger, l’orologiaio. Le case avevano nomi antichi: La chiave blu, La corona d’oro, Il lillà bianco. A sovrastare ogni cosa erano però i campanili di Sankt Jacobi, monito e difesa ed eternità a un tempo per l’esiguo brulichio raccolto sotto quelle cuspidi. Dentro, la chiesa era bianca. La città, protestante, aveva difeso con valore la libertà di un cristiano contro la Lega cattolica offrendo ricovero a Gustavo Adolfo. Aveva trentamila abitanti quando la Guerra dei Trent’anni era iniziata; quando era finita, tremila derelitti, morti di fame e di paura, erano strisciati fuori dalle case, con i maiali che scorrazzavano per i vicoletti.
Nel 1878 le antiche mura continuavano a tenere corporazioni e cittadini all’interno dei propri angusti confini.
Davanti alla porta ornata di sfere e volute cominciava il secondo livello. Dal Cinquecento si passava al Settecento, dal consigliere comunale a titolo onorifico ai funzionari retribuiti, dal lanzichenecco all’ufficiale di carriera. In mezzo a semplici case bianche una simile all’altra, un ampio viale fiancheggiato da ippocastani conduceva alla vasta piazza arroventata dal sole davanti all’imponente palazzo che di quel viale costituiva la meta. Qui un tempo venivano ricevute le principesse, da qui il sovrano partiva con le amiche per andare a caccia, tiri a otto, i paggi sul predellino della carrozza, sui cavalli i lacchè con il codino bianco, marsine celesti di seta e gilet rosa al ginocchio. Il suddito si sprofondava in inchini, sopportava le gabelle e l’acquartieramento delle truppe, ammirava lo splendore del palazzo pagato solo in parte. Dopotutto le guerre napoleoniche avevano reso i conti degli artigiani carta straccia. Adesso nel palazzo – dove aveva la propria residenza il principe – entravano i forestieri, guardavano il parco, i giochi d’acqua, il teatro all’aperto, le rovine artefatte, la sala da tè a ventaglio, rossa con motivi ornamentali celesti. Il principe si faceva preparare stanze semplici, ma nelle giornate di festa, quando da Berlino arrivava l’imperatore, nella galleria degli specchi, nella sala delle porcellane, nel gabinetto giallo e in quello azzurro tornavano a risplendere i lampadari di cristallo con centinaia di candele che illuminavano il fulgore fiabesco di un mondo ormai scomparso, fatto di damaschi color amaranto, sbiadite cornici d’argento e stucchi che, come spuma, ornavano i soffitti.
Alle spalle del palazzo aveva inizio il terzo livello. Fiume, prati, la strada maestra con il villaggio, colline e boschi odorosi d’acqua sorgiva. Dalle alture si scorgeva la città con i suoi tetti rossi spioventi oltre la porta rococò. Il frumento cresceva alto nella fertile terra della Germania del Sud. Sul ponticello c’era san Cristoforo e, ai margini del campo ondeggiante, Gesú in croce. Nel paese vicino già risuonava l’Ave. L’antica fede, il cattolicesimo, nel paese vicino resisteva ancora.
Gli ussari varcarono la porta con le sfere e le volute. Ussari blu con alamari bianchi e piccole banderuole sulla lancia. La gente corse alle finestre. Dietro gli ussari c’era la diligenza postale. «Devo ordunque, devo ordunque la mia cittadella abbandonar», intonò il postiglione. Vestito di una marsina rococò gialla, il portalettere suonò quindi all’Occhio di Dio, una casa con il timpano a graticcio che sul davanti aveva tre piani; dal piano piú alto, sul retro, si accedeva al prato del giardino e al frutteto. Sotto c’era la bottega dell’orologiaio.
Il campanello propagò in tutta la casa un suono argentino. Effinger allontanò dall’occhio la lente d’ingrandimento. Aveva una papalina di velluto nero ricamata di rosso e favoriti castano chiaro uguali a quelli di Guglielmo I e dell’imperatore Francesco Giuseppe d’Austria, di cui era pressoché coetaneo.
– Buondí, – disse il portalettere, – ha un bel po’ di posta, signor Effinger!
– Tutte lettere d’amore.
– Credo anch’io.
– Qualcosa da pagare?
– No.
– Siete brava gente.
– Mica sempre e comunque. State bene.
– State bene anche voi.
Effinger si sedette comodo a leggere. Dai banchieri Effinger di Mannheim, suoi fratelli, arrivava una conferma a proposito dei duecento fiorini che lui aveva risparmiato e inviato alla banca: «Vi comunichiamo di averVi accreditato duecento fiorini».
C’era poi una lettera dal palazzo: che andasse a controllare gli orologi. Il gallo nell’orologio della torre, che aveva sempre cantato le ore, adesso non ne voleva piú sapere.
In quella stanza pareva ci fosse il ticchettio di un reggimento di picchi. O meglio, un guazzabuglio di ticchettii. Appesi o addossati alla parete c’erano: orologi di porcellana bianca con il quadrante incassato, graziosamente decorato con oro e fiorellini, il duomo di Colonia in alabastro sotto una campana di vetro, un orologio a parigina, una pastorella in bronzo dorato che con un bastone batteva le ore su un campanellino, un’infinità di orologi da tasca, quelli spessi per i campagnoli, quelli piatti e sottili per i cavalieri di corte, gli ufficiali e i signori del governo, e piccoli orologi da donna con la catenella.
Erano le otto del mattino. Gli orologi suonavano cristallini e, tra un rintocco e l’altro, riecheggiava cupo e grave quello del campanile. Non battevano mai le ore insieme. Non c’era verso.
Effinger rimase un attimo in ascolto, poi aprí un’altra busta. Era l’offerta di un negozio all’ingrosso di orologi: «Considerato che oggigiorno le abitazioni vengono arredate secondo il gusto tedesco antico, sono a proporVi un orologio a pendolo che ha la forma di una casa in stile rinascimentale tedesco e potrà essere appeso accanto a qualsiasi elemento di un moderno mobilio in puro stile tedesco antico». Quell’offerta lo fece arrabbiare. – È una bella porcheria, ecco cos’è, – mormorò. Prese quindi la corrispondenza privata e, attraversando l’ampio ingresso tinteggiato di bianco nel quale troneggiava un imponente armadio di legno scuro, andò nel soggiorno al primo piano, dove la signora Effinger era seduta nel bovindo a lavorare un impasto.
– Una lettera da Paul.
Minna Effinger, una donna alta e ossuta, si pulí le mani nel grembiule e lesse la lettera.
– Be’, che ne dici? – chiese poi.
Mathias si limitò a dire: – Qui c’è anche una lettera da Heidelberg.
– Sarà di Amalie.
Miei cari!
Vogliate scusarmi se mi faccio viva oggi con questa mia proposta. A quanto ne so, la Vostra Helene è ormai in età da marito, e visto che per certo provvederete volentieri a lei malgrado i Vostri molti figli, voglio proporVi un buon matrimonio. Il giovane, Julius Mainzer, ha ventisette anni, è in buona salute e di buona famiglia. Ha un negozio di manifatture a Neckargründen ed è un commerciante in gamba. Avrebbe bisogno di una dote di alcune migliaia di marchi. Gli ho assicurato che Helene è una persona molto capace, che si dà parecchio da fare ed è una brava massaia. Lui si è detto molto d’accordo, a patto che si piacciano. Perché questo è fondamentale. Vi propongo di venire qui sabato prossimo. Lui è a un tiro di schioppo. Se il giovane è di Vostro gradimento, allora Helene dovrà venire presto in visita.
– Cosa ne pensi? – gli chiese la signora Effinger. – Me la sarei tenuta volentieri ancora in casa, quella ragazza. Non si può mica mai sapere…
– Non è mai troppo presto per sposarsi, – rispose il marito. – Sabato andiamo giú al Neckar.
– Dio ci benedica, – disse lei.
– Amen, – replicò lui. Si tirò dietro la porta, scese al piano di sotto, si mise la lente d’ingrandimento sull’occhio ed esaminò le rotelle di un orologio. La signora Effinger sapeva che nel giro di sei mesi Helene sarebbe stata a Neckargründen dietro il bancone; il padre non permetteva che le ragazze proseguissero gli studi. «I figli dell’artigiano sono figli dell’artigiano», diceva.
Benno, il primogenito, era in Inghilterra, lavorava in un maglificio a Manchester. Karl studiava da banchiere a Berlino. Paul era in Renania. Willy imparava il mestiere di orologiaio dal padre. Quattro giovani uomini in gamba. La signora Effinger si asciugò le lacrime. Helene sarebbe andata in sposa a Neckargründen. Rimaneva la piccola Bertha. Continuò a lavorare l’impasto lí seduta nel bovindo, di tanto in tanto il suo mazzo di chiavi tintinnava.

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Gli Effinger
  4. Capitolo 1. Una lettera
  5. Capitolo 2. Kragsheim
  6. Capitolo 3. Londra
  7. Capitolo 4. Un tentativo a Kragsheim
  8. Capitolo 5. In viaggio per Berlino
  9. Capitolo 6. L’arrivo
  10. Capitolo 7. Una raccomandazione
  11. Capitolo 8. Visita in banca
  12. Capitolo 9. Fabbrica, 1884
  13. Capitolo 10. L’inizio
  14. Capitolo 11. Il banchiere Oppner compra una casa
  15. Capitolo 12. Dal Biedermeier sbocciano gli anni Ottanta
  16. Capitolo 13. Tempi di crisi
  17. Capitolo 14. Waldemar Goldschmidt
  18. Capitolo 15. Affari di viti
  19. Capitolo 16. Karl apre un conto
  20. Capitolo 17. Visita di cortesia
  21. Capitolo 18. Alta congiuntura
  22. Capitolo 19. Una gita fuori porta
  23. Capitolo 20. I preparativi per la festa
  24. Capitolo 21. L’inaugurazione
  25. Capitolo 22. Il fidanzamento
  26. Capitolo 23. In visita a Kragsheim
  27. Capitolo 24. Il primo nipote
  28. Capitolo 25. Primavera
  29. Capitolo 26. Il pranzo della domenica
  30. Capitolo 27. Le strade dei figli
  31. Capitolo 28. L’inizio di una nuova epoca
  32. Capitolo 29. Motori a gas
  33. Capitolo 30. Theodor vuole sposarsi
  34. Capitolo 31. La macchina senza rotaie
  35. Capitolo 32. I musicisti mettono via gli strumenti
  36. Capitolo 33. Il ritorno dei figli
  37. Capitolo 34. Sofie
  38. Capitolo 35. Lo spettacolo per il matrimonio
  39. Capitolo 36. Cena di nozze
  40. Capitolo 37. Dopo il lavoro
  41. Capitolo 38. Motori a gas sottocosto
  42. Capitolo 39. Kragsheim
  43. Capitolo 40. La débâcle degli accumulatori
  44. Capitolo 41. Paul e Klara
  45. Capitolo 42. Fidanzamento
  46. Capitolo 43. Un divorzio
  47. Capitolo 44. 1900
  48. Capitolo 45. Theodor si fidanza
  49. Capitolo 46. Theodor si sposa
  50. Capitolo 47. Preoccupazioni scolastiche
  51. Capitolo 48. Una gita in auto
  52. Capitolo 49. Testamento
  53. Capitolo 50. Sofie al Carnevale
  54. Capitolo 51. Due ragazzine
  55. Capitolo 52. 1907
  56. Capitolo 53. Una nuova gioventú
  57. Capitolo 54. La domenica a pranzo
  58. Capitolo 55. Appropriazione indebita
  59. Capitolo 56. Emmanuel muore
  60. Capitolo 57. Gare automobilistiche
  61. Capitolo 58. Nozze d’oro
  62. Capitolo 59. Problemi per l’avvenire
  63. Capitolo 60. Assemblea di donne
  64. Capitolo 61. Lezione di ballo
  65. Capitolo 62. James
  66. Capitolo 63. Acquisti
  67. Capitolo 64. Viaggio dell’estate 1911
  68. Capitolo 65. Il risveglio della gioventú
  69. Capitolo 66. Il ballo in maschera
  70. Capitolo 67. Viaggio dell’estate 1912
  71. Capitolo 68. Primavera
  72. Capitolo 69. Lo stato ebraico
  73. Capitolo 70. Riunione del consiglio di sorveglianza
  74. Capitolo 71. Dottor Merkel
  75. Capitolo 72. 28 giugno 1914
  76. Capitolo 73. Scoppia la guerra
  77. Capitolo 74. Bandiere
  78. Capitolo 75. La battaglia perduta
  79. Capitolo 76. Erwin diventa soldato
  80. Capitolo 77. Il nuovo inizio di Lotte
  81. Capitolo 78. L’esperienza di Sofie
  82. Capitolo 79. James a est
  83. Capitolo 80. Inverno 1916-1917
  84. Capitolo 81. Una cassa di farina
  85. Capitolo 82. Un messaggio di Alexander
  86. Capitolo 83. Cattura
  87. Capitolo 84. Russia
  88. Capitolo 85. Prigionia
  89. Capitolo 86. Il viaggio di Sofie, 1918
  90. Capitolo 87. Kragsheim, 1918
  91. Capitolo 88. Fine della guerra in patria
  92. Capitolo 89. Fine della guerra nei Balcani
  93. Capitolo 90. Novembre 1918
  94. Capitolo 91. Fine di un’esistenza borghese
  95. Capitolo 92. Carteggio Martin/Marianne
  96. Capitolo 93. L’epidemia
  97. Capitolo 94. Un mondo nuovo
  98. Capitolo 95. Herbert
  99. Capitolo 96. Pranzo della domenica, 1919
  100. Capitolo 97. Fuga
  101. Capitolo 98. Lettera
  102. Capitolo 99. Monaco, inverno 1919-1920
  103. Capitolo 100. Lezione all’università
  104. Capitolo 101. Kragsheim, 1920
  105. Capitolo 102. Grovigli e soluzioni
  106. Capitolo 103. Una lettera
  107. Capitolo 104. Conoscenza
  108. Capitolo 105. Estate a Heidelberg
  109. Capitolo 106. Invenzione di un sistema filosofico
  110. Capitolo 107. Il gatto
  111. Capitolo 108. Marianne
  112. Capitolo 109. Un bambino
  113. Capitolo 110. In cerca di casa
  114. Capitolo 111. Due generazioni
  115. Capitolo 112. L’auto del popolo
  116. Capitolo 113. La ragazzina
  117. Capitolo 114. Harald
  118. Capitolo 115. Domenica a pranzo, 1921
  119. Capitolo 116. Palcoscenico
  120. Capitolo 117. Diecimila marchi valevano un dollaro
  121. Capitolo 118. Trentamila marchi valevano un dollaro
  122. Capitolo 119. Quarantasettemila marchi valevano un dollaro
  123. Capitolo 120. Un milione di marchi valeva un dollaro
  124. Capitolo 121. Due milioni di marchi valevano un dollaro
  125. Capitolo 122. Cinque milioni di marchi valevano un dollaro
  126. Capitolo 123. Stabilizzazione
  127. Capitolo 124. Kragsheim
  128. Capitolo 125. Una rivista illustrata
  129. Capitolo 126. Kipshausen
  130. Capitolo 127. Il compleanno di Selma
  131. Capitolo 128. Omicidio
  132. Capitolo 129. Incontro a Landro
  133. Capitolo 130. Una seratina piacevole
  134. Capitolo 131. Primavera, 1930
  135. Capitolo 132. Fine di una vita umana
  136. Capitolo 133. La grande crisi
  137. Capitolo 134. Bancarotta
  138. Capitolo 135. Il salone grigio
  139. Capitolo 136. Per l’ultima volta
  140. Capitolo 137. Affittare
  141. Capitolo 138. James è malato
  142. Capitolo 139. Incontro con Schröder
  143. Capitolo 140. Chi amano gli dèi
  144. Capitolo 141. Un avanzo d’orgoglio
  145. Capitolo 142. Potenza
  146. Capitolo 143. L’inizio della fine
  147. Capitolo 144. Le cose vanno avanti ancora per un po’
  148. Capitolo 145. Paul perde la fabbrica
  149. Capitolo 146. Il gagliardetto d’oro
  150. Capitolo 147. Visita a un insediamento comunitario
  151. Capitolo 148. Torce incendiarie
  152. Capitolo 149. Estate, 1939
  153. Capitolo 150. Waldemar
  154. Capitolo 151. Una lettera
  155. Epilogo
  156. «Mi interessano le persone». di Nicole Henneberg
  157. Nota al testo.
  158. Il libro
  159. L’autrice
  160. Copyright