
eBook - ePub
Gli Effinger
Una saga berlinese
- 920 pagine
- Italian
- ePUB (disponibile su mobile)
- Disponibile su iOS e Android
eBook - ePub
Gli Effinger
Una saga berlinese
Informazioni su questo libro
Gli amori, le sofferenze, le rivoluzioni politiche, ma anche gli arredi, gli abiti da sera, i caffè, i teatri: Gabriele Tergit, in un trionfo di voci e immagini minuziose, racconta il perduto mondo ebraico berlinese.
La saga degli Effinger ha inizio con Paul e Karl - figli del capostipite Mathias, orologiaio a Kragsheim - che da un piccolo paese si dirigono alla volta della Berlino cosmopolita per cercare fortuna. Ambiziosi e irrequieti, mecenati talentuosi e sensibili, ardenti patrioti e prussiani, in poco tempo gli Effinger riescono a guadagnarsi la fama di abilissimi imprenditori e a diventare una delle famiglie piú importanti della città. Ma dopo la Prima guerra mondiale, le loro certezze borghesi cominciano a sgretolarsi e piano piano anche le loro splendide feste non possono piú nascondere l'antisemitismo sempre piú dilagante e brutale.
«Gabriele Tergit scrive con leggerezza e musicalità, e con uno spirito fine e profondamente umano».
Die Zeit
«Uno splendido e ineguagliabile affresco della Germania ebraica tra Ottocento e Novecento».
Literatur - Der Spiegel
«Non esiste un altro romanzo che preservi la Berlino perduta e il mondo ebraico che la popolava come Gli Effinger».
Süddeutsche Zeitung
«Conciso, denso di dialoghi taglienti e osservazioni malinconiche, amare, sarcastiche, Gli Effinger è pieno di un'arguzia frizzante».
Die Welt
La saga degli Effinger ha inizio con Paul e Karl - figli del capostipite Mathias, orologiaio a Kragsheim - che da un piccolo paese si dirigono alla volta della Berlino cosmopolita per cercare fortuna. Ambiziosi e irrequieti, mecenati talentuosi e sensibili, ardenti patrioti e prussiani, in poco tempo gli Effinger riescono a guadagnarsi la fama di abilissimi imprenditori e a diventare una delle famiglie piú importanti della città. Ma dopo la Prima guerra mondiale, le loro certezze borghesi cominciano a sgretolarsi e piano piano anche le loro splendide feste non possono piú nascondere l'antisemitismo sempre piú dilagante e brutale.
«Gabriele Tergit scrive con leggerezza e musicalità, e con uno spirito fine e profondamente umano».
Die Zeit
«Uno splendido e ineguagliabile affresco della Germania ebraica tra Ottocento e Novecento».
Literatur - Der Spiegel
«Non esiste un altro romanzo che preservi la Berlino perduta e il mondo ebraico che la popolava come Gli Effinger».
Süddeutsche Zeitung
«Conciso, denso di dialoghi taglienti e osservazioni malinconiche, amare, sarcastiche, Gli Effinger è pieno di un'arguzia frizzante».
Die Welt
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Informazioni
Capitolo 1
Una lettera
Nel 1878 un giovane di diciassette anni, Paul Effinger, scrisse la seguente lettera:
Stimatissimi genitori!Ho ricevuto la Vostra missiva del 25 c. m., alla quale mi appresto ora a rispondere.Anche qui è visibile il grande slancio che si osserva un po’ ovunque. Adesso sono impiegato nella fonderia di ghisa, e posso dire che è un lavoro pesante. Iniziamo alle cinque del mattino e finiamo alle sei di sera, sono undici ore in tutto. Molte volte però non si finisce prima delle sette. Per gli operai è terribile: spesso infatti abitano lontano e se tornassero a casa riposerebbero solo cinque ore, cosí si fanno un giaciglio direttamente nei capannoni della fabbrica e si coricano lí in una gran baraonda, maschi e femmine insieme, nel modo piú indegno. Qui l’operaio è, di fatto, poco piú di un mendicante. Sono cose su cui rifletto a lungo, queste. La sera poi cerco di aggiornarmi sul fronte tecnico. Due volte alla settimana seguo anche lezioni di commercio, e inoltre mi esercito con il francese.Ma veniamo alla cosa piú importante, che di certo sarà per Voi, miei pregiatissimi genitori, motivo di grande gioia. Domenica sono stato ospite a pranzo del mio stimato principale. Erano invitati tutti coloro che hanno concluso l’apprendistato. È stato molto bello. C’era il vino, e io ero seduto accanto alla padrona di casa, un onore che mi pare persino eccessivo. Hanno anche una figlia, la quale tuttavia non nutre alcun interesse per i giovani, e difatti ha parlato solo con un sottotenente. Qui i sottotenenti sono venerati come divinità. Il signor Rawerk Vi manda i suoi saluti.Sarete lieti di sapere che, in occasione delle manovre imperiali, l’imperatore e Bismarck sono passati di qua. Il signor Rawerk e noi tutti volevamo tributare i nostri onori al glorioso imperatore e all’illustre Bismarck. Non avevamo però idea di come farlo, quand’ecco che il nostro caporeparto ha avuto una trovata geniale che abbiamo poi messo in pratica. Quando il convoglio speciale è passato, buona parte degli operai è salita sui pilastri di mattoni che formano la recinzione della fabbrica, ciascuno con una pila di carbone, le cosiddette bricchette, tra le braccia e una posa il piú monumentale possibile, oltreché spesso alquanto pittoresca. Uno spettacolo assai originale e senza dubbio rappresentativo di una regione industriale come la Renania, di fronte al quale l’imperatore Guglielmo ha salutato a sua volta ripetutamente dal treno.Come vedete, qui vivo in mezzo al gran mondo. Domenica sono stato invece a Sankt Goar. Ho navigato sul Reno con il piroscafo. Era strapieno e tutti erano molto allegri. Perché non pensiate che sia troppo avventato, ci tengo a dirVi che si è trattato del mio primo viaggio sul Reno in tre anni, e che metto da parte ogni centesimo del mio stipendio.E con ciò mi congedo. Portate i miei saluti a tutti i fratelli e le sorelle,a Voi i piú sentiti saluti dal Vostro devotissimofiglio Paul
Il giovane, basso di statura, dall’aspetto poco appariscente e i capelli castano chiaro, prese con movimenti rapidi e decisi il vasetto del polverino e asciugò quello che aveva scritto. In una grafia da commerciante ampia e circolare iniziò poi a vergare: «All’illustrissimo signor orologiaio Mathias Effinger, Kragsheim», cercò quindi un francobollo e portò la lettera alla posta.
Capitolo 2
Kragsheim
Kragsheim si sviluppava su tre livelli. Sul dorso della collina si trovava la città vecchia, con le sue case una addossata all’altra, le vie dall’atmosfera vagamente mediterranea, tigli in fiore, lillà e maggiociondoli, i vicoletti, le lanterne sulle facciate a graticcio. Qui c’erano i negozi e il mercato, i portici contro la pioggia e la calura. Qui risiedevano gli artigiani: nella porta della città il fabbro, nelle rispettive botteghe il calzolaio e il sarto, e anche Mathias Effinger, l’orologiaio. Le case avevano nomi antichi: La chiave blu, La corona d’oro, Il lillà bianco. A sovrastare ogni cosa erano però i campanili di Sankt Jacobi, monito e difesa ed eternità a un tempo per l’esiguo brulichio raccolto sotto quelle cuspidi. Dentro, la chiesa era bianca. La città, protestante, aveva difeso con valore la libertà di un cristiano contro la Lega cattolica offrendo ricovero a Gustavo Adolfo. Aveva trentamila abitanti quando la Guerra dei Trent’anni era iniziata; quando era finita, tremila derelitti, morti di fame e di paura, erano strisciati fuori dalle case, con i maiali che scorrazzavano per i vicoletti.
Nel 1878 le antiche mura continuavano a tenere corporazioni e cittadini all’interno dei propri angusti confini.
Davanti alla porta ornata di sfere e volute cominciava il secondo livello. Dal Cinquecento si passava al Settecento, dal consigliere comunale a titolo onorifico ai funzionari retribuiti, dal lanzichenecco all’ufficiale di carriera. In mezzo a semplici case bianche una simile all’altra, un ampio viale fiancheggiato da ippocastani conduceva alla vasta piazza arroventata dal sole davanti all’imponente palazzo che di quel viale costituiva la meta. Qui un tempo venivano ricevute le principesse, da qui il sovrano partiva con le amiche per andare a caccia, tiri a otto, i paggi sul predellino della carrozza, sui cavalli i lacchè con il codino bianco, marsine celesti di seta e gilet rosa al ginocchio. Il suddito si sprofondava in inchini, sopportava le gabelle e l’acquartieramento delle truppe, ammirava lo splendore del palazzo pagato solo in parte. Dopotutto le guerre napoleoniche avevano reso i conti degli artigiani carta straccia. Adesso nel palazzo – dove aveva la propria residenza il principe – entravano i forestieri, guardavano il parco, i giochi d’acqua, il teatro all’aperto, le rovine artefatte, la sala da tè a ventaglio, rossa con motivi ornamentali celesti. Il principe si faceva preparare stanze semplici, ma nelle giornate di festa, quando da Berlino arrivava l’imperatore, nella galleria degli specchi, nella sala delle porcellane, nel gabinetto giallo e in quello azzurro tornavano a risplendere i lampadari di cristallo con centinaia di candele che illuminavano il fulgore fiabesco di un mondo ormai scomparso, fatto di damaschi color amaranto, sbiadite cornici d’argento e stucchi che, come spuma, ornavano i soffitti.
Alle spalle del palazzo aveva inizio il terzo livello. Fiume, prati, la strada maestra con il villaggio, colline e boschi odorosi d’acqua sorgiva. Dalle alture si scorgeva la città con i suoi tetti rossi spioventi oltre la porta rococò. Il frumento cresceva alto nella fertile terra della Germania del Sud. Sul ponticello c’era san Cristoforo e, ai margini del campo ondeggiante, Gesú in croce. Nel paese vicino già risuonava l’Ave. L’antica fede, il cattolicesimo, nel paese vicino resisteva ancora.
Gli ussari varcarono la porta con le sfere e le volute. Ussari blu con alamari bianchi e piccole banderuole sulla lancia. La gente corse alle finestre. Dietro gli ussari c’era la diligenza postale. «Devo ordunque, devo ordunque la mia cittadella abbandonar», intonò il postiglione. Vestito di una marsina rococò gialla, il portalettere suonò quindi all’Occhio di Dio, una casa con il timpano a graticcio che sul davanti aveva tre piani; dal piano piú alto, sul retro, si accedeva al prato del giardino e al frutteto. Sotto c’era la bottega dell’orologiaio.
Il campanello propagò in tutta la casa un suono argentino. Effinger allontanò dall’occhio la lente d’ingrandimento. Aveva una papalina di velluto nero ricamata di rosso e favoriti castano chiaro uguali a quelli di Guglielmo I e dell’imperatore Francesco Giuseppe d’Austria, di cui era pressoché coetaneo.
– Buondí, – disse il portalettere, – ha un bel po’ di posta, signor Effinger!
– Tutte lettere d’amore.
– Credo anch’io.
– Qualcosa da pagare?
– No.
– Siete brava gente.
– Mica sempre e comunque. State bene.
– State bene anche voi.
Effinger si sedette comodo a leggere. Dai banchieri Effinger di Mannheim, suoi fratelli, arrivava una conferma a proposito dei duecento fiorini che lui aveva risparmiato e inviato alla banca: «Vi comunichiamo di averVi accreditato duecento fiorini».
C’era poi una lettera dal palazzo: che andasse a controllare gli orologi. Il gallo nell’orologio della torre, che aveva sempre cantato le ore, adesso non ne voleva piú sapere.
In quella stanza pareva ci fosse il ticchettio di un reggimento di picchi. O meglio, un guazzabuglio di ticchettii. Appesi o addossati alla parete c’erano: orologi di porcellana bianca con il quadrante incassato, graziosamente decorato con oro e fiorellini, il duomo di Colonia in alabastro sotto una campana di vetro, un orologio a parigina, una pastorella in bronzo dorato che con un bastone batteva le ore su un campanellino, un’infinità di orologi da tasca, quelli spessi per i campagnoli, quelli piatti e sottili per i cavalieri di corte, gli ufficiali e i signori del governo, e piccoli orologi da donna con la catenella.
Erano le otto del mattino. Gli orologi suonavano cristallini e, tra un rintocco e l’altro, riecheggiava cupo e grave quello del campanile. Non battevano mai le ore insieme. Non c’era verso.
Effinger rimase un attimo in ascolto, poi aprí un’altra busta. Era l’offerta di un negozio all’ingrosso di orologi: «Considerato che oggigiorno le abitazioni vengono arredate secondo il gusto tedesco antico, sono a proporVi un orologio a pendolo che ha la forma di una casa in stile rinascimentale tedesco e potrà essere appeso accanto a qualsiasi elemento di un moderno mobilio in puro stile tedesco antico». Quell’offerta lo fece arrabbiare. – È una bella porcheria, ecco cos’è, – mormorò. Prese quindi la corrispondenza privata e, attraversando l’ampio ingresso tinteggiato di bianco nel quale troneggiava un imponente armadio di legno scuro, andò nel soggiorno al primo piano, dove la signora Effinger era seduta nel bovindo a lavorare un impasto.
– Una lettera da Paul.
Minna Effinger, una donna alta e ossuta, si pulí le mani nel grembiule e lesse la lettera.
– Be’, che ne dici? – chiese poi.
Mathias si limitò a dire: – Qui c’è anche una lettera da Heidelberg.
– Sarà di Amalie.
Miei cari!Vogliate scusarmi se mi faccio viva oggi con questa mia proposta. A quanto ne so, la Vostra Helene è ormai in età da marito, e visto che per certo provvederete volentieri a lei malgrado i Vostri molti figli, voglio proporVi un buon matrimonio. Il giovane, Julius Mainzer, ha ventisette anni, è in buona salute e di buona famiglia. Ha un negozio di manifatture a Neckargründen ed è un commerciante in gamba. Avrebbe bisogno di una dote di alcune migliaia di marchi. Gli ho assicurato che Helene è una persona molto capace, che si dà parecchio da fare ed è una brava massaia. Lui si è detto molto d’accordo, a patto che si piacciano. Perché questo è fondamentale. Vi propongo di venire qui sabato prossimo. Lui è a un tiro di schioppo. Se il giovane è di Vostro gradimento, allora Helene dovrà venire presto in visita.
– Cosa ne pensi? – gli chiese la signora Effinger. – Me la sarei tenuta volentieri ancora in casa, quella ragazza. Non si può mica mai sapere…
– Non è mai troppo presto per sposarsi, – rispose il marito. – Sabato andiamo giú al Neckar.
– Dio ci benedica, – disse lei.
– Amen, – replicò lui. Si tirò dietro la porta, scese al piano di sotto, si mise la lente d’ingrandimento sull’occhio ed esaminò le rotelle di un orologio. La signora Effinger sapeva che nel giro di sei mesi Helene sarebbe stata a Neckargründen dietro il bancone; il padre non permetteva che le ragazze proseguissero gli studi. «I figli dell’artigiano sono figli dell’artigiano», diceva.
Benno, il primogenito, era in Inghilterra, lavorava in un maglificio a Manchester. Karl studiava da banchiere a Berlino. Paul era in Renania. Willy imparava il mestiere di orologiaio dal padre. Quattro giovani uomini in gamba. La signora Effinger si asciugò le lacrime. Helene sarebbe andata in sposa a Neckargründen. Rimaneva la piccola Bertha. Continuò a lavorare l’impasto lí seduta nel bovindo, di tanto in tanto il suo mazzo di chiavi tintinnava.
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Gli Effinger
- Capitolo 1. Una lettera
- Capitolo 2. Kragsheim
- Capitolo 3. Londra
- Capitolo 4. Un tentativo a Kragsheim
- Capitolo 5. In viaggio per Berlino
- Capitolo 6. L’arrivo
- Capitolo 7. Una raccomandazione
- Capitolo 8. Visita in banca
- Capitolo 9. Fabbrica, 1884
- Capitolo 10. L’inizio
- Capitolo 11. Il banchiere Oppner compra una casa
- Capitolo 12. Dal Biedermeier sbocciano gli anni Ottanta
- Capitolo 13. Tempi di crisi
- Capitolo 14. Waldemar Goldschmidt
- Capitolo 15. Affari di viti
- Capitolo 16. Karl apre un conto
- Capitolo 17. Visita di cortesia
- Capitolo 18. Alta congiuntura
- Capitolo 19. Una gita fuori porta
- Capitolo 20. I preparativi per la festa
- Capitolo 21. L’inaugurazione
- Capitolo 22. Il fidanzamento
- Capitolo 23. In visita a Kragsheim
- Capitolo 24. Il primo nipote
- Capitolo 25. Primavera
- Capitolo 26. Il pranzo della domenica
- Capitolo 27. Le strade dei figli
- Capitolo 28. L’inizio di una nuova epoca
- Capitolo 29. Motori a gas
- Capitolo 30. Theodor vuole sposarsi
- Capitolo 31. La macchina senza rotaie
- Capitolo 32. I musicisti mettono via gli strumenti
- Capitolo 33. Il ritorno dei figli
- Capitolo 34. Sofie
- Capitolo 35. Lo spettacolo per il matrimonio
- Capitolo 36. Cena di nozze
- Capitolo 37. Dopo il lavoro
- Capitolo 38. Motori a gas sottocosto
- Capitolo 39. Kragsheim
- Capitolo 40. La débâcle degli accumulatori
- Capitolo 41. Paul e Klara
- Capitolo 42. Fidanzamento
- Capitolo 43. Un divorzio
- Capitolo 44. 1900
- Capitolo 45. Theodor si fidanza
- Capitolo 46. Theodor si sposa
- Capitolo 47. Preoccupazioni scolastiche
- Capitolo 48. Una gita in auto
- Capitolo 49. Testamento
- Capitolo 50. Sofie al Carnevale
- Capitolo 51. Due ragazzine
- Capitolo 52. 1907
- Capitolo 53. Una nuova gioventú
- Capitolo 54. La domenica a pranzo
- Capitolo 55. Appropriazione indebita
- Capitolo 56. Emmanuel muore
- Capitolo 57. Gare automobilistiche
- Capitolo 58. Nozze d’oro
- Capitolo 59. Problemi per l’avvenire
- Capitolo 60. Assemblea di donne
- Capitolo 61. Lezione di ballo
- Capitolo 62. James
- Capitolo 63. Acquisti
- Capitolo 64. Viaggio dell’estate 1911
- Capitolo 65. Il risveglio della gioventú
- Capitolo 66. Il ballo in maschera
- Capitolo 67. Viaggio dell’estate 1912
- Capitolo 68. Primavera
- Capitolo 69. Lo stato ebraico
- Capitolo 70. Riunione del consiglio di sorveglianza
- Capitolo 71. Dottor Merkel
- Capitolo 72. 28 giugno 1914
- Capitolo 73. Scoppia la guerra
- Capitolo 74. Bandiere
- Capitolo 75. La battaglia perduta
- Capitolo 76. Erwin diventa soldato
- Capitolo 77. Il nuovo inizio di Lotte
- Capitolo 78. L’esperienza di Sofie
- Capitolo 79. James a est
- Capitolo 80. Inverno 1916-1917
- Capitolo 81. Una cassa di farina
- Capitolo 82. Un messaggio di Alexander
- Capitolo 83. Cattura
- Capitolo 84. Russia
- Capitolo 85. Prigionia
- Capitolo 86. Il viaggio di Sofie, 1918
- Capitolo 87. Kragsheim, 1918
- Capitolo 88. Fine della guerra in patria
- Capitolo 89. Fine della guerra nei Balcani
- Capitolo 90. Novembre 1918
- Capitolo 91. Fine di un’esistenza borghese
- Capitolo 92. Carteggio Martin/Marianne
- Capitolo 93. L’epidemia
- Capitolo 94. Un mondo nuovo
- Capitolo 95. Herbert
- Capitolo 96. Pranzo della domenica, 1919
- Capitolo 97. Fuga
- Capitolo 98. Lettera
- Capitolo 99. Monaco, inverno 1919-1920
- Capitolo 100. Lezione all’università
- Capitolo 101. Kragsheim, 1920
- Capitolo 102. Grovigli e soluzioni
- Capitolo 103. Una lettera
- Capitolo 104. Conoscenza
- Capitolo 105. Estate a Heidelberg
- Capitolo 106. Invenzione di un sistema filosofico
- Capitolo 107. Il gatto
- Capitolo 108. Marianne
- Capitolo 109. Un bambino
- Capitolo 110. In cerca di casa
- Capitolo 111. Due generazioni
- Capitolo 112. L’auto del popolo
- Capitolo 113. La ragazzina
- Capitolo 114. Harald
- Capitolo 115. Domenica a pranzo, 1921
- Capitolo 116. Palcoscenico
- Capitolo 117. Diecimila marchi valevano un dollaro
- Capitolo 118. Trentamila marchi valevano un dollaro
- Capitolo 119. Quarantasettemila marchi valevano un dollaro
- Capitolo 120. Un milione di marchi valeva un dollaro
- Capitolo 121. Due milioni di marchi valevano un dollaro
- Capitolo 122. Cinque milioni di marchi valevano un dollaro
- Capitolo 123. Stabilizzazione
- Capitolo 124. Kragsheim
- Capitolo 125. Una rivista illustrata
- Capitolo 126. Kipshausen
- Capitolo 127. Il compleanno di Selma
- Capitolo 128. Omicidio
- Capitolo 129. Incontro a Landro
- Capitolo 130. Una seratina piacevole
- Capitolo 131. Primavera, 1930
- Capitolo 132. Fine di una vita umana
- Capitolo 133. La grande crisi
- Capitolo 134. Bancarotta
- Capitolo 135. Il salone grigio
- Capitolo 136. Per l’ultima volta
- Capitolo 137. Affittare
- Capitolo 138. James è malato
- Capitolo 139. Incontro con Schröder
- Capitolo 140. Chi amano gli dèi
- Capitolo 141. Un avanzo d’orgoglio
- Capitolo 142. Potenza
- Capitolo 143. L’inizio della fine
- Capitolo 144. Le cose vanno avanti ancora per un po’
- Capitolo 145. Paul perde la fabbrica
- Capitolo 146. Il gagliardetto d’oro
- Capitolo 147. Visita a un insediamento comunitario
- Capitolo 148. Torce incendiarie
- Capitolo 149. Estate, 1939
- Capitolo 150. Waldemar
- Capitolo 151. Una lettera
- Epilogo
- «Mi interessano le persone». di Nicole Henneberg
- Nota al testo.
- Il libro
- L’autrice
- Copyright