Duri a Marsiglia
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Duri a Marsiglia

  1. 224 pagine
  2. Italian
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Informazioni su questo libro

Duri a Marsiglia, scritto nel 1974, ma tuttora di invidiabile freschezza e ritmo, racconta le avventure (autobiografiche o no, non importa) di un adolescente italiano che si fa chiamare «Charles Fiori» e in poco tempo diventa «bambu», soldato di marciapiede della mala, sempre mantenendo il suo sguardo meravigliato e insieme finto-cinico. «Charles Fiori» si immerge a capofitto tra i gangster corsi, calabresi e via dicendo dai panciotti colorati, dai nomi assurdi e dai traffici molteplici, in guerre senza quartiere, nel gran respiro della città. E ne nasce, ha scritto Giovanni Arpino, «un "feuilleton" inesausto, tutto giocato sull'onda del filone "nero" francioso, un po' Gabin e un po' teatro "d'abord", tanto cinema in sequenza e grani di Prévert sparsi qua e là... Marsiglia: il porto, la nebbia, i "macrò", le "filles", la pistola, il coltello, la vendetta, l'onore del clan, i codici di comportamento: tutta l'aggeggeria di un mondo tra sconosciuto e ribollito che però seguita ad affascinare».
Nel presentarlo ai nuovi lettori, De Lorenzis parla del «piacere dell'anacronismo», «oggi che il genere ha guadagnato, a dispetto di pregiudizi tenaci, nuovi diritti di cittadinanza nelle gerarchie letterarie». Tanto piú che Fusco, aggiunge Bernardi, «era uno degli ultimi cantori della parola narrata, in tempi in cui la narrazione costituiva l'essenza stessa della comunicazione».

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Informazioni

Editore
EINAUDI
Anno
2014
Print ISBN
9788806175443

Luoghi comuni

Quanto al francese, non lo si parla mai abbastanza bene da soddisfare un francese: il sait faire comprendre è il massimo che concedono.
RAYMOND CHANDLER, 1957.
Avrei dovuto giudicarlo dagli atti, non dalle parole. Mi profumava e mi illuminava. Non avrei dovuto venirmene via! Avrei dovuto indovinare la sua tenerezza dietro le piccole astuzie. I fiori sono cosí contraddittori.
ANTOINE DE SAINT-EXUPÉRY, 1943.
Risalire il corso della memoria fino all’anno 1932. Braccia tese. Saluti romani. Pugnali alla vita e camicie nere. L’Italia celebra il decimo anniversario del regime.
Al di là delle Alpi c’è ancora modo di liberarsi da noia, conformismo e autarchia. Ma occorre partire. Traversine di binari. Piste di contrabbandieri. Sui sentieri di montagna, il miracolo della frontiera che evapora. Si viaggia leggeri. Una copia delle Fleurs du Mal come breviario profano e unico viatico. Poi, la via volge verso il mare. Dopo l’ultima curva, Marsiglia.
Se i ricordi non bastano, abbandonarsi all’immaginazione. Tornare sulle favole delle notti insonni, trascorse alla macchina per scrivere o dissipate al bancone di un locale. Senza discernere tra le due circostanze. Il confine che divide la vita dall’arte si distingue appena.
Celebrare gli ultimi fasti di un’epoca mai veramente esistita, quando l’illegalità era epilogo della Bohème e i banditi seminavano, sui marciapiedi di un’Europa dannata e irregolare, grumi di spleen densi e vermigli come il catarro di un tisico.
Evadere nuovamente dalla prigione dell’Identità. Cambiare nome per l’ennesima volta e sorprendersi ancora prigioniero dei propri artifici.
Erano piú o meno queste le intenzioni di Gian Carlo Fusco quando, nel 1974, consegnò all’editore Bietti le inattuali pagine di Duri a Marsiglia, cronistoria informale di una fuga giovanile dall’Italia fascista e di un movimentato soggiorno nei bassifondi della città piú equivoca di Francia. Ovvero, per dirla con Giovanni Arpino,
un feuilleton inesausto, tutto giocato sull’onda del filone «nero» francioso, un po’ Gabin e un po’ teatro d’abord, tanto cinema in sequenza e grani di Prévert sparsi qua e là, o accatastati come il crescione a fianco della bistecca parigina1.
Al giro di boa dei Settanta, Fusco si assunse l’ingrato compito di officiare il funerale del Gangster romantico. Si presentò al luttuoso appuntamento sgranando un rosario di clichés ed esibendo l’anticaglia della galassia criminale che intrecciò malinconia e violenza, eroismo e décadence, rispetto per il codice dei fuorilegge e disprezzo per il diritto borghese. Modellati dalla sua penna, i polverosi cimeli della vecchia mala torneranno a brillare.
Non badò agli imperativi dell’innovazione. Non inseguí l’originalità. Alle grazie dell’ignoto preferí il fascino sfiorito del conosciuto, violando la regola impressa all’ingresso del parco della cittadina di Tarbes. «È proibito entrare nel giardino con in mano dei fiori», ingiungeva la prescrizione. Secondo Jean Paulhan, un analogo divieto era affisso ai cancelli della letteratura e intimava di sospettare delle parole in uso, di fuggire le ripetizioni, di scansare le espressioni scontate. Soprattutto, di non inquinare la fertile verginità dell’espressione con ciò che è già stato scritto2. A che serve portare una rosa dove, carezzate dalla calda luce di una perduta ispirazione, ne sbocciarono in abbondanza? È una stucchevole mancanza di stile.
Charles Baudelaire, che di botanica letteraria se ne intendeva, tenne i suoi fiori a debita distanza dalla convenzionalità. Les Fleurs du Mal non erano stati colti. Né scritti. Neppure pensati. Ma lui non aveva uno stile, lui era lo stile.
Gian Carlo Fusco, che di maniere ne aveva cento, e forse piú, tradusse l’aristocratica aura delle rime baudelairiane nella scena di un romanzo picaresco. Orchestrò un gigantesco coro popolato da femmine tenebrose, tubercolotici agonizzanti, reduci di tutte le guerre, idealisti disillusi, ricattatori da due soldi e donne di vita. Figurandosi i volti emaciati, leggendo dell’odio covato negli sguardi attoniti, esitando al cospetto della ferocia barocca, è possibile ritrovare i fantasmi evocati da Baudelaire in una caliginosa Parigi che non era già piú. E nel gioco delle trasmutazioni letterarie, nel perenne movimento dei rimandi, nella citazione insistente del primo verso di Le Cygne («Andromaque, je pense à vous!») – sommo refrain di questo forzuto Duri a Marsiglia – si rinviene il passo incerto della negra «smagrita e tisica», la solitudine dei «marinai dimenticati | sopra uno scoglio», l’infinita arsura di colui che «beve le lacrime e al Dolore | succhia», il vuoto incolmabile «di chi ha perduto | quel che giammai giammai non si ritrova» e l’arida secchezza degli «orfanelli, appassiti come fiori»3.
A Marsiglia non crescono fiori.
Walter Benjamin l’aveva capito e lo andava annotando sul diario di bordo di un’escursione nel paradiso artificiale dell’hascisch:
I circondari sono lo stato di emergenza della città, il terreno sul quale infuria ininterrottamente la grande battaglia campale tra città e campagna. Ed essa non può essere piú accanita di quella che si combatte tra Marsiglia da una parte e il paesaggio di Provenza dall’altra. È un corpo a corpo tra pali del telegrafo e agave, filo spinato e palmizi dalle foglie acuminate, nubi di vapori che gravano su corridoi puzzolenti e umida oscurità di piazze silenziose ombreggiate da platani4.
La droga lo rapí troppo presto e non gli lasciò il tempo di esplorare i recessi della città.
Lungo la Canebière, negli angiporti intorno a Place des Moulins, sui moli protesi verso miraggi sahariani e illusioni transoceaniche fioriva un’altra vegetazione. Germogliò lí la rigogliosa leggenda del milieu romantique, della malavita alla Pepé le Moko che ereditò da François Villon il rantolo dell’Appeso, da Lacenaire la cupa disperazione di una vita divenuta un lungo suicidio e da Baudelaire le fosche atmosfere di un mondo in rovina.
«Quando arrivai a Marsiglia, nel giugno del 1932, mi scrollai di dosso il mio vero nome e mi ribattezzai Charles Fiori». Cominciano cosí le traversie di Fusco nella bruma del Vieux Port: da un nome d’arte o di battaglia che è al tempo stesso una dichiarazione d’intenti e una celebrazione del prestabilito. Charles, come il nome di battesimo del Poeta. Fiori, o alla francese Fiorí, come ciò che inaspettatamente sboccia nelle lande del male, a torto ritenute aride. D’altronde – è cosa nota – «dai diamanti non nasce niente | dal letame nascono i fior…»
Allo spleen de Paris segue l’epopea canagliesca e prosaica di un «sublime» che si incarna nelle ignobili gesta dei reietti. In questo, Marsiglia è il giardino della letteratura criminale. E in quel giardino Gian Carlo Fusco irruppe con una vagonata di fiori, come certi rapinatori di una volta che omaggiavano le cassiere delle banche offrendo mazzi di rose.
Indossati i panni di Monsieur Fiori, aveva il dovere – novello Ulisse saldamente incatenato alla potenza degli archetipi – di mantenersi indifferente alle premure del nuovo. Resistere alla lusinga gli riuscí facile. Era nato alla Spezia, nel 1915, e – da buon ligure – l’amore per i petali variopinti e carnosi l’aveva nel sangue. Insieme a quell’amore, nelle sue vene scorrevano la passione per gli stereotipi e il gusto per le maschere della Commedia dell’arte. Quando si trattò di condensare nell’architettura di un romanzo i frammenti sulla mala in argot che erano stati il suo inarrivabile must giornalistico, si concesse ai piaceri dell’ovvio. Nel riscrivere la saga dei Duri dimostrò che era possibile sovvertire ciò che si riteneva non sovvertibile perché abusato.
Paulhan sosteneva che «il cliché – se non si vuole che diventi un segno di disfatta, e di viltà – richiede di essere vagliato continuamente, rimesso in questione, ripulito». Fusco aveva coraggio da vendere e vagliò i detriti del repertorio. Li ripulí lavorando con la pazienza di un artigiano. Alla fine, ottenne il prodigio riservato a pochi scrittori: tramutò il tic in un’azione imprevedibile, il paradigma in un’invenzione e le remote storie sull’età aurea del delitto in una leggenda mai udita.
Tutte le favole, anche quelle che riguardano assassini impenitenti, cominciano nello stesso modo. Fino a oggi nessuno ha avuto da ridire.
E allora, c’era una volta Cecel l’Artigliere, che commise l’errore di fidarsi di Michel la Mosca. Era il 1936, e l’Artigliere aveva parlato con le persone sbagliate. In altre parole, se l’era cantata. Secondo le sacre regole, aveva diritto a buscarsi un loculo al camposanto. Niente di straordinario. Ci sono luoghi in cui la vita umana è una merce di scarso valore. Marsiglia è uno di quelli.
«Con la legge degli onesti si può anche scherzare. Ma con quella dei senza legge non si scherza». Certo, però, che finire divorati dai ratti delle Roches Blanches non dev’essere un trapasso indolore. Solo in pochi vennero a conoscenza del motivo che aveva spinto Cecel a scomparire dal Giro. Un mucchietto di ossa spolpate con meticolosa precisione non forniva troppi ragguagli sull’identità di colui cui erano fedelmente servite da scheletro.
E c’era una volta Tinò Guerini. Lo chiamavano il caid, perché era il capo della «chiorma» còrsa. La mattina dell’8 maggio 1942 arringò, alla salina abbandonata di Le Rove, trecento figli di puttana di ogni risma ed etnia. Tanti tagliagole tutti insieme non s’erano mai visti sotto il cielo che da Genova arriva a Barcellona.
Era accaduto che, all’ombra della svastica, certi affari avessero cominciato ad andare a rilento, e qualcuno aveva deciso di darsi una mossa. Non che la politica fosse mai stata un problema, intendiamoci. «Se le vieux Petain me lo attacco alla balla destra, il maquis me lo appendo alla sinistra», aveva chiosato Guerini esibendo un’eleganza sopraffina. Ma se droga, prostituzione e gioco d’azzardo non rendono come dovrebbero e se la colpa è del colonnello Freidak con la sua teutonica incontinenza marziale, perfino il peggiore bastardo si scopre fiero paladino della libertà.
Nacque in questa maniera il maquis noir, la «resistenza nera», che nel Mezzogiorno di Francia funzionò meglio di quella che si rifaceva a Charlot il Lungo. Al secolo, Charles De Gaulle. Di professione, generale.
Quella volta, a Marsiglia, c’era Corpò, bandito, pittore, lettore trasognato di Baudelaire e amante dei marinai che sbarcavano sugli approdi del Porto Vecchio. Allorché la «durocrazia» scese in campo contro i nazisti, Corpò fu della partita. Andò ad arruolarsi in una cantina dalle parti del Lazzaretto e in cambio ricevette due cose. La prima era una Colt, la seconda l’ordine di stendere un tenente delle SS. Una mattina, dopo giorni di assidui pedinamenti, scaricò quattro proiettili nella zucca del tedesco. Il quinto se lo esplose nelle cervella, senza nemmeno provare a scappare. Comportamento assai strano per uno che aveva violato la dogana con mezzo chilo di coca purissima. La spiegazione del gesto era contenuta nel biglietto che gli trovarono addosso. Diceva piú o meno cosí:
Ci si può innamorare di uno anche guardandolo da lontano. Era bello come Dio! Ma questa non era una questione di c… Era una questione di fegato! Vive la France!
Nessuno si concesse il privilegio del sarcasmo. A dispetto di certa retorica maschia e virile, il milieu sapeva apprezzare l’audacia fregandosene dei gusti sessuali. E Corpò aveva dimostrato di possedere piú attributi di Paul Verlaine. Lui, il suo bel Rimbaud in uniforme, non si era limitato a terrorizzarlo. L’aveva accoppato.
Una volta c’era anche Marsiglia, capitale di una spietatezza struggente. Casbah dove si fondevano le lingue del Mediterraneo, i dialetti della proscrizione e i gerghi del crimine. Grande crocevia di contratti illeciti. Città di contrabbandieri e fuoriusciti, di irregolari e antifascisti, di spie e faccendieri, di utopisti e oppiomani.
Ed è nell’inespugnabile roccaforte dei còrsi, a pochi metri dalle bische clandestine e dagli alberghi ambigui, che aveva sede, in una perfetta assonanza perturbatrice, la redazione dei «Cahiers du Sud», la rivista diretta da Jean Ballard e destinata a diventare un centro della cosiddetta «resistenza di penna». Sulle colonne dei «Cahiers» Simone Weil dissotterrò le storie sepolte d’Occitania, celebrando l’anelito libertario dell’eterodossia catara e componendo il mosaico, tinto di commossa pietà, di ...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Duri a Marsiglia
  3. Luoghi comuni di Tommaso De Lorenzis
  4. Duri a Marsiglia
  5. Antefatto
  6. Capitolo primo
  7. Capitolo secondo
  8. Capitolo terzo
  9. Capitolo quarto
  10. Capitolo quinto
  11. Capitolo sesto
  12. Capitolo settimo
  13. Capitolo ottavo
  14. Capitolo nono
  15. Capitolo decimo
  16. Capitolo undicesimo
  17. Capitolo dodicesimo
  18. Capitolo tredicesimo
  19. Capitolo quattordicesimo
  20. Capitolo quindicesimo
  21. Capitolo sedicesimo
  22. Capitolo diciassettesimo
  23. Capitolo diciottesimo
  24. Nota di Giovanni Arpino
  25. Postfazione
  26. Duri, per cosí dire di Luigi Bernardi
  27. Il libro
  28. L’autore
  29. Dello stesso autore
  30. Copyright