Critica dell'ansia pura
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Critica dell'ansia pura

  1. 144 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Critica dell'ansia pura

Informazioni su questo libro

Gran parte delle nostre sciagure hanno un'unica origine.
Il non sapere esprimere due sentimenti simultaneamente: rabbia e riflessione, rimprovero e tolleranza, mediocrità e grandezza d'animo. Le persone manifestano i sentimenti in successione e non contemporaneamente, ed è lí che si creano i conflitti.
E questa incapacità di gestire insieme due emozioni opposte vale per la Vargas soprattutto per le dinamiche del conflitto amoroso.
L'esercizio della libertà interiore è la miglior pratica per affermare il nostro diritto alla felicità. O, almeno, alla serenità.
Piacevole, arguto, provocatorio, Critica dell'ansia pura è un'incursione della giallista francese nel saggio breve, alla ricerca di una via di uscita dai conflitti della vita che generano ansia. «Ma la Noia, ora non posso nascondervelo, è un agente corrosivo cosí violento che può intaccare da solo tutte le fondamenta, tutti i giunti, a maschio e a femmina, della vostra felicità».

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Informazioni

Editore
EINAUDI
Anno
2014
Print ISBN
9788806203290
eBook ISBN
9788858417362
Argomento
Literature

Fred Vargas

Critica dell’ansia pura

Traduzione di Margherita Botto

Einaudi
alla mia propria gemella, Jo Vargas

Vi guardo, vi trovo bene, rilassati.
Restate perfettamente rilassati ma sappiate che ho un sacco di lavoro. Vedo gente che gira fischiettando per le strade, spensierata, bighellonando a destra e a manca proprio mentre io, personalmente, ho un sacco di lavoro.
Detto fra noi, non mi spiacerebbe disfarmene. Afferrare il lavoro per il bavero, legarlo come un salame a un tronco d’albero e fuggire a gambe levate. Bravo chi mi prende.
Ma non posso, ho del lavoro da fare.
Non ce l’ho con voi, ma un po’ è colpa vostra. Sul serio. Ricordatevi, infatti, che mentre giro fischiettando per le strade, io mi occupo della vostra vita senza tregua e per ogni dove. Che, bighellonando con le mani in tasca, veglio su di voi e m’impiccio delle vostre grane con l’umile ostinazione di un bue da tiro, testardo e maestoso. Ammetterete che ci troviamo di fronte a un caso nient’affatto banale e che siete molto fortunati. Lo sono anch’io, incidentalmente, perché con l’occasione veglio su di me, per via della comune natura umana che condividiamo come se fosse stato fatto apposta.
Del resto, fu proprio questa piccola coincidenza zoologica che mi portò, strada facendo, a preoccuparmi delle grane altrui.
Fatica non indifferente che mi sarebbe stata risparmiata se la Natura, china sulla culla dell’umanità, ci avesse concesso il dono di mollare le nostre grane in aperta campagna, e chi s’è visto s’è visto. O lasciarle in un terreno abbandonato. O cacciarle nottetempo in un tombino, legarle sui binari della ferrovia, gettarle fuori bordo, occhio non vede cuore non duole. Ma la Natura non lo ha permesso. Che sia stato per sbadataggine, o per taccagneria, o per contrariarci. Non è il momento di intentare inutili processi e i fatti sono questi: non possiamo mollare le nostre grane, né tagliarle a pezzi con una sega da metallo per ficcarli in sacchi della spazzatura che potremmo sparpagliare nei boschetti, come se niente fosse. Conosco gente che ci ha provato, colma di speranza ma poco informata sugli usi e costumi delle grane. Ed è rimasta crudelmente delusa.
Tanto vale chiarire subito questo punto: la Grana vive sull’uomo e si riproduce su di lui, alla stregua del nostro insetto predatore, intendo la Pulce. So che fra voi c’è chi vorrebbe tanto conoscere il vero nome di questa pulce e saperne di piú sugli usi e costumi del piccolo sifonattero. Ma io esito. Temo che questo ci porti troppo lontano. Sta di fatto che, diversamente dalla nostra pulce, di umore scherzevole, che parassita altri piccoli animali come il tasso o lo sciacallo, la grana è strettamente infeudata alla specie umana. Conosco gente che ha tentato di rifilare le proprie grane a un tasso e ci ha sbattuto il muso. Inoltre, a differenza della pulce, la grana non può essere annegata nell’acqua della vasca da bagno. Tale rimedio si limita a stordirla in via molto provvisoria. Questi brevi ragguagli scientifici tanto per avere le idee chiare e capire che la grana, per sua stessa natura, si abbarbica incessantemente alle calcagna dell’uomo, tranne in alcuni eccezionali momenti di grazia, come l’amore, che costituisce di per sé una grana enorme.
Ci tocca quindi portarci dietro le nostre grane mettendole in un grosso fagotto, appeso con un nodo all’estremità di un bastone. Questa tecnica di trasporto, rustica e affidabile, è ben collaudata. Non provate con la valigia, lo scatolone, il carrello, tutti dispositivi poco flessibili e inadatti al trasporto delle grane. Tenetevi il bastone, disinvoltamente appoggiato sulla spalla, secondo il metodo cosiddetto «da vagabondo». Una variante consiste nel suddividere le grane in due fagotti, appesi a ciascuna estremità del bastone, con appoggio laterale, cosiddetto «da acquaiolo», oppure trasversale, cosiddetto «da cinese». Il primo interessa il muscolo trapezio mentre il secondo sollecita i muscoli cervicali. Focalizzo i concetti basilari, è importante.
Conosco gente che ha concepito l’idea di deporre le proprie grane su un animale da soma, un asino, un bue. Questa tecnica, cosiddetta «del basto», funziona bene per le farine, l’uva e le olive, mai e poi mai per le grane, che individuano immediatamente l’animale estraneo e ripiegano in gran fretta sul loro legittimo ospite, l’Uomo, a cui sono nevroticamente affezionate. Questa affettività fondamentale della grana, questa fedeltà arcaica e monomaniaca può crearci qualche problema. Ritengo opportuno precisare a questo punto che l’origine della grana è antichissima. È stato possibile datare a quattro milioni di anni fa magnifici campioni, imprigionati nell’ambra fossile con delle zanzare. Tanto per dire che la cosa non risale certo a ieri. Purtroppo, da che si è manifestata, la grana non ha subito alcuna evoluzione morfo-psicologica né mutazione etica o sessuale. Potremmo sognare un’epoca futura in cui le neo-grane convolassero a dispetto di ogni morale, sfarfallassero da un fagotto all’altro, mollandoci un bel giorno per il nostro vicino, e concedendoci cosí opportune tregue. Ahimè. La grana, conformista e reazionaria, non manifesta alcuna propensione al cambiamento.
Infine, vi metto in guardia contro la secolare tentazione di scambiare surrettiziamente il vostro fagotto con quello di un altro, nella speranza che sia piú labile, piú solubile. Conosco gente che si è mangiata le mani. L’unico vantaggio delle nostre grane sta infatti in quella lunga coabitazione che ci permette di addomesticarle. Cosí, non è raro che possiamo ordinare a una certa grana di restarsene sdraiata, seduta, o di andare a cuccia con la coda fra le gambe. Rubando le grane altrui, vi trovereste di fronte a un branco ignoto e selvaggio, non provateci. Al contrario, badate che nessuno vi freghi il fagotto, approfittando di una rissa, con la complicità del buio, sugli autobus, sulle piroghe, nei caffè, tutti luoghi pubblici dove si aggirano predatori scriteriati.
Appare chiaro che l’origine delle grane, la loro evoluzione darwiniana, il loro trasporto, la loro maneggevolezza costituiscono una tematica decisamente affascinante. E vorreste che io la approfondissi ulteriormente. Invece no. Perché questo è solo un timido approccio al fagotto, una dissertazione intellettualistica da cui or non è molto mi allontanai senza indugio per uno scopo nettamente piú audace: organizzare la rivolta, far esplodere il fagotto delle grane, annientarlo, ridurlo in cenere, polverizzarlo, fracassarlo, piantare la sua testa in cima a una picca. Esattamente. Mi dedicai subito a questo compito eretico e liberatorio, spronata dalla speranza di un mondo nuovo. E fu cosí che, grazie al mio accanimento nello studio, riuscii infine a frantumare con la massima facilità le piccole rotture di palle dell’esistenza, leggasi Amore, Metafisica, Guerra, Religione, Arte, Senso della Vita, Nulla, senza dimenticare l’Amore. Il che alleggerí notevolmente il mio personale fagotto, riducendolo all’umile stato di una pallina da pingpong, che s’infila facilmente nella tasca della giacca. Pallina con la quale, peraltro, non è proibito giocare usando delle racchette, cosa impensabile con un fagotto. Avevo preso due piccioni con una fava.
Grazie a questo miracoloso progresso raggiunsi condizioni di serenità poco comuni. E subito concepii l’idea di condividere con il mio prossimo la formidabile quantità di accorgimenti che avevo elaborato. Il che mi diede in passato un sacco di lavoro, lo sottolineo, sudando sette camicie per illustrarvi con una pazienza da santa come maneggiare le chiavi capaci di dischiudere le grane della vita, senza dimenticare la grana dell’Amore, che costituisce già da sola un rompicapo letteralmente gargantuesco. Mentre voi, a volte, saltellavate qua e là senza darmi retta, me ne ricordo perfettamente. Ritengo nondimeno che chi s’impiccia del fagotto altrui di sua spontanea volontà non debba lamentarsi di avere un sacco di lavoro. Sarebbe proprio il colmo.
Nacque cosí, vivace, stringente, rivoluzionario, il Trattatello di tutte le verità sull’esistenza, che doveva apportarvi un’inedita quiete e una sorridente placidità. E che fece scalpore, credetemi. Basta guardare i risultati. Vi trovo bene, pancia all’aria, cuore in pace, fronte distesa. E indovino, infilato nella vostra cintola, quel libriccino di allora che vi guidò tanto abilmente fra gli scogli dell’esistenza per condurvi verso le baie sciabordanti della serenità. Quel che è fatto è fatto, non parliamone piú, sta alle nostre spalle, non ringraziatemi, anzi sono io che vi ringrazio. Ed eccomi qui, in saio e sandali, a passeggiare con andatura dimessa, contemplando di sottecchi le benefiche azioni accumulate. Freghiamoci sobriamente le mani.
Tuttavia mi preoccupo. Commetterei infatti un grosso errore se vi lasciassi sguazzare placidamente a questo modo. Sí, perché la beatitudine ingenera a breve scadenza un nemico perfido quanto discreto: la Noia. Allora ve ne ho parlato poco, a tal punto eravamo invischiati nelle difficoltà d’Amore e di Metafisica, come ricorderete. A quell’epoca si correva qua e là, ci si precipitava in frotta da una grana all’altra, si fasciavano le ferite in regime di emergenza, si pompavano le tossine, si rimuovevano gli ostacoli, si spostavano le montagne, un lavoro gigantesco che ci assorbí per cinque giorni di fila. Ma la Noia, ora non posso nascondervelo, è un agente corrosivo cosí violento che può intaccare da solo tutte le fondamenta, tutti i giunti, a maschio e a femmina, della vostra felicità. La Noia sta alla beatitudine come il vischio al melo, cioè – traduco per chi non abbia la fortuna di essere originario della Normandia – come il parassita all’albero, come il ratto alla nave. La Noia è una minaccia assoluta, una porcheria inutile e vorace che Satana in persona inventò una sera che non aveva niente da fare dopo aver scagliato le guerre in tutti i recessi dell’umanità. Quando dico «Satana», è per divertirci, è per farci divertire, dato che vi ho recentemente dimostrato che il Diavolo non esiste, il che sgombrò due terzi del nostro orizzonte perturbato, ricordate? Però io sono qui, all’erta. Sorveglio la Noia che striscia verso i vostri corpi mollemente abbandonati. Ma grazie a Dio, un buon Dio esiste – e quando dico «Dio», è per ridere, perché buttammo giú brillantemente qualche pagina sulla questione in tempi precedenti – e contro la Noia ci sono dei diversivi, tantissimi. Ogni serratura ha la sua chiave, come vi illustrai allora per cavarvi dalle grane.
Potremmo delineare qui in poche righe l’origine di quei diversivi, ben presto distaccatisi, fin dal Carbonifero, dalla branca degli imenotteri, la loro evoluzione darwiniana, le loro varie specie e sottospecie, la loro facilità d’uso nella vita pratica. Conosco la vostra curiosità intellettuale, so che vi piacerebbe. Ma, senza voler imbrigliare la vostra sete di apprendere, non penso sia opportuno trasformare quest’opera in fieri in un manuale di Paleontologia delle Grane e dei Diversivi.
No, al punto in cui ci troviamo del nostro piccolo opus, ritengo molto piú utile trovare un’Idea. È un ottimo programma, avanzo la proposta, lancio il progetto. Progetto tanto piú pertinente in quanto l’Idea costituisce un potente diversivo contro la Noia, il piú potente, forse, un autentico scudo di bronzo. Tutti possono partecipare. Notate tuttavia che io, personalmente, ho già un’Idea. Ma sono disponibile per natura, sono favorevole alla partecipazione di tutti. E non vedo in base a quale principio l’Idea di un libro dovrebbe essere necessariamente appannaggio dell’autore e non del lettore. Si tratta pur sempre di un’opera comune, non sarebbe equo affibbiare tutto a una persona sola. Perciò scrivete la vostra idea su un pezzo di carta e infilatelo nell’urna. Procederemo allo spoglio fra un quarto d’ora, è piú di quanto serva. Quando dico «Idea», può benissimo trattarsi di un «Argomento», di un «Tema», di un «Contenuto», tutte le cosette s’incastrano facilmente le une nelle altre. Forza, proponete le vostre Idee, sentitevi liberi.
Fino a un certo punto. Perché qui non è il caso di rifilarmi un’Idea sulla cena di stasera, e su cosa mangeremo esattamente (anche se vi sarei grata di aiutarmi a questo riguardo). No, si tratta di fornirmi un’Idea di Argomento di Opera, siamo in tutt’altra dimensione.
Ma non perdiamo la serenità, non mancano certo gli argomenti, ce ne sono a palate, è una bella fortuna. E dato che possiamo scegliere, tanto vale mirare all’eccellenza, che ne dite? Optiamo per un Argomento arduo, solido, possibilmente inesauribile. (E per l’appunto, capita che io ne abbia già uno, mi pare). Lasciamo perdere gli argomenti tutti esteriorità e orpelli, buoni solo per chiacchierare a ruota libera. Sono piuttosto contraria a chiacchierare a ruota libera, penso che ve ne siate accorti, specie quando si tratta di un libro. Noi miriamo agli Argomenti profondi, abissali, che producono autentica riflessione, e quindi lavoro. Gigantesco, possibilmente. Piú il lavoro è gigantesco e piú la Noia s’incartapecorisce. Questi Argomenti profondi, ahimè, non sono affatto facili da trovare, si nascondono come le stelle alpine in cima alle vette, come il celacanto nelle fosse oceaniche. Solo caratteri fortemente temprati possono aspirare a impadronirsene. Io che vi sto parlando ci ho messo due anni a scovare quella rarità, un vero calvario. Ma non recrimino. Ritengo che chi va a scovare un Argomento abissale quando nessuno gliel’ha ordinato non abbia il diritto di lamentarsi. Sarebbe proprio il colmo.
Rassicuriamo subito i disinvolti, i versatili, gli intemperanti: la concatenazione di piccoli temi volatili raccattati un po’ come capita e inanellati alla bell’e meglio, certo inadeguata in letteratura, costituisce una linea di difesa altrettanto formidabile contro la Noia. È un fatto di osservazione e non di esperienza, essendo io poco portata per via della mia indole austera a questo genere di libertinaggio intellettuale, lo avrete capito subito. Non sono una di quelli, di quelle che possono dissertare fino all’alba su tutto e su niente. Soppeso le parole, parlo poco, e a ragion veduta. (Sbrigatevi a deporre i vostri foglietti nell’urna, non mi sembrate molto dinamici). E non ho nemmeno alcunché in comune con i veri e propri clown, gli istrioni, gli intrattenitori occasionali, che si lanciano sconsideratamente senza il minimo tema degno di questo nome, che volteggiano a casaccio senza rete né problematica, al solo scopo di distrarsi un pochino. Io su queste cose non scherzo troppo, lo confesso. Ancor meno quando si tratta di produrre un’opera. E già che andiamo in questa direzione visto che mi ci spingete voi, ritengo che chi redigesse un opus facendo discorsi senza senso commetterebbe un’azione indegna. È puro e semplice dilettantismo, che stigmatizzo. Su questo sono molto categorica. Forse un po’ troppo.
Sono delusa.
L’urna è vuota.
Non si può certo dire che mi aiutiate molto, sinceramente. Anzi, mi imponete il tremendo obbligo di redigere questo opus da sola, il che rappresenta un lavoro gigantesco. In altre parole, lasciate tutto sul gobbo a me, non è affatto caritatevole.
E dite un po’, al punto in cui ci troviamo, è una fortuna insperata che io abbia già un Argomento, per una felice combinazione. È anzi una coincidenza che cade a fagiolo ed eccoci tratti d’impaccio, la scampiamo bella. Perché, altrimenti, dove andavamo con il nostro opus? Alla deriva, in pieno.
Certo che ho un argomento. E non si tratta, fidatevi, di un discorso da salotto raffazzonato lí per lí per la circostanza. No. È un argomento solido, esigente, scabro, necessario. Lo scandaglieremo a fondo. Senza stare a guardare l’orologio.
Che argomento?
Siete un po’ troppo precipitosi.
Rendetevi conto che mentre io vi intrattengo, voi state galleggiando nella baia sciabordante, rilassatissimi, quasi amorfi. E penso che, nello stato in cui siete, lanciarvi addosso senza preavviso un Argomento consistente come il mio vi causerebbe uno choc troppo grave. Ritengo piú delicato e soprattutto piú prudente differire e procedere in modo piú morbido, per tappe.
E in primo luogo osserviamo che la Natura, per via della sua tendenza all’infinito, non ha previsto di condurci a un punto d’arresto. Avrete certo notato che, non appena qualcosa è dietro di noi, qualcos’altro si profila davanti a noi, e cosí via. Non state a lambiccarvi il cervello, vi dò io la risposta: questo curioso fenomeno si chiama Vita. E senza volervi disturbare nel rifugio della vostra baia sciabordante, mi permetto di farvi notare che la Vita si profila dritto davanti a noi. Sí, è cosí, cosí è la vita. Date un’occhiata se non mi credete. Non vi chiedo granché, semplicemente di girarvi verso l’orizzonte invece di fissare beatamente il cielo. Un quarto di giro verso destra per fissare l’orizzonte. In questo modo.
Vedo che nessuno si muove, la vostra placidità mi fa piacere ma al tempo stesso mi preoccupa seriamente. Era proprio ora di intervenire. Sí, perché la placidità ingenera Noia, e quindi malinconia, e di conseguenza ansia. Siete davvero troppo rilassati. Credo che abbiate riposto un’eccessiva fiducia nei benefici effetti del Trattatello di allora. Non che ne rinneghi una sola parola, però a tutto c’è un limite. Mi domando se non abbiate esagerato la dose con quell’opus di un tempo. Vi avevo caldamente consigliato di consultarlo al minimo dubbio che fosse inopinatamente sorto nella vostra esistenza, ma può darsi che l’abbiate letto troppo. Ed eccovi a sciabordare nell’acqua azzurra, in uno stato di preoccupante rilassamento.
Non vi rivolgo un Rimprovero, tento di scrollarvi dolcemente per le spalle. Temo che abbiate abusato di quel manuale e riposto in me una fiducia sproporzionata. Non fatelo mai. Non credete mai ciecamente alla parola del primo malcapitato che capita, è una nozione basilare, quand’anche quel primo malcapitato che capita fossi io. Tranne, e va da sé, quando vi annuncio di avere un Argomento. Ovvio. Un vero Argomento, corredato da un’Idea, impervia, strappata come la stella alpina dalle fosse oceaniche. Se c’è qualcuno che si diverte a spigolare ai piedi di un arbusto il primo malcapitato argomento che capita, per accontentarsi di quel che passa il convento, padronissimo di farlo. Personalmente, non è affatto il mio stile. Su questo sono piuttosto categorica.
Fra parentesi, non so come si possa risolvere, sul piano linguistico, questo problema del «primo malcapitato che capita», che non è certo una formula felice. Succede lo stesso con l’ossessivo «Vado a prendermi un caffè al caffè», che non ho risolto in quattro anni di ricerche, e che rimane in sospeso fra tanti altri casi aperti. Come vedete, non so risolvere tutto, è un esempio fra mille. Ma per quanto irritanti siano queste piccole difficoltà di formulazione, non ho un minuto per soffermarmici. È cosí. Perché ho un Argomento da trattare, scabro, esigente, che...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Critica dell’ansia pura
  3. Il libro
  4. L’autore
  5. Dello stesso autore
  6. Copyright