La mammana
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La mammana

  1. 288 pagine
  2. Italian
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  4. Disponibile su iOS e Android
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Informazioni su questo libro

Nella notte del primo marzo 1843, sotto una cometa che sembra minacciare sventura, viene al mondo una bambina. È un parto complicato, che potrebbe finire male se ad assistere non ci fosse Lucina, la mammana del paese, e forse sarebbe meglio cosí: la piccola è una «capa janca», e dunque maledetta. Sarà proprio Lucina, dopo averla salvata dalle reazioni superstiziose dei genitori, a darle un nome - Stella - e farle da madre, portandola via da quel posto che rifiuta entrambe. La mammana infatti, dietro la sua bellezza conturbante, ha nascosto per molto tempo un segreto. Con l'aiuto di Bartolomeo, corteggiatore ostinato tenuto a debita distanza, Lucina si trasferisce a Napoli. Ma neppure nel brulichio della città, accogliente e minacciosa insieme, sembra riuscire a trovare pace. Perché «cosí com'è un azzardo giurare per sempre, è un peccato di superbia affermare mai piú ». Antonella Ossorio mescola con sapienza romanzo storico e saga famigliare, tessendo una storia ammaliante e originale. La storia di tutti quelli che con fierezza e coraggio, nello scontro quotidiano tra doveri e desideri, non rinunciano a cercare la propria strada. *** «Eppure a vederli parevano una famiglia come le altre. Anzi, quasi come le altre, perché né la bellezza di Lucina né il candore di Stella erano merce comune».

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Informazioni

Editore
EINAUDI
Anno
2014
Print ISBN
9788806217730
eBook ISBN
9788858413715

Parte prima

Il terzo Angelo suonò la tromba: e dal cielo cadde una grande stella, ardente come una fiamma, e cadde sulla terza parte dei fiumi e sulle sorgenti delle acque. Il nome della stella è «Assenzio».
SAN GIOVANNI, Apocalisse.

Capitolo primo

La notte del primo marzo 1843, la terza da quando nel cielo era comparsa una stella con la coda cosí sfolgorante da umiliare ogni altro corpo celeste, sarebbe stata un’altra notte senza pace. Le cagne, riacquistata la loro natura selvatica, avrebbero dimenticato di avere un nome. Briganta! Rosetta! Regina! Queste alle loro orecchie sarebbero suonate come parole prive di significato, perciò non avrebbero risposto al richiamo e, tirando la catena per la smania inappagata di andarsene vagando per il bosco, avrebbero ululato come lupi.
Le galline, confuse da tanto chiarore, avrebbero vegliato covandosi uova immaginarie. Le capre, che pure sono piú furbe del demonio, in preda a un turbamento oscuro avrebbero belato incessantemente con la pretesa cocciuta di ricevere la mungitura del mattino.
Quanto a Lucina, per la terza notte consecutiva non avrebbe chiuso occhio. All’alba, al posto dei suoi ventisei anni, se ne sarebbe sentiti sulle spalle cento e, piú per tenere in esercizio la lingua che per convinzione, avrebbe esortato la fine del mondo a togliersi il pensiero presentandosi in fretta. Ciò nonostante, anche quella notte, perché il tempo sottratto al sonno non fosse comunque tempo sprecato, si sarebbe trovata qualche incombenza da sbrigare. Tanto quello che c’era da fare sempre a lei toccava farlo. Di rimanere con le mani in mano non correva pericolo, aveva un intero regno del quale prendersi cura. Regno, poi: un villaggio, se anche questa parola, riferita a Marzanello, non fosse risultata troppo ambiziosa. Un ammasso di rovine in cima a una montagnola, circondato da resti di torri a testimonianza dell’antica gloria; il poco che rimaneva di un borgo abbandonato da oltre un secolo che andava disfacendosi a ogni soffio di vento.
Certo, pensava Lucina, per rinnegare senza nessun rimorso il pizzo di mondo che t’ha portato nel grembo bisogna essere veramente sconoscenti e avere una pietra al posto del cuore.
Tanto piú l’avrebbe sostenuto se fosse stata al corrente di tutti gli assalti dai quali nel corso dei secoli Marzanello, o comunque quell’altura si chiamasse prima, aveva difeso i suoi abitanti. Ma lei, che di sanniti e di romani, di barbari e di saraceni non ne sapeva niente, si limitava a ribadire che comportarsi cosí non è onorevole. Lei, che quel posto l’aveva scelto, che ne aveva colto il richiamo soltanto guardandolo da lontano, disprezzava quegli ingrati e, dimenticando che ormai erano ombre, li subissava di ingiurie. Altre volte invece provava per loro una pietà che sfumava in tenerezza, soprattutto quando le capitava di trovare tra le macerie pezzi di legno marcio che erano resti di masserizie.
Ma jatevénne! cosí se ne sarebbe uscita se le avessero rivelato che il muraglione che si snodava piú in là, oltre la macchia e il bosco salendo verso i monti Caievola e Sant’Angelo, non era stato costruito dai giganti come certi sostenevano; e nemmeno, come giuravano altri, da seducenti fate biancovestite che nottetempo avevano trasportato quei massi immani sulla testa come fanno le comuni mortali coi secchi d’acqua attinta al pozzo. O i giganti o le fate. Delle due l’una, ma era impensabile che quelle mura le avessero innalzate uomini qualsiasi.
Mezzanotte e venti, diceva l’orologio a cipolla che teneva caro come un tesoro. Vestita di tutto punto, uno scialle sulle spalle e i capelli neri raccolti a crocchia come se dovesse ben figurare alla funzione domenicale, con in mano un pezzo tolto dalla massa per il pane che poco prima aveva messo a crescere, sedette davanti alla finestra.
Dalla pasta di pane ricavò due palline con le quali si tappò le orecchie. Non voleva piú sentire le cagne ululare, né le capre belare, né le galline chiocciare, né tutti questi suoni fondersi per generare un urlo d’allarme come mai se n’erano uditi prima. Guardò la stella e intanto ragionava su come fare a convertire quel tempo sospeso in un tempo utile. Ma sta di fatto che anziché buttare le mani a dare inizio a un dovere qualunque rimaneva con gli occhi fissi su quel canchero d’astro che si trascinava appresso il malaugurio. E che malaugurio! La fine del mondo, addirittura. Cosí almeno aveva detto Bartolomeo che il giorno prima, benché non fosse martedí, era salito fin là sopra apposta per darle la notizia e per offrirsi, se lei gli avesse fatto l’onore d’accettarlo, come compagnia per affrontare l’ora fatale.
«No, – aveva risposto. – Il mondo lo vedrò andarsene allo sprofondo da sola».
Sentendosene stregata, Lucina guardava la stella: per essere bella era bella e di maledirla le era passata ogni voglia. La guardò e la guardò fin quando, riflesso sulla superficie del vetro, vide il suo viso. Anche lei era bella, negare di saperlo avrebbe significato commettere spergiuro e, per quanto si sentisse piú decrepita dei cocci che trovava in fondo alle grotte, era ancora giovane.
All’improvviso, nemmeno avesse colto un legame tra la sua grazia e il sacrosanto diritto a concedersi tregua, decise che quella notte non avrebbe fatto niente, se non contemplare la stella con la coda e attendere. L’arrivo del giorno, il cessare dei lamenti degli animali, il lievitare del pane, un annuncio, la fine del mondo. Immobile, le braccia conserte e vuote come una Mater Matuta imperfetta, in quel preciso istante iniziò ad aspettare che quanto era scritto si compisse.

Capitolo secondo

Libero, don Cosimo, di tuonare da sopra all’altare che si trattava solo di superstizioni, vale a dire scemaríe di popolo ignorante. Lo stesso popolo la cui credulità, messa a spurgare nell’acqua santa e ribattezzata «fede», gli permetteva di condurre una vita comoda senza mai essersi dovuto sporcare le mani con la terra o con la calce.
Libero di sostenere che non si doveva dare retta a quelle voci messe in giro da un americano pazzo, un Millero qualsiasi che evidentemente non teneva niente da fare. Libero, il portavoce dell’Altissimo, di minacciare col dito puntato insistendo che: guai! Guai a bersi le dicerie che a furia di vagare per il mondo erano arrivate fino in paese, perché crederci significava non solo fare una fesseria grossa quanto uno stabbio di vacca, ma pure commettere peccato mortale. Un peccato con un nome, eresia, che puzzava di roghi e di zolfo. E con ciò era detto tutto.
Libero, il parroco, di guardare dall’alto in basso quello che non per niente chiamava il suo gregge, nutrendo verso quelle anime considerazione pari a quella riservata alle pecore. Libero di proclamare con la sua voce da zampogna sfiatata che quando mai, non ci sarebbe stata nessuna fine del mondo; e che, fino a prova contraria, le comete – cosí quegli astri andavano definiti e giammai «stelle co la coda», quando non addirittura «stelle codute», come farfugliavano gli zotici – non erano mandate dal Padreterno né tantomeno da Belzebú a ricoprire l’incarico di messaggere di sciagura. Casomai tutto il contrario. Ma come, non si ricordavano che era stata proprio una cometa ad annunciare all’umanità la nascita di Nostro Signore Gesú Cristo? Questo particolare, che tutto era fuorché irrilevante, lo tenevano presente o no? E allora?
E allora aveva ragione don Cosimo, almeno su quest’ultimo punto. Ma se anche avesse avuto torto si dava il caso che fosse autorizzato a predicare in chiesa, se è per questo pure fuori, qualsiasi cosa gli dicesse la testa. In fin dei conti se s’era fatto sacerdote era stato specialmente per godere di certe libertà, prima tra tutte quella di prescrivere al prossimo suo cosa fare o non fare, con la scusa che l’amava come se stesso.
Piú o meno cosí la pensava Fausto Pascarella riguardo al parroco e ai preti in generale. Lui invece di libertà se n’era sempre potute permettere di ben misere e niente lasciava presagire che in futuro le cose cambiassero. Però riteneva che almeno una gli spettasse di diritto: quella di fottersene sia del parere di don Cosimo che dei suoi proclami, piú che mai durante quella nottata disgraziatissima.
Sbattuto fuori come un cane rognoso dalla congrega di megere che gli aveva invaso casa – il sigaro puzza a peste: questo avevano avuto il coraggio di dirgli –, se ne stava seduto di fianco alla porta a fumare e masticare livore. Contro il prete innanzitutto, tanto per non perdere le buone abitudini. E poi contro le usurpatrici del suo focolare che, a differenza di lui, non tenevano le ossa abbandonate a marcire all’umido della notte. La legna che cara gli era costata gliela stavano consumando tutta, il camino s’ingoiava ceppi con la voracità di un morto di fame soltanto per tenere caldi i piedi di quelle schifose. E hai voglia a dire che, come sempre, erano venute con la pia intenzione di portare soccorso. Questa volta era diversa dalle altre, infatti s’era visto il bell’aiuto che stavano dando, considerato che erano passate otto ore e ancora non succedeva niente. Colpa loro che erano delle scimunite, ma anche di quella stella della malasorte e soprattutto di sua moglie Amelia. Manco piú i figli era buona a fare! E sí che gli altri cinque li aveva scodellati senza battere ciglio. Invece adesso senti. Senti le urla che cacciava: parevano quelle di un riccio infilzato dal forcone. Sissignore, per quanto fosse mortificante ammetterlo, la sua legittima consorte strillava proprio come uno di quei porcospini che lui giustiziava per essersi introdotti di soppiatto nel granaio. Che impressione!
Sopra la sagoma del castello di Vairano Patenora, la cometa fiammeggiava, infischiandosene del malumore di Pascarella. O almeno cosí parve a lui, che a voce alta le augurò: – Crepa!
Subito dopo la porta si aprí. Una delle donne gli andò incontro e, avendo frainteso quanto aveva fatto in tempo a udire, tutta accorata rispose: – Zitto! Amelia è forte e, se Dio vuole, non creperà. Ma la situazione è grave e va peggiorando. Noi siamo piene di buona volontà e una certa esperienza ce l’abbiamo, ma questa volta da sole non ce la possiamo fare. Qua va pigliata una risoluzione e, pure se non ci piace, ce n’è venuta in mente una sola: bisogna rassegnarsi a cercare aiuto a…
– No, manco morto! – si oppose lui che aveva già capito dove quella volesse andare a parare.
– Ragionate, Fausti’, ragionate! Premesso che nessuno di noi vuole averci a che fare, ci sta di mezzo la vita di Amelia e quella della creatura. Che dite, li vogliamo seppellire a tutti e due? Per una presa di posizione li vogliamo servire come pasto ai vermi? Non è meglio, invece, che ve ne salite fino a Marzanello e…
– Ho detto no! Gente schifosa non ce ne voglio, nella mia casa!
Ma mentre lo affermava sapeva che in realtà non c’era altra soluzione.
– Andateci, figlio mio! – lo incitò la donna.
– No, no e no!
Tuttavia dal suo sguardo lei capí che invece s’era arreso. Allora rimase in silenzio e aspettò finché l’uomo, col piglio di chi ha appena preso una libera decisione, dichiarò: – Basta, è inutile che stiamo qua a perdere tempo! Mò preparo il carro e vado.
Poi cambiò idea. Col carro ci avrebbe messo un’eternità ad arrivare a Marzanello. Doveva per forza andarci a cavallo.
Non c’è che dire, bella pensata quella di partire nottetempo per un pizzo desolato che arrivarci era uno scristo perfino di giorno. Non che avesse altra scelta, ma sai che spasso lanciare il cavallo per quella strada che era un budello, tutta tornanti e buche, col rischio d’azzopparlo e rimanere là in mezzo come un idiota, a farsi sfottere da civette, pipistrelli e falene o, al piú, da un cinghiale di passaggio. Perché, poco ma sicuro, questi erano gli unici incontri che avrebbe fatto.
Già s’immaginava la scena, con al centro il povero Barone schiantato per terra a schiumare per lo spasimo della zampa rotta e di lato lui, a piangere e bestemmiare immerso in una tenebra di pece; a casa, le donne ad aspettarlo invano e Amelia a strillare come riccio morituro fino a schiattare. Questa era solo una delle ipotesi possibili.
L’altra era che invece lui e Barone per miracolo riuscissero a raggiungere indenni Marzanello. Diciamo che nel frattempo si fossero fatte piú o meno le due di notte. E che una volta arrivato fin là, dopo aver brancolato nel buio di quel borgo fantasma, lui si trovasse costretto a colpire la porta col pugno per un’eternità. Niente di piú facile, considerato che alle due chiunque si trova nel meglio del sonno. Ammettendo poi che, dài e dài, la porta a un certo punto si fosse aperta, il suo sguardo avrebbe incrociato due occhi gelidi e sospettosi.
«Che volete?»
«Cerco aiuto».
«E come mai lo cercate qua?»
«Mia moglie sta avendo un brutto parto».
«Ah!»
«Il travaglio non finisce piú, di questo passo Amelia se ne va al creatore».
«Allora l’unica è che ve ne tornate al paese e andate ad avvisare lo schiattamorto».
Un perfido sorriso avrebbe accompagnato la risposta. Quindi la porta gli si sarebbe richiusa sulla faccia, e pace a noi.
Piú o meno queste erano le cupe previsioni che Fausto aveva preso a ruminare nel preciso istante in cui era montato in sella. Ma fin dal principio si dimostrarono mal calcolate: la strada grazie al bagliore della cometa si rivelò luminosa come in una notte di plenilunio. Il cavallo non si azzoppò, anzi filò spedito come se quella galoppata inattesa l’avesse desiderata fin da quando era un puledro. Giunto a Marzanello, dopo aver legato Barone a un tronco davanti alla chiesa di Santa Maria del Monte ed essersi arrampicato lungo il sentiero sconnesso che portava alle case, lui non dovette andarsene vagando alla cieca per cercare quella giusta. Infatti l’abitazione di Lucina era l’unica degna di tale nome. Sulla porta aveva una lucerna accesa e fuori, alla catena, tre cani abbaianti che parevano un cerbero solo. Una stia per polli, un recinto per capre e la presenza di attrezzi di uso quotidiano testimoniavano che là abitava qualcuno.
Fausto s’accostò alla casa e allungò la mano per bussare. Ma non fece in tempo: la porta si aprí e incorniciata dallo stipite apparve Lucina.
Madonna benedetta! trasalí l’uomo, trattenendo a fatica l’istinto di segnarsi. Infatti lei, l’inferno se la pigliasse, s’era manifestata ai suoi occhi che non la miravano da tempo come un capolavoro del creato.
Immobile, lo guardava dritto negli occhi, ma senza ostilità. Poi sollevò una mano per levarsi qualcosa dalle orecchie.
– Io… sono venuto a chiedervi aiuto, – balbettò Pascarella, dato che queste e non altre erano le parole che s’era preparate. Lucina fece sí con la testa, come se già lo sapesse.
Incapace di modificare il copione, lui si affannò a spiegarle la situazione. Lei annuí...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. La mammana
  3. Parte prima
  4. Parte seconda
  5. Parte terza
  6. Il libro
  7. L’autore
  8. Copyright