
eBook - ePub
Grandi speranze
- 560 pagine
- Italian
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Grandi speranze
Informazioni su questo libro
La misteriosa fortuna che la sorte assegna all'orfano Pip, il suo altezzoso rifiuto dei vecchi amici, le sventure e le sofferenze che segnano il suo percorso esistenziale verso una consapevole maturità costituiscono la base di un racconto ove il senso di colpa e la violenza si fondono con spunti grotteschi nei quali la commedia assume connotazioni caustiche e crudeli. Dal momento in cui, nelle spettrali paludi del Kent, Pip si imbatte in Magwitch, un forzato evaso, fino all'ultimo incontro con la bella e cinica Estella che suscita in lui sterili emozioni e turbamenti, il lettore si trova coinvolto in una vicenda tanto drammatica quanto affascinante.
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Informazioni
Capitolo diciannovesimo
Il mattino seguente l’avvenire mi si presentò sotto una luce completamente diversa, al punto che le mie prospettive non sembravano quasi piú le stesse. Ciò che piú mi pesava era il pensiero che sei giorni ancora mi dividevano da quello della partenza, poiché non riuscivo a liberarmi dal timore che nel frattempo qualcosa potesse accadere a Londra, e che, quando vi fossi giunto, avrei trovato la città gravemente devastata, se non addirittura scomparsa.
Joe e Biddy erano pieni di comprensione e gentilezza, quando parlavo della separazione imminente, ma ne accennavano soltanto se lo facevo io. Dopo colazione, Joe prese nell’armadio il mio contratto, lo portò nel salotto, e lo bruciammo sul fuoco; ed io mi sentii libero. Pervaso dalla novità della mia emancipazione, mi recai in chiesa con Joe, e pensai che forse il reverendo non avrebbe letto la parabola sul ricco e sul regno dei Cieli, se fosse stato al corrente di ogni cosa.
Nel pomeriggio me ne andai bighellonando da solo, con l’idea di dare subito un ultimo sguardo alla palude e farla finita. Nel passare accanto alla chiesa, provai (come avevo provato al mattino, durante la funzione religiosa) una sublime compassione per le povere creature destinate a venire lí una domenica dopo l’altra, per tutta la loro esistenza, e a riposare alla fine, ignorate, fra quei tumuli verdi; promisi a me stesso che un giorno avrei fatto qualcosa per loro, e tratteggiai a grandi linee il progetto di offrire una cena a base di roast-beef, plum-pudding e una pinta di birra, condita da un gallone di affabile condiscendenza, ad ogni abitante del villaggio.
Se prima avevo pensato spesso con un senso di vergogna ai miei rapporti con l’evaso, che avevo visto un giorno errare zoppicando fra le tombe, quali furono mai i miei pensieri quella domenica, quando il luogo mi richiamò alla mente l’infelice, tremante e stracciato, con il marchio e i ferri del criminale! Il solo conforto era pensare che tutto ciò era accaduto in un tempo ormai remoto, e che adesso egli era stato portato certamente assai lontano, era ormai morto per me, era fors’anche veramente morto.
Non piú bassure umide, non piú chiuse e canali, non piú bestie al pascolo – sebbene ora, nel loro modo ottuso, sembrassero piú rispettose, e si rigirassero come per contemplare il piú a lungo possibile il possessore di sí grandi speranze – addio, monotoni compagni della mia infanzia, ormai ero destinato a Londra e a una vita grandiosa, non al lavoro di fabbro e non a voi! Continuai esultante fino alla vecchia Batteria, e, sdraiatomi a dibattere la questione se la signorina Havisham mi destinava ad Estella, mi addormentai.
Quale fu la mia sorpresa, svegliandomi, nel trovare accanto a me Joe, che fumava la pipa. Mi salutò con un sorriso lieto nel vedermi aprire gli occhi e disse: – Poiché era l’ultima volta, Pip, ho pensato di seguirti.
– Oh, Joe, sono molto contento che tu l’abbia fatto.
– Grazie, Pip!
– Puoi essere sempre sicuro, caro Joe, – proseguii, dopo avergli stretto la mano, – che non ti dimenticherò mai.
– No, no, Pip! – disse Joe pacatamente, – ne sono sicuro. Certo, certo, vecchio mio! Che Dio ti benedica, bastava soltanto pensarci un poco per esserne sicuri. Ma c’è voluto del tempo per pensarci, tanto il cambiamento è avvenuto all’improvviso, vero?
In certo qual modo, non ero troppo contento che Joe fosse cosí sicuro di me, avrei preferito che tradisse un po’ di commozione, o dicesse «questo ti fa onore, Pip» o frasi del genere. Perciò non feci nessun commento alle sue prime parole, limitandomi a dire, quanto alle successive, che davvero le notizie erano giunte improvvise, ma che io avevo sempre desiderato di essere un gentiluomo, e piú e piú volte mi ero chiesto che cosa avrei fatto, se lo fossi diventato.
– Davvero ci avevi pensato? – esclamò Joe. – È stupefacente!
– Ed ora è un peccato, Joe, – aggiunsi, – che tu non abbia fatto maggiori progressi nelle nostre lezioni qui, ricordi?
– Be’, non so, – replicò Joe. – Io sono tanto duro di comprendonio. Sono capace di fare soltanto il mio mestiere. È proprio un peccato che io sia sempre stato cosí duro, ma non è uno svantaggio maggiore adesso di quanto lo fosse un anno fa, non ti pare?
Ciò che avevo inteso dire era che, quando fossi entrato in possesso delle mie sostanze e avessi potuto aiutare Joe, sarebbe stato molto piú simpatico che egli fosse all’altezza di uno stato sociale piú elevato. Tuttavia Joe era cosí sordo al senso delle mie parole, che giudicai preferibile accennarne a Biddy. Cosí, tornati a casa e bevuto il tè, invitai Biddy a seguirmi nel nostro giardinetto, di fianco al sentiero, e dopo averle dichiarato, tanto per rasserenare il suo animo, che non l’avrei mai dimenticata, aggiunsi che dovevo chiederle un favore.
– Vorrei, Biddy, – dissi, – che tu non trascurassi nessuna occasione di aiutare Joe a progredire un pochino.
– Aiutarlo a progredire? E come? – domandò Biddy, con uno sguardo attonito.
– Ecco, Joe è un brav’uomo, anzi io lo ritengo il miglior uomo che sia mai esistito, ma in certe cose è piuttosto rozzo. Per esempio, Biddy, nella istruzione e nelle maniere.
Sebbene, parlandole, tenessi gli occhi fissi su di lei, e sebbene ella sgranasse gli occhi quando ebbi parlato, Biddy non mi guardò mai in viso.
– Ah, le sue maniere! Dunque le sue maniere non vanno? – domandò, strappando una foglia da un cespuglio di more.
– Mia cara Biddy, vanno benissimo qui...
– Ah! Vanno benissimo qui? – interruppe Biddy, scrutando attentamente la foglia che teneva in mano.
– Lasciami finire, ma se io dovessi portare Joe in un ambiente piú elevato, come spero di poter fare quando entrerò nel pieno possesso della mia sostanza, non gli farebbero molto onore.
– E non credi che lui lo sappia? – chiese Biddy.
Era una domanda cosí provocatoria (non ci avevo mai pensato neppure lontanamente) che ribattei duramente: – Biddy, che vuoi dire? – ed ella, dopo avere fatto a pezzetti la foglia che aveva in mano a furia di fregarla – e l’aroma del cespuglio di more da allora mi ha sempre ricordato quella sera nel giardinetto, di fianco al sentiero – rispose: – Non hai mai pensato che Joe potrebbe essere orgoglioso?
– Orgoglioso? – ripetei, con enfasi sprezzante.
– Oh, ci sono molte forme di orgoglio, – disse Biddy, guardandomi bene in viso e scrollando il capo, – l’orgoglio non è tutto di una sola specie...
– Be’! perché ti interrompi?
– Non è tutto di una sola specie, – riprese Biddy, – Joe potrebbe essere troppo orgoglioso per lasciarsi allontanare dal posto che è nato per occupare, e che occupa con piena soddisfazione sua e col rispetto degli altri. A dirti la verità, io penso che sia proprio cosí, anche se la mia opinione può sembrarti ardita, dato che tu lo conosci assai meglio di me.
– Senti, Biddy, – dissi, – mi spiace molto di scoprire in te questi sentimenti. Non me lo aspettavo da te. Sei invidiosa, Biddy, rabbiosa perché la mia sorte è mutata, e non puoi fare a meno di lasciarlo scorgere.
– Se tu hai il coraggio di pensarlo, – ribatté lei, – dillo, dillo e ripetilo e dillo ancora, se hai il coraggio di pensarlo.
– Se hai il coraggio di essere cosí, vuoi dire, Biddy, – l’interruppi in tono saccente e virtuoso, – non dare la colpa a me. Sono molto spiacente di riconoscerlo ed è... è un brutto lato della natura umana. Io intendevo chiederti di approfittare di qualsiasi occasione che si presentasse dopo la mia partenza, per educare il caro Joe. Ma adesso non ti chiederò piú nulla. Sono estremamente spiacente di riconoscere questi sentimenti in te, Biddy, – ripetei, – è... è un brutto lato della natura umana.
– Che tu mi giudichi bene o male, – ribatté la povera Biddy, – puoi essere certo che farò tutto quanto sta in me, qui, sempre. E qualsiasi opinione tu ti sia formato di me, non cambierà in nulla il mio ricordo di te. Ma un gentiluomo non dovrebbe essere ingiusto, – concluse, voltando la faccia.
Di nuovo le ripetei con enfasi che era un brutto lato della natura umana (e di questo mio giudizio, a parte la sua applicazione in quel caso, ho potuto in seguito sperimentare la verità) e ripercorsi il sentiero in direzione opposta a quella presa da Biddy, la quale rientrò in casa mentre io uscivo dal cancello del giardino. Passeggiai molto avvilito sino all’ora di cena, stupito e rattristato, per la seconda volta, che questa, la seconda sera delle mie belle prospettive, fosse solitaria e malinconica quanto la prima.
Ma una volta ancora il mattino rischiarò l’avvenire; lasciammo cadere l’argomento e concessi piena indulgenza a Biddy. Indossati i vestiti migliori che avevo, andai in città all’ora in cui potevo sperare di trovare aperte le botteghe, e mi presentai al signor Trabb, il sarto che stava facendo la prima colazione nel retrobottega, e che non ritenne necessario venirmi incontro, ma mi invitò a entrare da lui.
– Be’, – disse in tono cordiale, – come stai e che posso fare per te?
Il signor Trabb aveva tagliato il suo sfilatino caldo in tre strati, stava infilando tra quelle coperte di mollica del burro fresco e le andava sovrapponendo. Era un vecchio scapolo, dall’aspetto fiorente; la finestra aperta dava su un giardinetto e un orto d’aspetto fiorente; nel muro di fianco al camino era incastrata una cassaforte di ferro, pur essa d’aspetto fiorente, in cui senza dubbio gran parte della fioritura era riposta, chiusa in sacchetti.
– Signor Trabb, – dissi, – mi spiace dovervelo dire, perché può sembrare una vanteria, ma sono entrato in possesso di una grossa fortuna.
Una completa trasformazione si verificò istantaneamente nel signor Trabb. Dimenticò il burro nel letto di mollica, si alzò da quel capezzale, si ripulí le dita sulla tovaglia, esclamando: – Che Dio mi benedica!
– Devo recarmi dal mio tutore a Londra, – dissi, cavando di tasca alcune ghinee e contemplandole con aria distratta, – ed ho bisogno di un vestito elegante. Vorrei pagarlo, – aggiunsi, pensando che diversamente egli avrebbe promesso di mettersi all’opera senza mai terminarla, – in contanti.
– Mio caro signorino, – disse il signor Trabb, mentre si inchinava rispettosamente, spalancando le braccia, e si prendeva la libertà di toccarmi il lato esterno di ogni gomito, – mi volete offendere. Posso ardire di esprimervi le mie congratulazioni? Volete farmi la cortesia di passare nella bottega?
Il commesso del signor Trabb era il ragazzo piú sfrontato di tutto il paese. Allorché ero entrato, egli stava scopando la bottega, ed aveva alleviato le proprie fatiche scopandomi addosso. Scopava ancora quando rientrai nella bottega con il signor Trabb, e sbatté la scopa contro qualsiasi possibile angolo ed ostacolo, a significare (questa, almeno, fu la mia interpretazione) la sua assoluta parità con qualsiasi fabbro, vivo o morto.
– Smettila di far baccano, – disse il signor Trabb nel tono piú severo, – o ti rompo la testa! Fatemi il favore di sedervi, signorino. Ora questo, – continuò il signor Trabb, tirando giú una pezza di tessuto e svolgendola teatralmente sul banco, in attesa di mettersi sotto la mano per mostrarmene il lustro, – è un magnifico articolo. Posso raccomandarvelo per il vostro uso, signorino, perché è veramente superlativo. Ma dovete vederne anche altri. Dammi il Numero Quattro, tu! – (al ragazzo e con uno sguardo terribilmente severo, prevedendo il pericolo che quello screanzato me lo sfregasse contro o si permettesse altre manifestazioni di familiarità).
Il signor Trabb non perse d’occhio il ragazzo, finché questi non ebbe depositato il Numero Quattro sul banco e si trovò di nuovo a una rispettosa distanza. Poi gli ordinò di portare il Numero Cinque e il Numero Otto. – E lascia perdere i tuoi soliti scherzi, mi raccomando, – disse il signor Trabb, – o te ne pentirai, mascalzoncello, per tutto il resto dei tuoi giorni.
Poi il signor Trabb si chinò sul Numero Quattro, e in tono di deferente confidenza, me lo raccomandò come un articolo leggero per uso estivo, un articolo molto in voga fra i nobili e l’alta borghesia, un articolo per cui egli avrebbe sempre ricordato con soddisfazione il fatto che era stato portato da un distinto concittadino (se gli era lecito considerarmi suo concittadino). – Li porti questi Numeri Cinque e Otto, vagabondo, – disse poi il signor Trabb al ragazzo, – o devo cacciarti a pedate dalla bottega e prendermeli da solo?
Scelsi la stoffa per un completo, con l’aiuto e il consiglio del signor Trabb, e rientrai nel retrobottega per farmi prendere le misure. Perché, sebbene il signor Trabb avesse già le mie misure, e fino a quel giorno le avesse sempre giudicate sufficienti, questa volta disse in tono di scusa che «non bastano, nelle circostanze attuali, non bastano assolutamente». Cosí, nel retrobottega, mi misurò e calcolò, come se io fossi una proprietà ed egli il piú meticoloso agrimensore, e si diede tanta pena da farmi pensare che nessun vestito avrebbe mai potuto ricompensarlo delle sue fatiche. Terminata l’operazione e preso l’impegno di mandare il giovedí sera la roba a casa del signor Pumblechook, disse, con la mano sulla maniglia della porta: – So bene, signorino, che di regola i gentiluomini londinesi non proteggono l’artigianato locale: ma se voi, nella vostra qualità di concittadino, mi vorrete rendere un servigio di tanto in tanto, ve ne sarò veramente grato. Buon mattino, signorino, molto obbligato... la porta!
Quest’ultima parola fu lanciata al ragazzo, il quale non aveva la minima idea di ciò che significasse. Ma lo vidi venir meno quando il suo padrone mi spazzolò con le sue stesse mani, e la mia prima esperienza del magico potere del denaro fu che esso aveva moralmente messo con le spalle a terra il commesso di Trabb.
Dopo questo evento memorabile andai dal cappellaio e dal calzolaio e dal merciaio, e mi pareva proprio di essere il cane di Mamma Hubbard, il cui equipaggiamento richiedeva i servizi di tanti negozianti. Mi recai pure alla stazione delle diligenze e prenotai un posto per le sette di sabato mattina. Non fu necessario spiegare dappertutto che ero entrato in possesso di una grossa fortuna; ma ogni volta che dicevo una parola in proposito, il negoziante di turno distoglieva la propria attenzione dallo spettacolo della Via Maestra e la concentrava su di me. Quando ebbi ordinato quanto mi occorreva, diressi i miei passi verso la casa di Pumblechook, e nell’avvicinarmi al negozio di quell’emerito personaggio, lo vidi ritto sulla porta.
Mi stava aspettando con grande impazienza. Era uscito di buon mattino con il suo calesse, era andato alla fucina e là aveva appreso la notizia; aveva preparato uno spuntino per me nel ben noto salottino di Barnwell, e anche lui ordinò al suo commesso «di togliersi dai piedi» al passaggio della mia sacra persona.
– Mio caro amico, – disse il signor Pumblechook, afferrandomi con tutte e due le mani, quando lui, io e lo spuntino ci trovammo soli, – ti auguro ogni felicità per la tua buona fortuna! Ben meritata, ben meritata!
Prevedevo la prossima battuta, e riconobbi che era questo il modo piú sensato per prepararla.
– E pensare, – disse infatti il signor Pumblechook, dopo avere ruggito per qualche istante in segno di ammirazione, – che io sono stato l’umile strumento che ha portato a tanto! È una ricompensa di cui si può essere fieri!
Pregai il signor Pumblechook di ricordare che nulla doveva mai essere detto o accennato al riguardo.
– Mio caro giovane amico, – dichiarò il signor Pumblechook, – se mi vuoi permettere di chiamarti cosí...
Mormorai «certamente», il signor Pumblechook di nuovo mi afferrò con tutte e due le mani, e comunicò al suo panciotto un moto che aveva tutta l’aria di esprimere una profonda emozione, quantunque fosse piuttosto in basso. – Mio caro giovane amico, puoi star certo che in tua assenza farò tutto quel poco che sta in me per rammentare la cosa a Joseph. Joseph! – esclamò il signor Pumblechook, a guisa di una pietosa invocazione, – Joseph!! Joseph!!! – Dopo di che, scrollò il capo e si toccò la fronte, per esprimere la...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Grandi speranze
- Nota introduttiva di Carlo Fruttero
- Cronologia della vita e delle opere
- Bibliografia
- Grandi speranze
- Capitolo primo
- Capitolo secondo
- Capitolo terzo
- Capitolo quarto
- Capitolo quinto
- Capitolo sesto
- Capitolo settimo
- Capitolo ottavo
- Capitolo nono
- Capitolo decimo
- Capitolo undicesimo
- Capitolo dodicesimo
- Capitolo tredicesimo
- Capitolo quattordicesimo
- Capitolo quindicesimo
- Capitolo sedicesimo
- Capitolo diciassettesimo
- Capitolo diciottesimo
- Capitolo diciannovesimo
- Capitolo ventesimo
- Capitolo ventunesimo
- Capitolo ventiduesimo
- Capitolo ventitreesimo
- Capitolo ventiquattresimo
- Capitolo venticinquesimo
- Capitolo ventiseiesimo
- Capitolo ventisettesimo
- Capitolo ventottesimo
- Capitolo ventinovesimo
- Capitolo trentesimo
- Capitolo trentunesimo
- Capitolo trentaduesimo
- Capitolo trentatreesimo
- Capitolo trentaquattresimo
- Capitolo trentacinquesimo
- Capitolo trentaseiesimo
- Capitolo trentasettesimo
- Capitolo trentottesimo
- Capitolo trentanovesimo
- Capitolo quarantesimo
- Capitolo quarantunesimo
- Capitolo quarantaduesimo
- Capitolo quarantatreesimo
- Capitolo quarantaquattresimo
- Capitolo quarantacinquesimo
- Capitolo quarantaseiesimo
- Capitolo quarantasettesimo
- Capitolo quarantottesimo
- Capitolo quarantanovesimo
- Capitolo cinquantesimo
- Capitolo cinquantunesimo
- Capitolo cinquantaduesimo
- Capitolo cinquantatreesimo
- Capitolo cinquantaquattresimo
- Capitolo cinquantacinquesimo
- Capitolo cinquantaseiesimo
- Capitolo cinquantasettesimo
- Capitolo cinquantottesimo
- Capitolo cinquantanovesimo
- Appendice
- Grandi speranze di G. K. Chesterton
- Il libro
- L’autore
- Dello stesso autore
- Copyright