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La cavalcata dei morti
Informazioni su questo libro
C'è un cadavere nei boschi della Normandia, sul sentiero dove da mille anni i prescelti vedono passare la Schiera furiosa. Ovvero la cavalcata dei morti, un'armata di cavalieri spettrali in cerca di anime nere da trascinare via, lontano dal mondo dei vivi, che non è stato in grado di punire i loro delitti. Una giovane, la luminosa Lina, ha visto la Schiera. È solo una visionaria, o le foreste normanne celano segreti piú spaventosi di una cupa credenza?
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Informazioni
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9788806249809eBook ISBN
9788858417386XXII.
Adamsberg aspettava davanti allo studio degli avvocati – studio Deschamps e Poulain – in un vicoletto della parte alta di Ordebec. Sembrava che da qualunque punto, sulle alture del borgo, si scorgessero vacche immobili come statue all’ombra dei meli. Lina sarebbe uscita da un momento all’altro, non avrebbe avuto tempo di vederne muovere una. Forse era piú redditizio, a quello scopo, tenere d’occhio un’unica vacca invece di passare in rassegna tutto il prato.
Non aveva voluto precipitare le cose convocando Lina Vendermot in gendarmeria, perciò l’aveva invitata al Sanglier bleu, dove si poteva parlare in via riservata sotto le travi basse. Al telefono la sua voce era cordiale, senza alcuna traccia di timore o imbarazzo. Fissando una vacca, Adamsberg tentava di scacciare il desiderio di vedere il seno di Lina, da quando il brigadiere Blériot ne aveva fatto un simile elogio spontaneo. E di scacciare l’idea, se la sua sessualità era libera quanto annunciava Emeri, di poter andare a letto con lei facilmente. Quella squadra di Ordebec composta di soli uomini gli risultava un po’ deprimente. Ma nessuno avrebbe apprezzato che andasse a letto con una donna in cima alla lista nera dei sospettati. Sul cellulare numero due comparve un messaggio e lui si girò verso l’ombra per decifrarlo. Retancourt, finalmente. L’idea di Retancourt in immersione solitaria nell’abisso dei Clermont-Brasseur lo aveva molto tormentato la sera precedente, prima di addormentarsi nell’incavo del materasso di lana. C’era un tale numero di squali in quei fondi marini. Tempo prima Retancourt aveva praticato la pesca subacquea, e aveva toccato senza lasciarsi impressionare la pelle rasposa di alcuni squali. Ma gli squali-uomini erano molto piú pericolosi degli squali-pesce, il cui nome comune – pescecani – al momento gli sfuggiva. SERA CRIMINE: SALVATORE 1 + SV 2 + PADRE PRESENTI A RICEVIMENTO FIA, FEDERAZIONE IND. ACCIAIO. BEVUTO MOLTO, INFORMARSI. ERA SV 2 A GUIDARE MERCEDES E HA TEL POLIZIA. SV 1 RIENTRATO DA SOLO CON SUA AUTO. INFORMATO DOPO. NO TINTORIA PER ABITI DI SV 1 E SV 2.
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ALLEGO FOTO ABITI INDOSSATI RICEVIM + FOTO 2 FRATELLI. ANTIPATICI CON PERSONALE.
Adamsberg guardò sul display la foto di un abito blu a righe sottili, indossato da Christian Salvatore 1, e quella della giacca indossata da Christophe Salvatore 2, che sfoggiava uno stile marinaresco da proprietario di yacht. Come probabilmente era, fra l’altro. Capita che degli squali posseggano uno yacht per riposarsi dai loro lunghi giri in mare, dopo essersi pappati un paio di calamari. Seguivano un’inquadratura di Christian, fotografato di tre quarti, elegantissimo, con i capelli corti, questa volta, e una di suo fratello, corpulento e sgraziato.
L’avvocato Deschamps uscí dallo studio, precedendo la sua collaboratrice, e guardò attentamente a destra e a sinistra prima di attraversare il vicolo e puntare verso Adamsberg con passo frettoloso e manierato, proprio come la voce che aveva sentito al telefono quella mattina.
– Commissario Adamsberg, – disse Deschamps stringendogli la mano. – E cosí lei viene ad aiutarci. La cosa mi rassicura, sí, molto. Sono preoccupato per Caroline, molto.
– Caroline?
– Lina, se preferisce. In studio è Caroline.
– E Lina, – domandò Adamsberg, – è preoccupata?
– Se lo è, non vuole mostrarlo. Certo, questa storia le crea disagio, ma non credo che valuti le conseguenze che tutto ciò può avere per lei e per la sua famiglia. La messa al bando dal paese, la vendetta, o Dio sa cosa. È molto spiacevole, molto. A quanto pare, ieri è riuscito a compiere il miracolo di far parlare Léone.
– Sí.
– Le secca confidarmi cosa ha detto?
– No, avvocato. «Hello», «Flem», e «zucchero».
– Le è di qualche aiuto?
– Per niente.
Adamsberg ebbe l’impressione che Deschamps si sentisse sollevato, forse perché Léo non aveva pronunciato il nome di Lina.
– Pensa che parlerà di nuovo?
– Il medico l’ha condannata. È lei? – domandò Adamsberg vedendo aprirsi la porta dello studio.
– Sí, è lei. Non la metta sotto pressione, la prego. È dura la vita, sa, con uno stipendio e mezzo per cinque bocche da sfamare, e la modesta pensione della madre. Una fatica del diavolo. Scusi, – si corresse subito, – non è quello che volevo dire. Non pensi che io intenda insinuare qualcosa, – aggiunse prima di andarsene in fretta e furia, un po’ come se fuggisse.
Adamsberg strinse la mano a Lina.
– Grazie di aver acconsentito a incontrami, – disse in tono professionale.
Il commissario abbassò gli occhi, per paura di essere colto in flagrante delitto di desiderio compulsivo. Le donne riuscivano a decifrarlo immediatamente. Lina non era una creatura perfetta, tutt’altro. Aveva il busto troppo grosso e gambe troppo sottili, la schiena piuttosto spessa, i denti leggermente sporgenti. Eppure sí, il brigadiere aveva ragione, veniva voglia di divorare il suo seno, e anche il resto, la pelle liscia, le braccia tornite, il viso chiaro un po’ largo, arrossato sugli zigomi alti, molto normanno, il tutto disseminato di lentiggini che la adornavano di puntini dorati.
– Non conosco il Sanglier bleu, – diceva Lina.
– È di fronte al mercato dei fiori, a due passi da qui. Non è molto caro ed è delizioso.
– Di fronte al mercato c’è il Sanglier courant.
– Proprio cosí, il cinghiale che corre.
– Ma non azzurro.
– No, non azzurro.
Accompagnandola lungo i vicoli, Adamsberg si rese conto che la voglia di mangiarla superava di gran lunga quella di andare a letto con lei. Quella donna gli metteva un appetito smisurato, ricordandogli all’improvviso l’enorme fetta di kouglof, morbido e tiepido, col miele, che aveva divorato da bambino a casa di una zia in Alsazia. Scelse un tavolo vicino a una finestra, chiedendosi come avrebbe potuto condurre correttamente l’interrogatorio di una fetta tiepida di kouglof al miele, proprio il colore dei capelli di Lina, che le scendevano in grossi riccioli sulle spalle. Spalle che il commissario non vedeva bene, perché Lina indossava un lungo scialle di seta azzurra – strana idea in piena estate.
Adamsberg non si era preparato la prima frase, preferendo aspettare di vederla per improvvisare. E adesso che Lina scintillava di fronte a lui con tutta la sua peluria bionda, non riusciva piú ad associarla allo spettro nero della Schiera furiosa, alla donna che vede l’orrore e lo comunica. Quale lei era. Ordinarono, poi rimasero entrambi in silenzio per un po’, sbocconcellando del pane.
Adamsberg le lanciò un’occhiata. Il viso di Lina era sempre chiaro e attento, ma la ragazza non faceva nessuno sforzo per aiutarlo. Lui era un poliziotto, lei aveva scatenato un uragano a Ordebec, lui la sospettava, lei sapeva che la credevano pazza: questi erano i dati basilari della situazione. Si girò, spostando lo sguardo verso il bancone di legno del bar.
– Può darsi che piova, – disse alla fine.
– Sí, a ovest si sta rannuvolando. Forse stanotte pioverà.
– O stasera. Tutto è partito da lei, signorina Vendermot.
– Mi chiami Lina.
– Tutto è partito da lei, Lina. Non parlo della pioggia, ma del temporale che incombe su Ordebec. E questo temporale, nessuno sa ancora dove si fermerà, quante vittime farà né se invertirà la rotta e tornerà su di lei.
– Da me non è partito niente, – disse Lina con voce piú tesa, stringendosi nello scialle. – È venuto tutto dalla Masnada di Hellequin. È passata e io l’ho vista. Cosa vuole che ci faccia? C’erano quattro ghermiti, ci saranno quattro morti.
– Ma è stata lei a parlarne.
– Chi vede la Schiera è obbligato a dirlo, obbligato. Lei non può capire. Di dov’è, lei?
– Del Béarn.
– Allora non può davvero capire. È una Schiera delle pianure del nord. Quelli che sono stati visti possono tentare di proteggersi.
– I ghermiti?
– Sí. Per questo bisogna parlare. È successo di rado che un ghermito sia riuscito a liberarsi, ma è successo. Glayeux e Mortembot non meritano di vivere, ma hanno ancora una possibilità di cavarsela. A questa possibilità hanno diritto.
– Ha un motivo personale per odiarli?
Prima di rispondere, Lina aspettò che li servissero. Era evidente che aveva fame, o che aveva voglia di mangiare, e fissava il cibo con uno sguardo molto appassionato. A Adamsberg parve logico che una donna cosí divorabile avesse un sincero appetito.
– Personale no, – rispose cominciando subito a mangiare. – Si sa che sono tutti e due degli assassini. Si cerca di non frequentarli, e non sono rimasta stupita vedendoli nelle grinfie della Masnada.
– Come Herbier?
– Herbier era un essere abominevole. Doveva sempre sparare a qualcosa. Ma era uno squilibrato. Glayeux e Mortembot non sono squilibrati, ammazzano se hanno un tornaconto. Peggiori di Herbier, probabilmente.
Adamsberg si costrinse a mangiare piú in fretta del solito per stare al passo con la ragazza. Non voleva ritrovarsi con il piatto mezzo pieno.
– Ma anche di chi vede la Schiera furiosa si dice che deve essere squilibrato. O mentire.
– La pensi pure cosí. Io la vedo e non posso farci niente. La vedo sul sentiero, sono sul sentiero, anche se la mia camera è a tre chilometri di distanza.
Ora Lina rigirava con la punta della forchetta dei pezzi di patata in una salsa alla panna, mettendoci un’energia e una concentrazione incredibili. Un’avidità quasi imbarazzante.
– Si può anche dire che è una visione, – riprese Adamsberg. – Una visione in cui lei mette in scena persone che odia. Herbier, Glayeux, Mortembot.
– Ho consultato dei medici, sa, – disse Lina assaporando intensamente il boccone. – Per due anni l’ospedale di Lisieux mi ha fatto una sfilza di esami fisiologici e psichiatrici. Erano interessati al fenomeno, per via di santa Teresa, certo. Lei cerca una spiegazione rassicurante, ma l’ho cercata anch’io. E non c’è. Non hanno trovato carenze di litio o di altre sostanze che ti fanno vedere la Madonna o sentire le voci. Mi hanno giudicata equilibrata, stabile, e persino piena di buon senso. E mi hanno abbandonata al mio destino senza concludere niente.
– E che cosa bisognerebbe concludere, Lina? Che la Schiera furiosa esiste, che passa davvero sul sentiero di Bonneval e che lei la vede sul serio?
– Non posso assicurare che esista, commissario. Ma sono certa di vederla. A memoria d’uomo, c’è sempre stato qualcuno che vede passare la Schiera a Ordebec. Forse laggiú rimane una vecchia nube, un vapore, una perturbazione, un ricordo fluttuante. Forse io ci passo attraverso come si passa attraverso la foschia.
– E com’è, questo sire Hellequin?
– Bellissimo, – rispose rapidamente Lina. – Un volto grave e splendido, capelli biondi sporchi che scendono fino alle spalle, sull’armatura. Ma terrificante. Insomma, – aggiunse a voce molto piú bassa, esitando, – perché la pelle non è normale.
Si interruppe e terminò in fretta di mangiare, con grande ant...
Indice dei contenuti
- Copertina
- La cavalcata dei morti
- I.
- II.
- III.
- IV.
- V.
- VI.
- VII.
- VIII.
- IX.
- X.
- XI.
- XII.
- XIII.
- XIV.
- XV.
- XVI.
- XVII.
- XVIII.
- XIX.
- XX.
- XXI.
- XXII.
- XXIII.
- XXIV.
- XXV.
- XXVI.
- XXVII.
- XXVIII.
- XXIX.
- XXX.
- XXXI.
- XXXII.
- XXXIII.
- XXXIV.
- XXXV.
- XXXVI.
- XXXVII.
- XXXVIII.
- XXXIX.
- XL.
- XLI.
- XLII.
- XLIII.
- XLIV.
- XLV.
- XLVI.
- XLVII.
- XLVIII.
- XLIX.
- L.
- LI.
- LII.
- LIII.
- LIV.
- LV.
- LVI.
- LVII.
- Nota di traduzione.
- Il libro
- L’autore
- Dello stesso autore
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