Umiliati e offesi (Einaudi)
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Umiliati e offesi (Einaudi)

  1. 400 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Umiliati e offesi (Einaudi)

Informazioni su questo libro

Il perfido principe Valkovskij si staglia sulla schiera delle sue vittime, umiliate e offese: la spartizione tra bene e male, luce e tenebre, non si spegne però mai in un facile schematismo. Trova ragione e spessore nella profondità dell'ideale umanitario dell'autore, nella sua indagine psicologica, nell'intensità dei sentimenti ritratti che, pagina dopo pagina, mantengono viva la tensione.

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Informazioni

Editore
EINAUDI
Anno
2014
Print ISBN
9788806238117
eBook ISBN
9788858415399

Parte terza

I.
Da un pezzo era sceso il crepuscolo, s’era fatto sera e soltanto allora mi destai da quel lugubre incubo e riacquistai il senso della realtà.
– Nelly, – dissi, – tu adesso stai male, hai i nervi scossi, e io debbo lasciarti sola, sconvolta e in lacrime. Piccola mia! Perdonami e sappi che vi è un’altra creatura amata e non perdonata, infelice, offesa e derelitta. Essa mi aspetta. E ora, dopo il tuo racconto, qualcosa mi spinge laggiú con tanta forza che mi sembra di non poter resistere se non la rivedo subito, sul momento...
Non so se Nelly capisse tutto quello che le dicevo. Ero scombussolato sia dal suo racconto che dal mio recente malessere; ma corsi da Nataša. Era già tardi, le otto passate quando arrivai da lei.
Giú in istrada, davanti al portone della casa, notai una carrozza e mi sembrò che fosse quella del principe. Per andare da Nataša si entrava dal cortile. Appena misi piede sulle scale, sentii davanti a me, una rampa piú in su, qualcuno che saliva a tastoni, con cautela, evidentemente poco pratico del luogo. M’immaginai che dovesse essere il principe, ma non tardai a ricredermi. Lo sconosciuto procedeva brontolando e maledicendo le scale, sempre piú forte ed energicamente man mano che saliva. Certo, le scale erano strette, sudice, ripide e non illuminate; ma non avrei mai potuto attribuire al principe delle imprecazioni come quelle che udii a partire dal terzo piano: il signore che saliva sacramentava come un carrettiere. Ma dopo il terzo piano s’incominciava a vedere un po’ di luce, poiché sopra la porta di Nataša era accesa una piccola lanterna.
Raggiunsi lo sconosciuto proprio davanti a quella porta e quale non fu il mio stupore quando ravvisai in lui il principe. Mi parve molto seccato di essersi imbattuto cosí impensatamente in me. Lí per lí non mi riconobbe, ma a un tratto si trasfigurò tutto. L’occhiataccia rabbiosa e piena di odio che mi aveva lanciato si fece di colpo affabile e allegra, e come se fosse oltremodo contento di vedermi, mi tese le due mani.
– Ah, siete voi! Stavo appunto per mettermi in ginocchio e pregare Dio di salvarmi la vita. Mi avete sentito bestemmiare?
E scoppiò in una risata delle piú spontanee. Ma di botto il suo viso assunse un’espressione seria e pensierosa.
– E Alëša ha avuto il coraggio di alloggiare Natal′ja Nikolaevna in un appartamento simile! – disse, scrollando la testa. – Sono proprio queste le cosiddette piccolezze che definiscono un uomo. Io temo per lui. È buono, ha un cuore nobile, ma eccovi un esempio: è perdutamente innamorato, eppure fa vivere colei che egli ama in un canile come questo. Ho sentito perfino che le lasciava mancare il pane, – soggiunse in un sussurro mentre cercava il cordone del campanello. – Mi vengono le vertigini quando penso al suo avvenire e, soprattutto, all’avvenire di Anna Nikolaevna, quando sarà sua moglie.
Aveva sbagliato il nome e non se n’era accorto, tanto era palesemente stizzito di non trovare il campanello. Ma non c’era campanello. Scossi la maniglia dell’uscio e Mavra ci aprí subito e ci accolse premurosamente. Dalla porta aperta della cucina che un tramezzo di legno separava dalla minuscola anticamera, si vedevano certi preparativi: tutto era insolitamente pulito e lustro; la stufa era accesa e sulla tavola c’erano delle stoviglie nuove. Si vedeva che eravamo attesi. Mavra si precipitò a toglierci il cappotto.
– Alëša è qui? – le domandai.
– No, non è venuto, – mi bisbigliò con aria misteriosa.
Entrammo da Nataša. Nella sua stanza non si notavano preparativi speciali; tutto era come le altre volte. Del resto la stanza era sempre cosí linda, cosí graziosa, che non c’era nessun bisogno di rassettarla. Nataša ci accolse in piedi davanti alla porta. Fui colpito dalla magrezza malaticcia e dallo straordinario pallore del suo volto, nonostante il rossore che per un attimo le colorí le guance smorte. Aveva occhi da febbricitante. Senza parlare e con un gesto frettoloso tese la mano al principe, e si vedeva che era affannata e sconcertata. A me non diede neppure uno sguardo. Io stavo in piedi e aspettavo in silenzio.
– Dunque, eccomi qua! – prese a dire il principe in tono allegro e amichevole. – Sono tornato poche ore fa. In tutto questo tempo non mi siete mai uscita di mente, – e le baciò affettuosamente la mano, – e quanto, quanto, ho riflettuto su di voi! Quante cose mi sono proposto di dirvi, di riferirvi... Ma adesso avremo tanto tempo per discorrere... Anzitutto, il mio farfallino che, come vedo, non è ancora qui...
– Scusate, principe, – l’interruppe Nataša, rossa e confusa, – avrei da dire due parole a Ivan Petrovič. Vanja, andiamo di là... soltanto due parole...
Mi prese per mano e mi portò dietro il paravento.
– Vanja, – sussurrò, traendomi nell’angolo piú buio, – mi perdonerai?
– Ma che dici, Nataša!
– No, no, Vanja, tu mi hai perdonato troppe cose e troppo spesso: ogni pazienza ha un limite. Non cesserai mai di volermi bene, lo so, ma mi darai dell’ingrata, e io ieri e ieri l’altro sono stata ingrata, egoista, crudele con te...
Scoppiò improvvisamente a piangere e appoggiò il viso alla mia spalla.
– Calmati, Nataša, – mi affrettai a rassicurarla. – Sono stato molto male tutta la notte, sai, e anche adesso mi reggo a stento in piedi; per questo non sono venuto ieri sera e neppure oggi, e tu invece vai a pensare che me la sono avuta a male... Amica mia cara, credi forse che io non sappia quel che avviene ora nella tua anima?
– E va bene... dunque mi hai perdonata, come sempre, – disse sorridendo tra le lacrime e stringendomi la mano sino a farmi male. – Il resto a piú tardi. Ho tante cose da dirti, Vanja. Ma ora torniamo da lui.
– E al piú presto, Nataša; l’abbiamo lasciato cosí bruscamente...
– Adesso vedrai, vedrai quel che succede, – mi sussurrò in fretta. – Adesso so tutto; ho indovinato tutto. Il solo colpevole è lui. Stasera si decideranno molte cose. Andiamo!
Non compresi, ma non c’era tempo di far domande. Con un volto sereno Nataša andò verso il principe che stava tuttora in piedi, col cappello in mano. Si scusò allegramente con lui, gli prese il cappello, gli avvicinò una seggiola e ci sedemmo tutt’e tre intorno al tavolino.
– Avevo cominciato a parlare del mio sventatello, – continuò il principe. – L’ho visto solo un attimo, giú nella strada, mentre saliva in carrozza per andare dalla contessa Zinaida Fëdorovna. Aveva una fretta da non dirsi e, figuratevi, si è perfino rifiutato di smontare per salire in casa con me dopo quattro giorni di separazione. E forse, Natal′ja Nikolaevna, è colpa mia se egli non si trova qui e se siamo arrivati prima di lui; ho approfittato dell’occasione, e non avendo potuto recarmi in giornata dalla contessa, gli ho affidato un messaggio. Ma sarà qui a momenti.
– Vi ha davvero promesso di venire qui oggi? – domandò Nataša, guardando il principe con aria perfettamente ingenua.
– Ah, Dio mio, ci mancherebbe altro che non venisse! Sono cose da chiedersi? – esclamò lui, meravigliato, guardandola con attenzione. – D’altronde, lo capisco, siete in collera con lui. Infatti, può sembrare brutto da parte sua arrivare dopo tutti gli altri. Ma, ripeto, è colpa mia. E non prendetevela con lui. È leggero, sconsiderato; non lo difendo, tuttavia certe particolari circostanze esigono non solo che egli non diserti in questo momento la casa della contessa e non trascuri le altre sue relazioni, ma che, anzi, moltiplichi le sue visite. E siccome, probabilmente, non si stacca piú da voi e ha dimenticato tutto il resto, non inquietatevi, per favore, se ve lo prenderò un paio d’ore al giorno, non di piú, per affidargli qualche incarico. Sono sicuro che da quella sera non ha piú messo piede in casa della principessa K. e mi dispiace tanto di non aver avuto il tempo di chiederglielo, poco fa!
Guardai Nataša. Ascoltava il principe con un sorriso lievemente ironico. Lui, però, parlava con tanta semplicità, con tanta naturalezza che sembrava impossibile sospettarlo di qualche cosa.
– E non sapevate davvero che in tutti questi giorni egli non è mai stato da me? – chiese Nataša con voce sommessa e pacata, come se parlasse di un fatto che non aveva per lei nessuna importanza.
– Come? Non c’è mai stato? Scusate, che cosa dite? – esclamò il principe, apparentemente molto stupito.
– Siete venuto da me martedí sera, sul tardi; il mattino seguente egli è stato qui mezz’ora e da allora non l’ho piú visto.
– Ma è incredibile! – Il suo stupore andava crescendo. – Credevo proprio che non si staccasse da voi. Scusate, è cosí strano... addirittura incredibile.
– Ma è vero, tuttavia, ed è un gran peccato: vi aspettavo appunto con la speranza di sapere da voi dove si trova.
– Ah, Dio mio! Ma a momenti sarà qui. E tuttavia, ve lo confesso, quel che mi avete detto mi ha sbalordito a tal punto che io... tutto mi sarei aspettato da lui ma questo... questo poi!
– Come vi stupite! Io invece credevo che non solo non vi sareste meravigliato, ma che fin da prima sapevate che sarebbe andata cosí.
– Lo sapevo! Io? Vi assicuro, Natal′ja Nikolaevna, che l’ho visto soltanto per un attimo, oggi, e che non ho chiesto di lui a nessuno; e mi sembra strano che abbiate l’aria di non credermi, – continuò, guardandoci entrambi.
– Dio guardi! – ribatté Nataša, – sono piú che convinta che avete detto la verità.
E rise di nuovo proprio in faccia al principe che sembrò trasalire.
– Spiegatevi! – disse egli, sconcertato.
– Non c’è nulla da spiegare. È semplicissimo. Voi sapete bene come è sventato, smemorato. Ora che gli è stata data piena libertà, si sarà incapricciato di qualcuno.
– Ma è impossibile che si sia lasciato trascinare fino a questo punto, qui sotto ci dev’essere qualcosa e appena arriverà, lo costringerò a spiegare questa faccenda. Quel che, piú di tutto, mi meraviglia, però, è che voi sembriate volermi accusare, quando invece non ero neppure a Pietroburgo. Del resto, Natal′ja Nikolaevna, vedo che siete molto in collera con lui, e si capisce! Ne avete ogni diritto, e... e... beninteso, il primo colpevole sono io, se non altro perché sono arrivato qui per primo; non è vero? – chiese, rivolgendosi a me con un sorriso stizzoso.
Nataša si fece di fiamma.
– Permettete, Natal′ja Nikolaevna, – continuò egli con sussiego, – ammetto di essere colpevole, ma solo in quanto sono partito il giorno dopo avervi conosciuta, sicché voi, con quella certa diffidenza che noto nel vostro carattere, siete già riuscita a cambiare la vostra opinione a mio riguardo, tanto piú che a ciò hanno contribuito le circostanze. Se non fossi partito, avreste imparato a conoscermi meglio e in quanto ad Alëša, sotto la mia sorveglianza non avrebbe commesso delle leggerezze. Oggi stesso sentirete quante gliene dirò.
– Ossia farete in modo che cominci a stancarsi di me. Data la vostra intelligenza, è impossibile che crediate davvero di aiutarmi con questo mezzo.
– Non vorrete per caso insinuare che agisca cosí di proposito, affinché egli si stanchi di voi? Mi offendete, Natal′ja Nikolaevna.
– Con chiunque parli, evito per quanto è possibile di ricorrere alle insinuazioni, – rispose Nataša, – anzi, cerco sempre di parlare molto francamente, della qual cosa vi persuaderete oggi stesso. Non voglio offendervi, e sarebbe inutile, del resto, se non altro perché non vi sentireste offeso dalle mie parole, qualunque cosa vi dicessi. Di questo sono certissima, perché capisco perfettamente quali siano i nostri rapporti reciproci: voi non potete prenderli sul serio, nevvero? Ma se vi ho davvero offeso, sono pronta a chiedervi scusa, tanto per adempiere verso di voi i doveri... dell’ospitalità.
Nonostante il tono leggero e quasi scherzoso col quale Nataša aveva pronunziato la frase, col sorriso sulle labbra, non l’avevo mai vista cosí esasperata. Solo allora compresi quanto avesse sofferto in quei tre giorni. Mi spaventai ripensando alle sue parole misteriose: che essa sapeva ormai tutto e aveva indovinato tutto: si riferivano indubbiamente al principe. Aveva mutato opinione su di lui e lo considerava suo nemico, ciò era chiaro. Ed era altrettanto chiaro che attribuiva all’influenza del principe tutte le sue disavventure con Alëša, e forse, aveva qualche fondato motivo di pensare cosí. Temevo che, da un momento all’altro, scoppiasse fra di loro una scenata. Il suo tono scherzoso era troppo scoperto, troppo palese. Le ultime parole al principe: che cioè egli non poteva prendere sul serio i rapporti che correvano fra di loro; la frase sui doveri dell’ospitalità in nome dei quali si scusava, la promessa, per non dire la minaccia, di dimostrargli quella stessa sera che essa sapeva parlare francamente, tutto ciò era cosí pieno di sarcasmo e cosí poco dissimulato che era impossibile che il principe non l’avesse capito. Vidi che si era alterato in viso, ma egli sapeva padroneggiarsi. Finse subito di non aver notato quelle parole, di non averne inteso il vero significato e, com’era prevedibile, se la cavò con uno scherzo.
– Dio mi guardi dal pretendere delle scuse! – replicò ridendo. – Non ci pensavo nemmeno, e del resto non è nelle mie consuetudini esigere scuse da una donna. Fin dal nostro primo incontro vi ho messa in guardia contro il mio carattere, e voi, quindi, non prenderete in mala parte una mia osservazione, tanto piú che essa si estende a tutte le donne in generale, – proseguí, rivolgendosi cortesemente a me. – Ho notato, cioè, nel carattere femminile un tratto per cui se, ad esempio, una donna è colpevole di qualche cosa, essa acconsentirà piú tardi, in un secondo tempo, a riparare la sua colpa con mille carezze, anziché riconoscerla lí per lí, e chiedere perdono mentre è piú evidente la prova della sua mancanza. Di conseguenza, pur supponendo che mi abbiate offeso, non voglio scuse adesso, su due piedi; ci guadagnerò in seguito, quando riconoscerete il vostro errore e vorrete pagarne il fio... facendomi mille carezze. E siete cosí buona, cosí pura, cosí spontanea, cosí espansiva che il momento in cui vi pentirete, già lo presento, sarà incantevole. Invece di scusarvi, ditemi piuttosto subito se non posso oggi stesso provarvi in qualche modo che agisco con voi assai piú sinceramente e francamente di quanto non mi crediate capace.
Nataša arrossí. Anch’io credetti di sentire nella risposta del principe un tono troppo leggero, se non addirittura sprezzante, una giocosità impudente.
– Volete dimostrarmi che siete franco e schietto con me? – domandò Nataša, guardandolo con aria di sfida.
– Sí.
– Se è cosí, esaudite una mia preghiera.
– Ve ne do la mia parola fin d’ora.
– Eccola: non inquietate Alëša né con una parola, né con una allusione a me, né oggi né domani. Nessun rimprovero per avermi dimenticata; nessun predicozzo. Voglio cioè poterlo accogliere come se nulla fosse accaduto fra noi e in modo che egli non possa accorgersi di nulla. Ecco quel che mi occorre. Mi date la vostra parola?
– Con grandissimo piacere, – rispose il principe, – e permettetemi di aggiungere con tutta sincerità che ben di rado ho incontrato qualcuno che abbia un modo piú ragionevole e piú chiaro di vedere certe cose. Ma, se non sbaglio, ecco anche Alëša.
Dall’anticamera, infatti, giunse un rumore. Nataša trasalí come se si preparasse a qualche cosa. Il principe sedeva con una faccia seria, aspettando gli eventi, e non staccava gli occhi da Nataša. Ma la porta si aprí e Alëša irruppe nella stanza.
II.
Irruppe nel vero senso della parola e corse verso di noi, lieto, soddisfatto, con un viso raggiante. Si vedeva che aveva trascorso allegramente e felicemente quei quattro giorni. Gli stava scritto in faccia che aveva qualche cosa da comunicarci.
– Eccomi! – annunziò con voce squillante. – Ecco colui che avrebbe dovuto esser qui per primo. Ma adesso saprete tutto, tutto, tutto! Dianzi, papà, non abbiamo avuto il tempo di scambiare due parole; io, invece, avevo tante cose da dirti. Solo nei suoi momenti buoni lui mi permette di dargli del tu, – s’interruppe, rivolgendosi a me, – il resto del tempo vi giuro che me lo proibisce! E sapete che tattica usa? Incomincia per primo a darmi del voi. Da oggi però, voglio che tutti i suoi momenti siano buoni, e farò in...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Umiliati e offesi
  3. Nota biografica
  4. Bibliografia essenziale
  5. Umiliati e offesi
  6. Parte prima
  7. Parte seconda
  8. Parte terza
  9. Parte quarta
  10. Epilogo - Ultimi ricordi
  11. Dostoevskij: lo scrittore - di Pierre Pascal
  12. Il libro
  13. L’autore
  14. Dello stesso autore
  15. Copyright