Prima di morire addio
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Prima di morire addio

  1. 208 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Prima di morire addio

Informazioni su questo libro

Nell'afa della Città eterna, le stanze della Biblioteca Vaticana sembrano coprire delitti ben piú torbidi del furto di un disegno di Michelangelo. La mano ferma e ironica di Fred Vargas tesse qui un giallo raffinato e potente. Con un vescovo un po' eccentrico sul punto di diventare cardinale, diplomatici, esperti e mercanti d'arte, una bellissima parigina che fa troppi viaggi a Roma, e tre studenti francesi che l'adorano. E dove il segreto piú oscuro, come sempre, è nascosto nelle profondità del cuore.

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Informazioni

Editore
EINAUDI
Anno
2014
Print ISBN
9788806182328
eBook ISBN
9788858402580

XX.

Da due ore Richard Valence non faceva piú nulla. Aveva riordinato gli appunti, sgomberato il tavolo e, immobile sulla sedia, guardava i tetti di Roma attraverso la finestra chiusa. Presto sarebbe scesa la sera. Ciò che avevano da dirgli l’ispettore Ruggieri e monsignor Vitelli non gli interessava. Aveva concluso il suo rapporto, ne avrebbe consegnato una copia alla polizia italiana, ne avrebbe inviata un’altra a Édouard Valhubert, avrebbe tenuto l’originale, per ricordo, e l’indomani sarebbe tornato a Milano. La bomba sarebbe esplosa dietro di lui. Era finita.
Era finita e lui rimaneva, massiccio e immobile, a osservare i tetti di Roma. Un vero casino, i tetti di Roma. Avrebbe consegnato quel rapporto e se ne sarebbe andato. Chiuso.
Édouard Valhubert si sarebbe infuriato. Lo aveva mandato lí per insabbiare il caso, e invece lui aveva portato alla luce una soluzione terribile di cui nessuno voleva neppure aver sentore. Il suo intervento avrebbe prodotto l’effetto contrario rispetto a quello auspicato a Parigi. Era ancora in tempo, ovviamente, per spedire quel rapporto direttamente al ministro. E nessuno ne avrebbe saputo niente. Era ciò che doveva fare. Andare a salutare Ruggieri, consegnare le sue conclusioni a Édouard Valhubert, e lasciar decidere al ministro quale seguito dare alla faccenda. Ossia, nessun seguito, beninteso. Avrebbero trovato un inafferrabile capro espiatorio per dare a quella deprecabile storia un finale adeguato. Era ciò che doveva fare.
Era esattamente ciò che non avrebbe fatto. Aveva cavato fuori la verità, l’avrebbe resa nota e nessuno sarebbe riuscito a fargli cambiare idea. In realtà, aveva una gran voglia che quella verità venisse divulgata e avrebbe fatto di tutto perché lo fosse.
Appoggiò le mani sul tavolo e si alzò lentamente, con le ginocchia intorpidite. Ripiegò il rapporto e se lo infilò nella giacca.
Nel corridoio dell’albergo camminava rapido, stringendo i pugni chiusi in tasca. Vide Tiberio solo all’ultimo istante, proprio mentre il ragazzo gli sbarrava l’accesso all’ascensore.
– Non si passa, – disse Tiberio.
Valence indietreggiò. Tiberio aveva l’aria di essere spossato e sovreccitato. Aveva una barba di due giorni e a quanto pare non si era cambiato d’abito dall’ultima volta che l’aveva visto a casa sua. I pantaloni neri erano coperti della polvere estiva di Roma, e sembrava che avesse tristemente vagabondato senza dormire né mangiare. Per la verità, aveva un’aria piuttosto minacciosa. Valence lo vedeva tendere il corpo per impedirgli di passare. Quella risolutezza e quei vestiti impolverati gli conferivano una specie di eleganza avventurosa che Valence apprezzò. Ma Tiberio non lo impressionava.
– Togliti di mezzo, Tiberio, – disse con calma.
Tiberio si irrigidí per ostacolare il movimento di Valence. Teneva le mani appoggiate agli stipiti metallici della cabina, bloccando in tutta la larghezza la porta dell’ascensore, e fletteva le gambe. Gambe solide. Polverose ma solide.
– Che vai cercando, giovane imperatore? Che vuoi da me?
– Voglio che lei parli subito con me, – rispose Tiberio scandendo le sillabe. – Da quattro giorni qualcosa di grave prende forma nella sua mente granitica e in quella sua stanza murata del cavolo. Non passerà se prima non mi dice di che si tratta.
– Mi dai degli ordini? A me?
– Se deve succedere qualcosa a Laura, sarò qui per impedirlo. Tanto vale che lei lo sappia.
– Mi fai ridere. E cosa ti fa pensare che sia implicata?
– Perché so che lei desidera ardentemente che le succeda qualcosa. E io desidero ardentemente che non le succeda niente.
– Sai che la signora Valhubert è abbastanza grande per cavarsela senza di te?
– Sono io che non ho intenzione di cavarmela senza di lei.
– Capisco. E cosa ti fa pensare che le succederà qualcosa? Laura Valhubert era in Francia quando hanno ucciso suo marito, no?
– Duemila chilometri di alibi non la fermerebbero se si mettesse in testa di farla fuori. E io so che lei vuole farla fuori.
– Si direbbe che tu sappia un sacco di cose, Tiberio. E chi ti informa?
– I miei occhi. L’ho letto sulla sua fronte, sulle sue labbra, nei suoi occhi, quando ha parlato di lei. Sta per distruggerla, perché è una cosa che va fatta.
– Lasciami passare, Tiberio.
– No.
– Lasciami passare.
– No.
Tiberio era forte e piú giovane di lui, ma Valence sapeva che avrebbe comunque avuto la meglio se avesse deciso di colpirlo. Esitò. Tiberio sosteneva il suo sguardo, era pronto. Valence non aveva troppa voglia di rompergli i denti, potendo evitarlo. E spaccargli la faccia non gli avrebbe procurato nessun piacere. E poi, dopotutto, era deciso a divulgare i suoi risultati, contrariamente agli ordini del ministro: poteva anche parlarne subito con Tiberio. Perché, presto o tardi, prima dell’indomani, Tiberio avrebbe saputo la verità. Quindi, forse era meglio che gli giungesse da lui, rapida e diretta.
– Vieni, – disse Valence, – usciamo. Prendiamo le scale. Ne ho abbastanza di quella camera.
Tiberio mollò gli stipiti dell’ascensore. Scesero le scale uno accanto all’altro piuttosto in fretta. Valence gettò la chiave sul banco e Tiberio lo seguí in strada.
– E allora, giovane Tiberio? Cosa ti interessa?
– I suoi pensieri.
– Niente da fare. Non li avrai. Avrai semplicemente i fatti.
– Cominciamo da quelli.
– Sei fortunato che accetti di risponderti. Non mi è mai capitato di rispondere solo perché me lo chiedevano. Non so per quale motivo faccio un’eccezione per te.
– È perché sono un imperatore, – ribatté Tiberio sorridendo.
– Probabile. I fatti non sono molti, ma bastano a capire tutto, se non si interrompono i nessi che li collegano con inutili complicazioni e personaggi secondari. Sei giorni fa Henri Valhubert è arrivato improvvisamente a Roma. La sera stessa l’hanno ucciso davanti a palazzo Farnese, proprio mentre cercava di vedere suo figlio. Sul luogo si trovavano quindi Claude, tu e Nerone, nonché Gabriella Delorme, che non aveva segnalato la sua presenza a nessuno. Per un po’ la polizia ha sondato la pista di Michelangelo, incaricando persino Lorenzo Vitelli di fungere da tramite in Vaticano. La scoperta della parentela di Gabriella ha cambiato la situazione, e modificato il movente dell’omicidio, potendo dimostrare che era Gabriella lo scopo del viaggio di Valhubert. Ho passato quattro giorni a indagare per telefono a Parigi, e ho ottenuto l’assicurazione formale che in effetti era proprio cosí. In questi ultimi tempi Henri Valhubert era preoccupato per i frequenti viaggi a Roma di sua moglie, che non si giustificavano piú da quando i genitori Delorme si erano trasferiti piuttosto lontano dalla capitale. Deve aver temuto che avesse un amante e l’ha fatta pedinare da un investigatore privato, procedimento sordido ma efficace, piuttosto conforme a ciò che abbiamo appreso del personaggio. Quell’investigatore, Marc Martelet, teneva Laura sotto controllo non appena arrivava a Roma, da quattro mesi. Non chiedermi da dove ho avuto queste informazioni, è semplicissimo. La segretaria di Valhubert aveva annotato gli appuntamenti del suo principale e di Martelet. Mi è bastato chiamare Martelet, che per via dell’assassinio di Henri Valhubert non era piú tenuto al segreto professionale. Martelet gli aveva già consegnato alcune fotografie di Gabriella e tre rapporti, da cui si apprendeva che la signora Valhubert aveva una figlia a Roma, che veniva a trovarla da diciotto anni, e che le assicurava un livello di vita del tutto adeguato. Da dove venivano i soldi? Martelet non aveva ancora la risposta. Ma recentemente si era verificato un fatto curioso: una sera Laura Valhubert ha raggiunto un gruppo di uomini in una via nei pressi dell’hotel Garibaldi. Hanno camminato insieme per un paio di minuti e, giunti alla fine della strada, si sono separati in silenzio. Lei è tornata in albergo da sola, senza che nessuno di loro la riaccompagnasse. Martelet ne ha seguito uno, quello che sembrava il capobanda, ed è riuscito a identificarlo. È noto alla polizia romana con il curioso soprannome di «Dorifora». Per via delle patate, a quanto pare. Le dorifore mangiano le foglie delle patate. Insomma, non è molto chiaro.
– Me ne frego delle patate. E allora, il Dorifora?
– È a capo di una banda di ladri che compiono rapine in tutta Roma. È difficile coglierlo in flagrante. La polizia aspetta un grosso colpo per avere la sicurezza che gli infliggano una condanna pesante. Sta di fatto che Laura Valhubert, consorte di un ricco editore parigino, è in affari con il Dorifora. Non dici piú niente, Tiberio?
– Continui, – rispose Tiberio in un soffio. – Vuoti il sacco, vaglieremo dopo.
– È in affari con il Dorifora e i suoi malavitosi di periferia. Nel rapporto, Martelet suggeriva, come ipotesi da verificare, che Laura ne ricavasse di che mantenere Gabriella. La sua posizione sociale privilegiata, la notorietà di suo cognato Édouard, i suoi regolari andirivieni fra Roma e Parigi fanno di lei una complice perfetta per smerciare roba compromettente. La banda ruba a Roma, e Laura trasferisce una parte del bottino a ricettatori parigini, in cambio di una buona percentuale. Il che spiegherebbe perché la polizia si sforzi invano di capire come il Dorifora piazzi la refurtiva, e anche perché Laura Valhubert si rifiuti di prendere l’aereo. Il treno facilita l’anonimato dei bagagli. Capisci, Tiberio? Deve pur trovare, in un modo o nell’altro, i soldi che spende da ventiquattro anni per Gabriella, visto che Henri Valhubert non le ha mai concesso nessuna autonomia economica. Impossibile sottrarre la benché minima somma al bilancio familiare senza che Henri Valhubert la annoti su un registro. E i genitori Delorme non hanno un soldo. Quindi il denaro veniva da un’altra parte. Aggiungi che, da bambino, il Dorifora, all’anagrafe Vento Rietti, abitava a qualche via di distanza dalla casa dei Delorme. Il traffico deve essere cominciato già con la nascita di Gabriella, dapprima in modo occasionale e diventando poi sistematico. Tutti questi particolari restano da verificare, certo; ma ho già elementi ampiamente sufficienti per un’incriminazione. Non c’è molto da stare allegri, vero?
– A che serve tutto ciò? – ruggí Tiberio. – Cosa cerca di dimostrare? Laura non può aver commesso l’omicidio dalla sua casa di campagna!
– Ma avrebbe potuto farlo sua figlia. Avrebbero potuto mettersi d’accordo. Immagina che, di ritorno dal suo ultimo viaggio, abbia cercato quei rapporti inviati da Martelet. È molto probabile che a Roma avesse avuto l’impressione di essere pedinata e, messa in allerta, abbia frugato nella scrivania del marito. Martelet precisa infatti nel suo ultimo rapporto che temeva di essere stato notato e che probabilmente avrebbe dovuto cambiare «segugio». Supponi, giovane imperatore, che abbia trovato quei rapporti che la inchiodano. Supponi inoltre che Henri Valhubert, di cui apprende l’imminente partenza per Roma, metta insieme gli ultimi elementi di prova… Cosa rimane, allora, della vita di Laura Valhubert? La rovina, la condanna, il carcere? È grave, non ti pare? E quando l’uomo che ti minaccia a quel modo non ti sta particolarmente a cuore…
– Laura non avrebbe mai trascinato sua figlia in un caso di omicidio! – gridò Tiberio. – Lei non può supporre cose cosí squallide! Laura non agisce per procura! Laura non ha mai dissimulato né represso il minimo sentimento. Se Laura ama qualcuno, lo bacia; se Laura beve, si ubriaca, e lo dice; se si rompe le palle, se ne va da tavola nel bel mezzo del pranzo, dicendo che si sta rompendo le palle; e se vuole uccidere qualcuno, lo uccide. E lo uccide personalmente, e dice perché! Ecco com’è Laura. Ma c’è una cosa che lei, invece, non sa: Laura se ne frega di uccidere, anche se la miseria non le piace.
– Nascondere Gabriella e mentire a suo marito per tanti anni non quadra con quello che racconti di lei, no?
– È perché Henri, per quanto fosse intelligente, era un idiota e sarebbe stato implacabile nei confronti di Gabriella. Con gli idioti, Laura risparmia le forze. Ed è un saggio comportamento. A noi non ha mai nascosto Gabriella.
– E perché avrebbe sposato un idiota? Per i soldi?
– Questo è inspiegabile. Sono fatti suoi. Non per i soldi.
– Tu la idealizzi, Tiberio. E quindi perdi la bussola. Laura Valhubert ti frastorna e t...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Prima di morire addio
  3. I.
  4. II.
  5. III.
  6. IV.
  7. V.
  8. VI.
  9. VII.
  10. VIII.
  11. IX.
  12. X.
  13. XI.
  14. XII.
  15. XIII.
  16. XIV.
  17. XV.
  18. XVI.
  19. XVII.
  20. XVIII.
  21. XIX.
  22. XX.
  23. XXI.
  24. XXII.
  25. XXIII.
  26. XXIV.
  27. XXV.
  28. XXVI.
  29. XXVII.
  30. XXVIII.
  31. XXIX.
  32. XXX.
  33. XXXI.
  34. XXXII.
  35. XXXIII.
  36. XXXIV.
  37. XXXV.
  38. Il libro
  39. L’autore
  40. Dello stesso autore
  41. Copyright