1. La nuova interpretazione del platonismo.
Nella storiografia filosofica corrente, il pensiero della tarda antichità è considerato come un’appendice di scarso interesse teorico, benché importante dal punto di vista storico1. Le ricerche specialistiche, invece, hanno da tempo ristabilito un giudizio piú profondo ed equo sulla filosofia tardo-antica e sulla personalità che la domina, Plotino. La nuova interpretazione del pensiero di Platone che egli ha proposto, in parte seguendo la tradizione esegetica anteriore2, in parte innovando rispetto ad essa, è oggi studiata come una delle riflessioni piú significative sui problemi costanti del platonismo: come è possibile che l’anima sia unita al corpo, se essa è di natura diversa? ma se non fosse di natura diversa, come potrebbe conoscere realtà che certamente non sono corporee, le Forme? che cosa significa propriamente la partecipazione delle cose alle Forme? è possibile che le Forme siano una molteplicità originaria? e se non lo sono, qual è il loro principio? Ripensando questi problemi alla luce delle critiche che Aristotele aveva rivolto a Platone, Plotino ha elaborato una dottrina filosofica che presenta molti elementi in comune con il pensiero di Platone, ma se ne distingue per alcuni aspetti propri e originali.
Si incontra in Plotino, infatti, una concezione dell’anima che, proprio per rispondere alle critiche aristoteliche del dualismo platonico, ne fa un essere «anfibio»3, sempre collocato sul confine tra i due mondi, quello che cogliamo con i sensi e quello che raggiungiamo solo con l’intelletto4. Egli ha elaborato una visione del mondo intelligibile che, con scandalo dei platonici suoi contemporanei5, sostituisce all’esegesi piú diffusa del Timeo – quella nella quale il mondo intelligibile è distinto dall’intelletto divino, che lo contempla per produrre il cosmo visibile – una nuova interpretazione, nella quale l’artefice del cosmo non è distinto dal modello intelligibile, ma coincide con esso. Cosí come l’intelletto divino del XII libro della Metafisica di Aristotele, nella propria perfezione, non ha altro contenuto intellettuale che se stesso, anche l’intelletto divino di Plotino è l’insieme, la pienezza e la perfezione di tutti i principî intelligibili, e ne ha un’intellezione eterna e simultanea. Un’ultima, importante novità rispetto a Platone si incontra, negli scritti di Plotino, a proposito del primo principio. Fra le difficoltà sollevate dall’ipotesi delle Idee, quella di assegnare loro un’origine non è certo la minore: esse sono descritte da Platone come «i veri esseri», dai quali le cose sensibili dipendono per il loro essere e per la loro conoscibilità; ma se questi «veri esseri» siano una molteplicità originaria, o se dipendano a loro volta da altri principî, anteriori e ancora piú semplici e potenti, rimane una questione aperta. I filosofi contemporanei a Platone – Speusippo, Senocrate, Aristotele – testimoniano in vario modo l’esistenza di questo problema e le soluzioni che ne sono state tentate. In seguito, mano a mano che la distanza da Platone aumenta, una scuola platonica, identificata dall’adesione alle sue dottrine, si sostitusce lentamente all’istituzione da lui fondata e basata sul suo insegnamento6. Di fronte alla difficoltà di interpretare il pensiero di Platone, dovuta soprattutto alla forma dialogica della sua opera, i platonici antichi hanno spesso cercato di fornirne un’esposizione sistematica7, spiegando un dialogo con l’altro; cosí facendo, essi hanno talora ricostruito la dottrina platonica secondo uno schema articolato in tre principî e derivato dal Timeo: Dio, il modello intelligibile e la materia8. Questa presentazione della dottrina dei principî di Platone si fonda sul presupposto per cui il celebre passo della Repubblica in cui Platone accenna al problema dell’origine delle Forme va interpretato con l’aiuto del Timeo: dato che l’artefice divino del cosmo, nel Timeo, è descritto come «buono», e dato che nel VI libro della Repubblica viene stabilito (anche se in modo abbastanza problematico)9 un rapporto di derivazione fra le Forme e la forma del Bene, i platonici hanno spesso identificato questa forma del Bene con l’intelletto divino del Timeo. Plotino, invece, non si serve del Timeo per spiegare l’allusione di Platone alla forma del Bene, ma ricorre al Parmenide10. In questo dialogo, Platone aveva sostenuto che l’uno, se è «uno», non può avere nessuno dei caratteri che sono propri del molteplice; di conseguenza, dell’uno non si può dire che «è», perché l’essere comporta sempre una molteplicità di modi e relazioni. Convinto che Platone stesse parlando esattamente dello stesso principio quando, nel VI libro della Repubblica, collocava il Bene «al di là dell’essere» e quando, nel Parmenide, diceva dell’uno che, se è «uno», non «è», Plotino ha reso l’Uno-Bene il principio dell’essere e delle Forme, anteriore all’essere e alle Forme e dunque non descrivibile da parte del nostro intelletto, benché la sua necessaria esistenza e la sua causalità universale siano accessibili al ragionamento e possano essere stabiliti con sicurezza dalla ricerca filosofica. Per questo motivo, Plotino pensa che la dottrina dei tre principî Uno, Intelletto e Anima – necessari, tutti e soli, per spiegare il mondo che ci circonda e noi stessi – non sia una dottrina innovativa, ma sia patrimonio comune della filosofia greca, anche se alcuni filosofi l’hanno espressa in modo piú chiaro e completo di altri11.
È cosí nata, nel III secolo dell’èra cristiana, una concezione filosofica che è erede del platonismo e dell’aristotelismo ma al tempo stesso è profondamente originale e ha influenzato in modo decisivo le ere successive e le aree linguistiche che, nel corso dei secoli, sono venute in contatto con la filosofia greca: quella araba e quella latina. Alcuni temi che consideriamo patrimonio comune della nostra cultura filosofica – per non citare che un solo esempio, il tema dell’infinità e indicibilità di Dio – non provengono infatti direttamente dall’eredità della Grecia classica, ma sono stati elaborati dal platonismo tardo12 e trasmessi dapprima alla cultura cristiana e latina, alla fine dell’antichità; poi alla falsafa13 nascente, nell’epoca delle traduzioni greco-arabe; e poi di nuovo, a partire dalla seconda metà del XII secolo, alle università di tutta Europa, attraverso la traduzione delle opere dei falāsifa14 che, come Avicenna, hanno recepito l’eredità greca e ne hanno fatto il punto di partenza delle proprie dottrine originali.
2. Il platonismo dopo Plotino e la sistematizzazione dell’insegnamento della filosofia.
Plotino aveva affidato la propria concezione del platonismo a trattati di lunghezza assai diversa tra loro e di struttura compositiva piuttosto varia, nei quali aveva affrontato le aporie principali del pensiero di Platone, formulato le proprie soluzioni, discusso le ulteriori difficoltà implicate in queste ultime e anche criticato le tesi sulle quali aveva ritenuto necessario prendere posizione, come la dottrina categoriale aristotelica, ad esempio, o la concezione gnostica della caduta dell’anima in un universo malvagio. Egli non curò personalmente l’ekdosis dei propri scritti15: fu Porfirio, il quale entrò a far parte della scuola di Plotino a Roma e rimase presso di lui per sei anni, a ricevere l’incarico di pubblicarli; egli adempí questo compito solo molto piú tardi, trent’anni dopo la morte di Plotino, avvenuta nel 27016. È importante osservare che Porfirio non ricevette da Plotino la propria formazione filosofica, anche se ebbe per lui un’autentica venerazione, riflessa nella biografia che introduce la sua edizione degli scritti del ...