Se ne stava sulla porta, appoggiato con indolenza allo stipite, come se fosse venuto per fare uno scherzo.
«Ha detto Franco che devi stare attenta», si strinse le labbra tra le dita, a mo’ di lucchetto, ridacchiando.
Non disse altro, restava lí senza andare né avanti né indietro, con l’insolenza di chi si trova dalla parte del piú forte, sa di avere tempo e di non dover temere nulla. Wanda fece per chiudere la porta ma l’uomo la fermò poggiando con decisione la mano sul battente.
«Sta’ ferma, che fai? Ha detto che vuole la risposta».
Lo fissò, incerta. Che voleva dire «risposta» in quelle condizioni? Era lei a essere indagata dalla procura, degli altri nessuno sapeva niente, nemmeno di ciò che era veramente successo quella notte davanti al poligono.
L’uomo doveva essere sui trent’anni, uno di quei bellocci con le guance già un po’ pesanti, scure di barba, un alone di brillantina, di lavanda dozzinale, lo stomaco sporgente, il segno del benessere. La guardava irridente, fissando la scollatura della vestaglia che nel movimento brusco s’era leggermente aperta scoprendo l’inizio del seno. Con un gesto istintivo Wanda riaccostò i lembi. Lui diventò aggressivo, le afferrò il polso e la costrinse a riaprire.
«Lascia perdere, – disse. – Che ti metti a fare, la vergine?»
Intanto aveva infilato la mano sotto la vestaglia afferrandole un capezzolo. Lo stringeva forte, lei sentí la fitta di dolore risalire fino alla base del cranio, insieme a un moto di ribellione, il sangue che arrivava al viso. Non poteva fare niente, né rientrare in casa dove l’uomo l’avrebbe seguita – ed era peggio –, né gridare, perché non voleva che i vicini sentissero. Era bloccata sulla porta con quello che le torceva il capezzolo e la voglia di piangere.
«Ma che vuoi, te ne vuoi andare figlio di puttana?»
«La risposta, – fece l’altro di rimando, senza raccogliere. – Devo portare la risposta, lo sai com’è fatto Franco».
Wanda non capiva: non c’era stata nessuna domanda. Lasciò perdere la vestaglia, rinunciò ad accostare la porta, voleva solo che lui sparisse. Udí dei passi sul pianerottolo del piano di sopra. Ignazio era morto da poche settimane, ufficialmente lei era una vedova, tutto il resto non contava niente, né per i vicini né per i giornali. Sapeva una sola cosa: se voleva che quello se ne andasse doveva umiliarsi a chiedere.
«Quale risposta?» domandò sottovoce.
Il tipo sorrise soddisfatto, aveva colto il cedimento.
«Che devi stare attenta a quello che fai e non una parola. Devi sparire. Ripeti».
«Sparire come? Dove vado?»
«Dove cazzo ti pare, sparisci».
«Ma non posso muovermi, il giudice ha detto…»
«De-vo spa-ri-re, fammelo sentire bello chiaro».
«Va bene, vado via… devo sparire».
Il tipo ritirò la mano e le dette una specie di carezza sul viso; poi estrasse dal taschino un piccolo registratore e riavvolse il nastro. Riudí la voce di lei, netta su un leggero fruscio di fondo, che ripeteva: Va bene, vado via… devo sparire.
«Brava, adesso ricordatelo», sussurrò agitando il registratore. Fece ciao ciao con la mano e s’avviò.
Wanda avrebbe voluto sbattere la porta ma si trattenne: il gesto di rabbia, il tonfo, avrebbero solo confermato la sua impotenza. Accostò piano, si diresse verso il salotto, aveva una forte nausea ma accese lo stesso una sigaretta. Un gesto meccanico, il gusto del fumo però accresceva il fastidio. La schiacciò subito in una tazzina. Adesso erano le lacrime che salivano a pungerle le palpebre. Le lasciò scorrere. Prima che quello arrivasse sapeva solo di essersi cacciata in un orribile guaio. Ignazio, ucciso in quel modo, e soprattutto tutto ciò che le era caduto addosso dopo, erano state cose da cancellare ogni dolore, se mai lo avesse provato. Adesso che il tipo era venuto a minacciarla aveva davvero paura, forse per la prima volta sentiva che ormai non era possibile tornare indietro, rimettere le cose com’erano prima che tutto cominciasse. Non sapeva nemmeno lei come fosse arrivata fino a quel punto. Accese un’altra sigaretta aspirando con rabbia: quella di prima, dentro la tazzina, continuava a esalare un acre filo di fumo che la fece tossire. Seguitavano a correre, involontarie, le sue inutili lacrime per la vita che avrebbe potuto avere, per la tranquillità perduta, per l’equivoco con il quale il matrimonio era cominciato, per gli errori che aveva commesso, per le pene che l’aspettavano, per le minacce, per il seno che le doleva. Ogni mattina, col primo caffè, si ripeteva che era stato solo un brutto sogno… Quando si dissipava lo stordimento del sonnifero si rendeva conto che era tutto vero.
Piangeva in silenzio sul divano, mezza nuda, i capelli che le scendevano sul viso, dimentica di sé, con la sigaretta che macchiava le dita, chiedendosi se avrebbe avuto il coraggio di ricostruire la catena degli avvenimenti. Sparire come? In procura l’avevano diffidata dal lasciare la città. In ogni caso non sapeva dove andare, l’appartamento era tutto ciò che aveva, i soldi per nascondersi da qualche altra parte non c’erano. Non un’amica, la sola persona con cui poteva parlarne era quell’avvocato che aveva conosciuto. Si occupava della morte di Ignazio, forse poteva aiutarla, sembrava una persona per bene. Però avrebbe dovuto scoprire molte carte, e Franco non scherzava. L’avvocato le aveva ispirato fiducia: di mezz’età, gentile, uno dei pochi che non l’avesse trattata da puttana. Talmente per bene che era incerta se avrebbe davvero capito in quale pasticcio s’era cacciata.
Gli altri, li conosceva, non le avrebbero risparmiato nulla.
«È opinione comune che la psicoterapia sia stata fondata da Sigmund Freud. Allo stesso modo si ritiene che abbia incontrato le tradizioni spirituali dell’Oriente attraverso Carl Gustav Jung. La realtà storica è molto piú complessa, oggi cominceremo a conoscerla. Intanto tenete a mente questo: come del resto ha fatto notare lo stesso Freud, la psicoterapia non è un metodo di cura moderno. Essa è antica forse quanto l’uomo, o almeno quanto il momento in cui l’uomo ha iniziato a sviluppare la particolare attitudine ad ascoltare e a cercare di capire i pensieri di se stesso e dell’altro.
Una delle prime forme di terapia spirituale è quella di Evagrio Pontico, un monaco cristiano che sotto la direzione del grande mistico Macario l’Egiziano trascorse sedici anni nel deserto. Per Evagrio gli esseri umani sono stati creati puri; ma questo stato di grazia originale viene inquinato nel corso della vita dalle passioni o malattie dell’anima. Il primo passo della pràxis consiste quindi nel riconoscere che la propria anima è “malata”, che è stata cioè colpita da una passione, parola che viene da pàthos, tensione estrema, anomalia, dolore. La cosa dovrebbe farci riflettere; in termini piú moderni noi la chiamiamo psicopatologia. Anche lí vediamo ricomparire pàthos. È però vero che negli ultimi cento anni, in particolare negli ultimi cinquanta, le tecniche psicoterapeutiche a disposizione del clinico si sono moltiplicate fino a comprendere, attualmente, alcune centinaia di modelli…»
Le lezioni del professor Modiano erano sempre cosí affollate che bisognava arrivare un bel po’ di tempo prima per riuscire a trovare posto in aula. Clara s’era chiesta spesso la ragione di tanta popolarità in una materia tutto sommato secondaria, con caratteri piú di tipo storico – o addirittura letterario – che non tecnico. Ancora adesso, parecchi anni dopo la laurea, ricordava con quale partecipazione le avesse seguite. Parlandone un giorno con Corrado era arrivata a confessare un suo timore: forse era andata troppo in là, aveva finito per trascurare gli aspetti scientifici a vantaggio di quelli letterari.
«Mi pare che un criterio sovrano non ci sia, è una questione di equilibri», aveva risposto Corrado senza sbilanciarsi.
Adesso doveva semplicemente prendere un autobus che non arrivava mai in una serata di tiepida pioggia sottile, ci sarebbe stata ressa per salire e a casa avrebbero protestato perché era arrivata tardi ancora una volta. Un’altra giornata senza combinare niente, su e giú per la città, sale d’attesa, uffici, gente distratta, qualche proposta equivoca con la voglia che ogni tanto le prendeva di dire «sí, vediamoci certo, perché no», un sorriso disinvolto di giovane donna che sa stare al mondo.
Scese dall’autobus: la fermata era proprio davanti alle vetrine scintillanti di un negozio dove si vendeva di tutto, articoli da regalo, soprammobili, cartoleria e sigarette. Invece quella sera era tutto spento, le serrande abbassate, qualche capannello sul marciapiedi. Clara si fermò ad ascoltare. C’era stata una rapina, erano entrati in tre o quattro, stavano già scappando quando qualcuno aveva sparato, era arrivata l’ambulanza. Un tale mostrava con tono pieno di competenza le gocce di sangue sul marciapiedi.
Anche a casa non si parlava d’altro. «Hai visto dove siamo arrivati», chiese quasi piangendo nonna Assuntina agitando le mani, con indosso la sua eterna vestaglia logora.
«Dicono che erano stranieri, pure alle cartolerie s’attaccano».
Luciano salutò distrattamente la figlia. «Io le vedo subito le cose, questa non è una normale rapina, è un’azione di tipo militare, chissà che ci devono fare con quei soldi». Era sceso a guardare appena s’erano sentiti i colpi. Dev’essere per questo, pensò Clara, che è vestito di tutto punto.
«Hai trovato lavoro, finalmente?» chiese Assuntina.
La minestra era buona, la pasta cotta al punto giusto, i sapori delle verdure intensi.
«Le solite cose nonna, “lasci il curriculum, le faremo sapere, il momento non è favorevole, però il mese prossimo” eccetera…»
Non disse nulla sul tale che le aveva chiesto di parlarne con piú calma, magari a cena. Elegante, al polso un bell’orologio, niente fede al dito: mani abbronzate da tennista, aveva pensato. Si chiese se faceva cosí con tutte.
Luciano s’era alzato da tavola, giocava col telecomando per vedere se su qualche canale si parlava della rapina.
«Ormai queste notizie non le danno nemmeno piú, – sembrava sconsolato piú per lo spettacolo mancato che per la negligenza dei cronisti. – L’ho detto subito che non era una rapina qualunque, il commissario m’ha dato ragione, hanno sparato coi revolver, non volevano lasciare tracce».
Quando arrivò Luigi, fu come una ventata. Sedette di schianto e cominciò a mangiare la minestra direttamente dalla zuppiera. «Avete sentito della rapina?» Mangiava e parlava, anche lui un po’ eccitato. Luigi gestiva un bar insieme a Roberto, un amico d’infanzia. «I bar però non li attaccano, non vale la pena, ci stanno quattro soldi. Nemmeno la cassiera abbiamo… Non sapete quanto costa una cassiera».
«La dovreste mettere invece, attirano i clienti».
Si girò verso Clara, aveva cinque anni di meno ma si comportava come se fosse lui il fratello maggiore.
«Hai trovato qualcosa?»
Non valeva la pena di rispondere, era una domanda buttata lí. Lo sapevano tutti che mandare un curriculum e fare interviste serviva solo a far passare il tempo fingendo di cercare lavoro.
Quando vide che tutti avevano mangiato la minestra Assuntina andò a dormire. Dopo tanti anni in città, quasi una vita intera, conservava le vecchie abitudini contadine. Anche Luciano dopo un po’ s’alzò dal divano per ritirarsi, deluso che nessuno parlasse della rapina. «Vedrai che domani ne scriveranno i giornali», lo consolò Clara.
Luigi fece il gesto gentile di portare la zuppiera fino al lavello e s’avviò alla porta. «Non fare tardi», disse Luciano sulla soglia, parole anche quelle buttate lí tanto per dire.
Clara doveva riprendere la ricerca che aveva provvisoriamente intitolato La scoperta dell’inconscio. Non sarebbe servita a molto ma era una delle poche cose che potesse tentare, nell’attesa. Veramente c’era anche il bar di Luigi. Sarebbe potuta essere lei la cassiera, quella che avrebbe attirato piú clienti: piuttosto esile di fianchi ma con un seno sul quale lo sguardo degli uomini indugiava volentieri. Col tempo sarebbe diventata matronale, un gran sedere debordante, un bel sorriso per i clienti piú assidui, la camicetta con un paio di bottoni slacciati. S’immaginò seduta dietro una di quelle vecchie casse che parevano d’argento, con la manovella che apre il cassetto con un tintinnio allegro.
Dopo una giornata piena di fatiche e frustrazioni, non aveva nessuna voglia di mettersi a lavorare. Era rimasta sola in cucina, forse tanto valeva rigovernare. Invece restò seduta, guardando pigramente in giro.
Una vecchia foto di Assuntina sulla credenza: una bambina coperta da un vestituccio di cotone, un dito in bocca e i piedi nudi sulla terra brulla, che guardava arrabbiata l’obiettivo. In famiglia dicevano che si era fatta ritrarre scalza per capriccio, lei giurava che le scarpe proprio non le aveva.
Quelli che le stavano intorno erano tutti morti, genitori e fratelli, chi in guerra chi di malattia. Morto certamente anche l’asino entrato di forza nell’inquadratura, che fissava il fotografo con un’aria piú amichevole di quella della nonna, le orecchie alte, i denti forti in quello che pareva un rassegnato sorriso.
Delle tre bimbette presenti nel ritratto, solo Assunta guardava verso l’obiettivo; le sue due sorelle sembravano rapite da qualcosa fuori del quadro. Parevano destinate a una vita qualunque in quella campagna del Mezzogiorno dove era rimasto tutto fermo da chissà quanto. Invece anche lí, dove nessuno le aspettava, sarebbero arrivate le sorprese. Giuliana, la piú grande e la piú bella, aveva sposato un soldato americano ed era andata laggiú. Ma di quello che le era successo s’era sempre parlato a mezza bocca, lasciando intendere che era meglio sorvolare.
Assuntina tutto sommato era stata la piú fortunata: suo figlio Luciano l’aveva presa in c...