Chris Killen
La casa degli amanti indecisi
Traduzione di Costanza Prinetti
Non sono un uomo. Sono un attaccapanni.
Sono in piedi in un angolo del soggiorno, nudo. Il suo cappello preferito pende dalla mia erezione. Comincio ad avere freddo. Sono qui da troppo tempo.
Dio, dovrei ricominciare da qualche altra parte.
Quadri di piccoli uccelli. Scriccioli, pettirossi, fringuelli, pappagallini (un sacco di pappagallini), uccelli cosí. Tutti di un giallo, un rosso, un marrone e un verde brillanti, tranne il piccione. Il piccione è grigio.
Sono sul divano. Lei è seduta accanto a me. Ha le gambe accavallate. C’è tanto spazio cosí tra di noi. Will è in cucina, a preparare il tè. È la prima volta che si incontrano. È una mia idea.
– Lui è Will, – dico.
Ci apre la porta in vestaglia. Tardo pomeriggio. La vestaglia è macchiata di pittura e di cenere di sigaretta.
– Ciao, Will, – dice lei.
– Ciao, – dice lui.
– Will, lei è Alice.
Ci invita a entrare, lo seguiamo lungo il corridoio e ci sediamo in soggiorno. Will sparisce in cucina. Dopo un po’ sentiamo il borbottio crescente di un bollitore. Non parliamo. Lei è intenta a guardare i quadri. Io li ho già visti.
– Com’è andata la vacanza? – grido.
Grido un po’ troppo forte.
«Com’è andata la vacanza?» rimane sospeso nell’aria. Comincia a fare piú rumore del bollitore. Lo ascoltiamo seduti sul divano. Lei ha le gambe accavallate. Sono accavallate lontano da me. «Com’è andata la vacanza?» diventa insopportabilmente, atrocemente rumoroso. Se tutti gli uccelli di questi quadri cominciassero a cantare all’improvviso, non riuscirebbero a fare piú rumore di «Com’è andata la vacanza?»
Voglio dire qualcos’altro, una cosa qualsiasi. Non mi viene in mente niente. Alice non mi è di aiuto. Pensa che «Com’è andata la vacanza?» sia divertente.
Alla fine Will compare con tre tazze di tè – la sua e quella di Alice in una mano, la mia nell’altra. È cosí alto che deve chinarsi per entrare.
– Scusa, hai detto qualcosa? – dice, porgendomi la tazza.
Non riesco a ripeterlo.
– Com’è andata la vacanza? – chiede lei.
Voglio versarmi addosso il tè. Voglio versarmelo in testa e sull’inguine.
– È andata bene, sí, – dice lui. – Verso la fine è diventata un po’ strana, però.
Non aggiunge altro. Aspetta che gli chiediamo qualcosa. In realtà sta parlando a lei. Io sto solo ascoltando. Origliando. E adesso la sta esaminando, chiedendosi probabilmente come sono le sue tette. Non sa che ha dei grossi capezzoli. Non sa che lei ha il complesso dei capezzoli grossi.
– Che vuoi dire? – chiede lei.
– Ora ti faccio vedere.
Will si alza e comincia a frugare in un cassetto. Quando torna si siede accanto a lei sul divano, cosí siamo tutti e tre schiacciati in fila. Adesso non c’è quasi piú spazio tra di noi. Solo mezzo millimetro di nylon e jeans separa la carne del ginocchio di Alice dalla carne del mio ginocchio.
Bevo un sorso di tè. Mi brucio la lingua.
Will ha in mano un mucchio di fotografie.
– Okay, – dice. – Allora, la settimana scorsa vado in vacanza in Francia. Ho un’amica, Clare, che ha appena aperto uno spazio espositivo a Parigi, e mi ha invitato per l’inaugurazione. C’erano performances, vino gratis, tutte quelle stronzate.
– Allora, sta andando tutto alla grande. Sono ubriaco fradicio da tre giorni, e dovunque mi giri ci sono bellissime donne francesi che vogliono parlare di arte. E si fanno pure buoni affari. Sai, sparare cazzate con la gente giusta, cercare di interessarli al mio lavoro…
Non riesco a credere che Alice lo stia ascoltando cosí attentamente. Annuisce e fa a-ha sempre al momento giusto.
– E il clima è fantastico, cazzo. Hai presente com’è qui, piove a catinelle. Mi ero dimenticato la macchina fotografica digitale, cosí compro in cartoleria un aggeggio usa e getta.
Le passa la prima foto. Lei si sporge, oscurandomi la visuale. Alla fine me la passa. Una foto di Will in piedi accanto all’Arc de Triomphe. Indossa pantaloni corti e ha i capelli legati all’indietro e sorride. Lui gliene passa un’altra. La vista dall’alto. La testa di Will sbuca dall’angolo in basso a sinistra. E un’altra. Will col braccio attorno alle spalle di un ragazzo che ha addosso la maglietta di una squadra di calcio straniera. Sono seduti a un tavolo in un patio, bevono Kronenburg, brindano.
E un’altra.
Nel 2007 Will è stato segnalato come uno degli «artisti piú promettenti dell’anno» da una rivista molto famosa.
E un’altra.
Crede ancora che i Metallica siano la band migliore di tutti i tempi.
– Comunque, a festa finita, non ho voglia di tornare a casa. Decido di prolungare la durata del mio biglietto, compro uno di quegli abbonamenti ferroviari, hai presente, voglio gironzolare per la Francia ancora una settimana e vedere un po’ la campagna.
Le successive foto sono scatti dal treno. Una serie di immagini fatte nel bagno del treno. Una della tazza del cesso. Una di Will allo specchio. Alice si sofferma qualche secondo in piú su quella. Sa che lui è un artista e vuole fare colpo, cosí dice: – Mi piace molto qui, dove sembra che il flash rimbalzi sullo specchio. L’hai fatto apposta?
Sono fotografie molto brutte. Will non è un fotografo. È un pittore. E anche i suoi quadri sono grezzi, dal tratto quasi infantile.
– Boh, – dice scrollando le spalle. – Non è che ci abbia pensato. Ho solo cercato di… cogliere l’attimo. Volevo esserci, perché quando viaggi da solo è come se fosse tutto un sogno. E se non ne hai almeno una prova…
Si zittisce. Le prende la foto dalla mano. La guarda a lungo.
– Volevo una prova, volevo esserci.
Bevo un altro sorso di tè. È diventato freddo. Lo appoggio vicino al piede. Piú tardi, quando ci alzeremo per andarcene, lo rovescerò. Chiederò scusa. Will mi dirà che non importa. Alice mi guarderà come se fossi un coglione. Esagererò e mi offrirò di comprargli del detersivo per moquette. Lei dirà: – Cristo santo, è solo del tè. Non è sangue.
– Cosí finisco sulla costa, su questa spiaggia. Dio solo sa dove. Mi piazzo in una piccola pensione e intorno non c’è nemmeno una delle solite stronzate per turisti. È molto tranquillo e mi diverto un sacco: vado alla spiaggia tutti i giorni, fumo Gauloises, leggo. Mi compro addirittura un costume da bagno, vado a nuotare.
Non capisco dove voglia andare a parare. Aspetto il succo del discorso e dubito che ce ne sia uno. Forse tutto questo non è altro che una specie di vago rituale di corteggiamento. Mi chiedo se Alice lo stia davvero ascoltando o se stia già spuntando il suo elenco mentale:
È una bella scopata?
È fedele?
Mi lascerebbe i miei spazi?
Farebbe quello che gli chiedo?
Mi passa una foto della spiaggia. Onde blu. Sabbia bianca. Un uccello, congelato nel cielo, che punta verso il mare.
A Will è rimasta solo una foto in mano.
– È l’ultimo giorno prima di riprendere il treno e voglio una foto di me sulla spiaggia. Ma non c’è nessuno a cui chiedere, nessuna coppia o famiglia né niente. È una spiaggia fantasma. Arriva il pomeriggio, ho fatto un bagno in mare e mi sto asciugando al sole, e dovrei veramente andare, quando ecco che dalle dune di sabbia arriva questo vecchio eccentrico.
– Lo chiamo. Pardon monsieur! Excusemoi! E lui viene verso di me incespicando giú per il pendio. Ci mette un sacco. Doveva avere quasi ottant’anni. È un tizio del posto, con un sacchetto della spesa pieno. Je voudrais une photo, dico, mostrandogli la macchina fotografica, ha presente, photo, ecco, e lui sembra capire. Allora mi metto nel punto dove voglio essere ripreso. Mi rimane solo uno scatto nella macchina; deve essere esattamente come voglio. Cosí mi metto in posa con il mare alle spalle e piazzo il tizio a un paio di metri da me. E per assicurarmi che non lasci fuori niente, lo convinco a inginocchiarsi, anche. Cioè, un po’ mi spiace perché è cosí… beh, vecchio, e ci mette una vita, ma alla fine ci riesce. Allora faccio, Okay, Monsieur! e aspetto che scatti la foto.
– Non succede niente. Allontana l’occhio dal mirino e borbotta qualcosa tra sé e sé. Scuote la testa e mi fa cenno di avvicinarmi, e allora penso che mi voglia un po’ piú vicino… per fare stare tutto nella foto. Faccio due passi avanti, mi rimetto le mani sui fianchi e grido Okay! Oui!
– Di nuovo niente. Ora sta scuotendo la testa e borbottando e mi fa segno di venire ancora piú vicino…
Smette di parlare.
Gli è rimasta solo una foto in mano.
– Allora? – chiede Alice. – Cos’è successo?
Gliela passa. Lei allunga il collo e ha come un sussulto. Preme il ginocchio contro il mio. Me la passa.
È una foto dell’inguine di Will. Il suo costume arancione occupa quasi tutta l’inquadratura. Si distinguono i ciuffi di peli neri che corrono lungo le cosce e si arricciano attorno all’ombelico. Si distinguono le chiazze d’acqua marina che aderiscono fredde al costume e alla pelle abbronzata. Si distinguono le evidenti protuberanze dell’uccello e delle palle.
Artisticamente parlando, è la foto migliore di tutte.
Arriviamo a casa e lei non fa che parlare di Will. Da quanto tempo lo conosco? Dove ha esposto? Quanto costano i suoi quadri? Io accendo la tele e lei scivola fuori dalla stanza.
Passa un’ora.
In qualche modo, con molta calma, voglio distruggermi.
Voglio diventare invisibile.
Poi mi chiama in camera. Ha tirato le tende e spento la luce. Sono solo le sei.
– Sdraiati sul letto, – dice. La sua voce è calma. È solo il contorno di una voce. Sento i vestiti che le cadono di dosso. Intravedo il suo profilo, contro il rettangolo blu della finestra. Sarà la prima volta che facciamo sesso da una settimana a questa parte. Mi sdraio sul letto e mi libero dei jeans. Fuori passa una macchina.
Mi monta sopra e si china bruscamente su di me, trattenendo il respiro.
Io ripenso alla spiaggia bianca con l’uccello congelato sopra il mare. L...