Il sergente nella neve. Ritorno sul Don
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Il sergente nella neve. Ritorno sul Don

  1. 272 pagine
  2. Italian
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  4. Disponibile su iOS e Android
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Il sergente nella neve. Ritorno sul Don

Informazioni su questo libro

I ricordi della ritirata di Russia scritti in un lager tedesco dall'alpino Rigoni Stern nell'inverno del 1944, pubblicati da Einaudi nel 1953 sotto il titolo Il sergente nella neve e da allora long-seller per il candore e la forza con cui viene rappresentata la lotta dell'uomo per conservare la propria umanità. Un sogno di pace rivisitato nel 1973, quasi trent'anni dopo, in Ritorno sul Don, un viaggio non solo nello spazio, ma anche nel tempo, senza rancori e senza voglia di rivalse, come atto d'amore e di riappacificazione con gli uomini e con la storia.Cronologia della vita e delle opere a cura di Giuseppe Mendicino.

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Informazioni

Editore
EINAUDI
Anno
2022
Print ISBN
9788806254001
eBook ISBN
9788858439852

Ritorno sul Don

Nella steppa di Kotovskij

Su quota 228, intanto, due battaglioni del 6o alpini, il Vestone ed il Val Chiese, attendevano l’ordine di attacco.
Ecco come il «comando tattico», da cui dipendeva il 6o alpini, mandò al macello questi reparti.
Alle 4 niente preparazione dell’artiglieria, niente intervento dell’aviazione italiana.
Alle 5 l’aviazione non era ancora comparsa. Anche le due colonne corazzate tedesche erano mancate all’appuntamento.
Arrivarono, sferragliando, una ventina di carri armati italiani, leggeri come scatolette di latta: tre tonnellate pesavano, meno di un camion.
La piana, l’immensa piana di nessuno che gli alpini avevano di fronte, aveva preso forma, appariva immensa. Un piccolo campo di girasoli, lontano, fra le linee russe; tre alberi nudi come scheletri, ed il resto steppa.
Su quel terreno piatto, in leggera pendenza, gli alpini cominciarono a scendere curvi sotto gli zaini affardellati. Erano lenti, massicci. Con il sole che stava nascendo, si contavano anche i fili d’erba, si vedeva tutto.
I mortai russi aprirono all’improvviso un fuoco infernale. Caddero centinaia di alpini.
Correndo alla garibaldina, i battaglioni scesero contro le mitragliatrici. Si dispersero.
I nostri carri armati andavano di qua e di là. Avevano le torrette aperte. I carristi, con fucilate e colpi di bombe a mano, tentavano di neutralizzare i fuciloni calibro 20, affondati nelle sterpaglie. Bastava un colpo di fucile per immobilizzare i nostri carri armati.
A sera, sulla base di partenza, tornarono pochi alpini. Tornarono quattro carri armati. I quattro carri ne trainavano altrettanti fuori uso, carichi di feriti.
Molti morti, nessun risultato. Molte medaglie. Forse, per il «comando tattico», anche le sacrosante promozioni per merito di guerra.
Dopo due notti, su quota 228 rientravano ancora gli ultimi sbandati del Vestone e del Val Chiese. Un gruppo si era spinto fino alle cucine di un comando di battaglione russo.
NUTO REVELLI, La guerra dei poveri.
Distese di frumento e di girasoli che aspettavano di essere raccolte, papaveri rossi nell’oro del frumento, improvvisi villaggi dentro un avvallamento con le isbe abbandonate strette attorno al pozzo, oche negli stagni e silenzio nel sole estivo. I corvi volavano dove erano passati i combattimenti.
Si camminava per ore e sembrava d’aver fatto pochi chilometri, e sui dossi lunghissimi e dolci i mulini a vento restavano per giornate a vederci passare vibrando appena le lunghe pale. E noi si andava su due file ai lati della pista polverosa di terra giallobruna. Lo zaino affardellato era pesante, gli scarponi e le mollettiere erano gialli di polvere, ma la polvere ti saliva pure alla bocca e s’impastava nei polmoni; lo sputo era denso e l’acqua della borraccia sapeva di creta e d’alluminio. Lungo la pista ci sorpassavano le colonne dei camion tedeschi che portavano materiali e munizioni giú in basso, verso il Volga e il Caucaso; allora alzavo la testa e guardavo verso sud-est per vedere se apparivano le montagne immaginate.
Qualche volta, improvviso, arrivava il temporale: una piccola nube nera e lontana cresceva e cresceva fino a occupare tutto il cielo che poco prima era immenso e libero. S’udiva il tuono brontolare e il vento scuoteva le erbe alte e secche; le prime gocce cadevano grosse e rade e nella polvere calda si frantumavano in piccoli grumi che correvano come fa il mercurio sul palmo della mano. Infine la nube s’apriva con scrosci e fulmini che ti assordavano. Ma era bello.
Dopo, le scarpe diventavano pesanti per il fango, e anche i panni e lo zaino per l’acqua che li aveva inzuppati; cosí veniva da rimpiangere la polvere e il sole di prima.
Non avevo una idea precisa di quanti chilometri ci separassero dalle montagne poiché non avevo una carta geografica ma, ripensando a una geografia immaginata, calcolavo che camminando con quella andatura nel giro di venti o venticinque giorni si sarebbe arrivati a vederle.
Laggiú sarebbe stato molto bello: cime alte con neve e ghiacciai, valli profonde ma calde, con viti e fichi; corsi d’acqua limpida, selvaggina da cacciare, uomini come lo zio Jeroska e Lukaska e ragazze come Marjana.
Dopo qualche giorno le marce divennero notturne; dicevano che era perché gli aerei russi avrebbero potuto osservarci. E nelle notti d’agosto si andava in silenzio e non capivi se eri sul cielo o sulla terra perché era come camminare tra le stelle. Qualche volta mi sorprendevo ad ascoltare il canto delle quaglie.
Un mattino arrivammo a Voroscilovgrad. Al centro della piazza c’era un gigantesco tank che probabilmente aveva fatto la Rivoluzione d’Ottobre: era alto come un’isba e tutt’intorno la corazza aveva le feritoie vuote ormai inefficienti, come un fortino portato lí e immobilizzato a difendere i crocevia.
E ai crocevia, che ormai l’inutile tank guardava, c’erano i cartelli indicatori; tanti, inchiodati sui pali uno sotto l’altro. Verso nord indicavano: Millerovo, Rossoch, Voronez, Tula, Mosca e persino Leningrado; verso l’est: Cir, Don, Serafimovic, Kalac, Stalingrado; e verso il sud: Rostov, Krasnodar, Maikop, Groznyj, Terek.
Ecco, laggiú a sud dovevamo andare. Laggiú c’erano montagne piú alte del Monte Bianco e del Cervino, e forse piú belle del Pelmo e della Marmolada. Come ci sarebbero apparse? E c’era anche un fiume, il Terek, che scendeva dalle montagne in mezzo a gole profonde e poi andava per la pianura deserta fino al Mare Caspio. Era già forse Asia?
Ricordavo, e ripassavo nella memoria, vedendo quei nomi sui cartelli indicatori, i racconti di Tolstoj e di Gorkij che avevo letto nelle edizioni economiche quando ero nel prato a pascolare le vacche del nonno. Ma quanto c’era ancora da camminare per arrivare fin là?
Quel giorno, a Voroscilovgrad, piantammo le tende su una collina che guardava la periferia della città. Le isbe si spingevano fino al fondo di una balca ed erano povere e tristi come tutte le case di periferia. Queste isbe, poi, invece che di terra, paglia, legno e calce erano costruite con materiali di scarto dei cantieri.
Nella balca scorreva un rivo d’acqua e scendemmo giú seminudi a lavarci la polvere e la stanchezza; ci sarebbero state quarantotto ore di riposo e ci sentivamo allegri. Le donne e i ragazzi guardavano in silenzio la nostra incosciente serenità.
Il mattino successivo il cappellano celebrò la messa nel centro dell’accampamento e all’omelia raccomandò agli alpini di non bestemmiare. Ma io, in quell’ora che stemmo lí inquadrati e in silenzio, ripensavo ai fuochi che di notte si accendevano lungo le piste.
Quando potevo mi avvicinavo per sostare con i profughi vagabondi, e ascoltavo in silenzio il loro sommesso discorrere. I ragazzi, in braccio alle donne, fissavano imbambolati il fuoco ed ero contento quando riuscivo a non farmi rifiutare da loro un pezzo di galletta o la razione di marmellata. Venivano da lontano, specialmente quelli che scendevano dall’estremo Nord, e camminavano per centinaia di chilometri tirandosi dietro poche cose sui carrettini, evitando le città occupate e i tedeschi. Quaggiú, mi ero fatto spiegare, era piú facile trovare frumento o altro cibo, e i soldati italiani non erano come i tedeschi o gli ungheresi.
Al pomeriggio arrivò la posta, era tanta e ce n’era per tutti; e ognuno s’appartò felice con le lettere o le cartoline per leggerle in pace.
Quando arrivava la posta pregavo il furiere che lasciasse a me la distribuzione; non erano passati tanti giorni da quando ero stato assegnato a questa compagnia e leggendo a voce alta gli indirizzi mi sembrava di venir a conoscere i soldati. Ma era anche vero che leggendo i nomi e i timbri sulle buste e vedendomi davanti i visi in quel momento, meglio che in qualsiasi altra maniera li capivo.
Ma quel giorno, appena distribuita la posta, venne un ufficiale che ordinò di spiantare subito le tende e affardellare gli zaini perché dei camion sarebbero venuti immediatamente a caricarci.
Da questo pomeriggio incominciarono le giornate di naia dura e finirono i sogni del Caucaso.
Viaggiammo tutto il pomeriggio, e la notte, e il giorno dopo. Durante il viaggio ci fermammo brevemente un paio di volte per muovere le gambe indolenzite e cercare acqua per la bocca arsa e polverosa. In un villaggio abbandonato c’erano migliaia di oche che sguazzavano negli stagni e scendemmo velocemente a far bottino poiché eravamo anche senza viveri.
Mentre i camion correvano nella steppa, noi, dentro i cassoni e tra i sobbalzi che ci facevano sbattere uno contro l’altro, spennammo le oche. E lungo la pista, come leggeri fiocchi, restavano nell’aria le piume bianche.
Prima di sera arrivammo in prossimità della linea; davanti a noi, dicevano, avrebbero dovuto esserci dei reparti di fanteria, ma il cielo e la terra erano cosí vasti e vuoti che avevo la sensazione di essere dentro una voragine infinita.
Venni assegnato di ricognizione con la mia squadra, ma non c’era proprio niente da riconoscere poiché ogni luogo era uguale, e, tranne le starne che si alzavano rumorosamente in volo al nostro camminare guardingo, non vedemmo essere vivente.
Il battaglione si schierò a difesa sparpagliandosi tra le alte erbe e la nostra compagnia venne assegnata di rincalzo. Ma era rincalzo oppure avanguardia? e dov’era il nemico? Attorno a noi non c’era assolutamente nessuno.
Il vento della notte agostana dondolava l’erba e ci portava il canto delle quaglie. All’alba, spingendoci lontano, scoprimmo una decina di isbe dentro un avvallamento dove affiorava l’acqua; ma anche lí non era rimasto nessuno e scavammo negli orti abbandonati per tirar fuori le patate, che mettemmo a cucinare nelle gavette con i pezzi d’oca. Si parlava sottovoce perché ci sembrava di disturbare quella profonda quiete.
Non piantammo le tende e giacevamo nascosti tra le erbe. A sera rimettemmo in spalla gli zaini. Ancora con fretta; e camminammo e camminammo senza sostare, fino a notte fonda, e ancora.
Per dove? E chi lo sapeva dove andavamo. Ora, guardando una carta geografica, ricostruendo quei giorni e leggendo le storie ufficiali, so che eravamo nella grande ansa del Don, dove il fiume sembra voler congiungersi con il Volga e scendere giú nel Caspio, e invece, dopo, gira improvvisamente verso sud-ovest per sfociare nel Mare d’Azov.
Si camminava in silenzio, quella notte, stanchi, assonnati. Radio scarpa diceva che dovevamo entrare in combattimento assieme a un reggimento di tedeschi, per cercar di prendere alle spalle un reparto russo che premeva contro un caposaldo circondato. Diceva anche, radio scarpa, che una divisione di fanteria era stata sopraffatta e messa in fuga, e che noi dovevamo riprendere le posizioni.
Quando improvvisa scoppiò la battaglia noi stavamo risalendo un profondo calanco. Era caldo là dentro, e buio. Sopra di noi passarono sibilando i primi colpi d’artiglieria che andavano ad esplodere fuori nella steppa. Poi pallottole traccianti, raffiche di mitragliatrici e di parabellum, granate. Udimmo anche sferragliare di carri armati e gridare.
Ci stendemmo giú in silenzio con il cuore che batteva forte. Ma non si capiva dove potevano essere amici o nemici; o cosa dovevamo fare noi. C’erano caldo, afa, scoppi, strisce luminose nel cielo sopra le nostre teste, che cercavamo di tenere rannicchiate tra spalle ed elmetto.
Camminammo ancora avanti dentro il calanco, seguendo il combattimento che si spostava. Ma verso dove? fuori. In su, forse, o in giú. Noi eravamo sempre dentro il profondo calanco. Passarono parola di mettere la baionetta in canna e di posare gli zaini. Venne impressionante il silenzio che faceva sentire il vento leggero che scuoteva le erbe della steppa.
Ritornammo indietro camminando il resto della notte e parte del mattino, finché giungemmo dove eravamo la sera prima. Tutto sembrava un sogno; solo che un sogno non poteva lasciarti questa mortale stanchezza.
Alle quattro del pomeriggio vennero ancora dei camion a caricarci; gli autisti erano preoccupati e ci facevano fretta. Dissero che ci riportavano dove era il nostro reggimento, piú a nord; avremmo trovato anche i battaglioni Cervino e Tirano, e la cavalleria.
Era il pomeriggio di una domenica estiva; immaginavo la gente che sulle spiagge dell’Adriatico faceva i bagni, gli escursionisti che in Valle d’Aosta e nelle Dolomiti ritornavano dalle ascensioni e al mio paese gli amici che andavano al cinema con le ragazze. Noi, dentro i camion, sballottati e pieni di sonno e di fame andavamo in nessun luogo, dentro l’abisso della steppa.
Doveva andare il Tirano al nostro posto, invece toccò al Vestone per qualche fatalità della naia e della guerra. Nel mio notes di allora trovo scritto: «Sistemati in posizione di appoggio – ci muoveremo in avanti presto», e dopo, scritto in matita perché forse avevo perduto la penna stilografica: «Domattina andremo all’assalto».
Spunta l’alba del 1o settembre e ne sta uscendo una giornata limpida e chiara. Siamo raccolti dentro un avvallamento sul fianco di una mugila; poco avanti, nell’erba come noi, sono i tre plotoni fucilieri, e un poco dietro il capitano con il plotone comando. Ma sono arrivati anche i bersaglieri con i carri Elle, le scatole di sardine, e la chimica con i lanciafiamme. Intanto, per mimetizzarci, sporchiamo l’elmetto con la terra bagnata d’orina.
Controllo i quattro mortai da 45 della mia squadra, e le munizioni, le bombe a mano, le cartucce. Moreschi è piuttosto tetro e nel distribuire i due cucchiai di cognac a testa, come una comunione, non ha voglia di scherzare. Tourn mi ammicca, ma senza brio; in testa gli balla l’elmetto e raccomando di legarselo ben stretto. Zugni si prova il mortaio sulle spalle aggiustandosi bene gli spallacci: su quella schiena cosí larga il mortaio sembra un giocattolo per bambini. Le reclute come Dotti, Monchieri e Cappa cercano di darsi un contegno: per loro sarà la prima volta.
Anche il sergentemaggiore Cavalleri, vicecomandante del nostro plotone e vecchio dell’Albania, controlla le tre pesanti.
Il tenente, che è appena tornato dal rapporto ufficiali, ci raccomanda di tatticare per gruppo di tiro e di non fermarci a raccogliere i feriti. A questi, dice, ci penserà il plotone comando, dietro. Si parla anche che alla nostra destra manovrerà il Val Chiese e persino un reggimento di carri armati tedeschi, e gli aeroplani Stukas, e tanta artiglieria. Insomma non dovrebbe essere dura anche se il terreno è tutto nudo.
Quando i plotoni fucilieri escono dall’erba a squadre sparse, pure il sole è tutto fuori. Un sole caldo e gioioso, e mi godo la sua luce.
Hanno già superato il dosso e vedo gli elmetti con la penna di legno tinto sparire dall’altro versante; ci passano accanto i carri Elle e il plotone della chimica. Il tenente grida: – In piedi! Plotone pesante, avanti! Avanti, tocca a noi!
Si sente qualche scoppio di mortaio. Forse sono i nostri che fanno il tiro d’accompagnamento. Cavalleri esce dall’erba con la prima squadra mitraglieri, poi Storti con la sua, noi. – Andiamo, – dico, – in piedi.
Camminiamo svelti e curvi e siamo subito sul dosso, allo scoperto, nel mattino di sole. Sento distinti dei colpi in partenza, leggeri come fucilate di cacciatori lontani: – Corriamo svelti, – dico. Ma i colpi ci sono sopra, ci vengono incontro come un treno che corre nel cielo, e cosí, ancora su quattro file distanziate, ci buttiamo per terra, teste contro piedi.
Scoppiano tra squadra e s...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Il sergente nella neve
  4. Ritorno sul Don
  5. Assonanze
  6. Cronologia della vita e delle opere
  7. Il libro
  8. L’autore
  9. Dello stesso autore
  10. Copyright