
- 176 pagine
- Italian
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eBook - ePub
Informazioni su questo libro
Partendo dal significato del termine Shoah, Michele Sarfatti ricostruisce quel tragico periodo che vide annientare le vite di milioni di ebrei, ripercorre le tappe ferali della persecuzione in Europa e nel nostro Paese, e mostra come il fascismo divenne corresponsabile della Shoah in Italia.
Un volume destinato innanzitutto al mondo della scuola e a coloro che desiderano un'illustrazione sintetica, ma pur sempre seria e scientificamente adeguata, di uno dei momenti piú bui della nostra storia. Con la bibliografia essenziale, due cartine e i testi dei documenti principali.
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Informazioni
Parte terza
In Italia
Gli ebrei in Italia
Gli ebrei d’Italia avevano ricevuto la piena emancipazione giuridica nell’Ottocento, in stretta connessione col processo risorgimentale e di unità nazionale. Gli ultimi a ottenerla erano stati nel 1870 quelli della comunità ebraica di Roma, la piú numerosa e povera della penisola, nonché l’unica con una storia bimillenaria ininterrotta.
Nel 1938 assommavano a 46 656, circa duemila in piú che nel 1931. La crescita numerica era in realtà conseguenza della pur esile immigrazione di polacchi e soprattutto tedeschi: i soli italiani infatti erano diminuiti da 39 112 a 37 241. Oltre il 97 per cento di essi abitava nella parte della penisola compresa tra Roma, Ancona e le Alpi, quasi sempre nei maggiori centri urbani: nel 1931 erano oltre 11 000 a Roma, quasi 7000 a Milano, poco meno di 5000 a Trieste. Sempre in quell’anno, tra le città con oltre centomila abitanti, erano proporzionalmente piú presenti a Trieste, Livorno e Roma, costituendo rispettivamente l’1,9, l’1,3 e l’1,1 per cento degli abitanti; nelle città medie, erano piú presenti a Fiume, Mantova e Ancona, raggiungendo rispettivamente il 2,1, l’1,1 e lo 0,9 per cento1.
Da una complessa statistica del 1931 risulta che il 70 per cento degli ebrei della penisola faceva parte di nuclei familiari con un capofamiglia commerciante o impiegato o libero professionista, mentre il 70 per cento della popolazione italiana complessiva faceva parte di famiglie con a capo un contadino o un operaio. Manca l’analisi della composizione delle famiglie ebraiche, ma tali dati mostrano che il livello sociale degli ebrei era, in media, alquanto superiore a quello dei loro connazionali. Va però tenuto presente che le zone di povertà tra gli ebrei assumevano caratteristiche del tutto particolari: ad esempio, in vari casi essere «commerciante» significava possedere un barroccino ambulante o addirittura vendere «spilli a braccio». Cosí è interessante constatare – grazie alla rilevazione del 1938 – che sia i commercianti ambulanti, sia gli insegnanti, mentre non raggiungevano l’1 per cento di tutti gli italiani attivi, costituivano il 6 o il 5 per cento degli ebrei attivi2.
Basandosi sulla propria conoscenza del mondo ebraico e della realtà socioeconomica nazionale, Gino Luzzatto ha considerato che le fasce estreme dell’intera popolazione ebraica erano costituite da circa il 10 per cento di persone che nelle maggiori comunità vivevano «esclusivamente di carità» e da forse meno del 5 per cento di ebrei definibili «modestamente ricchi»3. In assenza di ulteriori ricerche specifiche, tali valori appaiono ancor oggi plausibili in termini riassuntivi. Bisogna però considerare che una piccola parte dei ricchi deteneva ricchezze in misura superiore al livello «modesto», e che la proporzione dei poveri raggiungeva valori sicuramente piú elevati a Roma e poi a Livorno, Venezia e Trieste.
La riforma legislativa del 1930-31 sancí l’esistenza di venticinque Comunità israelitiche a base territoriale, facenti capo all’Unione delle comunità israelitiche italiane (Ucii). In ogni località, per consuetudine degli ebrei e poi – dal 1930 – per volontà centralizzatrice fascista, poteva esservi una sola Comunità ebraica. L’applicazione della normativa a Fiume, che era stata annessa alla penisola nel 1924 e i cui ebrei ex-ungheresi erano di opposta appartenenza «neologa» o ortodossa, costrinse i piú osservanti a integrarsi con gli altri. L’Ucii era governata da un consiglio, una giunta e un presidente (Felice Ravenna fino al 1937, Federico Jarach fino al 1939, Dante Almansi fino alla fine della guerra). Molti dei rabbini si erano formati in Italia; la loro autorità era limitata all’ambito religioso e – salvo il rispetto conquistatosi da alcuni e l’importanza riconosciuta a quello di Roma – alla propria comunità.
Proprio alla vigilia della persecuzione, il numero dei matrimoni religiosamente misti (ossia tra due persone che mantenevano le rispettive differenti fedi) era giunto a eguagliare quello dei matrimoni israelitici: un terzo di tutti gli ebrei sposatisi nel 1935-37 aveva scelto un coniuge non ebreo4. Oltre a quanto ciò comportava per l’ebraismo (le coppie che educavano ebraicamente la prole erano meno della metà) e a quanto significava per le relazioni tra società maggioritaria e minoranza israelitica (in entrambi i gruppi vi erano aree di disponibilità all’intreccio), nel 1938 tali matrimoni, assieme a quelli religiosamente omogenei ma con un coniuge convertito, furono all’origine di complicati problemi classificatori per il legislatore razzista e la burocrazia nazionale.
All’inizio degli anni Venti, gli ebrei italiani aderivano a tutti i partiti politici, compreso quello fascista, che non si dichiarava antisemita. Vari ebrei svolsero ruoli importanti nei partiti di sinistra e talora nei partiti moderati; nessun ebreo giunse ai vertici del Partito nazionale fascista (Pnf). A differenza di quanto accaduto nei decenni prefascisti, uno solo ebbe incarichi nei governi mussoliniani: Guido Jung, ministro delle Finanze dal luglio 1932 al gennaio 1935. Altre personalità rilevanti in ambito politico o culturale fascista furono Gino Arias, Carlo Foà, Margherita Grassini Sarfatti, Angelo Oliviero Olivetti.
Nel 1938 gli ebrei iscritti al Pnf erano circa 6900, pari al 2,6 per mille degli iscritti a quel partito5. Si tratta di una percentuale rilevante: gli ebrei cittadini italiani costituivano poco meno dell’1 per mille dell’intera popolazione della penisola. Peraltro essa pare testimoniare non tanto una particolare propensione degli ebrei d’Italia al fascismo, quanto il fatto che essi partecipavano piú intensamente dei non-ebrei alla vita politica. Anche per quelli militanti nel campo opposto infatti possiamo riscontrare una presenza sicuramente elevata. In realtà non sappiamo quanti fossero gli aderenti ai vari partiti antifascisti o non fascisti (fino a quando la dittatura fascista non li sciolse); si può però rilevare che sia gli indici annuali degli autori del periodico socialista «Critica sociale» per gli anni 1921-24, sia l’elenco degli aderenti al manifesto culturale antifascista di Benedetto Croce del 1925 contenevano numerosi nomi di ebrei (forse il 10 per cento del totale in quest’ultimo e una percentuale assai piú elevata nei primi). Tra essi vi erano Giuseppe Emanuele Modigliani, Alessandro Levi, Carlo Rosselli, Claudio Treves, Vito Volterra.
Piú in generale gli ebrei italiani erano moderati e progressisti, reazionari e rivoluzionari, laici e religiosi, sionisti e antisionisti. Ciò che forse li caratterizzava spiccatamente come gruppo era l’alfabetizzazione generalizzata e un grado di istruzione medio relativamente elevato. In pressoché tutte le famiglie veniva poi tramandato un forte senso di fedeltà verso casa Savoia.
1 Sarfatti, Gli ebrei cit., pp. 27-41.
2 Ibid., pp. 43-47.
3 G. Luzzatto, Gli Ebrei in Italia dalla marcia su Roma alle leggi razziali. Appunti sulla loro situazione economica, sociale e politica, in Gli Ebrei in Italia durante il fascismo, Quaderni della Federazione giovanile ebraica d’Italia (n. 1), Torino 1961, p. 10.
4 Istituto centrale di statistica del regno d’Italia, Annuario statistico italiano 1937, Roma 1937, p. 20; Id., ...1938, Roma 1938, p. 30; Id., ...1939, Roma 1939, p. 33.
5 Sarfatti, Gli ebrei cit., p. 133.
Mussolini, il fascismo, l’antisemitismo
Nel 1912 Benito Mussolini, nato nel 1883, era divenuto uno dei massimi esponenti del Partito socialista italiano: fu eletto nella Direzione nazionale e assunse la direzione del quotidiano «Avanti!». Nel 1914, inizialmente sostenne la neutralità italiana nella nuova guerra mondiale, in seguito però divenne interventista, lasciò l’«Avanti!» e creò il quotidiano «Il popolo d’Italia», venendo cosí espulso dal suo partito il 24 novembre. Il 23 marzo 1919 fondò, insieme ad altri, i Fasci di combattimento, dal programma alquanto eterogeneo. Il movimento iniziò a svilupparsi l’anno successivo, dopo l’abbandono di alcune pregiudiziali anticapitalistiche, antimonarchiche e laiciste, e parallelamente alla crescita delle azioni delle «squadracce» fasciste contro le sedi e le conquiste delle organizzazioni operaie e socialiste. Alle elezioni per la Camera dei deputati del 15 maggio 1921 ottenne trentasei seggi (quasi tutti all’interno di liste unitarie di centro-destra). Nel suo primo discorso alla Camera (21 giugno 1921), Mussolini si dichiarò «nettamente antidemocratico e antisocialista»1. Al congresso del 7-10 novembre 1921 il movimento si trasformò in Partito nazionale fascista; il suo leader però scelse di non esserne nominato segretario, limitandosi a far parte della direzione.
Nel maggio 1922 il partito contava trecentoventiduemila iscritti. A fine ottobre Mussolini organizzò una iniziativa paramilitare allo scopo di ottenere per sé e il Pnf un ruolo direzionale nel Paese: la «marcia su Roma». Il re Vittorio Emanuele III di Savoia scelse di non contrastarla e anzi il 29 ottobre lo incaricò di formare il nuovo governo. Da un punto di vista formale, l’atto era legittimo; da un punto di vista sostanziale, il sovrano affidò il Paese al capo di un piccolo partito aduso a praticare la violenza di massa, anche estrema. L’incarico di governo fu un fatto inscrivibile nel funzionamento della vita democratica, anche se Mussolini e il Pnf ne erano fieri nemici.
Egli fu presidente del Consiglio dei ministri del Regno d’Italia dal 31 ottobre 1922 al 25 luglio 1943. Con il costante avallo del re, trasformò il governo da liberale in dittatoriale e lo Stato da democratico in totalitario. Nel gennaio 1925 rivendicò la responsabilità politica e morale dell’assassinio del deputato socialista Giacomo Matteotti; nel maggio 1927 si gloriò alla Camera di aver soppresso i giornali di opposizione e i partiti antifascisti; nel 1928 fece approvare una legge che riduceva il diritto di voto (per la Camera) a un plebiscito su un’unica lista predisposta dal Gran consiglio del fascismo. Alle votazioni del 24 marzo 1929 partecipò l’89,6 per cento degli aventi diritto al voto e i «sí» furono il 98,3 per cento. Non vi era piú garanzia di segretezza del voto, ma l’antifascismo non aveva piú consistenza quantitativa e il regime mostrava di basarsi su un intreccio totalitario di imposizione e consenso. Inoltre, a coronamento della demolizione della laicità dello Stato, nel 1929 Italia e Santa Sede firmarono i Patti lateranensi, un accordo storico che rese ufficiale la cattolicità della nazione fascistizzata.
Fino al 1938, il programma politico del Pnf non conteneva indicazioni antisemite e il tesseramento era aperto anche agli ebrei (dai quali, a riprova di ciò, pervennero non poche adesioni). Nel 1938 il Pnf divenne ufficialmente antisemita, mostrando al riguardo una capacità di elaborazione e di azione che doveva preesistere. Insomma, l’assenza di antisemitismo programmatico e la presenza di iscritti israeliti non erano (non sono) condizioni sufficienti per definire «fondamentalmente non antisemita» un partito.
In assenza di studi organici sul Pnf, e dato anche il notevole peso specifico esercitato nel partito e nel governo dal dittatore, è opportuno ripercorrere alcuni suoi pronunciamenti. Mussolini aveva mostrato di possedere stereotipi antiebraici già in epoca socialista. Nel 1908, contestando proprio Claudio Treves a proposito di Nietzsche, aveva condiviso il giudizio di quest’ultimo su Gesú strumento «della vendetta spirituale della sua razza e della conseguente inversione dei valori morali»2; nel 1910, riferendosi a una circolare antipornografica di Luigi Luzzatti, aveva scritto che egli «è vecchio ed è ebreo. Nessuna meraviglia quindi s’egli è agitato da preoccupazioni d’ordine morale»3. Nel giugno 1919 si scagliò sul suo giornale contro «i grandi banchieri ebraici di Londra e di New York, legati da vincoli di razza cogli ebrei che a Mosca come a Budapest si prendono una rivincita contro la razza ariana», riaffermando altresí: «La razza non tradisce la razza. Cristo ha tradito l’ebraismo, ma, opinava Nietzsche in una pagina meravigliosa di previsioni, per meglio servire l’ebraismo rovesciando la tavola dei valori tradizionali della civiltà elleno-latina»4. Solo un antisemita poteva scrivere concetti simili; peraltro il pragmatismo dell’uomo e il carattere non sistematico del suo antiebraismo gli consentivano di mantenere rapporti, anche di collaborazione, con ebrei ed ebree. Si trattava cioè di un antisemitismo «culturale», come lo ha definito Giorgio Fabre5. Nell’ottobre 1920 Mussolini scrisse «il bolscevismo non è un fenomeno ebraico», rettificando cosí parzialmente alcune delle affermazioni dell’anno precedente; proseguendo però, dopo essere passato dal bolscevismo al sionismo, affermò: «Speriamo che gli ebrei italiani continueranno ad essere abbastanza intelligenti, per non suscitare l’antisemitismo nell’unico paese dove non c’è mai stato»6. Con ciò essi venivano messi in guardia e responsabilizzati dell’eventuale loro persecuzione.
Poco dopo, al congresso del Pnf del novembre 1921, espresse con forza i concetti della «salute della razza con la quale si fa la storia» e dei «valori eterni della razza»7. Si trattava di un razzismo ancora piú di tipo «nazionale» che già «biologico», diverso quindi da quello professato dal piccolo e ancora oscuro partito similare formatosi in Germania, ma si trattava pur sempre di razzismo.
Nel primo quindicennio di governo, Mussolini sviluppò una complessa politica ebraica: condannava l’adesione al sionismo di ebrei italiani, ma non il sionismo come movimento nazionale; utilizzava quest’ultimo nel confronto con la Gran Bretagna, ma era contrario a uno Stato ebraico in Palestina; rallentava l’afflusso di ebrei est-europei nella penisola, ma riconosceva il ruolo ‘nazionale’ delle élites ebraico-italiane nelle principali città del Mediterraneo; sollecitava gli ebrei italiani a nazionalizzarsi e a fascistizzarsi sempre piú (anche con la riforma del 1930-1931), ma rendeva sempre piú cattolica la nazione. Tuttavia gli aspetti piú importanti della sua politica furono: l’attenzione al «comportamento» degli ebrei italiani (l’avvertimento dell’ottobre 1920 echeggiò nella dichiarazione del 1932 a Emil Ludwig: «L’antisemitismo non esiste in Italia. [...] Gli ebrei italiani si sono s...
Indice dei contenuti
- Copertina
- La Shoah in Italia
- Parte prima - Aspetti generali
- Parte seconda - Dalla Germania all’intera Europa
- Parte terza - In Italia
- Appendici
- Il libro
- L’autore
- Dello stesso autore
- Copyright