
- 816 pagine
- Italian
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eBook - ePub
Informazioni su questo libro
La Bibbia della lirica americana, messa a punto nel 1892, attraverso quarant'anni di ininterrotto, esaltante travaglio creativo. Una lettura fondamentale.
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Informazioni
Il canto di me stesso
1
Io celebro me stesso, io canto me stesso,
E ciò che io suppongo devi anche tu supporlo
Perché ogni atomo che mi appartiene è come appartenesse anche a te.
Ozioso m’attardo e invito l’anima mia,
Ozioso m’attardo a mio agio e mi curvo a osservare un filo d’erba estiva.
La mia lingua, ogni atomo del mio sangue, prodotto da questa terra, da quest’aria,
Qui nato, da genitori nati qui, i loro padri e i padri dei padri nati qui parimenti,
Io, a trentasette anni e in perfetta salute, incomincio,
Sperando di non cessare che alla morte.
Credi e scuole in sospensiva,
Un poco indietro ritrattomi, contento di ciò che essi sono, ma non scordandoli mai,
Accolgo il bene e il male, lascio parlare a caso,
La Natura senza freno e con la nativa energia.
2
Case e stanze son tutte profumate, gli scaffali gremiti di profumi,
Io stesso inalo la fragranza, e la conosco e l’amo,
La sublimazione potrebbe inebriare anche me, ma io non lo permetto.
L’atmosfera non è un profumo, non ha la fragranza della sublimazione, è inodore,
È destinata per sempre alla mia bocca e io ne sono innamorato,
Andrò sulla scarpata presso il bosco, per smascherarmi, per denudarmi,
Sono pazzo dal desiderio di venirne in contatto.
Il vaporare del mio fiato,
Echi, increspature, soffocati sussurri, radice d’amore, filo di seta, biforcazioni, viticci,
La mia respirazione e inspirazione, il pulsare del mio cuore, il transito del sangue e dell’aria per i miei polmoni,
L’odore delle foglie verdi e delle foglie secche, e della spiaggia, e delle brune rocce marine, e del fieno nel fienile,
Il suono delle parole vomitate, della mia voce affidata ai refoli del vento,
Pochi labili baci, una stretta, qualche braccio proteso,
Gioco di luci e d’ombre sugli alberi, quando oscillano i flessili rami,
La delizia di trovarsi solo, o tra la folla per strada, o nei campi, o sui fianchi d’una collina,
La sensazione di salute, il trillo del pieno meriggio, il canto di me che mi levo al mattino e vado incontro al sole.
Credevi che mille acri fossero molto? credevi che la terra fosse molto?
Ti sei esercitato tanto per imparare a leggere?
Ti sei sentito cosí superbo perché intendevi il senso delle poesie?
Fèrmati oggi con me, fèrmati questa notte, e tu capirai l’origine di tutte le poesie,
Possederai il bene della terra e del sole (sono rimasti ancora milioni di soli,)
Non riceverai piú le cose di seconda, terza mano, non dovrai piú guardare attraverso gli occhi dei morti, né nutrirti di spettri nei libri,
Non dovrai guardare attraverso gli occhi miei, né ricevere sensazioni per mezzo mio,
Percepirai d’ogni parte suoni e li filtrerai attraverso te stesso.
3
Ho udito ciò che dicevano gli oratori, che parlavano del principio e della fine,
Ma io non discuto né di principio né di fine.
Non vi fu mai piú inizio di quanto vi sia ora,
Né piú gioventú o vecchiaia di quanta vi sia ora,
Non vi sarà mai perfezione maggiore di quanta vi sia ora,
Né piú cielo o piú inferno di quanto vi sia ora.
Impulso, impulso, impulso,
Ognora il procreante impulso del mondo,
Dalla vaga lontananza eguali opposti avanzano, sempre sostanza e aumento, sempre sesso,
Sempre un intreccio d’identità, sempre distinzioni, creazioni di vita.
Elaborare a nulla giova, dotti e indotti sentono che è cosí.
Sicuri come le cose piú sicure, a fil di piombo i pilastri, saldi i tiranti, rafforzate le travi,
Forti come cavalli, affezionati, alteri, elettrici,
Io e questo mistero qui sorgiamo.
Chiara e dolce l’anima mia, chiaro e dolce tutto ciò che non è l’anima mia.
Se manca uno, mancano ambedue, e l’invisibile è provato dal visibile,
Fino a quando questo diventa invisibile e, a sua volta, viene provato.
A mostrare il meglio e a separarlo dal peggio un secolo dopo l’altro s’affatica,
Conoscendo l’assoluta giustezza, l’equanimità delle cose, mentre quelli discutono io taccio, e vado a bagnarmi e ad ammirarmi.
Benvenuto ogni organo e ogni mio attributo, e quello d’ogni uomo schietto e mondo,
Non un pollice né un frammento di pollice è vile, e nessuno dev’essere meno familiare del resto.
Sono soddisfatto – io vedo, danzo, rido, canto,
Quando chi ha condiviso il mio letto e mi ha abbracciato e ha dormito al mio fianco, sul fare del giorno dilegua con passo furtivo,
Lasciandomi cesti coperti di bianche tovaglie, che d’abbondanza m’impinguano la casa,
Devo posporre l’accettazione, la mia presa di possesso e urlare ai miei occhi,
Che si volgano dal seguire chi si ritrae giú per la strada,
E subito stimino, e mi riferiscano, fino al centesimo,
Il preciso valore di uno, e il preciso valore di due, e quello che vale di piú?
4
Gente che pone tranelli e rivolge domande mi attornia,
Gente che incontro, gli effetti su me dell’infanzia, o del quartiere della città dove vivo, o il paese,
Gli ultimi avvenimenti, scoperte, invenzioni, società, autori vecchi e nuovi,
Il pranzo, il vestito, i compagni, l’aspetto, i complimenti, i canoni,
La effettiva o immaginaria indifferenza di qualche uomo o di qualche donna che amo,
La malattia d’uno della mia famiglia, o mia, o cattive azioni, o perdita o mancanza di denaro, o depressioni o esaltazioni,
Lotte, gli orrori della guerra fratricida, la febbre di dubbie notizie, eventi incerti;
Tutto questo m’accade giorno e notte e da me si allontana,
Ma non costituisce il mio Io.
In disparte da quanto mi sollecita e m’urge sta ciò che io sono,
Se ne sta divertito, compiacente, compassionevole, inerte, unitario,
Guarda all’ingiú, si aderge, piega il braccio sopra un impalpabile ma sicuro sostegno,
Guarda volgendo di lato la faccia, curioso di ciò che accadrà,
Partecipe e fuori del gioco, osserva e stupisce.
Volgendomi indietro vedo i miei giorni, quando anch’io m’affannavo nella nebbia, con persone loquaci e inclini alle dispute,
Io non derido né discuto, ma osservo e attendo.
5
Credo in te, anima mia, e l’altro che io sono non dovrà mai umiliarsi a te,
Come tu non dovrai umiliarti all’altro.
Ozia con me sopra l’erba, libera la tua gola da ciò che l’impediva,
Non parole né musica né rime ti chiedo, né convenzioni n...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Foglie d’erba
- Il libro bianco di Walt Whitman di Franco Buffoni
- Prefazione di Enzo Giachino
- Biobibliografia a cura di Rossella Bernascone
- Bibliografia
- Foglie d’erba
- Dediche
- Partito da Paumanok
- Il canto di me stesso
- Figli d’Adamo
- Calamus
- Salve, mondo!
- Canto della strada
- Sul ferry di Brooklyn
- Responsorio
- Nostro antico fogliame
- Un canto di gaudi
- Canto della scure
- Canto dell’esposizione
- Canto della sequoia
- Un canto per le occupazioni
- Un canto della terra che ruota
- Uccelli di passo
- Un corteo per Broadway
- Relitti marini
- Lungo la strada
- Rulli di tamburo
- In memoria del presidente Lincoln
- Presso la riva dell’Ontario azzurro
- Ruscelletti autunnali
- Della bufera musica superba
- Una via per le Indie
- Preghiera di Colombo
- I dormienti
- Pensare al tempo
- Sussurri di morte divina
- Madre, tu, con la tua stirpe uguale
- Dal meriggio alla stellata notte
- Canti d’addio
- Foglie dei settant’anni
- Addio, fantasia
- Echi della vecchiaia
- Appendice
- Sguardo retrospettivo al cammino percorso
- Note
- Il libro
- L’autore
- Copyright