Di notte, sulle porte delle case di Parigi, appaiono strani numeri neri. All'altro capo della città, intanto, vengono recapitate incomprensibili missive che parlano di malattia e di morte. Solo il commissario Adamsberg intuisce che tra i due fatti esiste un legame. Forse è una storia che affonda nei tempi bui dell'Europa, quelli della Morte Nera. O forse il Medioevo non è poi cosí lontano.

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XXXIII.
Qualcuno azionò la chiamata notturna, pigiando il campanello piú volte, con urgenza. Il brigadiere Estalère aprí il portone e fece entrare un uomo sudato fradicio, in completo giacca e pantaloni abbottonato frettolosamente e camicia aperta su una criniera di peli neri.
– Forza, capo, – disse l’uomo rifugiandosi rapidamente nei locali dell’Anticrimine. – Voglio fare una deposizione. Sull’assassino, sull’uomo della peste.
Estalère non osò avvertire il commissario capo e svegliò il capitano Danglard.
– Merda, Estalère, – disse Danglard dal letto, – perché mi chiama? Dia una scossa a Adamsberg, dorme in ufficio.
– Appunto, capitano. Se non è importante, ho paura di prendermi una lavata di capo dal commissario.
– E di me ha meno paura, Estalère?
– Sí, capitano.
– Si sbaglia. Da sei settimane che lo frequenta ha mai visto Adamsberg berciare?
– No, capitano.
– E non lo vedrà in trent’anni. Ma me sí che mi vedrà, e non piú tardi di adesso, brigadiere. Lo svegli, merda. A ogni modo non ha bisogno di dormire molto. Io invece sí.
– Va bene, capitano.
– Un minuto, Estalère. Che vuole, quel tizio?
– È uno di quelli presi dal panico, ha paura che l’assassino lo faccia fuori.
– Quelli abbiamo già detto di lasciarli perdere. Adesso in città sono centomila. Lo butti fuori e lasci dormire il commissario.
– Sostiene di essere un caso speciale, – precisò Estalère.
– Tutti quelli lí si credono speciali. Se no, non andrebbero in panico.
– No, sostiene di essere appena stato morso dalle pulci.
– Quando? – domandò Danglard sedendosi sul letto.
– Stanotte.
– Va bene, Estalère, lo svegli. Arrivo anch’io.
Adamsberg si passò dell’acqua fredda sul viso e sul torso, ordinò un caffè a Estalère – la nuova macchinetta era stata installata il giorno prima – e spostò con il piede la branda in fondo all’ufficio.
– Mi porti quel tizio, brigadiere, – disse.
– Estalère, – si presentò il ragazzo.
Adamsberg scosse la testa e riprese il suo promemoria. Ora che l’untore era in cella, forse avrebbe potuto occuparsi di quella banda di sconosciuti che popolava l’Anticrimine. Annotò: Viso tondo, Occhi verdi, Timoroso, uguale Estalère. E già che c’era aggiunse: Entomologo, Pulci, Pomo d’Adamo, uguale Martin.
– Come si chiama? – domandò.
– Roubaud Kévin, – disse il brigadiere.
– Anni?
– Una trentina, – ipotizzò Estalère.
– È stato morso stanotte, è questa la sua storia?
– Sí, ed è in preda al panico.
– Non male.
Estalère accompagnò Roubaud Kévin fino all’ufficio del commissario, reggendo con la sinistra una tazza di caffè, senza zucchero. Il commissario non metteva lo zucchero. Contrariamente a Adamsberg, a Estalère piacevano i piccoli particolari della vita, gli piaceva ricordarsene e gli piaceva mostrare che se ne ricordava.
– Non le ho messo lo zucchero, commissario, – disse depositando la tazza sul tavolo e Roubaud Kévin sulla sedia.
– Grazie, Estalère.
L’uomo si passava le dita tra i fitti peli del petto, agitato, a disagio. Puzzava di sudore e il suo sudore puzzava di vino.
– Mai avuto pulci prima? – gli domandò Adamsberg.
– Mai.
– È sicuro che le punture risalgano a stanotte?
– Non sono neanche due ore ed è questo che mi ha svegliato. Allora mi sono precipitato ad avvertirvi.
– Ci sono dei 4 sulle porte del suo palazzo, signor Roubaud?
– Due. La portinaia ne ha fatto uno sul vetro, con un pennarello, e il tizio del quinto piano.
– Allora non è lui. E non sono le sue pulci. Può tornarsene tranquillamente a casa.
– Sta scherzando? – disse l’uomo alzando la voce. – Esigo una protezione.
– L’untore dipinge tutte le porte meno una prima di liberare le sue pulci, – scandí Adamsberg. – Sono altre pulci. C’è stato qualcuno a casa sua negli ultimi giorni? Qualcuno con un animale?
– Sí, – disse Roubaud accigliato. – Due giorni fa è passato un amico col suo cane.
– Ecco. Torni a casa, signor Roubaud, e vada a dormire. Dormiremo tutti un’oretta, farà bene a tutti.
– No. Non voglio.
– Se è cosí preoccupato, – disse Adamsberg alzandosi, – chiami la disinfestazione e poi chi se ne frega.
– Non servirebbe a niente. L’assassino mi ha scelto, mi ucciderà, pulci o non pulci. Esigo una protezione.
Adamsberg tornò al tavolo, indietreggiò verso la sua parete e studiò piú attentamente Kévin Roubaud. Sulla trentina, violento, preoccupato, e con qualcosa di furtivo nei grossi occhi scuri un po’ sporgenti.
– Bene, – disse Adamsberg. – L’ha scelta. Non c’è un solo 4 degno di questo nome nel suo palazzo, ma lei sa che l’ha scelta.
– Le pulci, – ringhiò Roubaud. – È sul giornale. Tutte le vittime hanno avuto delle pulci.
– E il cane del suo amico?
– No, non è quello.
– Come fa a essere cosí sicuro?
Il tono del commissario stava cambiando, Roubaud lo percepí e si raggomitolò sulla sedia.
– Sul giornale, – ripeté.
– No, Roubaud, è qualcos’altro.
Danglard era appena arrivato, erano le sei e cinque del mattino e Adamsberg gli fece cenno di stare pronto. Il capitano si spostò in silenzio e si mise alla tastiera.
– Senta, – disse Roubaud recuperando un po’ di sicurezza di sé, – mi minacciano, un pazzo tenta di uccidermi e lei rompe le scatole a me?
– Che cosa fa nella vita? – domandò Adamsberg in tono piú gentile.
– Lavoro al reparto linoleum in un grande magazzino di arredamento, dietro la Gare de l’Est.
– È sposato?
– Ho divorziato due anni fa.
– Figli?
– Due.
– Vivono con lei?
– Con la madre. Ho diritto di vederli nel week-end.
– Mangia fuori? A casa? Sa cucinare?
– Dipende, – disse Roubaud un po’ sconcertato. – A volte mi faccio una minestra o qualcosa di surgelato. A volte vado giú al bar. I ristoranti sono troppo cari.
– Le piace la musica?
– Sí, – disse Roubaud, disorientato.
– Ha un hi-fi, una tivú?
– Sí.
– Guarda il calcio?
– Sí, ovviamente.
– Se ne intende?
– Abbastanza.
– Nantes-Bordeaux l’ha vista?
– Sí.
– Non male, vero? – disse Adamsberg che non l’aveva vista.
– Mah, – disse Roubaud con una smorfia. – Un po’ fiacca ed è finita pari. C’era da scommetterci già dal primo tempo.
– Ha visto il notiziario nell’intervallo?
– Sí, – disse Roubaud macchinalmente.
– Allora, – disse Adamsberg venendo a sedersi di fronte a lui, – sa che ieri sera hanno preso il propagatore di peste.
– È quello che hanno detto, – mormorò Roubaud, turbato.
– In tal caso, di cosa ha paura?
Il tizio si morse le labbra.
– Di cosa ha paura? – ripeté Adamsberg.
– Non sono sicuro che sia lui, – ammise l’uomo, con voce esitante.
– Sí? Lei se ne intende di assassini?
Roubaud inghiottí completamente il labbro inferiore, con le dita piantate tra i peli del petto.
– Mi minacciano e lei rompe le scatole a me? – ripeté. – Avrei dovuto saperlo. Gli sbirri, appena li chiami, ti rifilano la fregatura, è tutto quello che sanno fare. Avrei dovuto cavarmela da me. Uno vuole aiutare la giustizia ed ecco il risultato.
– Ma lei la aiuterà, Roubaud, e molto, anche.
– Sí? Credo che mi stia proprio prendendo per il culo, commissario.
– Non fare il furbo, Roubaud, perché non sei abbastanza intelligente per questo.
– See?
– See. Ma se non vuoi aiutarmi, te ne torni a casa da bravo. A casa, Roubaud. Se tenti di filartela, ti riaccompagniamo a casa. Finché morte non ne consegua.
– Da quando gli sbirri mi impongono dove devo andare?
– Da quando mi rompi. Ma vai pure, Roubaud, sei libero. Vattene.
L’uomo non si mosse.
– Hai paura, eh? Hai paura che qualcuno ti strangoli col filo dentellato come gli altri cinque? Sai che non potrai difenderti. Sai che ti beccherà, ovunque tu sia, a Lione, a Nizza, a Berlino. Sei il bersag...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Parti in fretta e non tornare
- I.
- II.
- III.
- IV.
- V.
- VI.
- VII.
- VIII.
- IX.
- X.
- XI.
- XII.
- XIII.
- XIV.
- XV.
- XVI.
- XVII.
- XVIII.
- XIX.
- XX.
- XXI.
- XXII.
- XXIII.
- XXIV.
- XXV.
- XXVI.
- XXVII.
- XXVIII.
- XXIX.
- XXX.
- XXXI.
- XXXII.
- XXXIII.
- XXXIV.
- XXXV.
- XXXVI.
- XXXVII.
- XXXVIII.
- Il libro
- L’autore
- Dello stesso autore
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