Fred Vargas
Piccolo trattato sulle verità dell’esistenza
Traduzione di Margherita Botto
Se, questo lunedí di Pasqua 2001, pongo mano a un’opera apparentemente scherzosa, non è certo allo scopo di farvi ridere. Stronco sul nascere ogni speranza, già all’esordio. Credetemi, è meglio cosí.
Per la verità, un tempo ambivo a consegnare al mondo una piccola raccolta di aforismi sul tema dell’esistenza umana, e quando dico «piccola» è per modo di dire: piccola per volume, certo, ma grande per contenuto, e cosí mirabilmente concentrata che da ogni pagina sarebbe scaturito il fuoco sacro della Verità sull’Esistenza, intendo la Vita, né piú né meno.
In seguito pensai di sacrificare quegli aforismi a un discorso piú ampio, perché l’aforisma ha questo di irritante: che ti lascia a piedi, con la tua breve massima, senza spiegarti il perché e il percome delle cose. Esercizio virtuosistico, quindi, ma deludente. Optai allora per quella forma intermedia ideale che è il Piccolo trattato sulle verità dell’esistenza, costellato qua e là di aforismi. Serenamente, attendevo il momento propizio per redigere questa opera densa e sostanziosa, accumulando per ogni dove i materiali indispensabili a costruirla.
Ma si dà il caso che il momento sia arrivato, ed è un’ottima notizia per tutti.
Quando dico «piccolo», è una scelta: non confondiamo massa e valore. Il trattato troppo prolisso è solo la laboriosa diluizione di precetti titubanti e tradisce l’incompetenza dell’autore in materia, intendo la Vita. Ma le verità sull’esistenza sono frecce d’oro che puntano dritto al bersaglio, né piú né meno, e la natura eminentemente piccola dell’opera attesta le certezze dell’autore, al cui intelletto acuto non interessano le diluizioni. Un vero artefice di Trattati sa di cosa parla e va al sodo, senza recalcitrare. In un centinaio di pagine la faccenda deve essere risolta.
Tanto piú che grazie al suo modico spessore il benefico trattato può stare in tutte le tasche e infilarsi, discreto, possente e ricreativo, nella cinta dei calzoni, nella manica del sari, nella tunica del beduino. All’inopinato manifestarsi del minimo dubbio sull’esistenza è lí, a portata di mano del lettore riconoscente. Con un’occhiata, il problema è presto risolto. In qualunque circostanza, al bar, in biblioteca, in aereo, in piroga o su una panchina pubblica, tutti luoghi propizi all’emergere delle questioni esistenziali, vi appartate con il vostro compendio e, in meno tempo di quanto ne occorra a leggerlo, vi ritrovate ben attrezzati e ferratissimi sull’argomento. Perché qui non si tratta di rifilarvi un testo sibillino, senza capo né coda, che si dipani alla rinfusa secondo il capriccio dell’autore. Sarebbe una mancanza di carità e di buon senso contraria all’obiettivo di questo opus: struttura, chiarezza, concisione e soluzioni, cosí ha da essere un buon trattato sulle verità della vita.
E preferisco dirvi subito che questo sarà un trattato definitivo. Prima, solo cosucce, goffi tentativi, spiacevoli fraintendimenti. Prova ne sia che oggi nessuno può vantarsi di possedere risposte sui misteri della vita, e l’intero pianeta continua a vagolare tra crisi di panico e abbagli. Però, in fin dei conti siamo nel 2001, e sarebbe proprio ora di fare qualcosa. Abbiamo aspettato anche troppo. Che da trentamila anni si prenda la rincorsa per saltare meglio, d’accordo, posso anche accettarlo. Ma a un certo punto quel che è troppo è troppo, e diventa imperativo afferrare il toro per le corna. Con questa metafora intendo la Vita, e i suoi misteri. Ogni nuovo giorno consegna il suo quantitativo di quesiti insolubili e facendo il conto in mesi, in anni, pensate quale cumulo di incertezze ci opprime, conferendo alla nostra esistenza quell’incedere vacillante dovuto ai milioni di cavolate che instancabilmente ripetiamo. Mentre è cosí semplice, con un piccolo trattato efficace, né piú né meno, guidare con baldanza i nostri passi. Mentre è cosí facile, in un centinaio di pagine, dare sollievo al nostro peregrinare.
L’autore che recalcitrasse ad accollarsi questo onere sarebbe ai miei occhi, non lo nascondo, uno sporco egoista, che preferisce sbevazzare al bar con gli amici invece di dedicare una settimanella del suo tempo ad alleviare i dubbi lancinanti dell’umanità. Sí, un bastardo bell’e buono. E tutto fa pensare che gli autori preferiscano – triste effetto della nostra epoca individualistica – sbevazzare o sguazzare nelle tiepide acque dell’oceano Indiano invece di chinarsi per qualche giorno sulla tastiera, il che mi sembra il minimo dovuto ai nostri fratelli umani nel bisogno.
A tutt’oggi, infatti, non esiste, che io sappia, nessun trattato aforistico che risolva definitivamente i problemi dell’esistenza. Ne avremmo avuto notizia.
Ciò implica che tutti gli autori sbevazzano e sguazzano, e dispiace per la categoria. Quindi, poiché io sola sembro consapevole della responsabilità che ci tocca, poiché io sola, inchiodata al mio programma di lavoro, ho il senso del dovere, come il cavallo da tiro che sente gravare sul garrese il peso morale del collare a spalla (ebbene sí, si dice «collare a spalla» per il cavallo e «giogo» per il bove, cominciamo subito a mettere in chiaro l’essenziale), poiché io sola mi ergo sul sentiero solitario, preoccupata per l’incuria dei miei confratelli e avvertendo il soffocato grido d’allarme dell’umanità, io sola intraprendo il cammino e butto giú l’essenziale di ciò che bisogna sapere nella vita per cavarsela tra i molteplici misteri che essa s’ingegna a sbatterci in faccia.
Detto fatto, afferro il bastone del pellegrino e gli stivali, e via. È il momento giusto, è Pasqua, ho qualche giorno libero, a cui per pura bontà farò il sacrificio di aggiungere qualche serata e qualche domenica, poiché sono convinta che non bisogna tirarsi indietro e la soluzione dei misteri della vita esige che vi si dedichino otto giorni, non è poi la fine del mondo. Dopodiché, io sarò a posto con la mia coscienza e voi sarete a posto con le vostre verità, e sarà sempre una cosa fatta che non è piú da fare. Perché, come amava dire mia nonna, «quello che è fatto non è piú da fare», ma non voglio annoiarvi con le mie storie di famiglia.
Non sono infatti una di quelli che, con la scusa degli aforismi e considerando solo il proprio benessere narcisistico, vi infliggono ottocento pagine sul padre (o la madre, dipende, a volte è la mamma, ma ci torneremo sopra, statene certi) e sul paesello natale. No, questa letteratura ombelicale frutto di uno spiacevole malinteso scaturito da una errata lettura di Proust (avrò occasione di riparlarvi di questo punto che è parte integrante dei misteri dell’esistenza) non mi interessa.
Sappiate comunque che per parte di madre discendo da una grossa famiglia di bifolchi ben radicata in una fiera parrocchia della Normandia, la cui natura microscopica non deve occultarne la nobiltà, intendo Villiers-d’Écaudart, centodieci elettori. Il campanile della sua chiesa svetta maestoso sulla campagna, dominando l’immensità dei pascoli fangosi formicolanti di vacche, messi e barbabietole. No, lungi da me l’idea di annoiarvi con le mie storie di famiglia, poiché questo piccolo trattato aspira all’universalità, nella sua piú nobile accezione, senza la quale non potrebbe diventare quella guida incomparabile per tutto il genere umano che si propone di essere.
Tuttavia, per non voler annoiare troppo il lettore con i propri guai di famiglia, si fa presto a sottacerli. E qui dico subito: «Attenzione!» Passare un colpo di spugna su Villiers-d’Écaudart non sarebbe un bel modo per cominciare quest’opera, in realtà sarebbe un errore concettuale di base. Perché i problemi di famiglia sono parte integrante dei misteri della vita, a dir poco. Quindi, talvolta sarà indispensabile menzionare con discrezione, fra altri luoghi di portata universale, quella fiera parrocchia il cui vetusto campanile svetta sui campi fradici, pullulanti di lombrichi.
Lombrichi che rappresentano comunque, in massa ponderale, il settanta per cento del mondo animale, esseri umani compresi: insomma, un bel malloppo che pesa sul pianeta. Obietterete che questa brutale statistica svela una realtà poco allettante. Forse sí, ma è la vita, e preferisco avvertirvi subito che, quanto alla vita, questo trattato non ci girerà certo intorno. Poiché la nobiltà e la forza di ogni compendio di verità consiste proprio nel non trattare coi guanti i misteri dell’esistenza, altrimenti si perde e s’impantana come i ruscelli tra le sabbie scintillanti delle spiagge normanne. Ma lungi da me l’idea di annoiarvi con la Normandia. Ho citato questo esempio come avrei potuto sceglierne qualunque altro. E quei lombrichi non solo non soffocano il pianeta con la loro mostruosa massa invertebrata, ma scavano e scavano l’humus fin nelle sue piú segrete profondità, senza nemmeno sapere, poveracci, perché lo fanno. Mentre noi, invece, lo sappiamo. Ma non sto scrivendo un compendio destinato ai lombrichi, quindi accantoniamo per il momento il muto interrogativo che li accompagna nel corso della loro nobile vita. Dico nobile perché, scavando alla cieca, perforano, trapanano, trivellano e in tal modo, lo avrete capito, aerano la terra, che non è assolutamente in grado di aerarsi da sé. Forse sarà dura ammetterlo, ma è cosí. In tal modo aerando, nell’ignoranza della loro condizione di minuscoli animaletti, dànno libero corso alla magica crescita dei vegetali, a loro volta mangiati dagli erbivori, a loro volta mangiati dagli onnivori e dai carnivori. Quanto a noi, mangiamo di tutto: lombrichi, vegetali, erbivori, onnivori (mi riferisco al maiale), carnivori e compagnia bella. Sí, anche i carnivori, e in un’epoca non tanto remota i Galli mangiavano i cani, e non voglio scocciarvi parlando degli altri popoli, è un esempio che mira all’internazionalità.
Questo concetto vitale del Lombrico va tenuto ben presente, tanto piú (mi spiace ricordarlo) che i vermi mangiano anche tutti i morti, altrimenti il pianeta, dopo centinaia di anni che ci si muore, sarebbe un disgustoso pantano (e quando dico «ci si», parlo anche dei dinosauri e di altre bestiole che ci hanno preceduti, in un ovvio spirito di osmosi con il regno animale da cui proveniamo, ci tornerò sopra). Il lombrico, dunque: simbolo, per noi menti ristrette, della pulizia e del cibo per tutti, e anche del vino, nonché del calvados (dico calvados come direi sakè o vodka, è solo un esempio). Col che, ci si può sempre sbagliare e le apparenze non sono la verità, è una cosa essenziale che ci tenevo a chiarire subito riguardo ai misteri della vita, in uno spirito di ordine e di metodo.
Ecco perché questo compendio di portata universale non potrà permettersi di passar sopra alla fiera parrocchia di Villiers-d’Écaudart, paradiso dei lombrichi e parte integrante del pianeta, oltreché simbolica dei guai di famiglia, pur non volendo annoiarvi con questa faccenda. Sappiate comunque che proprio mentre vi sto parlando la vecchia fattoria di famiglia, tutta costruita con quegli umili materiali da bifolchi che sono l’argilla, il legno e la paglia, ha infiltrazioni d’acqua nella facciata ovest e anche in quella est, il che mi crea qualche problema. Ho chiamato il muratore il 10 aprile e, stranamente, è venuto. Della questione piuttosto assillante del muratore che viene o non viene parlerò, ma in seguito, perché questo compendio ha anzitutto il merito della struttura e della logica, coniugate a una costante verifica dei fatti esposti, altrimenti ogni impresa filosofica non andrebbe molto lontano.
E, allo scopo di convalidare tale struttura e lanciare questo breve trattato sulla via dell’universalità, mi vedo costretta a esordire parlandovi di me.
Perché, in effetti, chi sono io – potrebbe pensare qualcuno – per proporre questa piccola summa di verità? Cosa mi autorizza a farlo? E in che senso ciò che esporrò con fermezza sul tema dell’esistenza e, preferisco dirvelo subito, senza girarci intorno, può essere considerato certo? Bisogna infatti, come minimo, che il lettore possa avere una cieca fiducia nella veridicità dei discorsi del trattato infilato nella cinta, possa fidarsi a occhi chiusi, possa essere sicuro di trovarvi rivelazioni una piú valida dell’altra. È quindi per puro scrupolo di coerenza che sono costretta ad accennare alla mia persona e alla mia vita, non crediate che la cosa mi diverta.
Se sono in grado di tranquillizzarvi sulla fiducia che potete riporre nel mio discorso, è anzitutto perché da almeno venti giorni non bevo assolutamente nulla, ma proprio nulla, il che mi colloca di fatto in una posizione di netta superiorità rispetto a parecchi colleghi che, per quanto ne so, a tuttora non hanno nemmeno cominciato il loro trattato, anche se va consegnato entro il 22 aprile.
Ed è perché, in secondo luogo, capita che abbia qualche giorno da perdere (ma perdere tempo è guadagnarlo, e ci tornerò sopra), e stamattina ho finito di smaltire la posta arretrata, il che mi garantisce un’eccezionale capacità di concentrazione interamente dedicata a quest’opera.
Ed è perché, in terzo luogo, le mie radici affondano fortunatamente in quella fiera parrocchia che domina dall’alto i campi inondati, e quindi fin dalla piú tenera età ho imparato a manipolare il concetto chiarificatore cosiddetto del «lombrico», secondo cui l’apparenza della cosa non è la cosa in sé. Semmai ne riparleremo. Quindi, molto precocemente, riconobbi la necessità di andare a visionare l’altra faccia delle forme e da quelle esplorazioni riportai gli abbondanti frutti della conoscenza.
Ed è perché, in quarto luogo, grazie al mio bel carattere, ebbi la fortuna di entrare ben presto in relazione con una notevole quantità di miei simili, il che mi permise di dedicarmi a molte osservazioni sull’uomo, sui misteri che incontra, sulle soluzioni zoppicanti che vi apporta, e ricavarne un sacco di calcoli di covarianza che mi avrebbero condotta direttamente al rigore del presente trattato.
In quinto luogo, a questa inestimabile frequentazione dell’essere umano, affiancai una vasta conoscenza del mondo, viaggiando senza tregua dal momento in cui spiccai il volo. Gli innumerevoli andirivieni tra Parigi e Villiers-d’Écaudart mi arricchirono oltre misura. Spesso mi avventurai anche fino a Bernay, Condé-sur-Noireau, Pont-d’Ouilly e, senza trascurare la direzione sud, verso Vierzon, Tours, Tolosa e a volte fino a Nizza: insomma, nemmeno il mondo mediterraneo mi è ignoto, benché la barbabietola non vi si trovi a proprio agio. Col che, a ogni terreno i suoi prodotti (e ci tornerò sopra). Quindi, una volta preso l’abbrivio, scavalcai d’un balzo le Alpi e ne ricavai una puntuale conoscenza della penisola italica. Non disdegnai neppure di correre veloce come il vento verso est, raggiunsi Mulhouse e attraversai di quando in quando il confine franco-germanico per fermarmi in terra straniera, a un tiro di schioppo dal fiume maestoso, intendo il Reno. Fui persino cosí temeraria da dare un’occhiata alle leggendarie sorgenti del Danubio, una tremenda delusione. Verso nord mi inerpicai senza perdermi d’animo fino al Belgio, dove resistetti coraggiosamente per tre giorni e, già che c’ero, visitai di volata Amsterdam, di cui conservo solo un vago ricordo.
Ma il mio sguardo si rivolgeva incessantemente al mare e all’ovest, da degna erede dei fieri vichinghi che raggiunsero i massimi livelli nell’arte di scatenare un tremendo casino tra i loro pacifici vicini. Cosí, tante e tante volte l’avventura guidò i miei passi fino a Quimper e ai suoi immediati dintorni. Infine, non resistendo piú, presi un aereo e, terrorizzata, arrivai a New York, la ville lumière, dove la Statua della libertà decise per sempre la mia vocazione di pensatore universale. Ci passai una settimana e non ci ritornai piú.
Insomma, tra avventure ed epopee mi sono fatta un’insostituibile esperienza sul campo, che molti mi invidiano. Insieme a quella conquistata nello sconfinato universo di Villiers-d’Écaudart, essa forma il basamento adamantino dell’impresa che porto avanti oggi.
Questi elementi dovrebbero già bastare, e ampiamente, a fugare ogni dubbio dal vostro animo. L’autrice conosce la vita. Ma mi vedo costretta ad aggiungere che ho la fortuna di possedere dalla nascita una tempra eccezionale, forgiata con il metallo delle spade dei miei avi, intendo i casinisti, i vichinghi. Nulla mi ferma, nulla mi spaventa, tranne, ed è umano, quegli oggetti sconcertanti che sono per chiunque i cani, le vacche, gli sci, l’aereo, le farfalle notturne, la montagna, il mare e altre quisquilie. Grazie a questa indole poco comune, ho la fortuna di coniugare lo spirito delle Lettere con quello delle Scienze, che qui saranno di somma utilità, lo spirito del riordino degli armadi e della raccolta delle briciole, rare capacità di comprensione immediata dell’animo umano, che leggo come un libro aperto sia esso bantu o di Villiers-d’Écaudart, assecondate da abnormi facoltà di memorizzazione. A ciò aggiungete un carattere piacevole, facondo, disposto all’ascolto di tutti, anche se pronto a sani accessi d’ira verso chi mi contraddice. Senza dimenticare una perfetta padronanza dei sentimenti e della parola, una pacata fermezza di fronte all’avversità, uno spiccato senso pratico che mi ha procurato un’utile conoscenza dei lavori agricoli, aratura, semina, mietitrebbiatrici e sradicamento delle barbabietole, una mente assetata di logica, una temperanza e una volontà rare, un’inusitata capacità di lavoro, una facoltà di riflessione e di astrazione superiore alla media.
Occorre segnalare che l’animo umano, sia esso bantu o della fattoria Desmonchel (Villiers-d’Écaudart, Alta Normandia), è identico ovunque, spero che tutti lo sappiano, risparmieremo molto tempo e il risparmio di energia, come vedremo, è la parola chiave di questo compendio. Tanti vagabondaggi e peregrinazioni erano senza dubbio necessari per avvalorare le mie conoscenze, poiché qui tutto deve intendersi fondato sull’assoluta verità, ma va da sé che già la semplice osservazione della vita convulsa che ferve nella piana di Écaudart e in avenue du Général Leclerc (Parigi, quattordicesimo arrondissement) basterebbe ad alimentare questo opus di portata planetaria.
Per inciso (ma non allarmatevi, non perdo d’occhio la struttura dell’opera), rivolgermi continuamente a un «voi» anonimo ha qualcosa di irritante. Questi «pensate» e «sappiate che» cominciano a innervosirvi, e a innervosire anche me. In tali locuzioni sistematiche c’è un che di dotto, convenzionale e astratto che finisce per stufare sul serio il lettore, e l’autore. Quindi potrà capitare che dia del tu al lettore, per un riflesso di naturale simpatia, o addirittura che mi rivo...