Ogni giorno è per il ladro
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Ogni giorno è per il ladro

  1. 152 pagine
  2. Italian
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Ogni giorno è per il ladro

Informazioni su questo libro

Le città si aprono intorno a chi le attraversa come un paesaggio e si chiudono come una stanza, diceva Benjamin. Ed è cosí per il narratore di questo libro, un nigeriano che torna nel suo paese dopo quindici anni vissuti a New York. È fuggito da Lagos quasi di nascosto, per motivi misteriosi forse anche per lui: certo c'entrano la morte del padre e un risentimento mai elaborato per la madre. Ecco, rabbia e amore sono la coppia che definisce il rapporto con la sua città: una metropoli enorme, brulicante di vite e di storie in una quantità che stordisce, avamposto della modernizzazione globale e allo stesso tempo calviniana città invisibile. Il testo è accompagnato da diciannove fotografie dell'autore, diciannove immagini che fanno da controcanto ai capitoli come una storia parallela, diversa eppure puntata verso la stessa direzione: sia le parole sia le immagini, in fondo, si interrogano sugli ostacoli della visione. Lagos è una città difficile da vedere - nelle foto di Cole appare spesso sfocata, nascosta dalla griglia di un recinto, da una tenda, da un finestrino offuscato dalla pioggia, dalla ragnatela di un vetro rotto. Allo stesso tempo le parole del narratore (studente di Medicina e aspirante scrittore come il protagonista di Città aperta ) sono, è vero, di una lucidità che confina con la spietatezza, ma anche segretamente fessurate dalla malinconia, dall'irrequietezza, dal rancore di chi è stato tradito. Un appannamento dello sguardo che è quello proprio dell'amore. *** Teju Cole «ci insegna a guardarci intorno e a cercare chiavi e risposte».
Goffredo Fofi, «Internazionale» «Cole parla del proprio tempo senza parlare del proprio tempo. Perché le domande piú grandi - quelle di cui si nutre la letteratura fondamentale - sono sempre le stesse».
Cristiano de Majo, «Rivista Studio» Leggendo Teju Cole «si scopre come è fatto l'essere umano».
Francesco Longo, «Europa»

Domande frequenti

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Informazioni

Editore
EINAUDI
Anno
2014
Print ISBN
9788806222338
eBook ISBN
9788858415177

Venti

Me ne ero andato quasi di nascosto. La mia partenza era stata improvvisa, e per la mia famiglia, una totale sorpresa. Uno dei cugini di mio padre, che mi aveva prestato parte dei soldi per il biglietto, aveva intuito quello che intendevo fare. Avevo concluso da poco sei anni di studi all’Nms, una scuola militare secondaria. Mi ero inventato una scusa per rimanere dopo l’ultimo semestre, mentre perfezionavo il mio piano. Cinque anni prima, ero rimasto sulla soglia della camera di mio padre a Ikeja, a guardarlo a letto, indebolito dalla tubercolosi.
La morte di mio padre aveva spalancato un abisso definitivo tra me e mia madre. Le privazioni della vita in convitto erano diventate il mio rifugio. Era meglio stare lí tra quei mocciosi militari, a lottare per la sopravvivenza in quell’ambiente darwiniano, che rimanere in quella grande casa silenziosa con mia madre e il suo dolore opprimente. Il nostro rapporto, che non era mai stato buono, non aveva fatto che peggiorare in quegli anni. Passai un lungo periodo di vacanza con gli zii e le zie e, quando iniziai l’ultimo anno di scuola secondaria, sapevo di dover andarmene dalla Nigeria. Quando mia madre ricevette la mia lettera da New York nell’agosto del 1992, mi scrisse subito. Una lettera piena di domande preoccupate. Perché avevo fatto una cosa del genere? Quando avevo intenzione di ritornare? Perché agivo senza pensare alle conseguenze? Lessi la lettera una sola volta e la strappai. Non le risposi mai. E quella è stata la fine della nostra comunicazione, un voto del silenzio che ancora oggi mi sorprende di essere riuscito a rispettare. Gli scambi con chi era rimasto a casa erano altrettanto scarsi, non per risentimento, ma per il bisogno di rendere completo il distacco. C’era anche la pressione di ricostruire la mia vita in quella città nuova. Lo zio Tunde mi scrisse per dirmi che mia madre aveva lasciato la Nigeria poco tempo dopo la mia partenza, e che si era trasferita in California. Aveva incluso le informazioni per contattarla nel caso avessi voluto farlo. Per tutto il tempo che ho trascorso negli Stati Uniti sono stato nella East Coast e nel Midwest: New York, Wisconsin e, negli ultimi anni, ancora a New York. Lei, per quanto ne so, è ancora nella West Coast. Non ci incontreremo per caso.
In questo viaggio di ritorno, la piú grande sorpresa è stata rendermi conto di quanto è trascurabile per me il ricordo di lei, di quanto l’ho reso trascurabile, anche ritornando in luoghi che avevamo visitato insieme, o vedendo persone che ci conoscevano entrambi. La gente si guarda bene dal chiedermi di lei. Essere straniero è questo: quando te ne vai, non rimane un vuoto. Mia madre era una straniera qui. Non aveva lasciato nessun vuoto dopo diciotto anni, come se non fosse mai stata qui. E io, orfano di padre, sono anche un uomo senza madre, anche se è solo un volto dai colori pallidi che mi guarda da ogni foto e superficie riflettente. Vago per tutta Lagos e una volta percorro persino la strada che collega Unilag alla fermata dell’autobus di Yaba, ma non riesco a ritornare alla tomba di mio padre, su quella stessa strada, al cimitero di Atan.
A dicembre, la polvere soffoca la città. Ma un venerdí mattina nella terza settimana del mese, la pioggia scende abbondante per la seconda volta nella stagione secca. È un sollievo, ma le strade diventano uno strazio. Dove c’erano depressioni nell’asfalto, si formano dei laghi. Ai bordi scorrono piccoli ruscelli. La pioggia cade per una mezz’ora intensa, praticamente appena esco. Su Allen Avenue, dalla lastra grigia del finestrino chiuso vedo un brulichio di magliette verde acido e pantaloni gialli, camicette verde acido e gonne gialle: studenti colti di sorpresa dalla pioggia, che corrono a cercare riparo. Gli adolescenti, eccitati dall’acquazzone e dal fuggi fuggi, ridono, ma il tamburellare dell’acqua sul tetto della macchina mi impedisce di sentirli. Guido lentamente attraverso quel sogno di corpi in corsa.
La pioggia smette di colpo come era cominciata. La città è calma e devastata, come succede sempre dopo un’acquazzone. Le strade sono sgombre, l’aria pulita, devo solo evitare le pozzanghere mentre svolto su Ikorodu Road. Sto andando a visitare una vecchia amica. La chiamerò Amina. È una donna ormai, ha la mia età, ma l’ultima volta che l’ho vista era una ragazza, e io un ragazzo, e avevamo appena superato il momento del primo amore. Il nostro amore, durato pochi mesi, era rimasto con me per tutti quegli anni come uno dei rari ricordi dolci della città. Di recente ci eravamo ritrovati via e-mail. Non avevamo parlato del passato, e ora sto andando a trovarla.
Vicino ad Akoka, su una strada che conosco bene, un poliziotto mi ferma. Magro, uniforme nera, sguardo famelico. Viene verso l’auto con il passo di un uomo molto piú imponente, un passo lungo, rilassato. Il suo collega, anche lui sottile, non si alza dal capanno improvvisato, sul bordo della strada: una panca, quattro pali di legno, tetto di lamiera. La tana di un cecchino.
– Buongiorno, agente.
– Sa perché l’ho fermata?
La sua sicurezza mi spaventa. No, dico in tono neutrale, non so.
– Cosa dice quel cartello? – Indica un cartello alle nostre spalle. È deformato, e parzialmente coperto da un albero.
– Oddio, non l’avevo visto. Questa strada non è mai stata a senso unico. Dev’essere un cartello nuovo.
Ovviamente è una truffa. Il cartello è stato nascosto di proposito.
– È a senso unico da qui fino alla fine, all’entrata dell’università.
– Non lo sapevo. Scusi, non lo sapevo proprio.
Ridacchia. Ha recitato quella parte parecchie volte.
– Non è una questione di scuse.
– Non avevo visto il cartello. Non lo sapevo.
– Il cartello non è per quelli che sanno, oga. Il cartello è per quelli che non sanno. Non è una bella situazione, la sua. Ma quel cartello è lí per lei. Deve venire con noi alla stazione di polizia.
Scorrono inutili minuti. Non voglio perdere tutto il pomeriggio solo per pagare una «multa» che piú tardi finirà nelle tasche di qualcuno. Finalmente arriva a fare la sua richiesta, o meglio, mi obbliga a chiedergliela esplicitamente.
– Quindi, cosa dobbiamo fare adesso, agente? Magari millecinque, cosí può andare a mangiarsi qualcosa?
La sua offerta di partenza è cinquemila naira. Mi sforzo di non mostrare il mio disgusto e lo faccio scendere a duemila e cinque. Allungo i soldi, avvio l’auto. Dovreste rispettare la legge, dice. Non importa chi siete, la legge è uguale per tutti.
Tengo gli occhi sulla strada. Il mio viso è una maschera di rabbia.
Amina è uscita in strada per venirmi incontro. È sempre la stessa: ancora fanciullesca, snella, con le guance paffute. Di solito ha i capelli afro, ma oggi si è fatta una semplice treccia. Noto la mano menomata (un incidente in cucina) che non si sforza di nascondere. Tre dita, due moncherini. Entro nel vialetto della casa a due piani. È una villetta borghese, un piano terra con, immagino, due tre stanze, e la pittura all’esterno che è diventata grigia in alcuni punti. I condizionatori spuntano da parecchie finestre e arriva il ronzio di un paio di generatori. Sulla soglia c’è un uomo, penso sia il marito, con in braccio un bambino addormentato.
– Mio marito Henry e mia figlia Rekia. Vieni, entra.
Stiamo giocando a fare gli adulti.
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Il soggiorno ha spessi tendaggi che vanno dal soffitto fino a terra, e un’atmosfera sommessa. Amina sembra meno fanciullesca ora. L’interno della casa conferisce al suo corpo e al suo umore un’aria seria. Noto le borse sotto gli occhi, le piccole chiazze di eritema sulle guance, e le protuberanze della mano destra dove un tempo c’erano il medio e l’indice. La luce del giorno forma una colonna bianca nel punto in cui le tende non riescono a combaciare. La conversazione è educata. Henry è un uomo gentile, con le spalle strette e un po’ di pancetta. Sullo schermo piatto del televisore, che è acceso ma senza volume, c’è un film drammatico di Nollywood.
Lui lavora in banca, ha i venerdí mattina liberi. Lei ha appena lasciato la banca dove lavorava e sta cercando qualcos’altro. Dice che si sta godendo il tempo libero con la figlia, ma la sua risposta ha un tono innaturale. Chiedo come raggiungono il posto di lavoro, e se hanno intenzione di avere altri figli. A me non chiedono molto, tranne se ho voglia di pranzare, e io dico di no. Presumo che lei abbia detto di me a suo marito: è il primo cuore che ho spezzato (o forse era il contrario). Sarebbe diverso se fossi stato da solo qui con lei, senza lo sconosciuto che non sa nulla delle nostre conversazioni, delle nostre lettere (elaborati corsivi su carta profumata; dove saranno finite?), le assenze da scuola, i primi goffi approcci a letto, la vergogna e il piacere dopo. E poi farlo di nuovo, e ancora, a ogni occasione, travolti da una fame mai provata in seguito.
Le pause durano troppo. La tensione è quella di una sala d’attesa, e mi chiedo perché sono venuto, perché ho cercato, ancora una volta, di recuperare l’impossibile. Racconto l’incontro con il poliziotto, attento a non far trapelare la mia rabbia.
– Capisci quello che dobbiamo sopportare in questo paese? – dice, ridendo. – Ma hai pagato troppo. Bastavano mille naira.
Ascolto attentamente la sua risata. Non riesco a farla combaciare con quella che ricordo. Non capisco se si è fatta piú cupa, o se c’è qualche altra differenza. C’è qualche traccia nei suoi gesti del giorno in cui la sua mano è rimasta intrappolata in un tritatutto? C’era stato uno sbalzo di tensione, mi aveva detto un amico comune. Era scivolato qualcosa, o lei aveva infilato la mano nella macchina. Le lame ruotavano, e aveva perso molto sangue.
Sono distratto da questo pensiero quando Henry mi chiede qualcosa.
– Scusa?
– Dicevo, pensi che tornerai a vivere qui?
– Oh, chi lo sa. Dipende dai soldi. Dipende da un sacco di cose. È piú facile per i bancari che per i medici. Abbiamo ottime banche e pessimi ospedali.
Un’altra pausa. Il traffico fuori. I generatori. Ci sono molte vite e molti anni, e relativamente pochi istanti in cui le storie individuali si toccano riconoscendosi davvero.
Amina non dimostra mai nessuna goffaggine nel maneggiare oggetti. È lei che mi porge un bicchiere d’acqua, con la presa ad artiglio della mano destra. Scrive con la sinistra, ma questo lo so soltanto per sentito dire. Ha dovuto imparare di nuovo, con una mano diversa da quella con cui un tempo mi scriveva. Sullo schermo, la telecamera fa un primo piano di un uomo dagli occhi sgranati, poi taglia e passa a un altro, con cui è in atto una battaglia di sguardi. La bambina si sveglia. Ciao Rekia, dico. Si ritrae.
– Quindi hai pensato di tornare?
– Mi è passato per la testa.
È la risposta che ho sentito dare da altra gente. Trascorreranno molte settimane prima che piova ancora. Quando lascio la casa, asciugo lo specchietto laterale per vedere meglio i tre che mi salutano con la mano. Sono piccoli, vicini, come in un’immaginetta della Sacra Famiglia.

Ventuno

Fuggo dalla famiglia e vado in città da solo per osservarne i mutevoli umori: la letargia del mattino, le serate rumorose, le notti silenziose, buie, interrotte dai suoni dei generatori. È in questi vagabondaggi senza meta che mi sento davvero in contatto con la città. Passano i giorni e non mi soffermo sulla mia infanzia, come avevo immaginato che avrei fatto, non visito le mie scuole e non vedo i miei vecchi amici.
Un pomeriggio, qualche giorno prima di Natale, mentre cammino su Allen Avenue senza una destinazione particolare, mi imbatto in un cartello che indica un negozio di musica jazz. Seguo le frecce ed entro in una piccola stanza sul retro di un edificio. Qui almeno c’è qualcosa che soddisfa i gusti di una minoranza. Tutto ciò che è disponibile in molti negozietti di strada è musica nigeriana e il meglio di neri americani e artisti caraibici famosi: hip hop, dancehall, reggaeton. L’interno, ricoperto di specchi e teche di vetro, è come una versione in miniatura della scena finale de I 3 dell’operazione Drago. Le teche di vetro hanno una selezione di musica decente. C’è un po’ di stucchevole «smooth jazz», ma anche vari cd dei giganti: Miles Davis, Thelonious Monk, Sonny Rollins e molti altri. Si trovano anche gli avventurieri del jazz moderno, come Vijay Iyer e Brad Mehldau. Il soffitto è ricoperto di specchi, come tutto il resto. Le superfici riflettenti, insieme alle violente luci al neon, hanno l’effetto di rendere la stanza piú piccola e magica, invece che piú ampia, come se fossi finito in quelle scatole per riprodurre una camera oscura cosí amate dai primi molatori di lenti olandesi.
Un uomo e una donna stanno parlando vicino alla cassa quando entro. La donna sta lavorando a un libro contabile. Mi guardo intorno per un po’, poi, dopo aver preso nota di quello che mi interessa, chiedo i prezzi.
– Oh, mi spiace, non sono in vendita.
– Scusi?
– I cd non sono in vendita. A meno che non voglia pagarli tremila e cinque ciascuno.
Sono confuso. Un negozio di jazz, ma i cd non sono in vendita. A meno che non voglia pagarli venticinque dollari ciascuno, una cifra assurda. La maggior parte non mi costerebbe piú di quindici dollari in America, e alcune delle riedizioni molto meno. Cosa intende dire?
– Signore, se vede qualcosa che le piace, possiamo farle una copia. Vale per tutti i cd nel negozio. E costa mille naira. Ma gli originali non sono in vendita.
Un negozio a tutti gli effetti, con un cartello pubblico, su una delle strade commerciali piú animate della città, con una clientela raffinata, che vive di pirateria. Si rendono conto che è un problema? O basta optare per la sofisticazione senza preoccuparsi delle leggi che difendono la creatività? La settimana dopo, visito un negozio chiamato Jazzhole su Awolowo Road a Ikoyi. E lí mi trovo finalmente in un ambiente congeniale, stimolante. Vende libri e musica, e il proprietario è uno dei piccoli ma tenaci esempi di innovatori culturali del paese. La presentazione è gradevole, simile a molte librerie occidentali: c’è una vasta selezione di musica jazz, panafricana e internazionale vicino all’ampia entrata, e file e file di libri verso il fondo, in un ambiente piacevole e silenzioso. Finalmente, penso, lo sfuggente spicchio di sole che cercavo. C’è la musica di Ali Farka Touré e Salif Keïta, i libri di Philip Roth, Penelope Fitzgerald e, come speravo, Michael Ondaatje. Il prezzi sono alti: non piú che in un negozio americano o inglese, ma di certo inaccessibili per gran parte dei nigeriani. Eppure, sapere che un posto del genere esiste fa una gran differenza per chi ha bisogno di quel ...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Ogni giorno è per il ladro
  3. Uno
  4. Due
  5. Tre
  6. Quattro
  7. Cinque
  8. Sei
  9. Sette
  10. Otto
  11. Nove
  12. Dieci
  13. Undici
  14. Dodici
  15. Tredici
  16. Quattordici
  17. Quindici
  18. Sedici
  19. Diciassette
  20. Diciotto
  21. Diciannove
  22. Venti
  23. Ventuno
  24. Ventidue
  25. Ventitre
  26. Ventiquattro
  27. Venticinque
  28. Ventisei
  29. Ventisette
  30. Il libro
  31. L’autore
  32. Dello stesso autore
  33. Copyright