1.
12 luglio 1999: «la Repubblica» dedica un articolo alla versione restaurata del film d’animazione Yellow Submarine dei Beatles, uscito nell’estate del 1968, dove donne dai colori impavidi danzano nei cervelli di uomini senza espressione in Lucy in the Sky with Diamonds e si assiste al salvataggio di Pepperland da orde di mostri che odiano la musica.
Qualche mese prima, Carlo è nell’appartamento del residence di via Ormea che Sorrentino ha trovato per lui in quel periodo di relativa quiete e di umori stabili. Nel pomeriggio la luce entrando dalla finestra della camera da letto divide lo spazio in due metà distinte, il copriletto è tagliato in due, due parti ricomposte dal corpo di Carlo accasciato. Niente intorno che faccia pensare a un’interruzione del movimento abituale delle cose. Carlo è colto nell’istante in cui è sospeso, senza che possa darsi alcuna previsione dei futuri accadimenti o vi sia traccia di un’onda che abbia scosso la stanza, l’appartamento, e stordito il suo inquilino. Non si coglie l’immane sforzo di galleggiare, di non annegare nella piú forte corrente. Ché l’anima è incommensurabile, e cattura lo spazio fondendo i confini della sicurezza. Qualcosa di vivo s’innesta nell’orizzonte. La stanza respira, separa e unisce, allontana le parti senza vita. La realtà in cui è immerso il corpo di Carlo non è astratta, si potrebbe collocarla tra i fogli e la penna sul tavolino, tra le sue dita, nello spazio tra l’armadio e lo specchio sopra il lavandino, nel fondo arrossato del bicchiere. L’immobilità del suo corpo suggerisce un abisso, materno, liquido, un tentativo di sottrarsi all’incessante andirivieni e al ritmo insostenibile della vita. Ma è un’ipotesi valida in assenza di volontà personale e in presenza di una violenta tempesta che stravolga l’eroe e lo trasporti nella solitudine e nel silenzio.
Carlo apre gli occhi, la vista offuscata, la stanza è un caleidoscopio. Si siede sul letto e in breve l’onda sopraggiunge, prima lenta e lieve, poi in un attimo turbinosa e feroce. Ma si alza in piedi e non tentenna. Ha l’impressione di parlare, la bocca è aperta, la dentiera è sul comodino. Le voci – è vero – si accavallano, mescolandosi a un certo linguaggio del passato che non ha da tornare perché sempre presente. Le mani lavorano nell’aria, hanno da fare cose importanti. L’acqua sembra scrosciare nella vasca, come sempre. Il corpo è impacciato, si muove mollemente, ancora preso dalla notte e dal mattino che ne è diventato una parte.
Sopra il tavolino c’è una fotografia in bianco e nero chiusa in un picoglass. La fotografia ritrae un uomo in “posa da matto”, le braccia alzate, le dita nel gesto di afferrare il vuoto o un immaginario nemico, gli occhi allucinati dietro un paio di occhiali dalle lenti spesse e dalla montatura altrettanto pesante. Accanto a lui Carlo siede composto in una poltroncina, il gomito poggiato su una mano, l’altra mano ferma a sorreggere il mento, l’aria pensosa, nella parte del professore severo e serio. Due stereotipi, impersonati ciascuno dal proprio opposto, in quello che sembra essere il terrazzo riparato di un grattacielo; s’intravedono tetti in una foschia primaverile. L’altro uomo è Sorrentino. L’attore e lo psichiatra in un non voluto scambio di ruoli. Non ci sono grandi differenze tra ciò che è reale e ciò che è irreale – citava spesso Carlo questa frase – né tra ciò che è vero e ciò che è falso. Una cosa non è necessariamente o vera o falsa, può essere sia vera sia falsa.
Se a quel punto Carlo si sia soffermato a guardare quella fotografia, che amava molto, e per farlo abbia appoggiato una mano sul tavolino e l’altra sullo schienale della seggiola, o abbia rivolto lo sguardo fuori dalla finestra chiedendosi se fosse il caso di uscire (ma dove andare), o si sia detto che si sarebbe dato una rinfrescata, ché forse qualcuno sarebbe venuto a trovarlo – anche se aveva rotto con tutti i suoi vecchi amici, o meglio quelli da cui andava a riscuotere un aiuto –, magari sarebbe ritornato l’infermiere una seconda volta, o se abbia sfogliato un libro (e quale poteva essere) o se si sia diretto subito in cucina per mettere su un caffè, e in quale successione si siano svolti gli eventi, qualunque cosa abbia fatto quel giorno, si può solo ipotizzare perché nessuno l’ha visto, e nessuno era presente nell’istante in cui avvenne l’incidente. Il mattino seguente fu trovato dall’infermiere per terra accanto al tavolo della cucina, ancora privo di coscienza dopo la caduta.
Carlo fu portato al Pronto Soccorso del Mauriziano, l’ospedale il cui repartino psichiatrico nei primi anni Ottanta era stato per lui un riparo per qualche giorno o qualche ora: era questo l’accordo con lo psichiatra Sorrentino. Quel riparo sfuggiva al controllo e le forme di potere che lo disciplinavano erano sopportabili. Tenuto per ventiquattr’ore in osservazione, mostrò tutti gli effetti devastanti di un ematoma subdurale. Aveva una paresi al volto e perse l’uso del linguaggio.
Daniele Segre, che in quelle settimane stava girando un film sulle sinagoghe del Piemonte, andò subito a trovarlo, e Carlo, con metà della faccia nera, lo accolse col saluto militare, mentre Segre gli parlava riempiendo tutto lo spazio lasciato vuoto da Carlo che non poteva dire una parola, dopo tutto ciò che tra loro, nel tempo lungo che avevano trascorso insieme, era stato detto, era stato fatto.
Qualche giorno dopo il ricovero fu portato al Presidio Sanitario Maria Ausiliatrice, specializzato nel recupero in seguito a traumi con conseguenti danni neurologici. Ci rimase per alcuni mesi, il tempo di riprendere le forze e poter stare in carrozzina. La paresi aveva trasformato la maschera dell’attore che era stato in qualcosa di nuovo, perenne, un eccesso di faccia impossibile da abbandonare. Non poteva stare da solo, non poteva tornare nel suo alloggio. Fu trovato per lui un posto letto nella comunità Nuvola Bianca in via Ormea, in una palazzina gestita dalla Cooperativa Frassati, 20 posti in tutto e un ambiente buono, o almeno lontano da alcune scene d’ombra cui negli anni si era abituato. Se è vero, poi, quel che dice un poeta, che l’eleganza è frigida, la comunità non era dotata di particolari raffinatezze ma di calore che si sprigionava da un’umanità varia per età, provenienza, passato e previsione del futuro. In questo nuovo stato di cose, il fulcro dell’esistenza quotidiana non era piú il superamento della malattia ma l’accompagnamento nella malattia, il che implicava un grado di pazienza talmente elevato da confondersi con la rassegnazione.
Via Ormea era il regno delle prostitute, una lunga fuga di colori diversi, e lí il desiderio comune forniva una base solida alla democrazia, convivendo accanto alle storiche (sotto ogni aspetto) piemontesi tutta una serie di creature dal Brasile, da varie parti dell’Africa, insieme a qualche sparuta asiatica.
In breve tempo Carlo fece amicizia con tutti, nella comunità; molti, a dire il vero, per vari motivi lo conoscevano già. Stava meglio, se questo si può dire di un uomo che dalla dimensione orizzontale era passato a quella semiverticale di una carrozzina: di un uomo che non parlava piú – e per uno che era stato un attore, «il piú grande di tutti», come diceva lui, la cosa sapeva tanto di presa in giro, o di fregatura definitiva.
La verità era che aveva perso tutto, sistemato com’era, e quella condizione lo disperava.
E non c’era nessuno con cui prendersela anche solo in un fulmineo accesso di violenza della parola. Non c’era piú, la parola. Il corpo era diventato piú mite, la mente piú ferma: era tutto molto piú lento, le cose accadevano uguali a se stesse in una ripetizione però non piú ossessiva, tutto si rivelava sempre meno necessario. Mancavano le cose che servivano a contenere e ricordare il passato: oggetti, spazi, colori di pareti e mobili che mostrassero la patina del tempo, un tempo conosciuto, il tempo delle mani sudicie e dei polpastrelli sordidi, a cui era legato nonostante tutto. Ogni cosa in quell’ultimo alloggio era nuova. L’albedine dello spazio ricordava ancora un ospedale. A volte sopraggiungevano momenti di malumore, che portavano con sé un temporaneo bagliore di vita. Di certo la vita non avrebbe dovuto rivelarsi detestabile proprio all’ultimo, come un tradimento. Anche se non si poteva fare a meno di lei, e di quel tradimento. Aveva sempre contato sulla docilità del suo corpo, verso il quale la mente non era stata benevola. Ora era tutto troppo tranquillo. «Mi sento a disagio, – aveva detto non molto tempo prima, quando aveva girato i due film con Segre, – vuoto, nullo, sempre piú solo». Allora era lui e non era lui. E non era piú andato all’Ussl perché non voleva piú vedere «né dottori né handicappati», niente del genere, aveva detto. Gli spazi trasformano le persone – ne era sempre stato convinto – e poi anche le assenze di spazi, gli spazi costretti, le gabbie, perché se il corpo è rinchiuso la mente soccombe, e in un modo o nell’altro per tutta la vita lui aveva cercato di rifuggire ogni forma di reclusione. Ma come si può riuscire nell’impresa? «Io mi trovo nello stesso posto del leone in gabbia», diceva.
Forse la sua capacità di avere un pensiero unico, di concentrarsi su quella sola idea, continua, ripetitiva, fermissima – o l’incapacità di schiudersi a piú pensieri – lo aveva reso saggio, d’una indifferenza salvifica, «per sé e per gli altri».
In quei mesi di comunità, tra operatori e infermieri simili a consiglieri, legislatori e a volte sudditi, aveva ceduto alla seduzione del letto, dove passava quasi tutta la giornata, alzandosi solo per mangiare e andare in bagno.
La notizia che si era spento, il 12 luglio 1999, non colse nessuno impreparato. Segre però l’avrebbe preso a schiaffi. Nella camera mortuaria gli aveva dato del pezzo di merda, gli aveva detto che era un bel fetente ad avergli giocato un tiro cosí, che quella cosa che aveva fatto, di morire, era stata una porcheria, e parlava come se questa storia della morte fosse una prospettiva in generale intollerabile, figuriamoci la morte di Carlo, dopo quasi dieci anni di lavoro cinematografico insieme, assiduo, testardo, proficuo. Dopo quella di tornare davanti alla macchina da presa, invece, la morte era stata la piú personale delle sue decisioni. Inesprimibile come tutte le esperienze del corpo.
Sorrentino – al quale il giorno prima di morire Carlo aveva fatto intendere di voler essere portato via di lí, ché non ce la faceva piú ad acciarpare i giorni – si occupò delle pratiche per il funerale. Carlo fu sepolto in un prato troppo grande e semivuoto nel lato nord del Cimitero Monumentale di Torino. Una lapide semplice riportava la data di nascita e quella di morte, nient’altro, nessun epitaffio che provasse a raccontare con arguzia la parabola dell’esistenza di Carlo, descrivendone lo stupefacente ritorno sul palco a contrastare un presunto oblio, come uno spiraglio di luce bellissima in una stanza buia. Si sarebbe potuto dire che agli occhi del mondo, del teatro e del cinema si era riabilitato, ma per lui una cosa del genere non avrebbe avuto senso, erano termini che non descrivevano quello che gli era successo. Con i due film che avevano fatto parlare di lui aveva dimostrato a se stesso che era ciò che pensava di essere e che sapeva di essere, «un grande attore». Era soddisfatto. Negli stessi anni, i Novanta, era comparso in altri due lungometraggi: Veleno, di Bruno Bigoni, e Nero di Giancarlo Soldi con Sergio Castellitto e Hugo Pratt. Ma quella «roba» non faceva piú per lui. La vita riservata che aveva condotto da allora, da quando cioè i giorni euforici della critica in seguito all’uscita dei film erano finiti, una vita fatta di passeggiate e letture, gli era bastata, anzi l’aveva desiderata e cercata, e addirittura forse l’aveva reso felice. Non servivano altre parole per dire degli accadimenti dei suoi ultimi anni: aveva vissuto la sua vita senza fare alcuna distinzione tra quella e il teatro, anzi confondendone i piani, mescolando continuamente le carte,
(che scroscia
s
cro
s
ci
a
l’acqua che scroscia nella vasca, sempre
acqua)
e in questo avvicendamento, in questo riempirsi reciproco, stava qualcosa di molto vicino alla verità, proprio dove si sceneggiava l’inganno.
(sempre)
2.
Una sera d’inverno del 1980, Carlo si presentò al Pronto Soccorso del Mauriziano. Torino era ripiegata su se stessa sotto il peso di un gelo ottuso che forzava all’immobilità. Era un animale che respirava a fatica: la nebbia il fiato, la quiete il modo di stare in vita.
Carlo entrò nell’ospedale recitando la parte del matto, esibendo un repertorio variegato di urla e ampi movimenti delle braccia, le dita ad artigli contro l’aria, gli occhi strabuzzati e le parole casuali, vagamente minacciose. La prassi dei medici e degli infermieri, già lo sappiamo, era barricarsi nelle sale visita e dietro gli sportelli dell’accettazione, chiamare il repartino e aspettare che qualcuno venisse a occuparsi degli animali selvatici. Chiamarono Sorrentino: gli fu subito chiaro che quello di cui aveva bisogno Carlo quella sera era un posto caldo dove stare, un letto e qualcosa da mangiare. Carlo fece presto a calmarsi, pretendendo un ansiolitico si sistemò su una barella, l’unico letto disponibile per quella notte. Sorrentino ricorda che prima di addormentarsi Carlo aveva detto qualcosa tipo: «La gente, mica solo quella comune, tutta la gente è molto piú tollerante di me. Per quello la detesto». Ma non ne è certo, forse non andò proprio cosí. Però Carlo aveva aggiunto con serietà: «Devo cercare di fare pipí».
Per molto tempo la storia era proseguita in quella maniera. In accordo con Sorrentino, Carlo si presentava al Pronto Soccorso quando ne aveva bisogno, si fermava il tempo di riposarsi, a volte anche solo una notte, e se n’andava. Presto cominciò a entrare direttamente in repartino senza piú passare dal Pronto Soccorso e dover interpretare il matto. Arrivava borbottando, o cupo e depresso, plumbeo, nervoso, stanco, blandamente euforico, attonito, insofferente, serissimo, taciturno, collerico. Era matto, e non lo era affatto. Con l’eccezione di Sorrentino e Tornior, nessuno l’aveva in simpatia. «So che non vi piace, – aveva detto Sorrentino ai colleghi, – ma non ha una casa, sta sulla strada, non ha nessuno, non ha un lavoro». Era un ours mal léché, un orso leccato male, misantropo e maleducato, perciò non aveva amici, se non quei pochi a cui andava a chiedere qualche mille lire ogni tanto. La decisione di permettergli di stare tutto il tempo che voleva non doveva essergli piaciuta, perché da quel momento Carlo non si fece piú vedere per mesi.
Nel 1983 Segre aveva presentato alla Mostra del Cinema di Venezia il suo primo lungometraggio non documentario, Testadura. Il film era una storia di giovani che cercano un nuovo posto nel mondo e di altri giovani che restano immobili. Appena dopo il suo ritorno a Torino, era avvenuto l’incontro con Carlo. Ripulito, con indosso un completo grigio, una camicia e una cravatta, una mattina di settembre Carlo si era presentato alla porta di Daniele nella sede della sua casa di produzione in corso Vinzaglio, I Cammelli. Carlo aveva sentito parlare di lui da vecchi amici dell’ambiente. Era un regista, Segre, gli avevano riferito, una giovane voce promettente del cinema italiano dopo essere stato atleta nazionale. Carlo stringeva una cartellina sotto il braccio. Gli aveva detto: «Mi chiamo Carlo Colnaghi e sono un attore. Cerco un lavoro». L’aria distinta, il corpo ritto, composto, avevano un che di familiare e a Segre sembrava promettessero, proprio in quella riconoscibilità, in quell’affinità, qu...