Un vento caldo soffiò sulla montagna e il cielo si oscurò, il ventre nero delle nuvole si sovrappose finché la loro massa non si dischiuse in un’enorme ulcera e uno schianto simile a uno squarcio nel nucleo della terra fece tremare i vetri da Winkle Hollow fino a Bay’s Mountain. E il vento divenne piú freddo e crebbe d’intensità, finché gli alberi si piegarono come spinti in avanti da una violenta accelerazione del moto terrestre, e poi anche quello cessò, e con un sibilo e un ticchettio dall’aria immobile piovvero sferzate di ghiaccio.
Il vecchio guardò oltre il velo d’acqua che gli orlava la falda del cappello, una guarnizione di perline che oscillavano quando girava la testa. Non grandinava piú, e il vento si stava alzando di nuovo insieme alla pioggia. Era uscito dal suo rifugio sotto il terrapieno di argilla ed era già bagnato da capo a piedi. Sulla strada la polvere percossa da scure gocce d’acqua si era trasformata in geyser di fango in eruzione, un flusso lento che partiva dai solchi della carreggiata e ribolliva sotto la pioggia. Il vecchio si mise a correre, zoppicando con uno strano passo a gambe arcuate in mezzo al diluvio accecante che spazzava la strada in grandi scrosci spinti dal vento. L’aria era piena di rami e foglie, e le fronde degli alberi si scuotevano con schiocchi di legno spezzato. Quando lasciò la strada ed entrò nei boschi, i tronchi morti e spogli stavano venendo giú, annaspando con fragili dita grigie e piombando a terra, mentre il fragore smorzato della loro caduta si perdeva per metà fra le esplosioni nel cielo. Il vecchio proseguí per la sua strada, sopra le foglie bagnate e scivolose dell’anno prima, zoppicando e saltellando selvaggiamente in mezzo al vortice di vegetazione lussureggiante come un folletto della pioggia emerso dalla semioscurità, sorpreso in posizione grottesca dal rapido bagliore del lampo. Mentre gli passava accanto, un castagno spoglio si inargentò sotto l’acquazzone ed esplose, schizzandogli contro segatura e topi carbonizzati. Una fetta di tronco si staccò con un lungo sibilo, come un pennone in fiamme che precipita in mare. Il vecchio è a terra. In mezzo a un clangore di scudi le Valchirie piombano giú con urla feline per portarlo via. Un rivolo di argilla gli riempie già un polsino logoro, e sulla sua fronte un ricciolo di capelli bianchi si arrossa nel fango che trasuda dal terreno.
L’acqua piovana si infiltrò fra le tavole porose del capanno, finché le foglie ammucchiate nel cantuccio della gatta non diventarono nere e flosce e lei uscí dalla porta inclinata in cerca di un altro rifugio. Il viottolo era cosparso di pozzanghere nere, in cui mulinavano lentamente relitti di paglia ed erba, coleotteri armadillo raggomitolati su se stessi come pallini di piombo e stranamente galleggianti. La gatta le aggirò con un fremito nelle zampe, mantenendosi schizzinosamente sopra il pendio bagnato e coperto dall’erba flaccida e infangata dell’anno prima.
Il segugio di Arthur Ownby frugò e raspò nel suo mucchio di sacchi stagionati, poi si addormentò di nuovo, con la coda stretta contro il ventre glabro. Non vide la gatta che si fermava, ritta su tre zampe, davanti alla porta dello scantinato.
La luce che annunciava il nuovo giorno filtrò debolmente attraverso la pioggerella e mise in risalto un ricciolo del suo pelo bigio, impigliato in un tronco spezzato sul versante meridionale della Red Mountain. La fame la spinse a uscire nel tardo pomeriggio, guardinga, furtiva, cosparsa di schegge di legno.
E ancora la pioggia, che erodeva le strade e scavava le colline, formando canali rossi e lividi come ferite aperte. Il torrente straripò nei campi, un fiume di fango che si spandeva in mezzo al caprifoglio. I paletti degli steccati sfilavano come i soldati del Faraone, scomparendo a passo di marcia nelle forre inondate.
Nel campo di Saunders si era formato un basso acquitrino, calmo e pacifico sotto le increspature della pioggia. E ancora pioggia. C’era qualche avvallamento che non trattenesse l’acqua? All’estremità piú stretta dello stagno di McCall l’acqua precipitava fragorosamente nel pozzo di scarico. Nella piana lungo il Little River l’erba era sommersa dall’acqua rossastra, cosparsa di pezzetti di legno e chiazze di schiuma che si muovevano serpeggiando e roteando in maniera quasi impercettibile, oppure ondeggiavano sulla superficie increspata dal vento. Di giorno si radunavano stormi di porciglioni. Una coppia di tarabusi percorreva le acque basse aguzzando lo sguardo. Di notte le terre inondate risuonavano di pigolii, dei cori rauchi delle rane. Le pianure vennero invase da grosse aguglie squamose provenienti dal fiume, con lunghi becchi pieni di denti e un aspetto feroce e primitivo, antichi pesci sopravvissuti immutati dalle paludi mesozoiche, e piú tardi i loro gialli scheletri senza spine avrebbero decorato l’alveo di argilla screpolata nel punto in cui l’acqua li avrebbe lasciati alle querule vecchiacce, corvi o poiane, venute a raccattare la loro carcassa, puzzolente meraviglia dei ragazzini.
Zattere di foglie scendevano lungo la Henderson Valley Road inondata, acqua limpida che si increspava sull’asfalto nero. Nelle cunette intasate dal fango scorreva un fiume di acqua torbidissima, color rosso intenso, che si riversava nei canali di scolo con il fragore di un’eruzione. La gatta, inzaccherata e minuscola, seguí il bordo rialzato della strada, muovendosi come se fosse inseguita.
Un sole basso infuocò i nodi sulla parete di pino dell’affumicatoio fino a farli brillare come rubini, occhi con venature e pupille che scrutavano l’oscurità dove la gatta rosicchiava una sfilza penzolante di costine di maiale. Il sale le faceva contrarre la bocca, ma continuò, fermandosi di tanto in tanto ad ascoltare il silenzio. Mildred Rattner, in ciabatte, superò con cautela i punti piú fangosi, preferendo avventurarsi sull’erba umida e spelacchiata che cresceva lungo il sentiero. Con il picchiettio della pioggia sulla carta catramata del tetto, la gatta non sentí niente finché le chiavi non tintinnarono dietro la porta, sbatacchiando nella serratura. Balzò su un alto ripiano, si mise in equilibrio, saltò di nuovo, cercando di raggiungere il foro di ventilazione sotto il tetto a punta. Quando la porta si aprí, la gatta era appesa a quell’apertura per un’unghia e agitava disperatamente le zampe posteriori in cerca di un appiglio; poi un frammento della modanatura si staccò e l’animale perdette la presa.
Quando Mildred Rattner spalancò la porta ed entrò nell’affumicatoio, vide un gatto cadere dall’alto con un miagolio di angoscia, atterrare a zampe larghe di fronte a lei e balzarle incontro selvaggiamente, con i denti che scintillavano nel buio e gli occhi incandescenti di follia. Urlò e cadde all’indietro, e la gatta, con un lungo lamento disperato, la oltrepassò e fuggí.
Nel campo di Tipton quattro corvi erano allineati sui rami spogli di un carrubo nero, con la testa bassa fra le ali, e osservavano la desolazione grigio argento, la pioggia silenziosa sulla campagna. Guardarono la gatta attraversare il campo a lente falcate, con un passo bizzarro e danzante, tutto salti e cambi di direzione, per mantenersi sulle chiazze di terreno asciutto. Le loro strida nella quiete del pomeriggio evocavano un’atmosfera di tetra malinconia, il fischio triste dei treni merci. Si mossero dal ramo e sfilarono bassi sopra la gatta, con tuffi e picchiate. Lei si girò, abbassandosi sulle anche, e cercò di colpirli con la zampa. La tormentarono per mandarla via dal campo, e lei si fermò a ogni attacco per prendere posizione e ghermire l’aria smossa dal loro passaggio, rannicchiandosi per conservare la propria dignità, mentre gli uccelli sfrecciavano, roteavano, davano di nuovo battaglia con rude buonumore. La lasciarono sulla riva del torrente per tornare a posarsi sui rami del carrubo, sbattendo le ali. La gatta li fissò, socchiudendo gli occhi gialli con aria sprezzante, si girò verso valle e seguí il torrente in piena fino al ponte. Lo attraversò e proseguí sull’alto terreno boscoso della sponda meridionale, fermandosi di tanto in tanto per annusare buche e tronchi cavi con casuale curiosità, scrollarsi o leccarsi via l’acqua dal petto, finché un forte odore di visone non la spinse di nuovo in riva al fiume.
Il visone era morto, e ondeggiava nella corrente accanto alla sponda, fra l’erba sommersa che si spandeva nell’acqua. La gatta gli si avvicinò strisciando sulle zampe rigide, saltò sopra una collinetta di fango e lo colpí allungandosi verso il basso. Si raddrizzò a guardarlo. Sobbalzava inerte. La catena era attaccata a un ceppo da qualche parte nell’acqua, e quando la gatta lo artigliò per tirarlo verso di sé il visone non si mosse. Infine si arrischiò a mettere una zampa nell’acqua e piantò i denti nel collo dell’animale. Lo aggredí selvaggiamente, infastidita dalla sabbia che gli impregnava la pelliccia, poi si fermò di colpo, come se la sua attenzione si fosse distratta, oppure fosse ritornata su qualcosa di importante che aveva dimenticato. Lasciò il visone e si incamminò attraverso i campi, verso la statale.
Il pelo inzuppato di pioggia le dava un’aria scarna e derelitta. Mentre camminava raccolse lappole e foglie violacee e arricciate di rabbitweed; uno stelo secco di rovo le si attaccò alla zampa posteriore. Poco prima della strada si fermò e scosse la pelle floscia, con le orecchie incollate alla testa. Miagolò forte, una sola volta, con il ventre rasente al terreno e gli occhi rivolti al cielo incolore, alla pioggia che cadeva senza sosta.
Il pomeriggio del terzo giorno la pioggia diminuí, e attraverso l’alta coltre grigio pallido lame di luce oscillarono come fari lontani, tagliando lentamente i margini affastellati delle nubi, brandelli di trine o volute di bruma marina. La notte scese presto, e piú tardi, mentre giaceva sveglio sotto le coperte nella soffitta buia, il silenzio senza pioggia del tetto sembrava misurare il tempo, come se fosse in attesa. Aveva già deciso di andare al torrente il mattino dopo. Forse l’acqua si era un po’ abbassata.
Cosí non tornò alle sue trappole che il mattino del quarto giorno, superando lo stagno e costeggiandone l’estremità inferiore che straripava nel campo, con gli steli d’erba immersi nell’acqua come piantine di riso, poi giú lungo le vene di calcare, oltre le ninfee galleggianti devastate dalla grandine, la moltitudine di nuove foglie verdi, finché non attraversò il campo e uscí sulla strada.
Prima di raggiungere il ponte lasciò la strada, scese per un ripido pendio e oltrepassò uno steccato, seguendo un sentiero fangoso che lo portò in riva al torrente. Il livello non si era abbassato. Onde di acqua argillosa solcavano il terreno basso sulla sponda opposta, ribollendo nell’intrico di caprifoglio, mentre le cime delle euforbie e i rami aerei del salice rabbrividivano sotto la loro spinta. Il torrente stesso gli passava davanti come un canale fangoso e informe, piú simile a terra solida in movimento che a un liquido qualsiasi; ogni avvallamento e increspatura, mulinello, flutto, ogni giro di corda che si srotolava erano fissi e immutabili, e solo il lieve fremito oleoso e il rumore impetuoso dell’acqua ne dimostravano lo spostamento. A meno che una fronda o un rametto non vi cadesse dentro, o ecco: una striscia di acqua increspata che si arricciava in su, come un lungo mestolo o un labbro stizzito, rotta improvvisamente da un ramo che si scagliava fuori dalla sua perfetta opacità, rapido e destro come un serpente all’attacco, per poi affondare di nuovo, invisibile, senza onde o cerchi che consentissero di rintracciarlo. Si sedette per qualche minuto a osservare. Un martin pescatore risalí il torrente procedendo a zig zag, vide il ragazzo e deviò, volando sopra i campi acquitrinosi e portandosi dietro il suo acuto richiamo staccato nella quiete del mattino.
Si alzò e prese il sentiero che seguiva la sporgenza boscosa fra il torrente e la montagna, passando accanto a noci avvolti nella foschia, a pioppi ancora freddi e scheletrici nonostante il nuovo fogliame primaverile. Cominciò a salire, preannunciato dal crepitio dei gusci di noce, dal rumore di piccoli piedi che raspavano la corteccia di un ramo curvo. Superò il crinale e scese lungo il pendio, scorgendo in basso l’ansa a ferro di cavallo che si dilatava spargendo vesciche di acqua marrone nei campi, finché non raggiunse di nuovo il torrente – aveva preso una scorciatoia, misurando solo il tragitto in linea d’aria.
Non riuscí a trovarlo. Non aveva mai visto quel punto del torrente, e quando si voltò verso un luogo che gli sembrava di conoscere, restò sorpreso nel vedere un dirupo, l’angolo di uno steccato, un boschetto di carrubi stranamente fuori posto. Lo superò e tornò indietro. Era sceso troppo a valle. Risalí velocemente per un’altra cinquantina di metri, poi si fermò di colpo. La roccia dove aveva collocato la trappola era sommersa, ma sotto la cupola d’acqua che la sovrastava vide che il cavo arrivava fino all’alberello sulla sponda opposta. Poco piú a monte il torrente si restringeva – quello era il punto dove di solito lo attraversava, passando sopra un lungo pilone di pietra coperto di muschio, ora anch’esso smarrito sotto la piena. In quella strozzatura la corrente si lanciava in una liscia cascata e precipitava nella pozza sottostante, smuovendo una schiuma scura come il cioccolato e poi tornando ad allargarsi, una distesa sibilante di chiazze e bolle, ramoscelli, pezzi di corteccia e detriti. Un uccellino nudo e gonfio si girò per un attimo sul bianco ventre rotondo, poi si capovolse e sprofondò nel denso liquido marrone come un occhio che si chiudeva lentamente. E da sotto la roccia qualcosa di scuro tentò di affiorare in superficie, poi affondò di nuovo, come se lottasse contro un assalitore invisibile. Rimase a guardare. Poco dopo balenò di nuovo, e lui riuscí a distinguerlo meglio, il pelo che galleggiava fluttuando come erba nera naufragata fra i mulinelli. Andò in cerca di un bastone, tornò indietro e si sporse sull’acqua in punta di piedi per frugare sul fondo. Trovò lo scoglio sommerso, ne sondò il contorno con il bastone, poi si sbilanciò in avanti e per un istante fu preso dal panico mentre affondava con un piede nell’acqua. Rimase a gambe divaricate, un piede sulla sponda e l’alt...