Martin Eden
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Martin Eden

  1. 400 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Informazioni su questo libro

Romanzo largamente autobiografico, Martin Eden riflette l'inquietudine di London, la sua vita stravagante, la tensione autodistruttiva che lo porterà al suicidio.
Il protagonista è un marinaio americano che finisce casualmente per frequentare il mondo borghese, salotti colmi di libri e fanciulle eteree. Tra l'iniziale timidezza e un'irresistibile attrazione per il nuovo ambiente, Martin Eden dovrà misurarsi con due impreviste passioni: la giovane Ruth Morse e la letteratura. Attraverso sogni delusi e speranze che sfumano, la strada verso la conquista di una fama che si rivelerà effimera sarà costellato dal conflitto tra le sue origini modeste e una cultura che comunque gli è estranea. I propositi di riscatto sociale e l'inclinazione per i miti borghesi del successo e della ricchezza si dilegueranno di fronte alla consapevolezza di una inevitabile alienazione.

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Informazioni

Editore
EINAUDI
Anno
2014
Print ISBN
9788806239794
eBook ISBN
9788858413814
Argomento
Literature

1.

Aprí la porta ed entrò. Lo seguiva un giovane, che si tolse goffamente il berretto, indossava rozzi abiti che odoravano di mare e si sentiva evidentemente fuori luogo nello spazioso vestibolo in cui si trovava.
Non sapeva che fare del berretto, e stava cacciandoselo nella tasca della giacca, quando l’altro glielo tolse di mano. L’azione venne compiuta con tranquilla naturalezza, e il giovane impacciato la apprezzò. «Capisce, – pensò, – mi aiuterà».
S’incamminò dietro l’altro, facendo dondolare le spalle, mentre inconsciamente allargava le gambe, come se l’immobile pavimento s’alzasse e abbassasse, sollevato e rullato dalle onde del mare. L’ampia stanza gli pareva angusta, con quel suo modo di camminare, e aveva paura che le ampie spalle potessero urtare contro gli stipiti, o spazzar via i ninnoli dalla bassa mensola del camino.
Tra tutti quegli oggetti cercava di rimpicciolirsi e moltiplicava i pericoli, che in realtà esistevano solo nella sua immaginazione. Tra il piano a coda e la tavola centrale, ricolma di libri, v’era spazio per mezza dozzina di persone, una accanto all’altra, e tuttavia egli vi si avventurò con trepidazione. Le braccia pesanti gli dondolavano ai fianchi. Non sapeva che farsene di quelle braccia, di quelle mani; e quando alla sua vista sovreccitata parve che un braccio dovesse urtare contro i libri sul tavolo, si ritrasse come un cavallo ombroso e per poco non inciampò contro lo sgabello del piano. Osservò il modo sciolto di incedere del giovane che lo precedeva, e per la prima volta si accorse di camminare molto goffamente. La fronte gli si imperlò di goccioline di sudore; allora si fermò e si asciugò il volto con il fazzoletto.
– Coraggio, Arthur, ragazzo mio, – disse, cercando di nascondere il suo timor panico sotto modi scherzosi. – Questo è veramente un po’ troppo per il vostro affezionatissimo. Datemi la possibilità di rimettermi in sesto. Sapete benissimo che non avevo la minima intenzione di venire, e penso che la vostra famiglia non muoia dal desiderio di conoscermi.
– Va benissimo, – fu la rassicurante risposta. – Non dovete aver soggezione di noi. Siamo gente alla buona, noi. Oh, ecco una lettera per me.
Si avvicinò al tavolo, aprí una busta e cominciò a leggere, per dar modo all’estraneo di calmarsi. L’estraneo capí e apprezzò. Possedeva il dono della simpatia e della comprensione e, sotto questi suoi modi allarmati, il processo di simpatia continuava a funzionare. Si asciugò la fronte e si guardò in giro con un volto ormai controllato, sebbene negli occhi gli balenasse un lampo, quale si scorge nello sguardo degli animali selvatici, quando sospettano un qualche agguato. Si trovava circondato dall’ignoto, timoroso di ciò che poteva accadere, ignaro di che cosa doveva fare, conscio di camminare e comportarsi goffamente, timoroso che nessuna sua qualità e virtú potesse manifestarsi. Era acutamente sensitivo, disperatamente timido, e lo sguardo divertito che l’altro, pensando di non essere scorto, gli rivolse, sollevando gli occhi sopra la lettera, lo ferí come una pugnalata. Notò lo sguardo, ma non tradí la sua emozione, perché tra le altre cose aveva imparato a controllarsi. D’altronde quello sguardo eccitò il suo orgoglio. Imprecò contro se stesso per esser venuto e al tempo stesso decise che, qualunque cosa accadesse, avrebbe resistito sino alla fine. Le linee del volto gli si indurirono; negli occhi gli sfavillò un lampo bellicoso. Si guardò in giro piú tranquillo, osservando tutto con attenzione mentre ogni particolare della casa elegante gli si imprimeva nel cervello. Teneva gli occhi spalancati e nulla gli sfuggiva di quanto cadeva nel loro campo visivo. A mano a mano che assorbiva la bellezza che lo circondava, il lampo pugnace si dileguava per cedere il posto a uno sguardo di ammirazione. Era sensibile alla bellezza, e qui trovava ampiamente di che entusiasmarsi.
Un quadro a olio attrasse la sua attenzione. Una violenta risacca s’avventava furiosa contro una scogliera protesa; basse nubi temporalesche coprivano il cielo. Al di là della risacca una goletta, a vele ammainate, sbandava al punto di rivelare ogni particolare del ponte, mentre avanzava beccheggiando contro un tramonto temporalesco. Il quadro spirava bellezza, e lo attrasse in modo irresistibile. Dimentico della sua goffa andatura, si avvicinò al quadro, vi si accostò.
La bellezza di colpo sparí dalla tela. Il suo volto espresse un profondo stupore. Rimase a contemplare ciò che gli sembrava un’incomprensibile serie di macchie e poi si allontanò. Immediatamente la tela riacquistò il suo incanto di prima. «Un’illusione ottica», si disse, e non vi pensò piú, sebbene, nella confusa ridda di impressioni che riceveva in quel momento, potesse avvertire un principio di indignazione al pensiero che tanta bellezza aveva dovuto venir sacrificata al desiderio di allestire quello stupido scherzo. Non si intendeva di pittura: s’era formato su cromolitografie che avevano sempre linee ben precise e nette, sia da vicino che da lontano, aveva visto qualche volta dei quadri a olio, ma solo sempre nelle vetrine dei negozi, dove il cristallo aveva impedito ai suoi avidi occhi di avvicinarsi troppo.
Si guardò in giro, osservò l’amico, che continuava a leggere la lettera, e notò i libri sul tavolo. I suoi occhi rivelarono un lampo di desiderio, un’improvvisa avidità, simile alla luce che si accende nello sguardo di un affamato, alla vista del cibo. Avanzò impulsivamente, dondolando sempre le spalle, e si trovò accanto alla tavola, dove cominciò a maneggiare affettuosamente i libri. Scorse i titoli e i nomi degli autori, lesse qualche brano del testo, mentre accarezzava i volumi con gli occhi e le mani. Gli accadde di trovare un libro che aveva già letto. Tutti gli altri, libri e autori, gli erano completamente ignoti. Aprí, a caso, un volume di Swinburne, cominciò a leggerlo, dimentico del posto dove si trovava, mentre il volto gli si illuminò di gioia. Per ben due volte chiuse il libro, lasciandovi dentro l’indice come segno, desiderando di leggere il nome dell’autore. Swinburne. Si sarebbe ricordato di quel nome. Era uno scrittore che sapeva vedere, e che aveva certamente contemplato i colori e i raggi di luce. Ma chi era Swinburne? Morto cent’anni fa, o anche piú, come la maggior parte dei poeti? o ancora vivo? scriveva ancora? Guardò il frontespizio. Sí, aveva scritto altri libri. Ebbene, il giorno dopo, la prima cosa che avrebbe fatto, sarebbe andato nella biblioteca pubblica, per farsi dare qualche libro di questo Swinburne. Riprese a leggere, e dimenticò completamente il luogo dove si trovava. Non s’accorse nemmeno che nella stanza era entrata una giovane donna. Non se ne accorse, se non quando udí la voce di Arthur dire:
– Ruth, questo è il signor Eden.
Chiuse il libro, lasciandovi dentro l’indice e, prima di voltarsi, avvertí un brivido di piacere per questa nuova impressione, causata non dalla ragazza, ma dalle parole del fratello. Sotto il complesso di muscoli, che costituivano il suo corpo, vibrava una massa di sovreccitata sensibilità. Al minimo stimolo esterno i suoi pensieri, le simpatie, le emozioni balzavan vive e fremevano come lingue di fiamma. Era straordinariamente ricettivo, rispondeva immediatamente a tutto, mentre la sua immaginazione, sempre tesa, lavorava continuamente per stabilire relazioni di somiglianza o differenza. Ciò che in questo caso l’aveva commosso era stato il «signor Eden». Lui, che tutta la sua vita non era mai stato chiamato altrimenti che Eden, oppure Martin Eden, o semplicemente Martin.
Adesso invece lo trattavano con tutti gli onori, fu il suo silenzioso commento. La sua mente parve mutarsi sull’istante in un’enorme camera oscura, ed egli scorse, disposti attorno alla propria coscienza, infiniti quadri della sua vita: tane di fuochisti e castelli di prua, accampamenti e spiagge, prigioni e caverne, ospedali e strade malfamate, mentre il nesso dell’associazione era costituito dal modo come era stato chiamato in questi svariati luoghi.
Poi si voltò e scorse la ragazza e a quella vista la fantasmagoria del suo cervello immediatamente svaní. Era una creatura pallida, eterea, con grandi e spirituali occhi azzurri e una gran massa di capelli d’oro. Non avrebbe saputo dire com’era vestita, se non che il vestito era straordinario, degno di lei. La paragonò a un pallido fiore d’oro, sbocciato su di un esile stelo. Ma no, era uno spirito, una divinità, una dea: cosí sublime bellezza non apparteneva a questa terra. O forse i libri, dopotutto, avevano ragione e nelle classi superiori esistevano veramente esseri come lei. Era certamente degna di venir cantata da quel tale, da Swineburne1. Forse aveva in mente una donna simile a lei, quando aveva descritto quella sua ragazza, Isotta, in quel libro che aveva trovato sul tavolo. Questa folla di visioni e sentimenti e pensieri si formò in un istante. Sul piano in cui muoveva, la realtà non gli concedeva tregua. Vide la mano di lei avanzare verso la sua e lei guardarlo fisso negli occhi e si sentí stringere la mano con franchezza, virilmente. Le donne che lui aveva conosciuto non stringevano la mano in quel modo, anzi, a dire il vero, di solito non la stringevano. E improvvisamente la sua memoria brulicò di una serie infinita di visioni, di come aveva fatto la conoscenza di varie donne, e per poco non vi si smarrí. Ma si liberò subito di quei ricordi e tornò a guardare la ragazza. Non aveva mai visto prima una donna cosí. Le donne che aveva conosciuto! E immediatamente accanto a lei, da un lato e dall’altro, si schierarono le donne che aveva conosciuto. Per un interminabile secondo si trovò nel mezzo di una galleria di quadri, dove lei occupava il posto centrale e ai due lati prendevano forma numerose donne, che dovevano tutte venir misurate e pesate con un colpo d’occhio e confrontate con lei, che assumeva il valore di unità di peso e misura. Scorse le pallide facce malaticce delle ragazze che lavoravano in fabbrica, le sorridenti, chiassose, sciocche ragazze a sud di Market Street. Donne conosciute in qualche fattoria, donne del vecchio Messico dalla pelle scura, che fumavano sigarette. Queste alla loro volta vennero cacciate dalle giapponesi, bambolette che avanzavano goffe e graziose sugli alti zoccoli di legno; dalle eurasiane coi lineamenti delicati che tradivano la degenerazione della razza; da donne dei mari del Sud, formose, tutte infiorate, scure di pelle. E anche queste dileguarono all’apparire di un grottesco e terribile incubo: le livide e orrende creature che battono i marciapiedi di Whitechapel, le megere gonfie di gin, che escono dai bordelli, tutto il vasto inferno di arpie, sboccate, luride e volgari, che, in guisa di mostri femminili derubano il marinaio, e sono il rifiuto dei porti, il fango, la feccia della piú bassa umanità.
– Non volete sedere, signor Eden? – chiese la ragazza. – Da tempo desideravo incontrarvi, sin da quando Arthur ci ha narrato ciò che avete fatto. Siete stato molto coraggioso...
Egli fece un gesto con la mano, come per pregarla di sorvolare su certe cose, e mormorò che ciò che aveva fatto era proprio nulla, e che chiunque altro, al suo posto, si sarebbe comportato cosí. Ella si accorse che la mano che aveva agitato era tutta segnata da graffi e abrasioni in via di guarigione; uno sguardo all’altra mano, che pendeva inerte, le rivelò che anche quella si trovava nelle stesse condizioni. Con una rapida occhiata critica notò una cicatrice sulla guancia, un’altra che spuntava sotto i capelli e gli solcava la fronte, mentre una terza gli correva giú e scompariva sotto il colletto inamidato. Represse un sorriso alla vista della riga rossa, che rivelava l’irritazione prodotta dal colletto sul collo abbronzato. Evidentemente non era abituato a portare colletti inamidati. Il suo sguardo femminile notò anche gli abiti che indossava, il taglio meschino e volgare, le pieghe della giacca sulle spalle, e tutte le pieghe delle maniche, che ponevano in evidenza i possenti bicipiti.
Mentre agitava la mano e mormorava che non aveva fatto nulla di notevole, cercò di obbedire al suo invito e di mettersi a sedere. Ebbe tempo di ammirare l’eleganza con la quale si sedeva lei, poi si spinse verso una sedia che le era di fronte, sconvolto dalla coscienza della goffa figura che faceva. Non aveva mai provato nulla di simile. Tutta la sua vita, sino a quel giorno, era stato inconscio d’essere aggraziato o goffo. Simili pensieri non gli avevano neppure sfiorato la mente. Con estrema cautela sedette sull’orlo della sedia, molto preoccupato dalle mani. Ovunque le mettesse gli davano noia. Arthur intanto stava uscendo dalla stanza, e Martin Eden lo seguí con occhi supplichevoli. Solo in quella stanza, con quel pallido spirito di donna, si sentiva perduto. Non c’era nessun cameriere a cui rivolgersi per far portare qualcosa da bere, nessun ragazzo da mandare a comperargli un boccale di birra, in modo da dar facile avvio ai piaceri della conversazione.
– Che terribile cicatrice avete al collo, signor Eden, – osservò la ragazza. – Quando ve la siete fatta? Si tratterà, certo, di qualche terribile avventura.
– Il coltello di un messicano, signorina, – rispose lui, inumidendo le labbra aride e schiarendosi la voce. – Abbiamo fatto a cazzotti. E dopo che gli ho buttato via il coltello, lui ha cercato di portarmi via il naso con un morso.
Mentre pronunziava quelle poche parole, la sua memoria rievocava quella calda notte stellata a Salina Cruz, la bianca striscia della spiaggia, i fanali dei piroscafi che caricavano zucchero nel porto, le voci lontane dei marinai ubriachi, degli stivatori affaccendati, l’improvvisa passione ch’era divampata nel volto del messicano, il lampo degli occhi belluini che aveva potuto scorgere anche al fioco lume delle stelle, il morso dell’acciaio sul collo, e il fiotto di sangue e la folla e gli urli e i due corpi, il suo e quello del messicano, strettamente avvinghiati che si voltolavano senza fine sulla sabbia, e lontanissime – di dove mai? – le dolci note di una chitarra. Questa era la visione, e al ricordarla avvertiva una profonda emozione, e si chiedeva se l’uomo che aveva dipinto quel battello avrebbe saputo dipingere anche quella scena: la spiaggia bianca, le stelle, le luci dei piroscafi sarebbero state bellissime, si diceva, e nel centro, sulla sabbia, il gruppo scuro delle persone che circondavano i due corpi avviticchiati. Il coltello avrebbe occupato un posto importante nel quadro, si disse, e sarebbe stato bello vederlo luccicare al tenue lume delle stelle. Ma di tutta questa visione nulla avevano rivelato le sue parole. – Cercò di portarmi via il naso con un morso, – concluse.
– Oh, – esclamò la ragazza con voce fioca e come lontana, ed egli notò una smorfia d’orrore su quel volto sensibile.
Allora anch’egli avvertí l’orrore della scena, e un lieve rossore d’imbarazzo cercò di tingergli le guance abbronzate, che in realtà gli ardevano, come se fossero state esposte alla vampa, che emana dallo sportello aperto della fornace. Argomenti cosí sordidi come una rissa, che si risolveva a coltellate, evidentemente non erano i piú indicati, quando si parlava con una signora. La gente, che aveva conosciuto nei libri e apparteneva alla sua classe sociale, non parlava certo di simili cose, forse ne ignorava persino l’esistenza.
La conversazione che avevano cercato di imbastire subí una pausa d’arresto. Allora lei chiese dubitosa qualche informazione sulla cicatrice della guancia. Nell’attimo stesso in cui lei formulava la domanda, egli capí che la fanciulla cercava in ogni modo di parlare il suo linguaggio, ed allora decise di abbandonare tali argomenti, per abbordare quelli che potevano interessarla.
– È stata una disgrazia, – disse, portando la mano alla guancia. – Una notte di calma, con un mare grosso, la mantiglia dell’albero maestro si spezzò, e poi fu la volta del paranco. Era di ferro e sbatteva qua e là come un serpente. Il turno di guardia cercava di afferrarla, e anch’io mi feci sotto, e son rimasto fregato.
– Oh, – disse lei, questa volta con accento di comprensione, sebbene in realtà quel discorso fosse stato greco per lei, che non conosceva neppur uno dei termini marinareschi da lui usati.
– Questo tale, questo Swineburne, – cominciò lui.
– Chi?
– Ma sí, questo Swineburne, questo poeta.
– Ah, il poeta Swinburne!
– Sí, questo tale, – mormorò, con le guance in fiamme. – Da quanto tempo è morto?
– Non ho mai sentito dire che sia morto, – essa lo squadrò con curiosità. – Dove l’avete conosciuto?
– Mai incontrato in vita mia, – replicò lui. – Ma ho letto alcuni versi in quel libro sul tavolo, proprio prima che entraste voi. Vi piacciono le sue poesie?
Al che ella cominciò a parlare, rapida e sicura, sul soggetto offertole. Lui si sentí piú a suo agio, e si sistemò meglio sulla sedia, che afferrò stretta per i braccioli, come se da un momento all’altro potesse scivolargli di sotto e farlo cadere. Era riuscito a farla parlare su di un argomento che l’interessava, e mentre lei continuava rapida, lui cercava di seguirla, meravigliato di tutta la scienza racchiusa in quella sua testolina graziosa, e intanto beveva con gli occhi la pallida bellezza del volto. Riuscí a seguire il filo del discorso, sebbene fosse ostacolato dalle parole inconsuete, che cadevano rapidamente dalle labbra di lei, dalle frasi critiche e dai processi logici, che erano ignoti alla sua mente, ma che tuttavia la stimolavano e la facevano lavorare con alacrità. Questa era vita intellettuale, si disse, questa era bellezza calda e meravigliosa, quale lui non aveva mai neppure sognato che potesse esistere. Completamente dimentico di se stesso, la contemplava con occhi avidi. Ecco una persona per cui valeva la spesa di vivere, di vincere, di lottare, sí, e anche di morire. I libri non avevano mentito. Nel mondo esistevano donne siffatte, e lei era una di quelle. Ella prestava ali alla sua immaginazione, e ampie e luminose visioni si dispiegavano davanti a lui, e in esse giganteggiavano vaghe figurazioni d’amore e di passione, d’imprese eroiche, compiute in onore di una donna... una pallida donna, un fiore d’oro... Attraverso le palpitanti e confuse immagini, come attraverso un magico miraggio, poteva contemplare la donna reale, che gli era seduta davanti e gli parlava di letteratura e d’arte. Continuava a prestarle ascolto, ma non l’abbandonava con gli occhi, inconscio della fissità del suo sguardo, o del fatto che tutta la maschilità della sua natura ora gli sprizzava dallo sguardo. E lei, sebbene conoscesse poco il mondo degli uomini, per il solo fatto di esser donna, era acutamente conscia di quegli occhi ardenti. Prima di allora nessun uomo l’aveva mai squadrata in quel modo, e quello sguardo l’imbarazzava. Nel parlare, a volte incespicava, si fermava di botto, perdeva il f...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Martin Eden
  3. 1.
  4. 2.
  5. 3.
  6. 4.
  7. 5.
  8. 6.
  9. 7.
  10. 8.
  11. 9.
  12. 10.
  13. 11.
  14. 12.
  15. 13.
  16. 14.
  17. 15.
  18. 16.
  19. 17.
  20. 18.
  21. 19.
  22. 20.
  23. 21.
  24. 22.
  25. 23.
  26. 24.
  27. 25.
  28. 26.
  29. 27.
  30. 28.
  31. 29.
  32. 30.
  33. 31.
  34. 32.
  35. 33.
  36. 34.
  37. 35.
  38. 36.
  39. 37.
  40. 38.
  41. 39.
  42. 40.
  43. 41.
  44. 42.
  45. 43.
  46. 44.
  47. 45
  48. 46.
  49. Il libro
  50. L’autore
  51. Dello stesso autore
  52. Copyright