Un pedigree
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Un pedigree

  1. 88 pagine
  2. Italian
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  4. Disponibile su iOS e Android
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Informazioni su questo libro

Parigi, ottobre 1942. Durante l'Occupazione un uomo e una donna si incontrano. Lui è un ebreo di origini toscane, lei è una fiamminga arrivata a Parigi inseguendo l'impossibile sogno di diventare ballerina. I due si sposano e hanno due figli, uno è Patrick Modiano. Per vent'anni vivono in un appartamento al numero 15 di quai de Conti, ma quelle che conducono sono vite parallele che a volte si intrecciano per brevi istanti ma che non si incontrano mai del tutto. Un'indifferenza tenacemente perseguita, segnata, per il piccolo Patrick, da affidamenti a persone di fiducia (che un bel giorno vengono arrestate dalla polizia) o reclusioni in collegi spartani e inospitali (dove si viene sistemati come «nel deposito bagagli di una stazione dimenticata»). A essere narrato in queste pagine è un universo di volti, a tratti solo un nome o un soprannome, che Modiano cerca di far riemergere dalla profondità della memoria per ricostruire una personale carta d'identità, o meglio per tracciare un impossibile e indefinito pedigree (lasciando però la sensazione che quella raccontata non sia mai la sua vita). Una narrazione colma di nostalgia e mistero, un affascinante ritratto di una Parigi-mito, un racconto generoso e impietoso di uomini ed esistenze reali o forse soltanto possibili.

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Informazioni

Editore
EINAUDI
Anno
2014
Print ISBN
9788806226015
eBook ISBN
9788858417478

Patrick Modiano

Un pedigree

Traduzione di Irene Babboni

Einaudi

Sono nato il 30 luglio 1945, a Boulogne-Billancourt, allée Marguerite 11, da un ebreo e da una fiamminga che si erano conosciuti a Parigi durante l’Occupazione. Scrivo ebreo senza sapere cosa questa parola significasse veramente per mio padre e perché, a quel tempo, era indicata sulle carte d’identità. I periodi di forte turbolenza provocano spesso incontri azzardati, cosicché io non mi sono mai sentito un figlio legittimo e ancor meno un erede.
Mia madre è nata nel 1918 ad Anversa. Ha trascorso l’infanzia in un sobborgo di quella città, fra Kiel e Hoboken. Suo padre era operaio poi aiuto-geometra. Il nonno materno, Louis Bogaerts, era scaricatore portuale. Aveva posato per il monumento allo scaricatore, fatto da Constantin Meunier, che si può vedere davanti al municipio di Anversa. Ho conservato il suo loonboek del 1913 in cui prendeva nota di tutte le navi che scaricava: la Michigan, l’Elisabethville, la Santa Anna… È morto sul lavoro per una caduta, aveva all’incirca sessantacinque anni.
Adolescente, mia madre è iscritta ai Faucons Rouges. Lavora alla Compagnia del gas. La sera, segue corsi di recitazione. Nel 1938, viene ingaggiata dal regista e produttore Jan Vanderheyden per le sue «commedie» fiamminghe. Quattro film dal 1938 al 1941. È stata girl in riviste dei music-hall di Anversa e Bruxelles, e in mezzo alle ballerine e alle attrici c’erano molti rifugiati che venivano dalla Germania. Ad Anversa, divide una piccola casa su Horenstraat con due amici: un ballerino, Joppie Van Allen, e Leon Lemmens, una specie di segretario e faccendiere di un ricco omosessuale, il barone Jean L., che sarà ucciso durante un bombardamento a Ostenda, nel maggio 1940. Il suo migliore amico è un giovane scenografo, Lon Landau, che ritroverà a Bruxelles nel 1942 con la stella gialla sul braccio.
In mancanza di altri sistemi di riferimento, provo a seguire l’ordine cronologico. Nel 1940, dopo l’occupazione del Belgio, vive a Bruxelles. È fidanzata con un tipo di nome Georges Niels che, a vent’anni, dirige un hotel, il Canterbury. Il ristorante dell’albergo è in parte requisito dagli ufficiali della Propaganda Staffel. Mia madre vive nell’albergo e incontra le persone piú diverse. Non so niente di loro. Lavora alla radio in trasmissioni fiamminghe. Ha un ingaggio al teatro di Gand. Nel giugno 1941 è in tournée nei porti dell’Atlantico e della Manica per recitare davanti ai lavoratori fiamminghi dell’Organizzazione Todt e, piú a nord, a Hazebrouck, per gli aviatori tedeschi.
Era una ragazza graziosa dal cuore duro. Il fidanzato le aveva regalato un chow-chow ma lei non se ne occupava e lo affidava sempre ad altri, come piú tardi farà con me. Il chow-chow si è suicidato gettandosi dalla finestra. Quel cane compare in due o tre fotografie e devo ammettere che mi commuove profondamente e che lo sento molto vicino.
I genitori di Georges Niels, ricchi albergatori di Bruxelles, non vogliono che mia madre sposi il loro figlio. Decide allora di lasciare il Belgio. I tedeschi vogliono spedirla a Berlino in una scuola di cinema ma un giovane ufficiale della Propaganda Staffel che ha conosciuto all’hotel Canterbury la trae d’impaccio mandandola a Parigi, presso la casa di produzione Continental diretta da Alfred Greven.
Arriva a Parigi nel giugno 1942. Greven le fa superare un provino negli studi di Billancourt ma la cosa non ha alcun seguito. Lavora alla Continental nel settore del «doppiaggio», scrivendo i sottotitoli olandesi dei film francesi prodotti dalla compagnia. È l’amica di Aurel Bischoff, uno degli assistenti di Greven.
A Parigi, abita in una camera al numero 15 di quai de Conti, in un appartamento preso in affitto da un antiquario di Bruxelles e dal suo amico Jean de B., che io immagino adolescente, con la madre e alcune sorelle in un castello nel Poitou, mentre scrive in segreto lettere appassionate a Cocteau. Grazie a Jean de B., mia madre incontra un giovane tedesco, Klaus Valentiner, imboscato in un ufficio amministrativo. Abita in un atelier di quai Voltaire e legge, nelle ore libere, gli ultimi romanzi di Evelyn Waugh. Sarà mandato sul fronte russo dove morirà.
Altri visitatori dell’appartamento di quai de Conti: un giovane russo, Georges d’Ismailov, che aveva la tubercolosi ma usciva sempre senza cappotto nei gelidi inverni dell’Occupazione. Un greco, Christos Bellos. Aveva perso l’ultimo piroscafo per l’America dove doveva raggiungere un amico. Una ragazza loro coetanea, Geneviève Vaudoyer. Di loro, non restano che i nomi. La prima famiglia francese e borghese dalla quale mia madre sarà invitata: la famiglia di Geneviève Vaudoyer e del padre Jean-Louis Vaudoyer. Geneviève Vaudoyer presenta a mia madre Arletty che abita in quai de Conti nella casa vicina al numero 15. Arletty prende mia madre sotto la sua protezione.
Mi si perdonino tutti questi nomi e gli altri che seguiranno. Sono un cane che fa finta di avere un pedigree. Mia madre e mio padre non provengono da nessun ambiente preciso. Cosí sballottati, cosí incerti che devo sforzarmi molto per trovare qualche traccia e qualche appiglio in queste sabbie mobili, proprio come ci si sforza di completare le lettere mezze cancellate di un documento di stato civile o di un questionario amministrativo.
Mio padre è nato nel 1912 a Parigi, in square Pétrelle, al confine fra il IX e il X arrondissement. Suo padre era originario di Salonicco e apparteneva a una famiglia toscana di ebrei stabilitisi nell’Impero ottomano. Cugini a Londra, Alessandria, Milano, Budapest. Quattro cugini di mio padre, Carlo, Grazia, Giacomo e sua moglie Mary, saranno uccisi in Italia dalle SS, ad Arona sul Lago Maggiore, nel settembre 1943. Ancora bambino, mio nonno ha lasciato Salonicco per Alessandria. Ma dopo qualche anno è partito per il Venezuela. Credo che avesse rotto i ponti con le proprie origini e la propria famiglia. Si è prima interessato al commercio di perle sull’isola Margarita, poi ha gestito un bazar a Caracas. Dopo il Venezuela, si è stabilito a Parigi, nel 1903. Era proprietario di un negozio di antiquariato al numero 5 di rue de Châteaudun, in cui vendeva oggetti provenienti da Cina e Giappone. Aveva un passaporto spagnolo e, fino alla morte, sarà iscritto negli schedari del Consolato spagnolo di Parigi mentre i suoi avi erano sotto la protezione del Consolato francese, poi inglese, quindi austriaco, come «soggetti toscani». Ho conservato numerosi passaporti che gli appartenevano, di cui uno rilasciato dal Consolato spagnolo di Alessandria. E un certificato, compilato nel 1894 a Caracas, in cui risultava membro della Società protettrice degli animali. Mia nonna è nata nel Pas-de-Calais. Nel 1916 suo padre abitava in un sobborgo di Nottingham. Ma lei, dopo il matrimonio, prenderà la nazionalità spagnola.
Mio padre ha perduto il suo all’età di quattro anni. Infanzia passata nel X arrondissement, cité d’Hauteville. Collegio Chaptal in cui era interno anche il sabato e la domenica, cosí mi diceva. E dal dormitorio sentiva la musica del luna park, lungo boulevard des Batignolles. Non prende il diploma. Durante l’adolescenza e la giovinezza è abbandonato a se stesso. A partire dai sedici anni frequenta, con gli amici, l’hotel Bohy-Lafayette, i bar di faubourg Montmartre, il Cadet, il Luna Park. Il suo nome è Alberto, ma lo chiamano Aldo. A diciotto anni, si dà al traffico di carburante, passando illegalmente i dazi di Parigi. A diciannove anni, chiede a un direttore della banca Saint-Phalle di sostenerlo in alcune operazioni «finanziarie» e tale è la sua forza di persuasione che ne ottiene la fiducia. Ma l’affare gira male, e visto che mio padre è minorenne se ne occupa la giustizia. A ventiquattro anni, affitta una camera al 33 di avenue Montaigne e, come risulta da alcuni documenti che ho conservato, va spesso a Londra per prendere parte alla costituzione di una società, la Bravisco Ltd. La madre è morta nel 1937 in una pensione a conduzione famigliare di rue Roquépine in cui aveva alloggiato per qualche tempo insieme al fratello Ralph. Poi aveva occupato una camera all’hotel Terminus, vicino alla gare Saint-Lazare, che aveva lasciato senza pagare il conto. Poco prima della guerra, ha preso in gestione una merceria-profumeria al 71 di boulevard Malesherbes. A quel tempo, avrebbe abitato in rue Frédéric-Bastiat (VIII arrondissement).
E quando arriva la guerra lui non ha nessuna sicurezza economica e vive già di espedienti. Nel 1940, si faceva recapitare la posta all’hotel Victor-Emmanuel III, rue de Ponthieu 24. In una lettera del 1940 indirizzata al fratello Ralph, spedita da Angoulême dove è stato arruolato in un reggimento di artiglieria, parla di un lampadario che hanno impegnato al monte di pietà. In un’altra lettera, chiede di inviargli ad Angoulême il «Courrier des pétroles». Nel 1937-39 si occupa di «affari» legati al petrolio insieme a un certo Enriquez: Société Royalieu, pétroles roumains.
La disfatta del giugno 1940 lo sorprende nella caserma di Angoulême. Non viene però portato via con la massa dei prigionieri, i tedeschi arrivano ad Angoulême solo dopo la firma dell’armistizio. Lui si nasconde a Sables-d’Olonne dove resta fino a settembre. Lí ritrova l’amico Henri Lagroua e due amiche di quest’ultimo, una certa Suzanne e Gysèle Hollerich che è ballerina al Tabarin.
Una volta tornato a Parigi non si fa schedare come ebreo. Abita insieme al fratello Ralph da un’amica di quest’ultimo, una ragazza mauriziana con passaporto inglese. L’appartamento si trova al 5 di rue des Saussaies, vicino alla Gestapo. La mauriziana, a causa del suo passaporto inglese, deve presentarsi al commissariato tutte le settimane. Sarà internata per molti mesi a Besançon e a Vittel come «inglese». Mio padre ha un’amica, Hela H., un’ebrea tedesca che, a Berlino, è stata la fidanzata di Billy Wilder. Si fanno portar via una sera di febbraio del 1942, in un ristorante di rue de Marignan, durante un controllo dei documenti, controlli molto frequenti, quel mese, per l’ordinanza che proibisce agli ebrei di trovarsi nelle strade e nei luoghi pubblici dopo le otto di sera. Mio padre e il suo amico non hanno con sé nessun documento. Vengono caricati su un cellulare da alcuni ispettori e portati per «accertamenti» in rue Greffulhe, davanti a un certo commissario Schweblin. Mio padre deve declinare le sue generalità. I poliziotti lo separano dall’amico e riesce a fuggire, mentre lo stanno trasferendo nel carcere provvisorio, approfittando di una temporanea mancanza di luce elettrica. Hela H. verrà liberata dal carcere il giorno dopo sicuramente grazie all’intervento di un amico di mio padre. Chi? Me lo sono chiesto spesso. Dopo la fuga, mio padre si nasconde nel sottoscala di un palazzo di rue des Mathurins, cercando di non farsi scoprire dal custode. A causa del coprifuoco vi trascorre la notte. Il mattino, rientra al 5 di rue des Saussaies. Poi, si rifugia insieme alla mauriziana e al fratello Ralph in un hotel, l’Alcyon de Breteuil di proprietà della madre di un amico. Piú tardi ancora, abita con Hela H. in un meublé di square Villaret-de-Joyeuse e Aux Marronniers, in rue de Chazelles.
Le persone che ho identificato, tra tutte quelle che frequentava all’epoca, sono Henri Lagroua, Sacha Gordine, Freddie McEvoy, un australiano campione di bob e corridore automobilistico con cui dividerà, fino a dopo la guerra, un «ufficio» sugli Champs-Élysées di cui non ho potuto scoprire la ragione sociale; un certo Jean Koporindé (rue de la Pompe 189), Geza Pellmont, Toddie Werner (che si faceva chiamare «Madame Sahuque») e la sua amica Hessien (Liselotte), Kissa Kuprin, una russa, figlia dello scrittore Kuprin. Quest’ultima aveva recitato in qualche film e aveva avuto una parte in Les Demoiselles du large di Roger Vitrac. Flory Francken, detta Nardus, che mio padre chiamava «Flo» era figlia di un pittore olandese e aveva trascorso l’infanzia e l’adolescenza in Tunisia. Era poi arrivata a Parigi e frequentava Montparnasse. Nel 1938 era stata implicata in un fatto di cronaca che l’aveva costretta a comparire in tribunale e, nel 1940, aveva sposato l’attore giapponese Sessue Hayakawa. Durante l’Occupazione era legata all’eroina dell’Atalante, Dita Parlo, e al suo amante il dottor Fuchs, uno dei dirigenti del servizio «Otto», il piú importante degli uffici acquisti al mercato nero, rue Adolphe-Yvon 6 (XVI).
Era questo, pressappoco, il mondo in cui mio padre faceva la sua strada. Demi-monde? Alta malavita? Prima che si perda per sempre nella fredda notte dell’oblio, citerò un’altra russa che a quel tempo fu sua amica, Galina, detta «Gay» Orlov. Era emigrata giovanissima negli Stati Uniti. A vent’anni ballava in una rivista in Florida e lí aveva incontrato un piccolo uomo bruno molto sentimentale e assai cortese di cui era diventata l’amante: un certo Lucky Luciano. Tornata a Parigi, era stata indossatrice e si era sposata per ottenere la nazionalità francese. Nei primi anni dell’Occupazione viveva con un cileno, Pedro Eyzaguirre, «segretario di legazione», poi da sola all’hotel Chateaubriand, rue du Cirque, dove mio padre andava spesso a trovarla. Qualche mese dopo la mia nascita mi aveva regalato un orso di peluche che ho a lungo conservato come portafortuna e come unico ricordo rimastomi di una madre scomparsa. Si è suicidata il 12 febbraio 1948, a trentaquattro anni. È sepolta a Sainte-Geneviève-des-Bois.
Man mano che redigo questo elenco di nomi e che faccio l’appello in una caserma vuota, ho la testa che gira e il respiro sempre piú corto. Strana gente. Strana epoca al crepuscolo. E i mie...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Un pedigree
  3. Il libro
  4. L’autore
  5. Dello stesso autore
  6. Copyright