Di solito, nella stagione invernale, rue de Varenne è tranquilla, alle quattro del mattino. Quel giorno la temperatura era uno o due gradi sopra lo zero. I portoni dei palazzi erano chiusi. I poliziotti di guardia e i piantoni, che durante la giornata si vedono davanti agli edifici ministeriali e agli altri uffici statali, erano scomparsi. Di tanto in tanto passava veloce un’automobile.
Alle quattro e cinque, Cox partí senza dare nell’occhio e in tutta fretta a bordo di una SM nera guidata da un eurasiatico.
Un quarto d’ora dopo, da una strada trasversale, a duecento metri dall’appartamento di Lionel Perdrix, sbucò Martin Terrier, a piedi e con le mani in tasca. Camminava a passo svelto, un po’ curvo e con il colletto tirato su. Di fianco al marciapiede erano parcheggiate automobili di ogni tipo. Vicino alla casa di Lionel Perdrix c’era anche un pulmino Volkswagen con delle spesse tendine ai vetri posteriori. Terrier raggiunse il portone di un edificio che si trova sul marciapiede di fronte, a cento metri di distanza. Suonò, entrò, accese la luce, attraversò l’atrio in diagonale, superò una porta e imboccò una scala ricoperta da un tappeto rosso vino. Salí all’ultimo piano e percorse un corridoio mansardato su cui si affacciavano, da un lato, alcune porte non molto robuste. L’uomo aveva i lineamenti tesi. Giunto all’ultima porta, estrasse il coltello svizzero e forzò senza fare rumore la semplice serratura. Entrò, accese la luce e sferrò un pugno sulla mascella di una ragazza in pigiama, che si era seduta di scatto sul letto e aveva aperto gli occhi per guardare e la bocca per gridare. La ragazza ricadde sul cuscino, era bionda, tracagnotta, grassoccia e svenuta. Terrier richiuse la porta.
L’uomo attraversò la piccola camera con due passi e guardò fuori, nascosto dalla tendina di cretonne della finestra mansardata. Si vedevano rue de Varenne e in particolare il palazzo di Perdrix. Con un’espressione tranquilla tornò verso il letto e rovistò nei tre cassetti di un comodino di legno bianco. Legò la biondina con due pantaloni da pigiama di cotone; utilizzò un terzo paio di pantaloni e una calza per imbavagliarla e bendarle gli occhi.
Esaminò il posto. C’era poco mobilio: un tavolo, una sedia, un fornello, un lavabo. Per terra c’erano un giradischi e qualche disco di vario genere. Al muro un poster di Jane Fonda in Barbarella. Sistemate intorno a uno specchio rotondo delle cartoline spedite da paesi lontani. I vestiti nel piccolo guardaroba e nel comodino erano di qualità scadente. La sveglia vicino al letto era programmata per le sette e un quarto. Terrier sollevò la ragazza priva di sensi e la depose sul pavimento. Si tolse le scarpe e la giacca di montone rovesciato, spense la luce e si infilò nel letto tiepido. Si addormentò quasi subito.
Al suono della sveglia si alzò immediatamente. La ragazza si contorceva e mugugnava. Smise non appena sentí Terrier che si muoveva.
Terrier andò subito alla finestra mansardata e guardò fuori. Salvo le numerose automobili che passavano per rue de Varenne, davanti alla casa di Perdrix non c’era movimento alcuno. Il pulmino era sempre parcheggiato nello stesso posto. Terrier riempí d’acqua un pentolino e lo mise sul fuoco, poi prese il cannocchiale dalla giacca e, mentre l’acqua si scaldava, guardò con maggiore attenzione.
Sul pavimento la bionda tracagnotta ricominciò a contorcersi e a mugugnare. Terrier le diede un’occhiata infastidito. Frugò nel cassetto del tavolo; prese un pennarello e un pezzo di carta. Poco dopo la ragazza si sentí afferrare per i capelli e sollevare. Le fu tolta la benda che le copriva gli occhi. Aveva il ginocchio del suo aggressore che le premeva sulla schiena; vide una mano che tendeva un pezzo di carta dove c’era scritto in fretta e in maiuscolo: NON TI SARÀ FATTO ALCUN MALE. RESTA CALMA. NON SARAI NÉ DERUBATA, NÉ STUPRATA, NÉ UCCISA, NÉ NIENTE. PAZIENTA, PER FAVORE. Poi la benda che le copriva gli occhi fu rimessa a posto e stretta. Terrier coricò di nuovo la bionda per terra e si affrettò verso il fornello dove l’acqua stava cominciando a bollire. Si preparò tre tazze di caffè solubile e le tracannò mangiando una tartina di marmellata. Masticò e bevve in piedi, ascoltando la radio a basso volume e tenendo d’occhio lo stabile di Perdrix. A quell’ora del giorno i notiziari si susseguono rapidamente. Quel mattino si parlò molto dell’attentato contro Sheikh Hakim, di una catastrofe aerea, di un colpo di stato in Africa e del decesso accidentale di un noto cantante. A proposito di Martin Terrier, alias «Monsieur Christian», vennero ripetute le stesse note biografiche diffuse dal notiziario delle quattro. «La stretta collaborazione fra i servizi francesi e americani ha permesso la rapida identificazione del terrorista», disse il commentatore. (Lo stesso affermò poi che l’Unione Sovietica tentava di destabilizzare il Golfo Persico, e si chiese nel contempo se ciò coincidesse veramente con gli interessi della superpotenza).
Terrier ascoltava continuando a guardare fuori.
Verso le otto, gli uomini lasciati da Cox furono rilevati. Arrivarono in sei su due berline: quattro andarono in casa di Lionel Perdrix, gli altri due salirono sul pulmino. Quattro uomini lasciarono la casa e altri due il pulmino, la squadra notturna si allontanò sulle due berline.
Poco dopo le nove la bionda tracagnotta riprese a dimenarsi e a grugnire sul pavimento. Terrier le affibbiò un calcio ben dato sul fianco, e la ragazza tornò tranquilla. Una mezz’ora piú tardi, Terrier la sentí piangere indistintamente sotto il bavaglio e si accorse che aveva orinato. Smise di singhiozzare nel giro di qualche minuto. Quasi fosse stata la prigioniera a fargli venire l’idea, Terrier pisciò nel lavabo, poi fumò una Winston presa da un pacchetto sul tavolo. Continuava a guardare fuori dalla finestra. Fra le sette e trenta e le nove c’era stato parecchio rumore nel corridoio, porte che sbattevano, rumore di passi, ma adesso era tornato il silenzio.
In rue de Varenne arrivò una SM nera che parcheggiò davanti al portone del palazzo di Perdrix. Il guidatore scese lasciando il motore acceso. Il tubo di scappamento disperdeva nuvole di vapore nell’aria fredda. L’uomo era l’eurasiatico che quella notte aveva accompagnato Cox, e tempo prima Terrier e Anne. I muscoli di Terrier si contrassero. L’eurasiatico bussò alla portiera posteriore del pulmino che si aprí leggermente. Ci fu una conversazione. Terrier aveva indossato la giacca. Uscí dalla camera e si affrettò verso le scale. Sul pavimento della fredda stanzetta la bionda aveva ripreso a contorcersi senza ottenere risultati; il suo corpo si rifletteva senza che lei se ne accorgesse nello specchio rotondo, tra le cartoline spedite da paesi lontani. Sul marciapiede di rue de Varenne comparvero Lionel Perdrix e la sua compagna. Sembravano di pessimo umore ed erano circondati dagli uomini di Cox. L’eurasiatico fece loro un cenno. La coppia salí sulla SM. L’eurasiatico si mise al volante.
– Dove andiamo? – domandò.
– Alla radio.
– Ehi! – gridò la donna.
– Lasciamo la signorina al primo posteggio di taxi, – disse Perdrix all’eurasiatico, che si stava immettendo sulla strada. Poi si girò verso la donna. – Senti, scusami, – disse, – ma sono in ritardo… con tutte queste cazzate –. Guardò nervosamente l’orologio. – Insomma, la trasmissione va in onda fra venti minuti, vuoi capirlo? Hai soldi per il taxi?
– Ma sí, – disse arrabbiata la donna, – ma sí.
Nella SM nessuno parlò piú fino al piazzale degli Invalides, dove l’auto si fermò e la donna scese. L’eurasiatico si diresse poi verso ovest costeggiando la Senna.
– Quanto durerà questa commedia? – gli chiese Perdrix.
– Quale commedia?
– Le persone appostate a casa mia… discussioni di un’ora per sapere se posso uscire per andare a lavorare… farmi accompagnare in automobile… e… – Perdrix prese fiato e cercò di riordinare le idee. – Quanto durerà? – ripeté.
– Io non so niente, – rispose l’eurasiatico. – Faccio quello che mi ordinano. Non ne ho assolutamente idea.
– Sarò in ritardo, – disse Perdrix in tono scocciato. – Lavoro a Radio France Internationale, se proprio vuole saperlo. Ma probabilmente la cosa non le dice niente –. (Tirò su con il naso ostentando disprezzo).
– Ah, sí, – fece l’altro sorridendo, – le trasmissioni per i negri e gli idioti.
– Cazzo, fa per lei!
L’eurasiatico aggrottò leggermente le sopracciglia.
– Se vuole arrivare in orario le consiglio di non insultarmi, – disse.
A Lionel Perdrix quasi uscirono gli occhi dalle orbite, le labbra cominciarono a tremargli, ma rinunciò a dire qualunque cosa e si chiuse in se stesso con un’espressione furiosa. Respirava affannosamente e sospirava con ostentazione. La SM attraversò la Senna, raggiunse la stazione radio, e parcheggiò.
– L’aspetto per riaccompagnarla, – disse l’autista. – Per quanto tempo ne avrà?
– Sí, aspettami, – sogghignò Perdrix, che si precipitò fuori dalla SM e si mise a correre verso l’edificio curvo e labirintico stringendo una cartella sotto il braccio.
L’eurasiatico sogghignò a sua volta e si accese una Camel. Prese il telefono che stava sul sedile di fianco, ma non se lo portò subito all’orecchio. Una 504 si fermò a una certa distanza. Ne scese una figura in giacca di montone rovesciato che si allontanò con il colletto tirato su e le mani in tasca.
– Sono Sammy Chen, – disse a quel punto l’eurasiatico al telefono. – Tutto bene. Terrier mi segue, probabilmente già da rue de Varenne. Ha appena posteggiato. Si allontana a piedi. Non lo vedo piú –. (Scandiva le parole lentamente, sorridendo, senza togliersi la Camel di bocca). – Senz’altro girerà intorno al palazzo della radio per sorprendermi alle spalle. Fate in modo che non mi combini qualche grosso scherzo. Comunque non precipitatevi, okay? – (Ridacchiò). – Ora devo riattaccare, – disse.
Riattaccò e attese. La portiera posteriore era rimasta socchiusa; Lionel Perdrix non si era dato la pena di chiuderla. Passò qualche istante, poi Terrier entrò di scatto nella SM e piazzò la canna della sua 38 all’altezza del cervelletto di Sammy Chen. Sammy portò le mani sulla parte superiore del volante.
– Non mi muovo, – disse.
Terrier gli mise un pezzo di carta davanti gli occhi. L’eurasiatico lesse e parve riflettere.
– Io non so proprio nulla, – affermò, – non conto nulla, eseguo solo gli ordini. Non mi mettono al corrente di questo genere di cose.
Terrier si mise in tasca il foglietto. Poi prese con il pollice e le altre dita della mano sinistra l’orecchio sinistro dell’autista e lo strappò. Sammy Chen lanciò un urlo. Il lato sinistro della sua testa pisciava sangue. Alcuni pedoni passarono a poca distanza senza fare attenzione a quanto succedeva all’interno della SM. Terrier gettò sul pavimento della vettura l’orecchio staccato e tirò innervosito i capelli della sua vittima. Sammy Chen si agitò gemendo. Le due portiere posteriori della macchina si aprirono contemporaneamente. Da un lato un uomo con la barba e gli occhi azzurri puntò a due mani una Colt 45 automatica sulla testa di Terrier. Dall’altro un negro con gli occhiali scuri lo colpí molto forte sui bicipiti con una corta sbarra di ferro. Terrier emise un grugnito, il suo braccio si piegò di scatto e un colpo di revolver partí in aria, facendo un buco grande come una grossa fragola sul tetto della SM. Il negro strappò di mano la 38 a Terrier e lo colpí al ginocchio con la sbarra di ferro. Terrier si piegò in due tenendosi il ginocchio con le mani. Il negro si sedette alla sua sinistra, quello con la barba alla sua destra e gli ficcò la grossa automatica tra le costole.
– Dai, togliamoci di torno, – ordinò il negro, mentre i passanti, che avevano udito lo sparo, si erano tutti bloccati e cercavano di capire da dove provenisse.
– Il figlio di puttana, – fece Sammy Chen con tono rabbioso mentre innestava la marcia. – Guarda per terra se trovi il mio orecchio. Questo stronzo me l’ha strappato, magari possono ricucirlo.
Mentre la SM si avviava, il negro cercò sul pavimento dell’automobile e recuperò il resto sanguinolento dell’orecchio. Inarcò le sopracciglia oltre la montatura degli occhiali.
– Non può essere vero! – esclamò osservando il padiglione rossastro. – Cazzo! – aggiunse con tono di rispetto.
– Questo qui è proprio una bestia, – disse Sammy Chen con convinzione.
Il negro gli passò l’orecchio; il meticcio lo avvolse in un kleenex e se lo mise in tasca continuando a guidare. La SM filava verso Neuilly. Terrier era raggomitolato e faceva delle smorfie. Il negro e quello con la barba lo perquisirono. Gli presero il coltello svizzero, l’Opinel e un pennarello. Quello con la barba lesse il pezzo di carta che Terrier aveva messo sotto gli occhi dell’eurasiatico.
– Ma certo, – disse con un sorriso sgradevole. – La rivedrai la tua puttanella. Ti stiamo giusto portando da lei.
Arrivata a Neuilly, la SM si infilò nel parcheggio sotterraneo di una palazzina. Scesero. Quello con la barba continuava a tenere premuta la Colt contro le costole di Terrier che zoppicava. Sammy Chen lanciò le chiavi della SM al negro.
– Portala via, e fai in modo che si occupino subito del buco nel tetto, – ordinò. (Sembrava che il negro volesse rispondere qualcosa di sgradevole). – Non posso portarla laggiú in questo stato, – spiegò Chen con un tono cortese, indicando l’orecchio che non c’era piú e la guancia appiccicosa di sangue che si stava coagulando.
Il negro salí al volante dell’auto e lasciò il parcheggio mentre Terrier e gli altri due entravano in un ascensore. Salirono all’ultimo piano, le porte si aprirono direttamente su un appartamento luminoso. Il mobilio era scandinavo e i quadri astratti.
– Vai ad avvisare Cox, – disse Sammy Chen.
Quello con la barba gli lanciò un’occhiata perplessa, poi sparí dietro una porta. Sammy Chen restò solo con Terrier, senza armi. Terrier lo squadrò.
– Caso mai pensasse di giocarmi un brutto scherzo, – disse il meticcio, – sappia che questa volta le piazzo un fumitsuki, un mae-tobi-geri e un hittsui-geri nei coglioni, e poi le spacco la faccia e le stacco le due orecchie. In piú… – (a un tratto si mise a parlare sottovoce, fra i denti). – In piú, – disse, – l...