Padri e figli
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Padri e figli

  1. 264 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Informazioni su questo libro

Nella grande Russia conservatrice e patriarcale dei latifondi e dei primi timidi moti liberali, il rapporto conflittuale tra tradizione e rinnovamento trova una rappresentazione esemplare in Padri e figli, pubblicato nel 1862. È la vicenda di due amici appena usciti dall'università di Pietroburgo: Arkadij Kirsanov, figlio di un proprietario terriero, e Evgenij Bazarov, il giovane medico che crede soltanto nelle scienze sperimentali, il nichilista (un termine coniato da Turgenev, e destinato a grande fortuna), campione di una società di tecnici, che non è ancora nata. Sarà una passione non corrisposta ad avviarlo a un destino emblematico dei turbamenti di un'intera generazione.

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Informazioni

Editore
EINAUDI
Anno
2014
Print ISBN
9788806181628
eBook ISBN
9788858415856

XXIV.

Un paio d’ore dopo egli bussava alla porta di Bazarov.
– Devo scusarmi se vi disturbo nelle vostre occupazioni scientifiche, – cominciò sedendosi sulla sedia accanto alla finestra e appoggiando tutt’e due le mani su un bel bastone dal pomo di avorio (egli girava di solito senza bastone), – ma io sono costretto a pregarvi di concedermi cinque minuti del vostro tempo... non di piú.
– Tutto il mio tempo è a vostra disposizione, – rispose Bazarov, che si era sentito come una contrazione sul viso appena Pavel Petrovič aveva varcato la soglia della porta.
– Mi bastano cinque minuti. Sono venuto per farvi una domanda.
– Una domanda? Su che?
– Vogliate ascoltarmi. Al principio della vostra permanenza in casa di mio fratello, quando non mi rifiutavo ancora il piacere di discorrere con voi, mi è capitato di sentire i vostri giudizi su molti argomenti; ma, per quel che ricordo, né tra noi, né in mia presenza, il discorso è mai caduto sui duelli, e sul duello in generale. Permettetemi di domandare quale sia la vostra opinione a questo riguardo.
Bazarov, che si era alzato per andare incontro a Pavel Petrovič, sedette sull’orlo della tavola e incrociò le braccia.
– Eccovi la mia opinione, – rispose: – dal punto di vista teorico il duello è un assurdo; ma dal punto di vista pratico è un altro affare.
– Cioè, voi volete dire, se vi ho ben capito, che, qualunque sia la vostra concezione teorica del duello, in pratica non permettereste che vi si offendesse senza chiedere soddisfazione.
– Avete perfettamente indovinato il mio pensiero.
– Va benissimo. Mi fa molto piacere di sentirlo da voi. Le vostre parole mi fanno uscire da un’incertezza...
– Da un’indecisione, volete dire.
– È lo stesso; io mi esprimo in modo da essere capito, io... non sono un topo di seminario. Le vostre parole mi liberano da una certa triste necessità. Ho deciso di battermi con voi.
Bazarov sgranò gli occhi.
– Con me?
– Proprio con voi.
– Ma per che cosa? vi prego.
– Io ve ne potrei spiegare la ragione, – cominciò Pavel Petrovič. – Ma preferisco tacerla. A parer mio, qui voi siete di troppo; io non vi posso soffrire, io vi disprezzo, e se ciò non vi basta...
Gli occhi di Pavel Petrovič scintillarono... Si accesero anche quelli di Bazarov.
– Benissimo, – diss’egli. – Non occorrono altre spiegazioni. Vi è venuta la fantasia di sperimentare su di me il vostro spirito cavalleresco. Io vi potrei rifiutare questo piacere, e invece...
– Vi sono profondamente obbligato, – rispose Pavel Petrovič, – e adesso posso sperare che accetterete la mia sfida senza farmi ricorrere a misure coercitive.
– Cioè, parlando fuor di metafora, a codesto bastone? – osservò freddamente Bazarov. – Questo è giustissimo. Voi non avete nessun bisogno di offendermi. Cosa, del resto, non senza pericoli. Voi potete rimanere un gentleman... Io accetto la vostra sfida anche da gentleman.
– Benissimo, – proferí Pavel Petrovič, e mise il bastone nell’angolo. – Diremo subito qualche parola sulle condizioni del nostro duello; ma prima vorrei sapere se ritenete necessario ricorrere alla formalità di un piccolo alterco che potrebbe servire di pretesto alla mia sfida.
– No, meglio senza formalità.
– Anch’io la penso cosí. Suppongo pure che sia fuor di luogo approfondire i veri motivi del nostro scontro. Noi non ci possiamo soffrire a vicenda. Che volete di piú?
– Che volete di piú? – ripeté ironicamente Bazarov.
– Quanto poi alle condizioni del duello, siccome non avremo padrini... dove prenderli infatti?
– Sicuro, dove prenderli?
– Cosí ho l’onore di proporvi quel che segue: batterci domani presto, mettiamo alle sei, dietro il boschetto, alla pistola; la barriera a dieci passi...
– A dieci passi? bene: è a questa distanza che noi ci odiamo.
– Si può anche a otto passi, – osservò Pavel Petrovič.
– Si può, perché no?
– Sparare due volte; e per ogni evento ciascuno di noi dovrebbe mettersi in tasca una letterina in cui accuserà se stesso della propria fine.
– Ecco, in questo non sono interamente d’accordo, – disse Bazarov. – Sa un po’ di romanzo francese ed è inverosimile.
– Può darsi. Convenite però che è spiacevole esporsi al sospetto di assassinio?
– Ne convengo. Ma c’è un mezzo per evitare questa triste traccia. Noi non avremo padrini, ma possiamo avere un testimone.
– E chi, di grazia?
– Ma Pëtr!
– Che Pëtr?
– Il cameriere di vostro fratello. Egli è un uomo che si trova all’altezza dell’educazione moderna e farà la sua parte con tutto il komilfò1 necessario in simili casi.
– Mi pare che voi scherziate, egregio signore.
– Niente affatto. Riflettendo sulla mia proposta, vi persuaderete che essa è piena di senso comune e di semplicità. Non si può nascondere una lesina nel sacco2, e io m’incarico di preparare Pëtr come si conviene e di condurlo sul luogo del combattimento.
– Voi continuate a scherzare, – proferí Pavel Petrovič alzandosi dalla sedia. – Ma dopo la cortese disponibilità da voi mostrata io non ho il diritto di avanzare altre pretese nei vostri riguardi... Cosí tutto è combinato... A proposito, voi non avete pistole?
– Dove volete che le pigli, Pavel Petrovič? Io non sono un guerriero.
– In tal caso vi offro le mie. Potete essere sicuro che sono ormai cinque anni che non me ne sono servito.
– È una notizia molto consolante...
Pavel Petrovič prese il suo bastone...
– Allora, egregio signore, non mi resta che ringraziarvi e restituirvi alle vostre occupazioni. Ho l’onore di salutarvi.
– A ben rivederci, egregio signor mio, – disse Bazarov, accompagnando l’ospite.
Pavel Petrovič uscí e Bazarov stette un poco davanti alla porta, poi esclamo tutt’a un tratto: – Puh, che diavolo! Che bella cosa, e cosí stupida! Che commedia abbiamo recitata! È cosí che i cani sapienti ballano sulle zampe di dietro. Ma rifiutare era impossibile; avrebbe anche potuto picchiarmi, e allora... (Bazarov impallidí a questo pensiero; tutto il suo orgoglio s’impennò). Allora avrei dovuto strozzarlo come un gattino.
Tornò al suo microscopio, ma il suo cuore era turbato, e la calma necessaria per le osservazioni era scomparsa. «Ci ha veduti oggi, – pensava, – ma è possibile che prenda cosí le parti del fratello? Che importanza ha poi un bacio? Qui c’è dell’altro. Mah! che sia lui stesso innamorato? Certo ch’è innamorato; è chiaro come il giorno. Che pasticcio a pensarci!... Brutta faccenda! – decise alla fine, – brutta faccenda da qualunque parte si guardi. Prima di tutto bisognerà esporre la propria pelle, e in ogni caso partire; e poi c’è di mezzo Arkadij... e quella coccinella di Nikolaj Petrovič. Brutta, brutta faccenda!»
La giornata passò con una calma e una fiacchezza particolare. Fenečka pareva non esistesse piú al mondo; se ne stava nella sua cameretta come un topolino nel buco. Nikolaj Petrovič aveva un’aria preoccupata. Gli avevano riferito che sul suo frumento, in cui riponeva le maggiori speranze, era comparsa la ruggine. Pavel Petrovič opprimeva tutti, persino Prokof′ič, con la sua gelida cortesia. Bazarov cominciò una lettera per il padre, ma la strappò e la buttò sotto la tavola. «Se morirò, – pensò, – lo sapranno; ma non morirò. No, vivacchierò ancora a lungo in questo mondo». Egli diede ordine a Pëtr di venire da lui il giorno dopo all’alba, per un affare importante: Pëtr s’immaginò ch’egli volesse condurlo con sé a Pietroburgo. Bazarov si coricò tardi e tutta la notte lo tormentarono dei sogni disordinati... La Odincova gli girava attorno, ed era sua madre nello stesso tempo, dietro a lei andava una gattina coi baffettini neri, e questa gattina era Fenečka; Pavel Petrovič invece gli appariva come un gran bosco, col quale a ogni modo doveva battersi. Pëtr lo svegliò alle quattro; egli si vestí subito e uscí con lui.
II mattino era splendido, fresco; piccole nuvolette screziate erano ferme come pecorelle sull’azzurro pallido e chiaro; una rugiada minuta era sparsa sulle foglie e sull’erba, brillava come argento sulle ragnatele; la terra umida e scura pareva conservasse ancora la traccia vermiglia dell’alba; da tutto il cielo scendevano i canti delle allodole. Bazarov arrivò fino al boschetto, si sedette all’ombra sul ciglio e soltanto allora rivelò a Pëtr che servizio si attendesse da lui. L’istruito cameriere si spaventò a morte; ma Bazarov lo calmò assicurandogli che non avrebbe avuto altro da fare che stare a distanza e guardare, e che non si assumeva responsabilità alcuna. – E intanto, – soggiunse, – pensa che parte importante ti aspetta! – Pëtr allargò le braccia, abbassò lo sguardo e, verde in faccia, si appoggiò a una betulla.
La strada da Mar′ino girava attorno al boschetto; la copriva una polvere leggera, non ancora toccata fin dal giorno avanti né da una ruota né da un piede. Bazarov gettava involontariamente degli sguardi lungo quella strada, strappava e masticava l’erba, e non faceva che ripetere tra sé: «Che sciocchezza!» La frescura del mattino lo fece rabbrividire un paio di volte... Pëtr gli lanciò uno sguardo triste, ma Bazarov sogghignò soltanto: egli non aveva paura.
Risuonò sulla strada uno scalpitio di cavalli... Un contadino apparve di dietro agli alberi. Egli cacciava davanti a sé due cavalli impastoiati e, passando davanti a Bazarov, lo guardò in un certo modo strano, senza cavarsi il berretto, il che turbò visibilmente Pëtr come un cattivo augurio. «Ecco uno che si è anche alzato presto, – pensò Bazarov, – ma almeno per fare qualcosa di serio, ma noi?...»
– Pare che arrivi, – mormorò a un tratto Pëtr.
Bazarov alzò la testa e vide Pavel Petrovič. Vestito di una giacca leggera a quadretti e di pantaloni bianchi come la neve, camminava svelto per la strada; portava sotto l’ascella una cassetta avvolta in un panno verde.
– Scusatemi, a quanto pare vi ho fatto attendere, – proferí, salutando prima Bazarov, poi Pëtr, nel quale in quel momento onorava qualcosa di simile al padrino. – Non ho voluto svegliare il mio cameriere.
– Non fa niente, – rispose Bazarov, – anche noi siamo arrivati appena adesso.
– Ah, tanto meglio! – Pavel Petrovič si guardò attorno. – Non si vede nessuno, nessuno ci disturberà... Possiamo cominciare?
– Cominciamo.
– Suppongo che non vogliate nuove spiegazioni.
– Non le voglio.
– Volete caricarle voi? – domandò Pavel Petrovič, levando le pistole dalla cassetta.
– No; caricatele voi, io intanto misurerò i passi. Ho le gambe piú lunghe, – aggiunse Bazarov con un sogghigno. – Uno, due, tre...
– Evgenij Vasil′ič, – balbettò Pëtr a fatica (egli tremava come se avesse la febbre), – se permettete, io mi scosto.
– Quattro... cinque... Scostati, amico, scostati, puoi anche metterti dietro un albero e chiudere gli orecchi, ma non chiudere gli occhi; e se cade uno di noi, corri a rialzarlo. Sei... sette... otto – Bazarov si fermò. – Basta? – disse, rivolgendosi a Pavel Petrovič, – o devo ancora aggiungere due passi?
– Come volete, – disse quello, calcando la seconda palla.
– Allora, aggiungiamo ancora due passi –. Bazarov tracciò con la punta dello stivale una riga per terra.
– Ecco la barriera. A proposito: di quanti passi ciascuno di noi deve allontanarsi dalla barriera? È anche questa una questione importante. Ieri non se n’è discusso.
– Suppongo, di dieci passi, – rispose Pavel Petrovič, porgendo a Bazarov le due pistole. – Degnatevi di scegliere.
– Mi degno. Ma convenite, Pavel Petrovič, che il nostro duello è fuori del comune fino al ridicolo. Guardate soltanto la faccia del nostro padrino.
– V...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Padri e figli
  3. Il genio di Turgenev di Franco Cordelli
  4. Padri e figli
  5. I.
  6. II.
  7. III.
  8. IV.
  9. V.
  10. VI.
  11. VII.
  12. VIII.
  13. IX.
  14. X.
  15. XI.
  16. XII.
  17. XIII.
  18. XIV.
  19. XV.
  20. XVI.
  21. XVII.
  22. XVIII.
  23. XIX.
  24. XX.
  25. XXI.
  26. XXII.
  27. XXIII.
  28. XXIV.
  29. XXV.
  30. XXVI.
  31. XXVII.
  32. XXVIII.
  33. Il libro
  34. L’autore
  35. Dello stesso autore
  36. Copyright