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- Italian
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Un sogno del Nord
Informazioni su questo libro
Paesaggi lontani e luoghi della memoria; storie di ombre e di incontri; riflessioni personali, letterarie e artistiche si intrecciano senza pretendere di «scoprire una traccia della Storia». Eppure - in queste prose scritte nell'arco di sei decenni - l'itinerario di Lalla Romano finisce col coincidere con la peculiare tradizione europea e con le inquietudini contemporanee. *** «Non un libro addizionale, e tanto meno un libro occasionale. Al contrario un libro unitario, necessario, dorsale. Uno di quelli che attraversano gli altri, li nutrono, e si attestano come libri-mondo, libri-vita». Giovanni Tesio
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Informazioni
Print ISBN
9788806214968eBook ISBN
9788858416228VI.
La città
Cerimoniali di paese e di città
Ho preso parte di recente a un accompagnamento funebre, non per obbligo sociale (quelli li evito), ma per affetto verso la persona defunta, in particolare verso il coniuge rimasto, a cui sono legata da assai vecchia amicizia. Data la relativa dimestichezza sono salita, come si usa, nell’appartamento.
Fin da quando ero bambina, nella mia città di provincia, ho sempre osservato con fastidio e perfino con sgomento l’intrusione di estranei nella casa «visitata dalla morte» come si diceva allora. Quando morí la mia nonna paterna – io ero al liceo – un cugino di mio padre, ingegnere e noiosissimo, intavolò tra i presenti, durante la solita attesa, una discussione grammaticale sul titolo Quo vadis?; quando morí, anni dopo, l’altra nonna, una giovane signorina «di buona famiglia», girava per la casa chiedendo a tutti: – Chi è morto, chi è morto?
Non ci sono state propriamente «scenette» nella casa che ho detto, ma era palese l’«estraneità» di quasi tutti i presenti. Una certa spigliatezza giovanile, suppongo d’obbligo (anticonformistico); blanda indifferenza fra i conversatori sorridenti, eppure legati al padrone di casa da consuetudine di lavoro, di interessi culturali.
La stessa freddezza nella chiesa, desolatamente moderna, di «buon gusto», cioè quanto mai kitsch; freddezza nelle parole convenzionali lette dai sacerdoti, non quelle bellissime del salmo, chissà perché; freddezza nei presenti, dignitosamente atei come si conviene alla loro professione di studiosi, eppure invitati a leggere sul libricino apposito, a pagina tale. Ma il gelo proveniva soprattutto da un’assenza: degli studenti. Essendo entrambi i coniugi insegnanti, uno liceale, l’altro universitario: due vite spese tra i giovani, per la scienza e per la comunicazione di essa; e uno dei due ha dato lustro con la sua opera alla cultura italiana. Con il mio compagno, poi, abbiamo ricordato i funerali del nostro amico Turin (lo nomino perché l’ho citato sovente nei miei libri), parecchi anni fa, a Torino. Anche lui era stato professore (di liceo); anche la sua malattia era stata lunga, eppure ai funerali una folla nella gran maggioranza giovanile si assiepava nell’appartamento, e davanti alla casa.
Una specie di rito religioso consistette quella volta nella lettura di un saluto: un addio da parte di un amico assente perché malato, che fu letto da un parente somigliantissimo al defunto. Dopo, un disco diffuse un corale bachiano. C’era fra loro il legame dell’origine valdese. Di grande fede il saluto, uomo di fede il nostro amico, non piú osservante in quanto filosofo, ma sempre assertore battagliero dei diritti della libertà di coscienza e di pensiero, e in questo senso anche lui religioso. Era sfuggito agli anni piú duri del fascismo e della guerra trasferendosi in Sudamerica, scampando cosí alle leggi razziali che avrebbero colpito la moglie ebrea. Prima dell’esilio era stato professore al Collegio Militare di Milano. Ebbene, erano presenti, piú di vent’anni dopo, molti ufficiali, ex allievi. Cosa concludere? Le persone della cultura, i giovani in specie, in una quindicina di anni sono tanto cambiati? Chi può sostenere che, almeno sotto questo aspetto, lo siano in meglio? Non credo che gli allievi e gli ex allievi del nostro amico fossero presenti per ipocrisia: non ce n’era alcun motivo.
Ma voglio ancora ricordare un altro funerale avvenuto in tutt’altro contesto culturale e sociale. Il funerale della «mia» Maria (nota ai miei forse non molti, ma certo, per quel che ne so, buoni lettori). Come personaggio Maria non è morta, almeno finora; accennerò qui ai suoi poetici e addirittura grandiosi funerali.
È stato in gennaio, giorno di nevicata spaventosa; bellissima anche, si capisce; cancellati gli spazi, e perfino il tempo. La casa di Maria è sulla montagna; il piccolo borgo con la chiesa, il cimitero, ai piedi della montagna: il Villar. Mentre si aspetta che passi il prete, ci rifugiamo nella Osteria dei Cacciatori, vuota, nuda e sprovvista di cibo, per scaldarci accanto a una stufa nel retro; arriva anche mio figlio che ha viaggiato solo sulla sua Land Rover, e l’ostessa esce a cercare per lui nella bottega accanto un panino con il salame. La donna ci guardava: – Loro vengono da Milano! – Mi ricordai del Gargano: «Venite da Milano!» (parola magica).
Quando il prete fu passato, con due ragazzi, tutti e tre in cotta, risalimmo anche noi la strada in cui si affondava, fino a un crocicchio col pilone.
Comparve il feretro, portato a braccia: molti lo seguivano, in lunga fila. – Sembra di essere in Russia, – disse il mio compagno, che era appena tornato dall’Unione Sovietica, – non fossero i tacchi di quella donna – (una giovane vestita a festa, con le scarpette, in quella neve). La chiesa, molto grande, si riempí di folla: tutto il borgo era convenuto lí, per Maria. Il fratello superstite, guardandomi con i suoi occhi azzurri – come quelli di Maria – seri e dolorosi, disse soltanto: – È capitato –. Aveva detto tutto. Quelle parole povere erano tutt’uno con la verità, con la rassegnazione, con la pietà.
Fuori della chiesa, i saluti: gente con gli occhi rossi ma composta, strette di mani ruvide e dure: nipoti, pronipoti di Maria. Tutta la gente del borgo fino al cimitero non lontano, ma nella neve sempre piú alta. Quanto calore, per Maria!
Funerali di città, funerali di campagna; d’accordo. Ma anche se la verità è dalla parte della campagna, si sa che chi dà il tono al costume è la città. La campagna ha peso sull’eternità ma non – forse – sulla storia.
L’orrore per i funerali e le tombe che riscontro sovente in persone civili e colte, non credo affatto sia legato a paura della morte: è orrore del falso cerimoniale. So che alcuni hanno già disposto per la cremazione, che ignoro se possa sottrarre del tutto il nostro fratello corpo al cerimoniale, o soltanto esporlo a uno piú spicciativo, ma ancor piú sinistro. La cremazione è un uso molto antico; noi si dovrebbe ricorrere alla disintegrazione, o simile, piú radicale. Una cosa è certa: le cerimonie funebri, la sepoltura, le tombe non sono lontane dall’aver esaurito il loro ciclo antropologico.
Un matrimonio del nostro tempo
L’idea di una cerimonia di nozze suscita piú tristezza di quella di un funerale (nel quale almeno non si pretende l’allegria). È vero che ormai devono essere fuori moda le cerimonie fastose; o non sono informata, e usano ancora. Sarà che sento sempre piú sovente di matrimoni «clandestini», laici, a scanso appunto di cerimonie e soprattutto del «sacro». Matrimoni di contestatori e simili.
Ebbene, mi è accaduto di assistere alla celebrazione – va ancora bene questa parola? – di un matrimonio civile ma anche in un certo senso religioso; molto serio eppure allegro, anzi allegrissimo; contestatario, se si vuole, ma alla presenza dei genitori magari commossi però appagati, consolati. Tristi solo per le assenze: strappi nel tessuto della loro vita già avanzata. Partecipavo in quanto parente stretta della sposa, quasi delegata a rappresentare sua madre perduta un anno fa. Il padre della sposa, la madre del ragazzo ed io eravamo le sole persone anziane; e i presenti al completo sommavano a un centinaio.
Avevo, da qualche anno, notizia di quel mondo: una comune e una scuola. Ma i miei interessi e impegni non mi avevano mai indotta ad «andare a vedere»: cosa che del resto giudicavo non mi spettasse. Devo aggiungere che le esperienze comunitarie, anche le piú generose, anzi forse per questo carattere, non fanno per me?
L’appuntamento era per le nove e mezzo, a un certo indirizzo di Cinisello, la cui popolazione raddoppia quella della mia città nativa. Una grande casa popolare, quasi nuova, al margine dei campi. Vedo lo sposo – che chiamerò Paolo – arrivare reggendo a fatica una enorme cassetta piena di bottiglie. La depone per salutare. Noto che indossa il suo solito giaccone e la camicia scozzese aperta sul collo. Entro con lui. A terreno c’è la scuola: quattro stanze con tavolini e sedie, ovviamente, e lavagne. Qui si svolgerà la seconda parte della cerimonia, seguita da un festino.
La sposa è, manco a dirlo, «in bianco»; però il suo abito, di lana, dalla semplicità elegante perché era stato comprato dalla mamma anni fa, lei lo ha già messo alle nozze di varie sue amiche. È ornato da una collana rossa e nera, da una cintura nera: il bianco infatti non ha qui alcun intento simbolico.
Non sono, né gli sposi, né i loro amici, «mascherati da poveri» come è la moda (divertente) che è un insulto ai poveri veri. Per questi giovani l’abito non è evidentemente un problema.
La sposa traffica con altre ragazze; portano piatti coperti da stagnola; i cibi che loro stesse hanno preparato. In una stanza, mi spiegano, i salati, in un’altra i dolci, in un’altra le bibite. Circolano ragazzotti dall’aria paesana; dietro ad alcuni compaiono madri enormi, nere, recanti torte paesane. Nello scaffale a parete, enciclopedie, la povera scienza di una scuola povera. Non è giorno da fare inchieste. Ma so che gli scolari sono giovani operai figli di immigrati: i ragazzi con il vestito della festa, che si dànno da fare con intenta e felice aria d’importanza. La scuola è serale, naturalmente, e gratuita. È l’unica del genere, mi dicono, e lo credo bene. Questa scuola è al centro di tutta la storia «d’amore», in questo caso in piú sensi.
Si sale al quarto piano, dove ha sede la Comune. Uguali le stanze, invase dal sole; scaffali, qui di libri vari, e divani molto ampi. Alle pareti, poster: la nobile faccia del Che, di Lenin, di Marx. La fonte religiosa della Comune non esige immagini. Un solo quadro: una composizione di piccole fotografie. Frasi scritte sui muri; da «Governo attento!» a «Fascisti assassini». Pittura grafica, poesia visiva. (Peccato che sia sfuggita una scritta che vidi due anni fa su un muro di via Verdi lato Scala: «Almirante è un pirla»).
Presentazioni: sono gli amici che conoscevo di nome. Ma c’è uno, biondo, smilzo, che si presenta da sé: – Danese –. Credo sia il suo cognome, invece è un danese, che conosce solo quella parola in italiano. – Abbiamo visite da tutto il mondo, – mi dicono. – Cosa viene a fare? – Non sappiamo ancora. Per ora è ospite.
Ha inizio la cerimonia. I due sposi – lei cattolica e lui metodista (in quanto filosofo, suppongo, non piú credente) – siedono davanti al pastore che funge da ufficiale civile. La sposa – faccia bambina – lancia occhiate un po’ monellesche, come se tutto fosse un «matrimonio per gioco»; il pastore dichiara, anche lui un po’ monellescamente, che si atterrà al codice; e cita paragrafi e numeri, con compunzione divertita. Alla lettura delle norme «la moglie deve seguire il marito, contribuire al suo mantenimento» ecc., sposi e assemblea sono esilarati come se si trattasse di una invenzione comica. A un certo punto il pastore mormora: – Qui c’è una bestemmia.
Sono in piedi vicino a lui e sbircio il testo. C’è scritto qualcosa riguardo a Dio. Press’a poco «questo va bene anche per Dio» (cito a senso).
I due «sí» sono fermi, consapevoli mi sembra, per quanto è possibile a due giovani. Firme, timbro: tutto in regola. – E quanto è dovuto a Leone, – conclude il pastore.
Si ritorna al pianterreno, in un’aula sgombrata dalle sedie, fuorché dietro a un tavolo dove siedono gli sposi e i testimoni e, per noi vecchi, sotto una finestra. Il pastore è all’impiedi. È un uomo ancora giovane, naturalmente maestoso: alto, barbuto, bello. Tutti, a petto di lui, sembrano piccoli, esili, o goffi. Viene distribuito un foglio con i testi degli inni. Il pastore intona. Accompagnato da una chitarra, un piatto e un altro strumento a percussione, il coro è subito pieno. Il primo inno è Sta con me Signor che, mi dicono, si canta anche nelle chiese. Segue il famoso We shall over come. Non credevo di essere «la signora che piange ai matrimoni», come nella Piccola città di Wilder. Invece è la seconda volta che mi succede. La prima fu quando si sposò mio figlio e sapevo che per lui la chiesa, i parenti, erano una minaccia, una prigione. Ora non c’è chiesa, né parentado, e so che la sposa è nel suo mondo, è libera. Eppure piango: magari è anche la ruffianeria dei cori. È che penso ai miei morti. E infine: il canto di fede fa sentire l’eterna delusione dei miseri, i reietti della terra, la loro eterna speranza frustrata. Ora piango per loro.
Il pastore chiede il silenzio con autorità, ma non lo ottiene del tutto, perché i bambini piccoli frignano o parlano e sembra proprio di essere in una chiesa (italiana). Il sermone inizia con la lettura della pagina di san Paolo sull’amore. Il suo discorso è cristiano, dice il pastore, ma è rivolto a tutti, anche ai compagni non credenti, presenti nella sala. (Mi piace ascoltare nella sua voce chiara la erre dolce e l’accento delle Valli). Cita Lutero e Teilhard. Non c’è apologia, né sfida di nessun genere. La sua sfida dev’essere la sua opera. La prospettiva di vita che apre agli sposi è duplice. Una prima via consiste nel realizzare se stessi nel lavoro e nell’impegno sociale, con l’aiuto degli amici e compagni. (È chiaro che sa, lui e loro, di poter contare su questo; mi domando cosa proporrà la seconda alternativa). Consiste, dice, nell’andare «oltre se stessi», nell’«inventare se stessi e la propria vita di volta in volta». (In un linguaggio un po’ piú difficile, intellettuale, è un appello alla creatività). In quanto ai doveri dei coniugi, ha questa uscita: – Il codice dice che hanno l’obbligo della fedeltà. È come dire che le fontane hanno l’obbligo di gettare acqua –. L’unica frase da prete è: – Vi benedico –. Ma non fa un gesto: i sacramentali sono aboliti.
Ora un giovane – anche lui pastore – porge agli sposi una scatoletta, da cui estrae due anelli, che vengono infilati reciprocamente. (Paolo mi dirà poi che lui ne avrebbe fatto a meno, ma la sposa lo desiderava: le donne!) Ora il giovane, una mano sulla spalla di Paolo, dove già poggiava la mano della sposa, e dunque tenendo i due, dice qualche parola, ma a stento; la sua faccia arguta e seria di studioso e di uomo buono diventa per qualche istante assorta in un vago sorriso. È sopraffatto da un sentimento. I bambinetti escono nello spazio davanti al tavolo, si studiano fra loro, parlottano.
Rotto l’incantesimo, tutti si riversano incontro agli sposi. Nella ressa si fa strada un giovanotto alto e grosso; reca un piatto coperto da un giornale. Lo protegge anche con la mano. Lo scoperchia. Produce un certo choc: si tratta di una natura morta di patate e carote, di chiara allusione sessuale. Un biglietto dice «Omaggio della famiglia Papaleo». I Papaleo, mi spiegano, non sono una famiglia, ma due giovani del Sud, amici e non parenti. Sono due giovani buonissimi, mi dicono. Il loro omaggio, di gusto un po’ grosso, ma non kitsch, è una patetica testimonianza del permanere di un certo paganesimo nel profondo Sud. Piú che di dono augurale l’oggetto ha una funzione liberatoria.
A turno tutti i ragazzi della scuola (è una media, ma loro sono già lavoratori, perciò non tutti sono giovanissimi), capelli neri, occhi lucenti, vengono a baciare la sposa sulle due guance.
Poi comincia il festino. L’appetito è adeguato all’età dei presenti.
Alcuni vanno a consumare fuori, sul prato. Non rimarranno che le briciole.
La piccola comunità – impavida e forse tenuta in sospetto – è vitale!
Forse Čechov potrebbe spiegare
In casi come questo di Giovanna Lettini di violenza contro un debole – il figlio dormiente – scatenata dalla necessità, dalle insopportabilità di una lunga persecuzione, sempre ripenso a una novella di Čechov che non so quanti dei giudici conoscano, la storia di una ragazzina che uccide il bambino affidato a lei perché piangeva sempre e le impediva di dormire. Solo l’arte, nella sua spietatezza, comprende.
Vengo al caso. La mia attenzione si è concentrata su alcune dichiarazioni del Pubblico Ministero. «Affrontiamo questo processo in modo razionale sgombrando il campo dalle emotività».
Giusto, sembra. Ma quand’è che l’emotività cioè un sentimento di compassione – o di vendetta – può intorbidire il giudizio? Quando c’è il rischio di condannare, punire al di là del giusto. Perché si deve temere di sbagliare per eccesso di giustizia? Occorre ricordare il: «summum ius, summa iniuria».
«L’emotività ci porterebbe a ritenere innocente la madre scaricando ogni colpa sul figlio». D’accordo: il figlio non era nemmeno colpevole, ormai drogato e forse tarato dalla nascita. Ma ci vuole davvero il colpevole? E chi è innocente? Se la legge si deve appuntare solo sui fatti, il solo fatto incontrovertibile sono le coltellate. Meno male che tutti hanno riconosciuto che la stessa tecnica artigianale dell’aggressione era una dimostrazione della sua incontrollabilità. Ma no; i giudici non sono stati persuasi di questo, se hanno accettato il concetto del Pubblico Ministero, che si trattava di semi-infermità. Meraviglia dei bilancini! Non solo; la circostanza che la donna avesse fatto uso di psicofarmaci (ai quali ricorreva per sopravvivere) era un’aggravante come la droga, l’ubriachezza, ecc. Infatti. Per una martire crollata sotto il peso della disperazione dopo anni di tormento, non si è trovato altro che chiedere dodici anni di carcere. È chiaro: la donna...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Un sogno del Nord
- Notizia di Lalla Romano
- Un sogno del Nord
- I. Un sogno del Nord
- II. Un dio giovane da Tiffany
- III. Metamorfosi del sacro
- IV. Ombre
- V. Incontri
- VI. La città
- VII. Dalla parte dello scrittore
- VIII. La pittura è sempre astratta
- IX. Io e l’immagine
- X. Un palco alla Scala
- XI. La mia aria
- XII. Cuneo ’45
- «Un sogno del Nord» tra memoria e destino di Giovanni Tesio
- Appendice a cura di Antonio Ria
- Nota ai testi
- Cronologia della vita e delle opere
- Opere di Lalla Romano
- Antologia della critica
- Bibliografia della critica
- Il libro
- L’autore
- Dello stesso autore
- Copyright