End zone (versione italiana)
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End zone (versione italiana)

  1. 256 pagine
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End zone (versione italiana)

Informazioni su questo libro

Ci sono solo tre tipi di persone tra i giocatori di football, solo tre: i sempliciotti, i pazzi scatenati e gli esiliati. E se le prime due categorie sono abbastanza facili da capire, i piú affascinanti sono gli uomini che eleggono a patria il geometrico poligono del campo, coloro che nel gioco trovano una distanza in cui scontare l'esilio dalla Storia e dalla colpa. Gary Harkness è uno di questi uomini. Running back della squadra del Logos College - un posto in mezzo al deserto, «nella periferia della periferia del nulla, circondato da un terreno roccioso cosí piatto e brullo che evocava immagini da fine della Storia» -, Gary ha girato molte squadre e università prima di arrivare lí. Questo perché per applicare le regole di un gioco, sia esso il football o la scuola o la vita, bisogna crederci almeno un po' a queste regole: e Gary invece sembra dotato di un'enorme, inesauribile incredulità. End zone è il racconto di una stagione di vittorie senza precedenti per la squadra della Logos, vittorie che però non danno a Gary quell'agognata pace spirituale che invece trova, inaspettatamente, in un altro «gioco». Proprio in quest'annata di trionfi, Gary inizia a sprofondare nello studio - uno studio che rasenta l'ossessione, la contemplazione, l'estasi - delle armi nucleari, delle strategie militari di annientamento globale, delle prove generali di apocalisse. Quella di Gary è una fuga dalla paura della morte, dal terrore del tempo e delle passioni, è la ricerca di una dimensione in cui «i pensieri siano improntati a una sana ovvietà, le azioni non siano gravate dalla Storia, dall'enigma, dall'olocausto o dal sogno». Ma nel momento in cui manca la morte, manca anche la trascendenza e quindi l'accesso al sublime: il linguaggio non trasmette piú niente - il senso passa da una parte all'altra come una palla stretta da un giocatore impazzito - e l'apocalisse diventa un'opzione come un'altra. È questa la grande sfida, la partita decisiva, giocata da Don DeLillo fin da questo suo secondo romanzo (End zone è del 1972 e oggi tradotto per la prima volta in italiano) e che fa dell'autore di Underworld e Rumore bianco il grande cantore della contemporaneità.

***

«Il talento con cui DeLillo costruisce le scene, la leggerezza e lo humour della voce narrante, l'inventiva dei passaggi dedicati al football, una partita che dovrebbe essere insegnata nelle scuole di scrittura: sono solo alcune delle cose che rendono questo romanzo semplicemente meraviglioso».

«The New York Times»

Domande frequenti

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Informazioni

Editore
EINAUDI
Anno
2014
Print ISBN
9788806198473

Parte terza

Capitolo ventesimo

Lenny Wells attraversò il corridoio e andò in fondo al pullman. Portava il suo peloso cappello bianco da cowboy di Hibbs & Hannon, regalatogli da uno zio dell’Oklahoma. Portava pure un’ingessatura al braccio sinistro, anch’essa un regalo a giudicare dalla sua espressione orgogliosa, quell’autostima solitamente provocata dalle nobili ferite. Dal finestrino posteriore entrava la luce del sole e lui strizzò gli occhi e fece una smorfia. Poi, dal sedile davanti al nostro, guardò me e Billy Mast girandosi di scatto con il sorriso in faccia, facendo di nuovo una smorfia per il troppo sole.
– Me l’hanno rotto, – disse. – È una frattura netta. Appena sotto il gomito. Ho visto le lastre. È rotto di netto. Me l’hanno proprio rotto. Non ci sono dubbi.
– Mi dispiace doverti dire quante yard hanno guadagnato, – disse Billy. – Molte delle quali correndo sopra il mio fragile corpo, tra l’altro.
– Gli ultimi tre quarti me li sono persi, – disse Lenny. – Mi stavano visitando. Mi stavano facendo i raggi.
– Che fine ha fatto Creed? – chiesi. – Stamattina non l’ho proprio visto.
L’autista chiuse la porta e si immise sulla carreggiata. Stavolta niente difesa da una parte e attacco dall’altra: i due pullman erano misti. Lenny si girò in direzione di marcia e si calò il cappello sugli occhi. Il sole ora entrava dai finestrini laterali. Fisicamente mi sentivo piú o meno a posto. Dopo la partita, il preparatore mi aveva controllato le costole e le aveva trovate integre, avevo solo qualche livido. Ce li avevo anche sulle gambe. Una volta finita, mi chiesi per quale motivo quella partita ci fosse sembrata cosí importante. Ormai non era piú niente. I ricordi erano veicolati solo dal mio corpo, ma in modo vago, sotto forma di dolore. Avevamo ancora due incontri da affrontare e la prospettiva non mi esaltava affatto. Mi resi conto che non c’era niente che mi esaltasse, proprio niente. Speravo che si trattasse solo di una temporanea depressione post-partita.
– Come sta Conway? – chiesi.
– La clavicola, – disse Billy Mast. – Non conosco la gravità. Mi sa che lui è sull’altro pullman adesso. Non l’ho visto. Ma so che si tratta della clavicola. Me l’ha detto Kim-brough a colazione. Gli hanno preso la clavicola.
– E Lee Roy Tyler come sta?
– Il ginocchio. A lui hanno preso il ginocchio. Una distorsione. Niente di grave. Ce la farà.
– E Randy King?
– Il ginocchio. Il ginocchio. L’hanno preso dal lato cieco. Gliel’hanno date di santa ragione. Nel corso dell’ultima azione della partita. Il lato cieco. Gli hanno rotto il ginocchio. Gliel’hanno sfondato.
– E Yellin? Come sta Yellin? Zoppicava vistosamente.
– A lui gli hanno preso la caviglia. Gli hanno dato un calcio e poi ci hanno camminato sopra. L’ho vista stamattina. La caviglia destra. È molto gonfia. È violacea. Zoppicherà ancora per qualche giorno.
– Dickie Kidd, – dissi.
– Spalla lussata. E un profondo ematoma al polpaccio sinistro. Questo secondo infortunio, a quanto pare, è molto curioso da vedere. È a forma di stella. Policroma.
– Come se l’è fatto?
– Schegge, – rispose Billy.
– E Jessup? Jessup correva di qua e di là come un pazzo. Aveva vari segni di violenza.
– Si è morso la lingua. Ha anche un labbro gonfio. E tutti e due gli occhi, sotto. Per ora non ci sono altri commenti in proposito.
– Chi altro è acciaccato?
– Bobby Iselin, stiramento del quadricipite femorale. Terry Madden, naso rotto. Ron Steeples, lieve commozione cerebrale. Len Skink, vermi intestinali. E per tutti gli altri, contusioni e lacerazioni varie.
– E Fallon? Ho visto che gli stavano facendo qualcosa in palestra.
– Fallon. Quella è stata una mia svista. Fallon. Gli hanno preso il dito medio.
– E cosa gli hanno fatto?
– Gliel’hanno rotto.
Per un po’ proseguimmo il viaggio in silenzio. Jerry Fallon tornò da noi e ci mostrò il dito. Aveva perso un dente e ci mostrò lo spazio nero in bocca. La notte prima avevo dormito dieci ore, ma stava cominciando a venirmi sonno. Fallon se ne andò e io mi misi comodo sul sedile. Sul davanti del pullman c’era Andy Chudko che cominciò a strimpellare la sua chitarra argentata. Intanto Dennis Smee, il capitano della difesa, avanzava lentamente lungo il corridoio fermandosi a ogni fila di sedili per scambiare qualche battuta con gli occupanti. Avvicinandosi a me, prese dal taschino una gomma da masticare e se la mise in bocca. Ogni tot secondi la sua lingua faceva una fugace apparizione avvolta in un velo trasparente di menta, formava una bollicina perfetta che schiacciava poi contro gli incisivi. Si chinò sopra Chudko. Mi entrò in testa una frase. Pronunciai le parole con voce monotona.
– Ehm, qui maxcom, robomat.
Billy Mast mi guardò.
– Robomat, qui maxcom. Mi senti forte e chiaro?
– Ehm, ricevuto, maxcom, – disse lui.
– Siete in formissima, robomat. Affermativo?
– Ehm, ricevuto. Siamo in formissima.
– Qual è la vostra modalità di controllo termico passivo?
– Vettore cinque e in aggancio.
– Uhm, qual è la vostra correzione della spinta inerziale sul quarto e lungo?
– Le letture danno: rendere circolare e non adattare.
– Affermativo, robomat. Siete veramente fantastici con quel coso di retrospiegamento preinstallato. Lettura, tre uno nove cinque nove. Dodici secondi al disinserimento dell’adattatore del circuito di ventilazione.
– Affermativo, maxcom. Tre uno nove cinque nove. Dodici secondi all’interruzione della ventilazione. Dio esiste. Abbiamo appena visto Dio. È attorno a noi, ovunque.
– Ehm, ricevuto, robomat. Propongo di procedere al tracciamento di metà rotta e della fase di frenata. La traiettoria automatica trans-tandem. Blu e in attesa.
In quel momento ci raggiunse Dennis Smee. Aveva un’espressione molto schietta. La gomma da masticare gli esplose tra i denti. Ci parlò con un filo di voce.
– Non abbiamo dato il massimo. Non ce l’abbiamo messa tutta. Ma ormai è andata com’è andata e abbiamo ancora altre partite da giocare. La settimana prossima scopriremo di che pasta siamo fatti. Dobbiamo spaccare il mondo. Abbiamo un sacco di giocatori acciaccati. Diciamo tutti e facciamo prima, va’. Ma dobbiamo scuoterci, dobbiamo riprenderci. Dobbiamo reagire a questa delusione. Dopo una delusione si può reagire o vincendo alla grande o perdendo di brutto. In entrambi i casi ci sono dei pericoli. Kimbrough, sull’altro pullman, sta facendo esattamente lo stesso discorso. Ce lo siamo preparato a colazione, parola per parola. Rientra nella nostra funzione di capitani. Impegnarci per il bene della squadra.
– Funzione, – disse Billy. – Regola che pone in corrispondenza due insiemi connessi tra loro per valore e natura di modo che ci sia un unico elemento in un dato insieme assegnato a ciascun elemento dell’insieme corrispondente, in base ai rispettivi valori.
Scesi dal pullman sotto uno strano cielo bianco argento. Il rientro fu terribile. Non c’era nulla di bello che mi aspettasse lí, assolutamente nulla. Andai a cercare Myna. Aveva un cappotto di lana islandese, un berretto con la visiera color caramello, il bracciale di celluloide del 1930 e un paio di calzettoni tricolori da hockey.
– Voglio essere sincero, – dissi. – Non so se mi piaci seriamente o no. Forse mi piaci solo perché è una cosa bizzarra. Ogni tanto mi piace fare cose bizzarre.
– Gary, non fare lo scemo. Tu mi conosci.
– Ok, scusami.
– Ti hanno fatto male, tesoro?
– Mi hanno ucciso, – risposi.

Capitolo ventunesimo

Il giorno dopo venimmo a sapere che l’ufficio atletico, cioè Creed, aveva ingaggiato un responsabile per l’area comunicativa. Immediatamente elaborai una teoria basata sulla relazione tra la sconfitta e il bisogno di pubblicità, o meglio di antipubblicità: l’elevazione di notizie ambigue al livello di letteratura. Il tipo si chiamava Wally Pippich, della Wally Pippich Creative Promotion Associates di Reno, Nevada. Dopo qualche giorno mi mandò a dire che voleva vedermi. Il suo ufficio si trovava al piano interrato di Staley Hall, vicino alle caldaie, in un piccolo corridoio dove venivano riposti gli stracci e i secchi per pulire a terra.
Wally era un uomo tarchiato con i capelli a spazzola e le basette lunghe. Mi strinse la mano e mi invitò ad accomodarmi. Ovunque erano sparsi contenitori di cartone e mucchi di fotografie. Sul pavimento, vicino alla mia sedia, c’erano foto a colori che ritraevano una squadra di roller derby, uno scimpanzé che passava in un cerchio di fuoco in sella a una bicicletta, e una ragazza in bikini circondata da un gruppo di paraplegici con delle palle da bowling in grembo. In un’altra foto c’era Wally in piedi con un braccio attorno alle spalle di un giovane che indossava una tuta dorata di lamé e aveva in mano una fisarmonica. Nella foto, Wally portava un cappello di paglia. Sul nastro del cappello c’era scritta la parola WHAMO.
– Gary Harkness. Bel nome. Si presta. Mi piace. Lo amo, addirittura.
– Grazie.
– Rilassati e chiamami pure Wally.
– Va bene, – dissi.
– Stai uscendo da una bella batosta. Emmett mi ha dato tutti i dettagli dello scoop. Mi ha scooppato sulla faccenda. Conosco Emmett da sette, otto, nove, dieci, undici anni. Quando mio figlio avrà la tua età, lo manderò dritto da Emmett. Anche se Emmett si trovasse ad allenare una squadra del Circolo polare artico, io lo manderei lí. Emmett Creed è un essere umano incredibile. Sensazionale, a tutti gli effetti. Sto esagerando, Gary?
– Per niente.
– Concentriamoci sulle cose fondamentali. Ho passato gli ultimi giorni a cercare di orientarmi in questo posto. Ho parlato con gli allenatori. Ho parlato con Emmett. Ho parlato con la signora Tom. E la strada da prendere, per come la vedo io, è la seguente: Taft Robinson e Gary Harkness. I due running back T e G. Taft e Gary. Terremoto e Grandine. Tuono e Grinta.
– Un piccolo gioco di parole. Una cosa che nasce dalle iniziali.
– Prendiamo le statistiche importanti. Prendiamo le foto di azioni sul campo. Prendiamo un po’ di storia di contorno. Ed ecco i running back T e G. Rilasciamo comunicati ai quotidiani, alle riviste sportive, alle tv e alle radio locali, ai network. Tutto il cucuzzaro. Taft Robinson e Gary Harkness. Mi piace il suono di questi nomi. Alcuni nomi mi provocano un’istintiva reazione di rigetto. Per esempio Cyd Charisse. Mohandas K. Gandhi. Serse. Ma Taft e Gary suona proprio bene. Mi piace e forse addirittura lo amo.
– Quindi, quello che ha intenzione di fare, se ho ben capito, è puntare sulle pubbliche relazioni, partendo dal football e usando me e Taft come figure di punta per rilanciare, diciamo cosí, l’immagine dell’università.
– Gary, io stesso non avrei saputo riassumerlo meglio. Vedi quella grossa scatola di cartone laggiú? È arrivata stamattina. Sai cosa c’è dentro? Schede relative a duecento giocatori di football che frequentano le scuole superiori. Questi ragazzi hanno un vero e proprio valore di mercato. Hanno una media che si aggira attorno alla sufficienza e in molti casi la supera, e sono ottimi giocatori di football. Di questi ragazzi ne sceglieremo sui trentacinque e daremo a ognuno una borsa di studio. Grazie al carisma nazionale di Emmett riusciremo ad attirare anche qualche ragazzo da altri stati. Chissà, magari un altro Taft Robinson o un altro Gary Harkness. E cosí questo minuscolo istituto avrà l’opportunità di fare il boom. Di boommare. Gary, voglio essere sincero con te. Quello che so del football si può scrivere con un grosso pennarello a cera attorno al bordo di un bicchiere per gli shottini.
– Non segue il football, Wally?
– Non so un tubo di football. A me piace starmene a casa. Ma so come funziona lo show business. La gente vuole spettacolarità e passione. Io ho avuto a che fare con la gente piú pazza della scena country. Ho avuto a che fare con lottatori nani. Una volta ho avuto a che fare con una cantautrice che si chiamava Mary Boots Weldon: be’ questa, dopo che le avevano asportato la gola per un cancro, continuava a cantare con quella piccola laringe che le avevano impiantato. Cantava le sue ballate tristi con quella vocetta gracchiante davanti a un sacco di gente. Mary Boots Weldon. Cristo, che artista. Ma sto divagando. Dov’è che volevo arrivare?
– Wally, non capisco perché ha bisogno di me per questa cosa. Come corridore, bloccatore e ricevitore sono abbastanza bravo. Al di sopra della media. Ma Taft è su un altro pianeta.
– Gary, qua la mano. Sei un ragazzo modesto e in un ambiente lavorativo come il mio questo è un atteggiamento che apprezzo. Ma tu mi stai parlando di football e io non so un tubo di football. Io parlo del lato umano. Io parlo di drammaticità. Io parlo di bum bum – destro sinistro. Ascolta, in passato tu hai avuto i tuoi problemi nelle varie università dove ...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Parte prima
  3. Parte seconda
  4. Parte terza
  5. Il libro
  6. L’autore
  7. Dello stesso autore
  8. Copyright