Così si muore a God's Pocket
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Così si muore a God's Pocket

  1. 360 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Così si muore a God's Pocket

Informazioni su questo libro

Leon Hubbard ha ventiquattro anni, fa il muratore in un quartiere di Filadelfia. È la disperazione del suo caposquadra, perché è il classico ragazzo sempre in cerca di guai. Non perde mai occasione di estrarre il rasoio che porta nella tasca posteriore.
Ci fa tutto, con quella lama. Ci mangia, ci dorme, ci scherza, forse ci fa pure l'amore. Un giorno, però, ci fa qualcosa di sbagliato. Lo piazza sotto la gola di un collega, il quale per tutta risposta gli fracassa il cranio. Quando la polizia giunge sul posto, il caposquadra decide di nascondere la verità e fornisce una versione di comodo. La morte di Leon verrebbe tranquillamente liquidata come il solito incidente sul lavoro, non fosse che sua madre vuole vederci chiaro. E quella che in partenza era soltanto una brutta storia da insabbiare si trasforma in un affare di stato che coinvolgerà stampa, mafia e l'intero quartiere di God's Pocket, un'enclave di povertà e desolazione dove tutti sanno tutto di tutti e solo la gente del posto ha diritto di cittadinanza. «Ovviamente, non ho idea di cosa insegnino nelle scuole di giornalismo al giorno d'oggi, ma non è ciò che si impara a God's Pocket. Per cui, forse, non è colpa loro - dei New Journalists - se ritengono che morire in quel quartiere non sia un fatto degno di nota. Se la morte di un uomo di ventiquattro anni che aiutava sua madre e il suo quartiere non fa notizia».

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Informazioni

Editore
EINAUDI
Anno
2014
eBook ISBN
9788858414729

1.

Incidente sul lavoro

Leon Hubbard morí dieci minuti dopo l’inizio della pausa pranzo, il primo lunedí di maggio, nel cantiere del nuovo reparto di traumatologia dell’Holy Redeemer Hospital, nella zona sud di Filadelfia. In un modo o nell’altro stava per perdere il posto.
Il caposquadra era un ex battista della Georgia. Si chiamava Coleman Peets, pesava centoventi chili e in vent’anni passati a dare ordini era dovuto arrivare alle mani dodici o quattordici volte. Una volta, mentre sovrintendeva a certi lavori in un centro commerciale, gli era anche capitato di dover far fuori un uomo, ma fino a quel momento non aveva mai licenziato nessuno nel vero senso della parola. Fino a quel momento, i suoi sottoposti avevano sempre capito da sé quando era giunto il momento di andarsene.
Peets aveva una sua linea di condotta: non lasciar trapelare nulla sul tuo conto che possa essere usato contro di te.
Il suo elemento migliore era un vecchio negro che parlava da solo. Il suo nome era Lucien Edward Jr, ma tutti lo chiamavano il Vecchio Lucy, e di regola lui non rispondeva. Sul lavoro seguiva la stessa linea di condotta di Coleman Peets e, dopo undici anni passati insieme a sprazzi, ciascuno dei due sarebbe rimasto sorpreso se avesse scoperto che l’altro era sposato. E a entrambi andava bene cosí.
Il Vecchio Lucy era uno che arrivava puntuale al lavoro. Si faceva la barba ogni giorno che Dio mandava in terra e aveva ancora lo stesso portavivande di quando Peets lo aveva visto la prima volta. Potevi lasciarlo da solo per una settimana intera e lui faceva il lavoro di una settimana. E adesso Peets doveva tenere d’occhio questo muratore da diciassette dollari e quaranta l’ora che gli aveva mandato il sindacato e che non ne faceva una dritta nemmeno quando pisciava, malgrado l’avesse messo a lavorare col Vecchio Lucy.
Leon Hubbard aveva trovato il modo di dar noia piú o meno a tutti nella squadra, era perfino riuscito a toccare nel vivo Peets. Non era per il rasoio. Peets sapeva come strappare rasoi alla gente, per lui era semplice come capire che comunque ti taglierai. Era per qualcosa nel ragazzo, qualcosa di simile a una voce che non vuoi ascoltare. La verità era che il patrigno non aveva nessun aggancio con la mafia, secondo Peets. Era solo una stronzata, né piú né meno del rasoio. Leon Hubbard lo teneva infilato nella tasca posteriore e lo tirava fuori venti, trenta volte al giorno. Lo usava per tagliare la carne a pranzo, per raccontare storie, per farsi le unghie. C’era un’idea di pulizia associata al rasoio. Un giorno avevano trovato un pipistrello dentro un blocco di cemento e lui aveva usato il rasoio per tagliargli la testa. Quindi aveva squartato il corpo e aveva detto: – Una cosa cosí l’ho vista capitare a una suora, una volta.
C’era un altro ragazzo dell’età di Leon nella squadra. Gary Sample. Avrà avuto gli stessi anni di Leon o un paio di meno. – Io farei la stessa cosa a una suora che conosco. Suor Maria Teresa del St Anthony, – aveva detto. Solo che l’aveva detto piú lentamente di cosí perché balbettava: – M… m… m… mi tirava le orecchie t… t… tutti i giorni –. A Coleman Peets, quella storia non era andata giú. Gli altri avevano sorriso, ma sudavano freddo.
Quando aveva di nuovo tirato fuori il rasoio Peets aveva detto: – Ragazzo, vedi di pulirtici il culo con quell’arnese, okay? – Gli altri avevano sorriso anche stavolta, e cosí Leon Hubbard gli si era piazzato di fronte, con il rasoio pronto dietro una gamba. Si erano guardati negli occhi finché Peets non aveva deciso di lasciar perdere.
Probabile che il ragazzo non arrivasse a pesare sessanta chili, e aveva passato il resto del pomeriggio a pulire la lama.
Peets non ne aveva mai parlato con sua moglie, non le aveva detto nemmeno che il ragazzo pareva avere degli agganci con la mafia. – Ti è mai capitato di salire su un tetto e di sentire per un attimo qualcosa dentro di te che ti dice: «Salta» mentre guardi di sotto? – le domandò quella mattina.
Lei era in bagno, si stava lavando i denti prima di andare al lavoro. Aprí la porta per guardarlo, aveva ancora lo spazzolino in bocca. – Leon Hubbard somiglia a quella voce lí, – le disse.
Lei si voltò di nuovo verso il lavandino e si sciacquò la bocca. – Hai paura di licenziarlo, – disse.
– Vorrei che se ne andasse lui, – disse Peets. Si guardò nello specchio della stanza da letto, muscoli, pancia e cicatrici. Si dimenticava di tante parti del proprio corpo ma non delle cicatrici. Si domandò fin dove avrebbe dovuto spingersi per liberarsi del ragazzo.
Sua moglie uscí dal bagno e lui la guardò allo specchio, guardò come le stava la divisa.
– Il Vecchio Lucy non gli parla, – disse. – Mezza squadra sta lí a guardare il ragazzo e basta, adesso. Nessuno combina piú un cazzo, sembriamo impiegati comunali. Il Vecchio Lucy gli fa girare le palle, al ragazzo, visto che è l’unico che pensa a lavorare.
– Anche tu gli fai girare le palle? – Peets scrollò le spalle. Sua moglie era accanto a lui, in piedi. Per tirarsi su i collant bianchi, si era raccolta l’uniforme intorno alla vita. Aveva trentasette anni ed era caposala al pronto soccorso dello Hahnemann, un ospedale che il sabato sera sembrava una ditta di traslochi specializzata in corpi umani: «Questo dove lo mettiamo?» Per quel che ne sapeva Peets, l’idea che anche lui potesse finire là dentro non aveva mai sfiorato sua moglie. Pensava che fosse questa la ragione per cui lei lo amava, quindi aveva sempre evitato di mettersi nei casini.
– È semplice, – disse lei. – Ti piazzi davanti a lui e te ne stai lí con l’aria incazzata, come quando mi becchi a dormire sul tuo lato del letto. E vedrai che se ne va in un amen.
– Leon è immune, – disse Peets. – Piú non lo sopporti piú gli piace ronzarti attorno. Non mi è mai capitato un caso simile.
– Ma se ho visto delle patate che si muovevano perché secondo te stavano sul lato sbagliato del piatto, Peets, – disse sua moglie. Si tirò giú la gonna, la lisciò davanti e dietro. Osservarla mentre si vestiva gli faceva lo stesso effetto di quando si spogliava. Allungò un braccio per aiutarla a stirarsi l’uniforme dietro, e si guardarono nello specchio. Lei spinse il sedere contro la sua mano, un movimento appena accennato.
– Non credevo che lo facessi apposta, – disse Peets.
Lei lo ignorò e si sedette sul letto per allacciarsi le scarpe. – Se guardarlo con l’aria incazzata non funziona, allora parlagli. Digli: Sei licenziato, non ti pago piú –. Peets fece una smorfia. – Funzionerà, – disse lei. – C’è un’intera generazione di persone che non vengono a lavorare, se non le paghi. Sarà la moda –. Peets aveva ricevuto un’educazione rigida. Ormai si era lasciato alle spalle il suo passato di battista. Aveva dovuto, per stare con Sara. L’idea che si dovesse lavorare, però, era qualcosa di piú profondo. Licenziare una persona era una condanna che lui non si sentiva di pronunciare.
– Se lasciasse in pace il resto della squadra, sarei pure disposto a fregarmene di quello che fa o non fa, – disse. – Invece è sempre lí a provocare il Vecchio Lucy, e non finisce qui. Me ne intendo, io, non è una storia che finirà da sola.
Sua moglie si infilò un impermeabile e si chinò a salutarlo con un bacio. Gli ficcò per bene la lingua in bocca, il che gli fece capire quanto fosse evidente che era preoccupato. – Vedrai che funzionerà, – disse lei. – Funziona sempre.
Rimase a osservarla dalla finestra finché non salí in macchina, poi tornò a stendersi sul letto per pensare. Non ci riusciva, con lei in casa. Cinque minuti dopo si alzò, andò in bagno per farsi la barba e comprese cos’era che lo turbava. Tra lui e il vecchio negro c’era una certa intesa. E il pensiero del Vecchio Lucy costretto a chiedergli aiuto torturava Peets.
– Oh, Mickey, – disse, – le tue palle, il tuo uccello, oh, Mickey…
Mickey era suo marito. Gli piaceva sentirla chiamare per nome le parti del suo corpo mentre facevano l’amore. Per lei non era un problema.
Jeanie Hubbard Scarpato era la madre di Leon Hubbard e i capitoli tristi della sua vita erano piú numerosi di quelli del Vecchio Testamento. Aveva già sepolto un marito, e a furia di rimuginare su quel tragico evento si era giocata un paio di potenziali rimpiazzi. Nessuna delle sue sorelle aveva perso il marito, per cui non potevano capirla. Come lei aveva l’abitudine di ricordargli. Loro le dicevano di ringraziare il cielo, perché la pensione di reversibilità come vedova di un poliziotto le consentiva di mantenere un tenore di vita che certa gente poteva solo sognare.
La natura l’aveva avvantaggiata rispetto alle sorelle. Jeanie era sempre stata la piú carina e dotata. Da giovane era andata a scuola di danza a New York ed era stata maltrattata da un uomo che aveva l’età di suo padre. Era un mecenate, ma le aveva fatto diverse promesse senza nessuna intenzione di mantenerle, e alla fine le aveva dato un pugno in un occhio nel bagno degli uomini, in galleria al Lunt-Fontanne Theatre. Si chiamava Rex.
Jeanie si incupiva ancora al ricordo di quella sera. Rex era stato la prima vera gioia della sua vita e la prima vera tragedia. Era passato molto tempo da quando gioia e tragedia erano due cose distinte. Rex ci sapeva fare, specie quando non beveva, e si intendeva di arte. La portava al Metropolitan, in ristoranti dove altri non potevano entrare e ovviamente al Lunt-Fontanne Theatre. La rispettava e chiedeva sempre la sua opinione. – Cosa ne pensi di quello splendido contralto? – Quella sera aveva aperto la porta del bagno degli uomini invitandola a entrare. – Non lo prendo in bocca a nessuno, – aveva detto lei. Pensava che Rex l’avrebbe rispettata ancora di piú dopo una frase del genere, ma si sbagliava.
Mickey stava per venire. Tra un minuto le avrebbe morso il collo e si sarebbe messo a soffiare forte dalle narici, col naso vicino al suo orecchio, e lei avrebbe sentito tutto quello che c’era nel suo respiro, tutte quelle piccole cose estranee. Si premette il mento contro una spalla, in attesa che finisse.
Lui aveva sulle spalle una siepe di peli neri che scendendo verso il sedere si divideva in due ampie strisce. Sulla schiena, perlomeno, i peli gli crescevano nello stesso verso. Sembravano pettinati.
Era buffo. In principio, Jeanie aveva pensato che fosse una specie di animale. Alle feste si sedeva in un angolo e non parlava con nessuno. In giro dicevano che era «un uomo di rispetto», e quando in seguito lo aveva sorpreso a fissarla si era resa conto che probabilmente era vero. In ogni caso, aveva gli occhi da uomo di rispetto. Piccoli. Ed era il migliore amico di Arthur «Bird» Capezio, il quale forniva carne rubata a tutta Filadelfia Sud. Arthur gestiva l’attività in un magazzino di God’s Pocket e lavorava per Vinnie l’Italiano, che aveva goduto dei favori di Angelo Bruno. Le cose erano cambiate la notte in cui qualcuno aveva infilato la canna di un fucile da caccia nell’orecchio di Angelo Bruno.
Jeanie era seduta accanto a lui, nello stesso angolo. La casa apparteneva a un giudice che si occupava di infrazioni al codice stradale e stava per farsi da uno a tre anni nel carcere di Holmesburg per corruzione, furto e appropriazione indebita. Era una specie di festa d’addio e tutti erano felici. Girava la voce che, quand’anche si fosse fatto dieci mesi, ci avrebbe comunque guadagnato diecimila dollari la settimana. Non c’era bambino sopra i cinque anni, a God’s Pocket, che non sapesse che il giudice aveva fregato il comune per quattrocentomila dollari.
– Sei sposata? – le chiese Mickey.
– Vedova, – disse lei, e aspettò. Niente. – Tu? – Lui scosse il capo, e non aggiunse altro finché Jeanie non gli chiese cosa facesse per vivere.
– Sto nel business della carne, – disse lui. Il modo in cui lo disse le fece correre un brivido lungo tutta la schiena. – Lavoro per Bird –. A quel punto lei aveva notato le sue mani. Erano mani grosse, i peli arrivavano fin sulle nocche. Si immaginò quelle mani che afferravano lei o altre vittime. Quando sollevò lo sguardo si accorse che lui le stava sorridendo. Se lo portò a casa, gli offrí una Schmidt’s e gli si sedette accanto sul divano. – È una buona birra, – disse Mickey.
In capo a un’ora Jeanie aveva perso ogni speranza di essere violentata. Lo prese per mano e lo condusse di sopra, in camera sua. Non fu rude ma nemmeno dolce. Quindi le morse il collo e soffiò forte dalle narici finché non ebbe finito.
Il mattino dopo, le donne del quartiere la guardavano in un modo che le piacque. Non era il tipo da dare adito a pettegolezzi, ma un paio di volte nel corso della giornata si lasciò sfuggire qualcosa. – È un martello pneumatico, – disse.
Ora Mickey le aveva messo la bocca sul collo e stava cominciando a muoversi piú in fretta dentro di lei. Non era esattamente un martello pneumatico. Somigliava di piú a, be’, a un cazzo. A qualcosa di molto affamato con una bocca piccola piccola. Una specie di guppy
E sarebbe stato questo a rimanerle impresso. Il giorno in cui il suo unico figlio morí, Jeanie Scarpato soddisfò il marito alle sette e quindici del mattino pensando a un pesce tropicale. Era questa la vita che il destino le aveva assegnato.
Mickey Scarpato aveva quarantacinque anni e non capiva le donne. Ma non nel modo in cui i baristi e i comici non capiscono le donne. Mickey non le capiva cosí come i poveri non capiscono l’economia. Anche se avessero passato ogni giorno della propria vita davanti al palazzo della Girard Bank, i poveri non si sarebbero fatti la benché minima idea di quel che succedeva al suo interno. Era questo il motivo per cui, nel profondo, preferivano sempre rapinare un 7-Eleven.
Ed era questo il motivo per cui Mickey, nonostante fosse sposato da tre anni, preferiva stare con Bird o McKenna anziché con Jeanie. Era la tensione, il motivo.
Lavorando nel business della carne, Mickey passava una bella fetta di tempo coi baristi. Quello che piú si lagnava delle donne era probabilmente McKenna, dell’Hollywood, giusto dall’altra parte della strada rispetto a casa sua, dove Mickey faceva le consegne il lunedí. Di tanto in tanto, se finiva presto e non c’era Leon che offriva da bere ostentando i suoi guadagni di muratore, si tratteneva per un paio di birre. A Mickey non piaceva farsi pagare la birra dal figliastro.
McKenna aveva sempre qualche storia da raccontare sulla sua vecchia baldracca e non appena vedeva Mickey entrare nel locale lo aggiornava. – Sabato ho cazzeggiato in giro tutta la notte, sai com’è, no, Mickey? Insomma, sto in giro fino alle otto del mattino e non faccio in tempo a mettere piede in casa che quella vecchia bagascia si è già inventata sei nuovi modi di incazzarsi.
– Allora capisco che devo sparare una balla, e anche lei capisce che devo sparare una balla. Mi gira piuttosto bene ultimamente, cosí entro in camera e dico: «Ciao amore. È stata la mia serata. Ho vinto cinque bigliettoni». Tiro fuori i soldi di tasca e glieli ficco sotto il naso. «Un paio di centoni sono per te», dico. Lei si infila la vestaglia e mi passa davanti per andare in bagno. «Sono davvero contenta per te», dice. Tutto qua. Un ghiacciolo.
– Entra in bagno e chiude la porta. «Sono davvero contenta per te». Nemmeno la soddisfazione di dirti che sei un pezzo di merda. E si intasca pure i soldi. Capito, Mickey? Duecento dollari, e manco ti parla.
A Mickey le storie di McKenna piacevano solo quando non c’era Leon a guardarlo. Non gli dava fastidio che il barista lo rendesse partecipe dei suoi casini, anzi, lo faceva sentire meno estraneo al quartiere. Ma non con Leon seduto accanto che sogghignava come fossero due amiconi che si erano appena scopati la stessa puttana.
Mickey abitava nel Pocket solo da quando si era sposato. In generale i vicini erano gentili con lui perché lo temevano, ma a McKenna era piaciuto dal giorno in cui si erano conosciuti. Forse perché avevano all’incirca la stessa età o forse perché Jeanie faceva ancora la sua porca figura. Quando si metteva in ghingheri e si acconciava i capelli diventava un vero schianto, e Mickey non si capacitava che lo volesse ancora tra i piedi.
La verità era che aveva quarantacinque anni e Jeanie era la sola donna che lo avesse voluto tra i piedi, a meno che non fosse per denaro o per fare un favore a qualcuno.
La sera in cui lo aveva portato a casa dopo la festa dal giudice Lourdy, l...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Così si muore a God's Pocket
  3. 1. Incidente sul lavoro
  4. 2. Il Pocket
  5. 3. Un prato in città
  6. 4. Un giornalista innamorato
  7. 5. Questioni di morte
  8. Il libro
  9. L’autore
  10. Dello stesso autore
  11. Copyright