Non c'è piú tempo
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Non c'è piú tempo

  1. 248 pagine
  2. Italian
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Non c'è piú tempo

Informazioni su questo libro

Città di pietra e di luce, Firenze nasconde nel suo ventre un luogo di pura tenebra, dove la sera del 2 ottobre 1981 un uomo in sedia a rotelle viene condotto.
Di lui si sa poco, molto invece delle sue ossessioni. Per il mondo strangolato dai suoi abitanti e dalla follia che li domina. Per la sua vita che corre senza senso verso la fine. Per il tempo che non c'è più.
È uno come tanti, Venturino Filisdei, dunque non è nessuno, o comunque uno che, non avendo più nulla da esplorare nel mondo di sopra, scende nel mondo di sotto, dove rigurgitano acque malsane e fioriscono incubi. Terrore chiama terrore, e lui si prepara a morire. Ma benché sappia che c'è anche di peggio della morte, non sospetta quanto possa essere penoso quel che sta per capitargli.
Ad attirarlo nella trappola è un'improbabile banda armata. Trappola? In realtà è lui a muovere verso di loro, anime perse come lui, e a lui affini più di quanto si possa pensare. Loro sono Max Penitenti, un povero diavolo che la sa anche troppo lunga. Dolores Entierro, brigatista malinconica e indecifrabile. Confiteor, equivoco comandante transgenere. E poi quel ragazzo cupo e disperato, che si rivela suo figlio. Un patto di sangue li impegna ad amare e a uccidere gli stessi compagni. Lui lo rispetta. Non perché lo voglia, ma perché costretto da una tragica necessità. E dire che la vita era là fuori, libera, dolcissima, con quanto di non vissuto e desiderabile aveva da offrire. Bastava abbandonarsi al suo incanto. Ma ormai non c'è più tempo. «Da qualche parte si devono essere sciolti dei nodi, ma chissà quali, chissà dove... È possibile una cosa del genere? A lui sta accadendo. Il tempo è sparito. Non c'è più.
Dev'essere così, la morte. Lo scoprirà presto. Da un momento all'altro. Però quando, non saprebbe dire. E tuttavia: quando, quando...
Se fosse adesso?
Lo è».

Domande frequenti

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Informazioni

Editore
EINAUDI
Anno
2014
Print ISBN
9788806190910
eBook ISBN
9788858416297

Capitolo secondo

Entra in scena Max Penitenti, che fra le altre cose sostiene di poter dimostrare l’esistenza dell’inferno. Lo fa raccontando una storia. Sbeffeggiato, se ne va con aria offesa e anche minacciosa.
– Maestro!
La voce gli arriva da dietro le spalle, quasi gridata in un orecchio, facendolo trasalire. Da qualche minuto se ne stava assorto e inseguiva pensieri vaghi, leggeri, tutt’altro che intonati alla situazione. Benché la pioggia cominciasse a inzuppargli i vestiti, aveva deciso di rimanere dov’era anziché ripararsi sotto il porticato. Fin che non fosse arrivato qualcuno. Un modo piuttosto eloquente per affrettarne la venuta. Almeno spera.
Infatti, eccolo, questo qualcuno. È apparso d’improvviso. Apparso per modo di dire, poiché evidentemente era lí da prima, non visto. L’uomo in sedia a rotelle adesso se ne rende conto: era lí, per forza doveva esser lí, ne aveva perfino sentito il fiato. Ma quello, invece di farsi avanti, se n’era restato immobile, come un ballerino che aspetta il suo momento e, sospeso a un che di immateriale o di aereo, scarica il peso del corpo su un piede solo mentre con l’altro si accarezza il polpaccio. Bravo, pensa l’architetto; ma l’imbarazzo è suo e quindi tocca a lui prendere l’iniziativa, benché scocciato.
– Come forse lei può immaginare mi è difficile voltarmi. Abbia la cortesia…
– Ma come ho potuto? Le chiedo mille volte scusa. Sono una bestia.
Con due saltelli lo sconosciuto gli si mette di fronte.
Per quel che si può intuire fra ombra e ombra, il tipo è rotondetto, piú flaccido che grasso, basso di statura, e d’un’età indefinita. Soltanto il volto, piú bianco d’una maschera di gesso, lascia intravedere occhi pungenti benché indecifrabili e lineamenti piuttosto banali, ma curiosa è la bocca, che si direbbe dipinta, a meno che non si tratti d’un herpes.
Indossa un completo a quadri già improbabile di suo, ma per giunta la taglia è piú piccola di almeno due misure. La camicia fuoriesce dalle maniche della giacca e produce in entrambi i polsini degli sbuffi, piú strani che ridicoli. I pantaloni non arrivano alle caviglie e in una gamba lasciano intravedere il calzino corto scivolato sotto il tallone. «Scommetto che ha le scarpe a punta». Potesse vederle, Filisdei vedrebbe due scarpe di vernice a punta.
Neanche fosse un pupazzo a molla, l’ometto si mette a battere i tacchi e a strusciare le scarpe come per pulirle da un fango che non c’è. Quel movimento gli fa ciondolare il papillon che porta allentato. «Sicuramente un architetto», pensa sconsolato il collega.
– Che dico: bestia? Peggio… Cosa c’è di peggio? Non mi viene, ma non importa. Chiedo scusa e mi presento: Max Penitenti.
– Prego?
– Penitenti. Max Penitenti.
– Nome d’arte, immagino.
– Come sarebbe a dire, nome d’arte? Professore… Io sono… No, io non sono nessuno, ma con questo mio nome… forse un po’ inusuale… ebbene, col nome di Max Penitenti… io mi pregio d’aver onorato il ruolo… oserei dire la missione… grande, mi creda sulla parola, anche se non saprei piú dire quale. Ma non importa. Le azioni nobili sono quelle di cui abbiamo dimenticato il perché. Lei è d’accordo?
– No. Ma se l’ho offesa, mi perdoni.
Il tono di voce dell’uno stride curiosamente con il piagnucolio dell’altro. Ma Penitenti si è già ripreso.
– Chiarissimo, sarei io a offenderla, se la perdonassi, poiché mi metterei sul suo piano, ciò che farebbe di me un arcifanfano, e quindi non la perdono, non essendoci niente da perdonare, e mentre dico: non la perdono, però sarei onorato di poterlo fare, se le fa piacere.
L’uomo in sedia a rotelle lo guarda sempre piú perplesso. E l’altro:
– A me costerebbe cosí poco.
Gli si fa addosso. Poi, di colpo in tono piú diretto:
– Le posso fare una confessione?
Silenzio.
– Prima d’incontrarla mi sono chiesto…
Altro silenzio.
– … se lei è un tipo manesco.
– Cosa?
– Sí, se lei è di quelli che mettono mano al bastone, e giú botte.
– Al bastone?
– O all’ombrello, visto che piove. Architetto, lei ha con sé l’ombrello? Non lo vedo.
– Scusi, sa, ma perché dovrei prenderla a ombrellate?
– Magari a sassate.
– Ma cosa sta dicendo?
– Sapesse quanti lo hanno fatto.
– Avranno avuto le loro buone ragioni.
– Eppure tutti quelli che hanno ceduto alla tentazione, tutti, dico, mi sono diventati amici.
– Non cederò.
– Io invece ho capito che con lei…
– Con me, che cosa?
– Noi siamo fatti l’uno per l’altro.
– No! – Il tono di voce dell’architetto è piú affranto che rabbioso.
– Ah! Come ho potuto permettermi… – È un grido di disperazione, quello che esce dalla gola dell’infelice. Il quale subito dopo prende a strapparsi i capelli. Vengono via a ciocche. Che sia una parrucca, la sua?
– Ma che fa! – esclama Filisdei sinceramente turbato.
Penitenti si ricompone. Occhieggia da sotto in su e capisce che non rischia neanche un buffetto. Allora, rassicurato, dà la stura a un lungo borbottio, di cui l’uomo in carrozzella afferra solo frammenti. Tipo: «Chi sono io per discutere con lei? Anche se le nostre comuni amicizie… E gli amici degli amici… I loro parenti… Vivi e defunti. Ma cosa sto dicendo? Che i morti seppelliscano i loro morti – e pace all’anima loro, vero Venturino? Ma non divaghiamo. Cioè, io non devo divagare – e sottolineo il devo. Vede? Io son chi sono. In senso negativo, s’intende. Tuttavia…»
Filisdei, che nel momento in cui s’era sentito chiamare confidenzialmente per nome aveva sussultato, lo sta ad ascoltare in modo sempre piú esitante e scettico. Per tutta risposta:
– Sapevo che noi ci saremmo capiti al volo.
– Ah.
– Mi è bastato scambiare con lei poche parole, per trovare confermata nel modo piú lampante la mia intuizione. Anche lei, suppongo.
– Non la seguo.
Come ricordandosi di qualcosa che aveva colpevolmente trascurato di fare – infatti si dà una manata in fronte – Penitenti entra in azione. Dal taschino della giacca estrae un enorme fazzoletto di seta piuttosto dozzinale («ma come avrà fatto a farcelo stare nel taschino?»). Con cura esagerata deterge la fronte e il naso del paraplegico. Ma c’è sempre una nuova goccia d’umidore che va a posarsi sulla pelle appena asciugata. Penitenti non si dà per vinto.
Rabbrividendo all’idea che il presunto architetto («ma forse è un barbiere, sí, un barbiere, ecco chi è») possa prendersi altre confidenze del genere, Filisdei si è ormai rassegnato a cercare rifugio da qualche parte, sotto un androne, per esempio, e tenta di mettere in moto la sedia a rotelle, cosa sempre un po’ macchinosa. Ma Penitenti è di diverso avviso. Ha fatto scattare un ombrellino estraibile («ma dove diavolo lo teneva? in tasca?») e con quello sta riparando l’uomo in carrozzella dalla pioggia, che intanto si è fatta ancor piú fine, quasi un vapore.
– Dobbiamo aver pazienza, dobbiamo restare qui. Dobbiamo, – insiste Penitenti calcando sulla ripetizione del verbo.
Questo è scemo, pensa Filisdei. Ma pensa anche che potrebbe essere uno scemo pericoloso.
– Lei non deve temere. E lo sa perché? Perché ci sono qua io, – esclama invece quel bel tipo con l’aria di avergli carpito il pensiero che ancora gli ronzava in testa. – Lei sa che la stanno cercando?
– Infatti sono venuto.
– Ma no! Cos’ha capito? Scusi, scusi… Non sto parlando di noi, ma di loro. Mi segue adesso? Su di lei pende un mandato.
– Prego?
– Mandato d’arresto.
L’uomo, piú che allarmato, è confuso. E se quello scemo pericoloso fosse un vero e proprio matto? Dev’essere cosí. Ma eccolo che incalza:
– Vede maestro: è il discepolo che le parla, e credo di poter dire, il compagno. Ma non si preoccupi. Qui è in buone mani. Anche se…
– Si spieghi.
– … anche se dobbiamo prendere le nostre precauzioni. E poi, bisogna considerare le circostanze.
L’uomo in sedia a rotelle, sempre piú turbato, cerca gli occhi dell’altro.
– Un suo movimento strano, un suo gesto… Qualcuno potrebbe pensare a una fuga. Magari concordata fra me e lei. Capisce?
Capisce un corno, il Filisdei. Intanto quell’altro si guarda intorno, dall’alto in basso, dal basso in alto, scrutando nel buio. Fa un passo in avanti, poggiando una mano sul bracciolo della sedia. Avvicina la bocca all’orecchio di lui. E in un bisbiglio:
– Potrebbero colpirci. Fra noi c’è gente d’azione. Diciamo un po’ impulsiva. E armata. Ogni pretesto è buono.
Un po’ per levarselo di dosso, un po’ per prendere tempo, Filisdei indica al pazzo (che lo sia, non ha piú dubbi) la borsa che è ai suoi piedi. Gli fa cenno di aprirla. E con un gesto piuttosto ruvido lo invita a estrarne il contenuto. Max esegue curioso e divertito come un bambino. Ha lasciato il suo ombrello nelle mani dell’uomo sulla sedia a rotelle e ha aperto delicatamente, come cosa non sua e molto preziosa, l’ombrello che era nella borsa. Vi scopre le cose lasciate dalla Capra. Ammicca al thermos. Ottenuto il permesso, serve del caffé al professore. Il quale dopo un sorso porge l’avanzo a Penitenti, che mostra di gradire il gesto cameratesco.
E cosí i due, ciascuno con in mano l’ombrello dell’altro, hanno bevuto il caffé. «Guarda un po’ che roba. Sto bevendo il caffé con… ma come si chiama?», si domanda il professore in un colpo di buonumore.
Finalmente una tregua.
Ma è lui, Filisdei, a riaprire:
– Veniamo al dunque, signor…
– Penitenti. Max Penitenti.
– Signor Penitenti.
Quel tanto d’incertezza con cui l’uomo ha pronunciato il suo nome ha per Max Penitenti il valore di un giudizio cattivo, uno smascheramento. Messo con le spalle al muro, se ne sta per qualche istante a testa china. Poi di colpo, le braccia allargate (in una tiene l’ombrello), il vestito a quadri ancora piú tirato alle quattro estremità, di cui ora si possono scorgere anche i rattoppi:
– Ebbene sí, le ho mentito. Ma come ho potuto farlo, io mi domando e dico… Io a lei! Io, cui lei ha accordato la fiducia che solo l’amico all’amico. Sono una persona indegna. E magari fossi una persona indegna. Glielo dico io chi sono: un topo, sono, uno scarafaggio da pestare, cosí, guardi, una mosca appiccicata alla carta moschicida. E quando lei mi dirà: «Penitenti, lei è una mosca appiccicata alla carta moschicida», io risponderò: «Vero, professore. Le ho mentito. Tutti lo devono sapere: Max Penitenti ha mentito al professore». Max Penitenti per modo di dire, come lei ha capito subito…
Filisdei lo metterebbe volentieri a tacere con una scarpata sui denti, potesse.
– Tuttavia… se Max Penitenti non è il solo nome che io abbia portato, l’ho portato sempre molto onorevolmente. E cosí mi impegno a fare anche per il futuro. Architetto, l’autorizzo a prendermi in parola. E a punirmi come merito, se venissi meno a questa solenne promessa.
L’uomo sulla sedia a rotelle è allo stremo.
– Senta, Penitenti. Tutte queste parole, e questo balletto… insomma… Ma cosa vuole che me ne importi come lei si chiama? Può chiamarsi come le pare. Noi ci conosciamo da dieci minuti – conosciamo per modo di dire, visto che io non so chi lei sia, né posso sapere che cosa lei sappia di me. Eppure vengo da lei informato che: uno, avrei un conto in sospeso con non so quali defunti; due, la polizia vuole arrestarmi; tre, qualcuno qui intorno mi tirerebbe volentieri una fucilata. Non le pare che sia doveroso da parte sua essere un po’ piú chiaro?
– Veramente, lo sono stato.
– Inoltre, caro signor Penitenti, mi vuole spiegare che cosa c’entra tutto ciò con la ragione per cui io sono venuto qui? Lei sa, vero, qual è questa ragione?
– Non si prenda gioco di me. O invece sí: si prenda gioco di me. Me lo merito.
Andiamo bene. Topo, scarafaggio o mosca che sia, costui si è infilato nel suo buco. E adesso, chi lo stana?
– Si serva ancora un po’ di caffé, Penitenti.
– Grazie. Non posso. Il caffé mi fa male. Non mi dispiacerebbe un bicchierino di Porto. Lei ha del Porto, per caso? No, mi par di capire. Meglio cosí. Bere mi fa perdere lucidità.
Si fissano. Nessuno dei due abbassa lo sguardo. Se Filisdei potesse vedere le pupille di Penitenti, scoprirebbe che nell’una ci sono pagliuzze d’oro e verdi ne...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Non c'è piú tempo
  3. Capitolo primo
  4. Capitolo secondo
  5. Capitolo terzo
  6. Capitolo quarto
  7. Capitolo quinto
  8. Capitolo sesto
  9. Capitolo settimo
  10. Post-scriptum
  11. Il libro
  12. L’autore
  13. Dello stesso autore
  14. Copyright