Lettera a Berlino
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Lettera a Berlino

  1. 272 pagine
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Lettera a Berlino

Informazioni su questo libro

Berlino, inverno 1955: il tempo della guerra fredda, il tempo delle spie. Nelle viscere della città devastata si lavora all'«Operazione Oro», lo scavo di un tunnel al confine con la zona russa, allo scopo di immettersi sulle frequenze telefoniche sovietiche e intercettarne i messaggi operativi: un progetto ardito e pericoloso a cui collaborano la Cia e l'M16, i due servizi segreti alleati e al tempo stesso rivali. In un simile clima di tensione e sospetto prende avvio la vicenda di Leonard, timido tecnico inglese coinvolto nel progetto spionistico, e Maria, donna tedesca esuberante e desiderosa di vivere: una struggente storia d'amore e di iniziazione ai sensi e alle emozioni.

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Informazioni

Editore
EINAUDI
Anno
2014
eBook ISBN
9788858416594

Capitolo diciassettesimo

Dopo la festa, i neo-fidanzati erano rimasti in piedi tutta la notte a parlare. Cosí Leonard si sforzava di vedere la cosa, due ore dopo il levar del sole mentre, nella ressa dell’ora di punta, aspettava in coda il suo autobus per Rudow. Gli occorreva sequenzialità, una storia. Possibilmente ordinata, un fatto dopo l’altro. Salí sull’autobus e cercò un posto a sedere. Con le labbra articolava parole riandando al susseguirsi delle azioni compiute. Trovò un posto e sedette. Dopo la lotta si era lavato i denti per dieci minuti. Poi avevano sistemato una coperta sul cadavere. O forse no, forse avevano sistemato la coperta sul cadavere e poi era andato in bagno e si era lavato i denti per dieci minuti. O venti. Lo spazzolino era a terra, tra i vetri del bicchiere rotto, sotto lo scaffale crollato. Il dentifricio era scivolato nel lavandino. L’ubriaco aveva tirato giú lo scaffale e il dentifricio era scivolato nel lavandino. Il dentifricio evidentemente sapeva che ci sarebbe stato bisogno di lui, a differenza dello spazzolino. Il dentifricio si era assunto un compito, era lui il cervello...
Non riuscirono, non provarono ad estrarre il piede di ferro. Spuntava dalla coperta. Maria rise. Era ancora lí, adesso. Lo avevano coperto ed era ancora lí, adesso. Il ferro e il fuoco. I primi e gli ultimi, i vivi e i morti. I primi trovarono posto a sedere, gli ultimi invece restarono in piedi. Percorrendo il tratto di Hasenheide l’autobus si riempí. C’era solo piú posto in piedi. Infine l’autista annunciò che l’autobus era completo. Meno male, cosí non sarebbe salito piú nessuno. Per il momento erano salvi. Procedendo verso il settore meridionale, in senso inverso a quello del flusso dell’ora di punta, l’autobus iniziò a svuotarsi. Quando raggiunsero il villaggio di Rudow, era rimasto soltanto Leonard, esposto, in vista tra le file di sedili vuoti.
Affrontò il solito tragitto a piedi. C’era una parte di edificio da costeggiare, piú lunga di quanto ricordasse. Mancava da quella strada da ieri. Da ieri mattina, da prima di fidanzarsi. Avevano sfilato una coperta dal letto e gliel’avevano distesa addosso. Non per rispetto, chissà perché si era messo in testa che c’entrasse il rispetto. Dovevano solo proteggere se stessi da quello spettacolo. Dovevano poter pensare. Lui voleva estrarre il piede di ferro. Quello sí, forse era rispetto. O occultamento di prove. Si inginocchiò e afferrò l’oggetto. A toccarlo, si muoveva, come un bastone piantato nel fango. Ecco perché non era riuscito a tirarlo fuori. Per poi ritrovarsi a doverlo pulire, magari sciacquandolo sotto il rubinetto del bagno?
Cercarono di coprire tutto quanto e il risultato finale fu grottesco: da una parte una vecchia scarpa, e dall’altra la sagoma di quella massa inspiegabile pizzicava tutta la stoffa che avrebbe dovuto coprire i piedi. Maria scoppiò a ridere, l’orrenda risata del crollo, carica di paura. Lui avrebbe potuto fare lo stesso, ma lei non cercò di incrociare il suo sguardo come in genere fa chi ride. Era sola. Non cercava neppure di smettere. Se l’avesse fatto, sarebbe senz’altro passata al pianto. Leonard avrebbe potuto fare lo stesso, ma non osò. C’era il rischio di perdere il controllo della situazione. Nei film, di solito, quando una donna rideva cosí, si reagiva con un gran ceffone che la ammutoliva insinuandole nella mente il germe della verità; a quel punto scoppiava a piangere e si era autorizzati a consolarla. Ma lui era troppo stanco. Lei avrebbe potuto non apprezzare il gesto o magari rimproverarlo o restituirgli la sberla. Poteva succedere qualunque cosa.
Era già successo di tutto. Prima o dopo la coperta, si era lavato i denti. Lo spazzolino non bastava, come strumento era inefficace. Le chiese se c’erano stuzzicadenti e lei glieli diede. Fu l’unico modo per riuscire a togliere ciò che gli era rimasto infilato tra un incisivo e un canino. Non aveva nausea. Gli venne in mente Tottenham e i pranzi domenicali che lui e suo padre concludevano con uno stuzzicadenti, prima del dolce. Sua madre non li usava mai. Chissà perché, le donne non li usano. Non trangugiò, per non aggiungere crimine al crimine. Ormai, anche una cosa da niente poteva rappresentare un piccolo vantaggio. Lo fece scendere nello scarico, dal rubinetto, cercando persino di non guardare; intravide appena qualcosa di filaccioso e rosa chiarissimo. Allora sputò una serie di volte e si sciacquò la bocca.
Allora bevvero. O forse aveva già bevuto prima per trovare la forza di estrarre il piede di ferro. Il vino era finito, il buon vino della Mosella se l’era assorbito tutto la gonna di lei. Non era rimasto altro che il gin del Naafi. Niente ghiaccio, limone o acqua tonica. Leonard portò la bottiglia in camera. Maria stava riappendendo i vestiti: non ci aveva pisciato sopra, ecco un altro dettaglio positivo.
Lei disse: «E io?» Cosí lui le passò il suo bicchiere e tornò a prenderne uno per sé. Era accanto al tavolo, intento a mescere, sforzandosi di non guardare, quando qualcosa lo obbligò a farlo. Si era spostato. Adesso spuntavano fuori due scarpe e un calzino nero. In effetti l’avevano rigirato, non avevano controllato che fosse morto davvero. Osservò la coperta per vedere se respirava. Era incominciato tutto con quel respiro nel buio dell’armadio. Che cosa era stato? Un tremore? Un leggero alzarsi e abbassarsi della coperta? Sarebbe stato peggio se fosse stato cosí? In quel caso, avrebbero dovuto chiamare un’ambulanza, prima che avesse modo di parlare, di mettere insieme la storia. Oppure, avrebbero dovuto ammazzarlo di nuovo. Osservava quella coperta, e il suo stesso sguardo la faceva muovere.
Si portò da bere in camera e glielo disse. Lei si rifiutò di andare a vedere. Non ci credeva. Aveva già preso una decisione in proposito. Era morto. I vestiti erano di nuovo tutti appesi. Chiuse la porta del guardaroba. Andò di là a cercare le sigarette ma lui sapeva che era andata a guardare. Tornando, disse di non averle trovate. Sedettero sul letto e bevvero.
Se si sedeva, i testicoli gli facevano male. E anche l’orecchio e il collo. Qualcuno doveva medicarlo. Ma prima dovevano parlare, e per parlare, occorreva pensare. Ma per pensare avevano bisogno di bere e di mettersi a sedere, e sedersi faceva male, anche all’orecchio. Cosí buttò giú il gin. La guardò mentre lei guardava per terra di fronte a sé. Era bellissima, lo sapeva, ma non riusciva a sentirlo. La sua bellezza non aveva su di lui l’effetto che avrebbe desiderato. Avrebbe voluto sentirsene toccato e che lei ricordasse quel che provava per lui. Insieme, potevano affrontare tutto e decidere che cosa avrebbero raccontato alla polizia. Ma guardandola adesso, non sentiva niente. Le sfiorò un braccio ma lo sguardo di lei non si mosse.
Dovevano mettersi d’accordo per avere la certezza di essere creduti. Alla polizia, avrebbero visto che lei era bella, forse l’avrebbero anche sentito. Lui invece lo sapeva ormai solo come un dato di fatto. Se lo sentivano, allora forse avrebbero capito e quella sarebbe stata la via di scampo. «È stata legittima difesa», avrebbe detto Maria, e sarebbe andata bene cosí.
Sollevò la mano dal braccio di lei e disse: «Che cosa diremo alla polizia?» Lei non rispose, non gli rivolse neppure uno sguardo. Forse lui non aveva neanche parlato. Ne aveva avuto l’intenzione, ma lui stesso non aveva sentito nulla. Non ricordava.
Stava percorrendo il tratto delle baracche dei profughi. Camminare gli faceva male. Il collo doleva soltanto se alzava il braccio, l’orecchio se lo toccava, ma i testicoli sia se si sedeva, sia se camminava. Superate le baracche si sarebbe fermato un momento. Vide un bambino coi capelli rossi, pel-di-carota. Con quei calzoni corti e le ginocchia coperte di croste, aveva l’aria di essere un piccolo attaccabrighe. Sembrava un bambino inglese. Leonard lo aveva già visto parecchie volte, mentre andava a lavorare. Non si erano mai rivolti la parola, neppure con un cenno di saluto. Si erano solo fissati, come se si fossero già conosciuti in un’altra vita. Oggi, nella speranza che gli portasse fortuna, Leonard levò una mano per salutarlo e abbozzò un sorriso. Il gesto della mano gli fece male. Se anche lo avesse saputo, al bambino non sarebbe importato niente; si limitò a sgranare gli occhi. L’adulto aveva infranto le regole.
Leonard svoltò e si fermò appoggiandosi a un albero. Sul lato opposto della strada stavano costruendo un condominio. Ben presto qui non sarebbe piú stata aperta campagna. E la gente, i nuovi inquilini, non avrebbe saputo com’era prima. Magari lui sarebbe tornato, a dirglielo. «Non è mai stato granché, da queste parti, – avrebbe detto. – Perciò non state a pensarci. Va bene cosí, tutto quanto». Tranne i pensieri, ogni volta da capo.
Non poteva farci niente. Le sfiorò il braccio di nuovo, o era la prima volta? Ripeté la domanda, o non l’aveva mai formulata? Questa volta comunque si assicurò che le parole uscissero sul serio. «Lo so, – disse lei, e intendeva: – me lo chiedo anch’io, ho paura anch’io». O forse intendeva: «Me lo hai già chiesto, ho sentito». O forse: «Non senti? Ti ho appena risposto».
Per dire qualcosa, lui disse: «È stato per legittima difesa. È stato per legittima difesa».
Lei sospirò. Poi disse: «Lo conoscevano».
«Già, – disse lui, – perciò capiranno».
Lei si affrettò a dire: «A loro piaceva, lo giudicavano una specie di eroe, lui raccontava chissà quale storia. Pensavano che si ubriacasse per quello che aveva patito in guerra. Lo compativano. Quando smontavano dal servizio, a volte gli offrivano pure una birra. Pensavano anche che si ubriacasse per me. Me lo hanno detto chiaro, una volta che mi ero rivolta a loro. Io cercavo protezione e quelli mi fanno: Ma lei, questo povero diavolo, lo sta facendo impazzire».
Si alzò dal letto, per fare qualcosa per il dolore. Voleva prendere il gin. Portare lí la bottiglia. Voleva cercare le sigarette. Ce n’erano ancora tre nel pacchetto, ma non riusciva a camminare dal male. E poi, se tornava di là, poteva scoprire che si era mosso di nuovo.
Si fermò accanto all’armadio e disse: «Ma quelli sono gli agenti di zona, la Ordnungspolizei. Noi dobbiamo rivolgerci alla Kriminalpolizei; sono tutta un’altra cosa». Sí, diceva cosí, ma ovviamente nel caso specifico non c’erano criminali, non c’era delitto, si era trattato di legittima difesa. Maria disse: «Ma gli agenti di zona verranno messi al corrente per forza, è successo nel loro quartiere».
«E allora? – disse lui, – che cosa diciamo?»
Lei scosse il capo. Leonard interpretò il gesto come un «non lo so». Ma l’intenzione di lei era affatto diversa. Erano appena le due e mezzo e lei già aveva in mente qualcosa di affatto diverso.
Percorrendo il tragitto di sempre, Leonard poteva fingere che non fosse successo. Stava andando a lavorare e basta. Andava giú al tunnel, non vedeva l’ora di arrivarci. Era andato a prendere il gin. Le sigarette non si trovavano. Guardò le scarpe. Sporgevano ancora di piú, non ebbe alcun dubbio. Si intravedevano le calze e un pezzo di gamba nuda coperto di peli radi. Maria aveva incrociato le braccia e stava fissando la parete. Leonard chiuse la porta e versò del gin a tutti e due. Mentre beveva, gli venne in mente il Naafi.
«Ho trovato, – disse. – Ci rivolgeremo alla Polizia Britannica. Oppure agli americani. Io ho degli agganci, sai, fa parte del mio lavoro».
Fece l’atto di liberare le braccia conserte; poi cambiò idea. «Ci sono di mezzo anch’io, – disse. – La polizia tedesca sarà informata senz’altro».
Lui era ancora in piedi. Disse: «Dirò che ho fatto tutto da solo». Che proposta folle.
Lei non sorrise né addolcí il tono di voce. Disse soltanto: «Sei molto caro. Ma lui è tedesco, questa è casa mia, e una volta era mio marito. Dovremo avvisare la polizia tedesca».
Poi disse: «Se solo sapessimo di poterne uscire puliti, perché no?» E quando lui non rispose perché non aveva capito, lei aggiunse: «Totschlag, cosí lo definiranno, omicidio colposo».
Leonard si stava avvicinando alle guardie. C’erano Jake e Howie, al cancello. Si mostrarono cordiali e fecero una battuta sul suo orecchio gonfio. Doveva esibire il lasciapassare. Funzionava ancora, esattamente come il giorno prima. In fondo non tutto era cambiato, non era tutto cosí tremendo. Passò, superò la garitta e si avviò per il sentiero, come sempre. Non incontrò nessuno, fino alla sua stanza.
Appeso alla porta trovò un messaggio di Glass. «Ci vediamo in sala mensa, alle 13,00». La stanza era come l’aveva lasciata; c’era il tavolo da lavoro, la saldatrice, i misuratori di resistenze, i voltmetri, gli strumenti per il collaudo della valvole, rotoli di cavo, scatole di pezzi di ricambio e un ombrello rotto che si era portato da casa con l’intenzione di ripararlo. Tutta la sua roba, tutto il suo lavoro, era questo che veramente faceva ed era tutto legale, tutto alla luce del sole. Insomma, quasi tutto alla luce del sole e legale secondo una certa definizione di legalità. Del resto, bisognava liberarsi dal vincolo di certe definizioni, bisognava impegnarsi a sradicarne l’uso. «Basta, devo smetterla, – pensò, – devo cercare di stare calmo».
«Omicidio colposo», disse lei. Doveva andare a sedersi sul letto; pazienza, il dolore. Messa in quei termini, suonava anche peggio. Colposo, colpa: bassa macelleria, in realtà. Sembrava l’espressione adatta a descrivere la responsabilità che avevano per l’orrenda presenza nella camera accanto.
Leonard cercò qualcos’altro. «Sai una cosa? – le disse. – Dovrei andare subito da un medico».
E, sbadigliando, lei disse: «Ti fa tanto male?» Anche a quell’aspetto della faccenda Maria non aveva voglia di pensare.
Leonard disse: «Un medico mi controllerebbe il collo e l’orecchio». Non citò i testicoli. Ma gli facevano male. E non voleva che un medico glieli guardasse, magari strizzandoli e domandandogli di tossire. Fu percorso da un brivido e disse: «Dovrei andarci. Capisci, potremmo provare che si è trattato di legittima difesa. Dovrei andarci adesso che sono conciato cosí, e farmi fare delle fotografie».
Esclusi i coglioni, pensò.
E lei: «E con quel buco in faccia come la metti, legittima difesa anche quello?»
Si accasciò e gli parve quasi di venir meno.
Percorse il corridoio, fino al refrigeratore per l’acqua. Voleva bagnarsi la faccia. Superò l’ufficio di Glass e vi lanciò un’occhiata. Non c’era, un altro dettaglio a suo favore. Un conto era fare un cenno a un bambino, salutare le guardie, ma di parlare con Glass, proprio non si sentiva. Passò in ufficio a prendere qualche valvola e altre cianfrusaglie e richiuse a chiave la porta. Doveva finire un lavoretto dal giorno prima. Forse lo avrebbe aiutato a calmarsi. Ed era una buona scusa per andare giú al tunnel, a prendere quel che gli serviva.
«Se vai dal dottore, – disse Maria, – dovrai dirgli tutto, il che significa farlo sapere alla polizia».
E lui: «Ma se non altro potremmo provare che c’è stata lotta, colluttazione. Mi avrebbe fatto a pezzi, se no».
«Oh, certo, – replicò lei. – La prova della legittima difesa, e la storia del buco?»
«Be’, – disse lui. – Glielo puoi dire, perché sono stato costretto a farlo».
«Perché? Io non lo so, – fece lei. – Dimmelo tu, perché l’hai morsicato a quel modo?»
Leonard disse: «Ma non hai visto? Non hai visto che cosa mi stava facendo?»
Maria scosse il capo e allora lui glielo disse. E quando ebbe finito di dirglielo lei commentò: «Non ho visto. Eravate troppo vicini».
«Già, è vero», disse lui.
Sorseggiò un po’ di gin e gli chiese: «E ti faceva cosí male da portargli via un pezzo di faccia?»
«Puoi dirlo, – rispose lui. – Dovrai dire che hai visto. È importante che tu lo dica».
E lei: «Ma avevi detto che non era il caso di mentire, che non avevamo fatto niente di male, che non avevamo nulla da nascondere».
«Ho detto cosí? – disse lui. – Certo che non abbiamo fatto niente di male, ma dobbiamo convincere loro che è andata cosí, dobbiamo mettergliela giú bene, la storia».
«Ah. Be’, – disse lei. – Se è cosí, se dobbiamo mentire, se dobbiamo inventarci delle cose, tanto vale farlo bene». E aprendo le braccia, si volse a guardarlo.
Passò acc...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Lettera a Berlino
  3. Capitolo primo
  4. Capitolo secondo
  5. Capitolo terzo
  6. Capitolo quarto
  7. Capitolo quinto
  8. Capitolo sesto
  9. Capitolo settimo
  10. Capitolo ottavo
  11. Capitolo nono
  12. Capitolo decimo
  13. Capitolo undicesimo
  14. Capitolo dodicesimo
  15. Capitolo tredicesimo
  16. Capitolo quattordicesimo
  17. Capitolo quindicesimo
  18. Capitolo sedicesimo
  19. Capitolo diciassettesimo
  20. Capitolo diciottesimo
  21. Capitolo diciannovesimo
  22. Capitolo ventesimo
  23. Capitolo ventunesimo
  24. Capitolo ventiduesimo
  25. Capitolo ventitreesimo
  26. Nota dell’autore
  27. Il libro
  28. L’autore
  29. Dello stesso autore
  30. Copyright