
- 272 pagine
- Italian
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Informazioni su questo libro
La guerra in Russia, la lotta partigiana, il ritorno a casa, il lavoro, il mondo dei vinti e quello dei vincitori, la grande disillusione. Nuto Revelli risponde alle domande dei suoi interlocutori senza filtri, senza risparmiarsi, ma sempre con un'attenzione ai «sommersi» della storia, troppo spesso dimenticati, e un'urgenza nel ristabilire continuamente il valore della testimonianza, della memoria come antidoto all'ignoranza e presupposto per godere e proteggere la libertà. Un'opera preziosa che raccoglie le interviste piú significative a un grande testimone del Ventesimo secolo.
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Informazioni
La grande disillusione
Mah, è meglio non parlarne!
di Corrado Stajano
Mi dica, Revelli, qual è la cosa che l’ha piú amareggiata?
Guardi, la delusione piú grossa della mia vita è che dopo la guerra – e dopo la guerra partigiana, soprattutto – le cose non siano cambiate molto, che viviamo in una società sbagliata, che le lezioni tremende subite in quegli anni siano servite a poco e niente. Mi sconvolge di rabbia il pensiero che chi ci amministra ricordi a malapena che abbiamo avuto un 8 settembre 1943. A parlarne ti dicono che sei un disfattista e non capiscono che dovremmo commemorarla nelle scuole la data dell’armistizio. Io ce li ho sempre negli occhi quei giorni, lo Stato che va a ramengo, i fili del telefono rotti, le caserme abbandonate, gli ordini da mentecatti, tutto che si disfaceva, mentre pochi tedeschi conquistavano intere città. Ero ufficiale di carriera, allora: ho visto un’armata sfasciarsi, colonnelli e generali che si mettevano in borghese, scappavano, ho visto tutti quelli che avevano un posto di responsabilità nascondersi, finire nelle tane, gente che fino al giorno prima era inavvicinabile, mostri sacri. Ho visto un colonnello requisire un camion, il 10 settembre, per salvare novanta vasetti dei suoi fiori. Ho visto crollare un mondo, insomma. In fondo al pozzo, in fondo al pozzo eravamo finiti. E chi ne ha tenuto conto in questi trenta anni?
Nuto Revelli, cinquantatre anni, colonnello degli alpini nel ruolo d’onore, tre medaglie d’argento, autore di alcuni libri verità piú belli e piú cupi di carica morale fra quanti siano usciti sulla guerra, sulla disfatta, sulla morte di centinaia di migliaia di soldati mandati al macello dal fascismo, sul riscatto della Resistenza. Sono diari, raccolte di lettere dal fronte, testimonianze, racconti di soldati contadini che subirono la guerra: Mai tardi, La strada del davai, La guerra dei poveri, L’ultimo fronte. In Russia col 5° alpini. Revelli ha fatto tutta la tremenda ritirata. In convalescenza a Cuneo nei 45 giorni di Badoglio, è salito il 12 settembre in montagna, in bicicletta, con due parabellum e una pistolmachine e ci è rimasto fino alla liberazione, valoroso comandante partigiano di una brigata Giustizia e Libertà.
Uno come lui forte, coraggioso, cosciente, persona seria preoccupata del prossimo, dovrebbe esser deputato, senatore, sottosegretario, ministro, rappresentare il popolo al Parlamento della Repubblica. Nuto Revelli fa invece il commerciante di lamiere, profilati, prodotti siderurgici e le ricerche per i suoi libri le conduce al sabato e alla domenica, il suo week-end. È il suo modo di far politica, di uscire dall’emarginazione rendendo protagonisti i contadini della sua valle, quelli di cui lo Stato e l’autorità si ricordano solo per la cartolina precetto, le elezioni, le pratiche della burocrazia. Lui li fa parlare vincendo con pazienza muri diffidenti, adesso sta lavorando a un grosso libro sul mondo contadino, il mondo piú abbandonato, quello della montagna povera: avvicina i vecchi, li interroga sui ricordi della loro vita, spesso non vissuta, fallita, sofferente, punteggiata sempre dalle stesse storie, emigrazione, guerra, miseria, raccontate da uomini e donne che solo ora, forse, capiscono che si deve vivere diversamente e si sentono traditi. In seguito Revelli ascolterà i figli e i nipoti, i pochi giovani rimasti a lavorare la terra, e infine quelli che se ne sono andati in fabbrica, alla Michelin, alla Ferrero. Ne dovrebbe uscire una umana enciclopedia del mondo contadino del Novecento, le vallate cuneesi come l’Italia, come il mondo.
E poi, dopo l’armistizio, che cosa accadde, Revelli?
Dopo siamo risaliti dal pozzo. Pagando, pagando un altro prezzo incredibile con la lotta armata di liberazione. Io dico che è servito a poco, non dico che non è servito a niente: ma la smobilitazione morale che è seguita al 25 aprile, politicamente voluta, è stata per me un’altra grossa delusione.
Siamo in una trattoria con la pergola a Castellar di Boves, lo scrosciare del torrente Colla punteggia i discorsi, sulla Bisalta, la montagna che fa quinta ai tavoli, si formarono le prime bande partigiane. Il paese di Boves è a pochi chilometri, fu messo a ferro e a fuoco dai nazisti il 19 settembre 1943, trecentocinquanta case bruciate, una lapide impressionante sotto il municipio, con i nomi dei morti, vecchi e ragazzi in lunghe file nere.
Revelli parla come fra sé: «Che fatica tremenda! Dimenticare la Russia non è stato facile, non so neppure io quel che ho sofferto. Per arrivare a concludere dentro di me che tutti quei morti non erano serviti a niente, che era tutto un fallimento. Ho dovuto piangere per arrivare a liberarmi di quel peso che mi portavo addosso. Ero tornato dalla Russia chiuso come i contadini che avevano fatto quell’esperienza e a chi gli chiedeva qualcosa rispondevano sempre, “Mah, è meglio non parlarne”. Io sono tornato proprio cosí. A parlarne hai l’impressione che il prossimo non ti capisca, a sentire quelle cose enormi, incredibili che avresti da raccontare. Mi ha aiutato Livio Bianco, il comandante partigiano, avvocato e scrittore, mi ha dato una mano e io ce l’ho fatta. Non credevo piú nell’uomo, perché l’avevo visto scatenato. Durante una ritirata come quella di Russia crolla tutto: certo c’è l’episodio di generosità, ma diventa l’eccezione, è solo lo spirito di conservazione che ti guida, che ti fa camminare. Un uomo, prima di arrendersi, prima di morire, fa le cose piú vergognose».
In che modo l’ha aiutata Livio Bianco?
Io ero completamente impreparato sul piano politico e ideologico a una guerra partigiana. Senza Livio Bianco avrei probabilmente fatto la guerra per la guerra, quasi per spirito di vendetta per tutto quello che avevo sofferto, per il modo con cui eravamo stati mandati al fronte dal fascismo, per le delusioni pagate sulla pelle, quasi con uno spirito di vendetta verso i tedeschi che in Russia ho sempre visto nei panni degli aguzzini. Fu lui il primo a parlarmi dei fratelli Rosselli, della libertà, delle ragioni morali e civili dell’antifascismo e io avevo una gran fame, avevo bisogno di sentire quelle cose, perché mi era caduto tutto il resto, capisce? Era crollato tutto e avevo l’ossessione dei compagni morti, morti per niente. Qui stentavo a legare, facevo sempre il confronto con quelli là, quasi a dire: «Ma quelli erano migliori, chissà fossero stati qui». Certe volte – avevo ventiquattro anni – arrivavo perfino a pensare che forse sarebbe stato meglio aver chiuso laggiú anch’io. Ho faticato molto. Se penso che c’è gente che dice di aver capito tutto in fretta. Io ho dovuto fare una lotta per liberarmi di tutto, non ho proprio nessun pudore a dirlo.
E dopo il ’45?
Il Paese hanno voluto ricostruirlo su fondamenta fasciste, questo è indubbio. Mi rendevo perfettamente conto che i responsabili del disastro non venivano fucilati, va bene. Però, per piacere, vadano almeno in pensione. Invece niente, sono tornati a comandare. Io me ne sono andato dall’esercito. In campagna la stessa cosa: gli sprechi, le strade inutili che raggiungono villaggi morti, i piani verdi che aiutano soltanto i ricchi e i maneggioni di scartoffie, le cantine sociali che falliscono, le scuole costruite dove non c’è nessuno, le promesse fatte con la coscienza di non mantenerle, tutto corrisponde al Vallo del Littorio, alle divisioni mandate a morire in Grecia, in Russia. È la stessa cosa, lo stesso segno di ignoranza, di sopraffazione, di cinismo. Occasioni mancate, scelte non fatte: c’è questo senso del disordine, dei soldi buttati via. Se lo Stato potesse riavere i miliardi sprecati in montagna e amministrarli bene, salverebbe la montagna che invece gli cascherà addosso.
È cambiato il mondo contadino di oggi rispetto a quello che lei conobbe trent’anni fa?
Lo spettacolo è piú squallido. Allora attraversavo una borgata e incontravo bambini, adolescenti, giovanissimi. Gli uomini dai vent’anni in su erano spersi in tutto il mondo o morti, ma gli altri c’erano. Adesso arrivo in una frazione e trovo quattro vecchi, e sei case su dieci sono crollate. I figli, i nipoti se ne sono andati quasi tutti in pianura. C’è il segno del decadimento che allora non c’era, lo sfacelo al posto della povertà. Oggi i contadini sono in un ghetto, lo Stato è nemico, gli impiegati e i burocrati si divertono a umiliarli, li ho accompagnati certe volte negli uffici, stando alle spalle, l’ho fatto proprio con malizia e l’ho constatato coi miei occhi. Il contadino paga sempre, continua a conoscere l’altra società come una società violenta, ingiusta: ma la cosa che lo ferisce di piú è che questa società lasci morire il suo mondo. Era un mondo da curare, non da abbandonare cosí, spendendo oltretutto inutili miliardi. Cerco di non mitizzare niente, era chiaro che uno sfoltimento in montagna doveva avvenire, che certe zone bisognava abbandonarle, che l’industria ha la sua giusta forza di attrazione e la sua necessità. Ma bisognava salvare un equilibrio fra campagna e città e invece si son fatti tentativi assurdi, prima una motorizzazione su un tessuto inadatto, poi la fuga a valanga. Adesso stanno arrivando le immobiliari, in montagna si insedieranno le comunità cittadine, il sanatorio della società industriale. Quando penso queste cose mi vien voglia di tornare a fare il partigiano stasera. E invece vado su, con un registratore e un quaderno, a raccogliere l’agonia di questa società contadina.
«Il Giorno», 18 luglio 1972.
Brescia di questi giorni
di Giorgio Sbaraini
Cinquantacinque anni, asciutto, occhi mobilissimi dietro lenti spesse. Si chiama Nuto Revelli, figura mitica della Resistenza nel Cuneese, oltreché scrittore di buonissima fama.
«Ci voleva la seconda guerra, e la Russia, e l’esperienza partigiana per produrre uno scrittore che è uomo di guerra nato, – ha scritto di lui Aldo Garosci, – l’occhio lucido che coglie le situazioni, che si dissolvono appena colte, la rabbia, l’esperienza saggia e ironica che sfotte i grandi sogni, le grandi fantasie, piú ridicole dove la morte domina e incombe; il senso del bisogno continuo, dei bisogni elementari dell’uomo, la fame la sete la stanchezza che pian piano annichilano la volontà... Questi sentimenti e sfumature di sentimento, variate all’infinito, incarnate in nomi e figure... sono i protagonisti delle sue pagine partigiane». Mai tardi (’46), La guerra dei poveri (’62), La strada del davai (’66), L’ultimo fronte (’71): sono le opere di Nuto Revelli, pubblicate tutte dalla Einaudi.
Revelli, l’ho incontrato l’altro ieri in casa di amici. Non è cambiato niente, dalla prima volta che l’ho visto: gli anni sembrano scorrergli addosso come l’acqua sul marmo duro e levigato, senza lasciare tracce, non dico scalfitture. Lo stesso calore umano, lo stesso fuoco di civili passioni, la lucida acutezza nel penetrare fatti e fenomeni, il medesimo linguaggio scarno, contenuto, tagliente, appena ingentilito da inflessioni piemontesi.
«Sono arrivato a Brescia per i funerali, – dice, – e la prima impressione è stata traumatizzante, perché del tutto inattesa: sembrava di camminare in una città fantasma, per strade deserte nel sole del primo meriggio, in un silenzio agghiacciante e immobile. Poi, di colpo, vicino al centro, tutto è cambiato da cosí a cosí: mi sono trovato davanti una muraglia umana, una folla compatta, un brusío solido e spesso, un’atmosfera – la respiravi con l’aria – densa di passione.
Ho osservato quanto era umanamente possibile: espressioni, volti, reazioni, applausi, invettive, fischi... Ero lí per capire, non solo per rendere omaggio ai compagni caduti: mai, come stavolta, ho percepito il senso di rabbia, di esasperata impotenza, di sfiducia... C’erano due Italie, lí nelle piazze e nelle strade ribollenti: l’Italia ufficiale e governativa, quella del potere e di chi gli va dietro e dice sempre e comunque sí, e l’altra Italia, che ha invece ribadito il suo no, la sua sfiducia nello Stato, la dura condanna a una classe politica... Adesso diranno che a fischiare e a urlare rabbioso dissenso erano gli extraparlamentari, i soliti – come li chiamano – estremisti: e invece no, sul mio onore, era il popolo tutto, gente di fabbrica, contadini, insegnanti...
Se il Paese ufficiale, quello del potere, non percepisce queste lezioni, c’è poco o niente da sperare, vuol dire che siamo ormai in fondo al pozzo, che omertà o impotenza sono cosí dentro lo Stato da snaturarlo. Li ho visti, i nostri governanti, passare lividi, quasi sorpresi, sicuramente indignati, mentre la folla gli urlava: “Buffoni...” Vergogna e profondo disagio, in quel momento, l’ho provato anch’io, cittadino di una repubblica antifascista, nata dalla Resistenza: non era sicuramente questa l’Italia che si pensava dovesse sorgere dalle ceneri del fascismo: per un’Italia del genere, non valeva la pena di combattere, è piú che sicuro.
Ed è cosí dappertutto, capisci. Io ti parlo di Cuneo, cioè di un contesto sociale del tutto diverso da Brescia, una provincia contadina contro una zona di alta industrializzazione: cambiano i nomi, le situazioni sono identiche. Ricordi le fotografie di Ciccio Franco a Milano, quando i fascisti uccisero l’agente Marino? Di fianco al capo dei “boia chi molla”, a braccetto, c’è un tale con gli occhiali: si chiama Paolo Chiarenza, è il segretario del Msi di Cuneo. Una notte, verso le undici, lui e altri del suo stampo sono calati in città, hanno bastonato sette o otto persone, poi sono spariti. Dopo mezz’ora, eravamo duecento alla sede del Msi, c’erano anche il prefetto e il questore: “O fate voi la perquisizione, – abbiamo detto, – o sfondiamo il portone noi...” Dopo un estenuante tiramolla, è andata su la polizia e ha sequestrato catene, coltelli, bastoni, tutti regolarmente battezzati: duce, vendicatore, a noi... Hanno fermato il Chiarenza e l’hanno portato in questura, lui ha ammesso tutto, ero lí io a sentirlo: ho capito in un minuto quello che non avevo capito in anni, quando un funzionario ha detto al questore – a labbra strette, quasi si vergognasse – “Signore, stiamo attenti: se si tocca Chiarenza, Almirante si fa sentire...” Sono sceso giú tra la gente che aspettava (perché non si fidava). Dopo un po’ è venuto fuori lui, il fascista, e rideva: io, giuro, piangevo dentro di me. Il camerata Chiarenza lavora a Milano, in via Vitruvio, al Credito Italiano, banca dello Stato, è delegato Cisnal, cioè fa di professione il fascista: e questo è un caso, emblematico, che puoi moltiplicare per mille, diecimila, quanti ne vuoi, insomma. E succede a Cuneo, tu sai la retorica che fanno sulla mia città, capitale della Resistenza, dove mai il Msi ha fatto comizi. Vuoi un altro esempio? Salvatore Francia. Faceva l’operatore alla Rai-Torino, è pluridenunciato, sicuramente condannato a otto mesi per una querela fatta da me. Adesso gira i tribunali a filmare quelli della sinistra, sempre con impunità garantita. Di questo signore hanno parlato per i campi paramilitari; ora si scopre anche che è direttore responsabile del famigerato «Anno zero»: eppure sta fuori.
A que...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Il testimone
- Nuto Revelli. La costruzione di una memoria di Mario Cordero
- Nota al testo
- Il testimone
- Le guerre dei poveri
- Vincitori e vinti
- La grande disillusione
- Saper ascoltare
- Per non dimenticare
- Il libro
- L’autore
- Dello stesso autore
- Copyright
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