I brutti anatroccoli
eBook - ePub

I brutti anatroccoli

Dieci storie vere

  1. 128 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
eBook - ePub

I brutti anatroccoli

Dieci storie vere

Informazioni su questo libro

Costruito secondo il metodo dell'inchiesta ma scritto con un linguaggio narrativo, I brutti anatroccoli raccoglie storie emblematiche di «ordinaria bruttezza». Uomini e donne, giovani e non piú giovani, di ogni parte d'Italia e di diversa estrazione sociale, culturale, professionale e religiosa, raccontano la propria esistenza a partire da questa singolare prospettiva: la bruttezza fisica. Uno dei piú misteriosi scacchi esistenziali, ma anche uno dei piú rimossi e potenti tabú del nostro tempo, in un libro singolare e controcorrente, che continua a sfidare i luoghi comuni di ogni epoca e cultura. *** «Un libro amaro e doloroso, un modo di penetrare in mondi sconosciuti, dentro gli angoli piú gelosi e segreti del cuore umano». Corrado Stajano

Domande frequenti

Sì, puoi annullare l'abbonamento in qualsiasi momento dalla sezione Abbonamento nelle impostazioni del tuo account sul sito web di Perlego. L'abbonamento rimarrà attivo fino alla fine del periodo di fatturazione in corso. Scopri come annullare l'abbonamento.
No, i libri non possono essere scaricati come file esterni, ad esempio in formato PDF, per essere utilizzati al di fuori di Perlego. Tuttavia, puoi scaricarli nell'app Perlego per leggerli offline su smartphone o tablet. Per maggiori informazioni, clicca qui.
Perlego offre due piani: Essential e Complete
  • Essential è l'ideale per studenti e professionisti che amano esplorare un'ampia gamma di argomenti. Accedi alla libreria Essential, che include oltre 800.000 titoli di comprovata qualità e bestseller in vari settori, tra cui business, crescita personale e discipline umanistiche. Include tempo di lettura illimitato e voce standard per la sintesi vocale.
  • Complete: perfetto per studenti e ricercatori esperti che necessitano di un accesso completo e illimitato. Accedi a oltre 1,4 milioni di libri su centinaia di argomenti, inclusi titoli accademici e specialistici. Il piano Complete include anche funzionalità avanzate come la sintesi vocale premium e l'assistente di ricerca.
Entrambi i piani sono disponibili con cicli di fatturazione mensili, semestrali o annuali.
Perlego è un servizio di abbonamento a testi accademici, che ti permette di accedere a un'intera libreria online a un prezzo inferiore rispetto a quello che pagheresti per acquistare un singolo libro al mese. Con oltre 1 milione di testi suddivisi in più di 1.000 categorie, troverai sicuramente ciò che fa per te! Per maggiori informazioni, clicca qui.
Cerca l'icona Sintesi vocale nel prossimo libro che leggerai per verificare se è possibile riprodurre l'audio. Questo strumento permette di leggere il testo a voce alta, evidenziandolo man mano che la lettura procede. Puoi aumentare o diminuire la velocità della sintesi vocale, oppure sospendere la riproduzione. Per maggiori informazioni, clicca qui.
Sì! Puoi utilizzare l'app di Perlego su dispositivi iOS o Android per leggere quando e dove vuoi, anche offline. È perfetta per gli spostamenti quotidiani o quando sei in viaggio.
I dispositivi con iOS 13 e Android 7 o versioni precedenti non sono supportati. Scopri di più su come utilizzare l'app.
Sì, puoi accedere a I brutti anatroccoli di Piergiorgio Paterlini in formato PDF e/o ePub. Scopri oltre 1 milione di libri disponibili nel nostro catalogo.

Informazioni

Editore
EINAUDI
Anno
2014
Print ISBN
9788806220181
eBook ISBN
9788858414576

Brillantina
A Palermo poi a Torino, un impiegato

Quel giorno al ballo fu memorabile. Avevo diciassette anni e almeno da tre pensavo lucidamente: io non starò mai con una donna bella. E questo pensiero era cosí atroce che ne deducevo che Dio non esisteva. Dall’esistenza della bruttezza ricavavo l’impossibilità dell’esistenza di Dio, perché era cosí ingiusto che solo alcune persone gli assomigliassero.
Ero molto intransigente con me stesso. Mi dicevo: le ragazze belle non puoi nemmeno guardarle. Corteggiavo le ragazze brutte, le sole che mi potevano ‘spettare’, le sole che mi avrebbero preso in considerazione. Invece, anche loro mi rifiutavano.
Le ragazze mi facevano capire chiaramente che ero orribile, neanche lontanamente paragonabile ai loro corteggiatori. Una mi chiamava Frankenstein. Con i capelli pieni di brillantina Linetti, tutti appiccicati e schiacciati sulla testa, ero Frankenstein, per lei. E le feste del sabato pomeriggio? Una vera tortura. Serviva una buona padronanza del proprio corpo per ballare il rock, e io non ne avevo neanche un po’.
Poi venne il ballo. Quel ballo. C’era una ragazza che passava per bellissima, una Liz Taylor giovane. Mi sconvolgeva, ma naturalmente non mi sognavo nemmeno di provarci. Facevo invece una corte feroce a una ragazza alta, gentile, con i brufoli, un po’ sporca. (Chi si considera brutto – l’ho capito molto tardi – vede molto piú degli altri la bruttezza, e non la tollera). Quel giorno mi dichiarai e lei, come da copione, mi rispose: «Sei pazzo, non mi piaci neanche un po’». Ma fu in questo modo che scoprii che proprio la ragazza bellissima mi voleva. La brutta, infatti, non solo mi aveva malamente respinto, ma era corsa a dirlo a tutti, anche alla bella che venne a consolarmi.
Colpo di scena. Ero esterrefatto. Ci mettemmo insieme in gran segreto, qualche giorno dopo, marinando la scuola. Ero strabiliato, assolutamente scettico, incredulo. Pensavo a uno scherzo atroce. Mi dicevo: lo sanno tutti, sono tutti d’accordo e mi stanno prendendo in giro. Oppure: è vero, ma ci deve essere un motivo che prescinde da come sono fatto. Esempio, io vado al liceo, lei a ragioneria. Vuole stare con me solo per poter dire che sta con uno ‘superiore’. Ero audacissimo con lei. Lei si sottraeva, io le dicevo: «Allora vedi che non vuoi stare con me?» E cosí cedeva. Ma le facevo grandi scenate, la tormentavo, litigi, divieti, cose contorte, gelosie furibonde.
Si avvicina il giorno del suo sedicesimo compleanno. Lei mi chiede di poter fare la festa a casa mia. In un attimo capisco tutto: questa si è messa con me – con sei mesi d’anticipo! – solo per avere un posto in cui dare la sua festa. La accuso. Lei nega. Io non le credo. Fine della storia. Dopo un po’ lei conosce un ragazzo molto bello, piú grande, con la Seicento…
Quasi dieci anni prima, verso gli otto, nove anni, mi ero innamorato follemente di una ragazzina di undici. Abitava nel nostro casermone. Mi sembrava bellissima. Pensavo: è matematico, questa me la sposo. Avevo due amici, due fratelli, il concentrato del meglio, robustissimi, scattanti e considerati belli. Il piú grande, undici anni, mi svela che ci si poteva già fidanzare con le ragazzine, non bisognava aspettare di diventare adulti. Un pomeriggio bellissimo i miei compagni mi dicono che lei ci sta, è disposta a fidanzarsi con me. In questa prima storia ci sono già molti elementi delle mie relazioni future. Io non ci credo che le cose vadano come mi è stato detto: che lei ci stia davvero. E do per scontato che da un momento all’altro sparisca dicendomi: «Ma cosa vuoi, ma chi ti credi di essere?» Non ricordo neanche uno scambio di parole con lei, né giochi né nient’altro. Niente. Dopo quindici giorni mi dice che è tutto finito. Si fidanza con un tipo anche lui magrolino, ma che mi aveva umiliato in una gara di corsa. Ne deduco che è vero, sono abominevole. Da lontano, forse, posso essere preso in considerazione, da vicino no.
È peggio di uno smacco, una porta che per un attimo ti sembra aperta ma prima che la oltrepassi ti viene sbattuta in faccia. È un’umiliazione, anche pubblica. E si delinea già una specie di compensazione: i miei due amici, fortunati con le ragazzine, andavano male a scuola, non leggevano niente. Io leggevo, ed ero bravo a scuola. La utilizzavo, questa supremazia intellettuale. La spendevo. Ma quello che volevo veramente era il prestigio fisico. E mi cimentavo in lotte, giochi rischiosi, se mi facevo male lasciavo gocciolare il sangue apposta. Dovevo continuamente dimostrare che sul piano fisico ero all’altezza della situazione.
Il periodo piú orribile della mia vita è stato quello dai dodici ai sedici anni. Il peggio del peggio. Bruttezza, solitudine.
Nelle foto di classe, io sono sempre quello in alto a destra. Ho un’espressione idiota e sono malvestito. Ce n’è una su cui hanno scritto, indicando me: «L’abominevole uomo delle nevi».
Ora lo dico un po’ per gioco, ma è vero, ho cominciato a tre anni la battaglia, una battaglia persa in partenza, contro la mia bruttezza. E ora che ho cinquantasei anni, sono sposato, ho due figli, sono sicuro che questo è stato il problema piú importante della mia esistenza.
La bruttezza è un dramma, un grosso handicap sociale culturale sessuale… Per attenuarne il peso si inventano frasi del tipo: «Tanto piú uno è bello tanto piú è privo della luce dell’intelligenza», «Tanto piú l’intelligenza brilla tanto piú è brutto chi ce l’ha». Ma non è vero. Presto il brutto convinto scopre di non potersi aggrappare neanche a questa consolazione: pensare che il bello sia stupido. Molti belli sono intelligenti, molti brutti sono stupidi.
Che io sia realmente brutto o no è un fatto assolutamente secondario, conta solo che pensi di esserlo.
Quando me ne sono accorto? Dicevo che è cominciata a tre anni la mia battaglia. Posso supporre di essere stato un bel bambino ‘per il pubblico’ fino, appunto, ai tre anni, quando compare sulla scena mio fratello. La nascita di un fratello significa sempre, per il maggiore, un qualche spodestamento. Per me si è trattato essenzialmente di uno spodestamento estetico. Lui veniva lodato per la sua bellezza. Io no.
Poi è venuta la storia della magrezza. Ero di una magrezza estrema. E dunque oggettivamente debole, vulnerabile sul piano fisico. A Palermo, tra i bambini della strada, dove si stava tutta la giornata, essere magri era un disvalore assoluto: significava non essere a posto.
Quando diventai improvvisamente alto, fu ancora la magrezza a fregarmi. Un motto popolare dice altezza mezza bellezza. Per una volta potevo pensare di essere partito bene. In realtà, restando spropositatamente magro, risultavo ancor piú brutto: spalle troppo larghe, le maniche delle giacche che si fermavano al gomito, vestiti o cortissimi e lisi o di un’ampiezza ridicola.
Siamo negli anni Cinquanta. Il modello è Marlon Brando. I ragazzi vanno in palestra e sfoggiano fotografie a torso nudo. D’estate ci si arrotola la maglietta al bicipite e si infila lí il pacchetto delle sigarette. Le mie magliette non si arrotolavano.
Ricordo con precisione, verso i dodici, tredici anni, l’odio violentissimo che provavo verso me stesso, perché ero cosí, e non c’era niente da fare, non potevo cambiare.
A quell’età essere brutti vuol dire perdere il confronto con gli altri maschi, non essere all’altezza della situazione. Dopo, verso i sedici, il problema diventano le ragazze.
Mi innamoro a getto continuo, a getto continuo verifico che la bruttezza è un ostacolo insormontabile alla realizzazione delle mie passioni. Un giorno, ad esempio, trovo una ragazza abbracciata a un mio amico. Con me era stata mesi senza fare niente di niente. Rimango traumatizzato.
A questo punto prendo una decisione fondamentale: non avrei mai piú tentato di migliorare il mio aspetto. Nessun compromesso. Ero brutto? Ok, avrei ostentato, e se possibile peggiorato, la mia bruttezza. Non sono mai tornato indietro rispetto a questa decisione. Basta camuffamenti, dunque. Non mi pettino piú. Assumo un atteggiamento molto autoironico. Normale forma di prevenzione. Se tu per primo parli male di te almeno non saranno gli altri a farlo. Sviluppo una conversazione brillante. Si tratta di un trucco, è chiaro, ma non miserabile. Studio molto, faccio grandi discussioni con gli amici. E coltivo un mito su tutti, Cesare Pavese, che scriveva, a occhio e croce: «Nessuno è mai riuscito a portarsi a letto una donna con il cervello». Pavese era il mio modello, guardavo le sue fotografie, l’uomo piú brutto che si potesse immaginare, persino piú brutto di me. Sí, aveva ragione. C’è un nesso inscindibile tra l’attrazione fisica e la piacevolezza complessiva della persona che la suscita. Le belle parole non ti fanno sentire bello.
Credo che sentirsi dire, e con la massima sincerità: «Sei un uomo bellissimo, magnifico, sei la persona piú bella del mondo» sia un diritto fondamentale. E non sentirselo dire mai, una grande ingiustizia. Sono consapevole di aver sempre trascurato il mio corpo in maniera provocatoria e ciò nonostante non ho mai smesso di esigere questo riconoscimento, impossibile, di bellezza. Anzi, piú mi trascuravo piú lo esigevo. Non sono mai arrivato ad accettare me stesso. Giustamente.
Un giorno, verso la fine del liceo, gironzolo con un ragazzo molto bello. Biondo, alto, occhi azzurri, anomalo per la generazione uscita dal dopoguerra. A un certo punto una sconosciuta, una passante, si blocca in mezzo alla strada, lo guarda e gli dice: «Come sei bello». Una storia di questo tipo fa parte dell’epica della bruttezza, non della bellezza. Il mio amico prese la cosa con divertimento. Io mi sentii non brutto, ma inesistente. L’altro è un faro e tu sei nella zona d’ombra. Invisibile.
Non potendo aspirare alle ragazze che mi piacevano, non ho mai scelto. Mi sono lasciato scegliere. Stavo con chi mi voleva, non con chi avrei voluto.
Poi anche il capitolo donne lo chiudo bruscamente, giovanissimo. A vent’anni mi sposo. Mi secca dirlo, ma non mi sono sposato perché travolto da passione, bensí per assicurarmi sentimento e sessualità, per mettere una pietra sopra all’ansia, al diritto-dovere di piacere.
Anche per mia moglie non credo si sia trattato di passione. Ci si sposava anche per sfida, rottura con la famiglia d’origine, rottura nei confronti del gusto prevalente dell’epoca: la famosa «gioventú bruciata». O semplicemente per metter su casa in un certo modo…
Provavo molto affetto per lei ma, per esempio, io che sono geloso, nei suoi confronti non lo sono mai stato, neanche a vent’anni. Pur essendo graziosa, non aveva assolutamente nulla di quello che mi colpiva nelle altre donne e che me le faceva sembrare belle. Oltretutto, mentre io parlavo molto dell’aspetto fisico, mia moglie diceva di non darvi assolutamente importanza. Né al mio né al suo. Risultato: nessuna soluzione del problema, ma la sua anestetizzazione sí.
Si è ormai dimenticato il clima sessuofobico che c’era alla fine degli anni Cinquanta, la ‘segregazione’ che vigeva fra i sessi, l’accumulo enorme di problemi e bisogni che ognuno si portava dentro. Questo significava – sia per i maschi che per le femmine, anche se con problemi piú grossi per le donne – che la possibilità di scegliere era ridottissima: prendevi piacere da chiunque. L’ambizione massima era la stabilità, e la certificazione esterna della propria identità sessuale.
Quando è cominciato l’invecchiamento, mi sono chiesto perché non sentivo il bisogno di mettermi con una di trent’anni piú giovane di me, cosa che sicuramente avrebbe potuto aiutarmi sul piano delle conferme fisiche. La risposta è che questo avrebbe moltiplicato le ansie anziché contenerle. A differenza di molti miei coetanei, in compagnia di una donna molto giovane non mi sentirei valorizzato. Sentirsi brutto e avere al fianco una donna notoriamente bella, questa sí sarebbe una forma di risarcimento. Che però pagherei con uno stato di inquietudine permanente. Si riaprirebbe quell’ansia che, ventenne, avevo sedato.
Dopo due anni di matrimonio arriva il primo figlio e dopo cinque il secondo. Questo significa che tra i venti e i venticinque anni comincio a considerarmi un adulto. Anzi, un uomo vecchio: moglie, figli, un lavoro… Il mondo è in ebollizione, alla fine dei Sessanta. Io mi ritengo fuori gioco, ho già fatto tutto quello che dovevo fare nella vita.
Verso i trent’anni, le cose che facevo per camuffarmi o peggiorare il mio aspetto fisico (barba, capelli lunghi e non curati) diventano improvvisamente di moda. Per me è un momento di maggior sicurezza. Non abito piú a Palermo ma a Torino e non sperimento piú la mia diversità come prima. Solo una forma vaga di improvvisa accettazione, come se gli altri si fossero adeguati a me. Il problema bruttezza non si azzera. Anche nelle mode di quegli anni ci sono i belli e i brutti. Ho semplicemente l’impressione di essere diventato un brutto piú accettabile, e non sempre. Verso il mio aspetto fisico, nei rapporti pubblici, percepisco adesso piú indifferenza che ripugnanza.
Scopro che il sesso femminile mi interessa di nuovo e in maniera vitale. Scopro che le donne mi respingono meno che in passato. È l’unica fase della mia vita in cui non mi lascio cercare da loro ma le cerco.
Adesso per me la vecchiaia non è piú una cosa teorica, o da cogliere nel decadimento fisico degli altri, ma un’esperienza diretta. La vecchiaia da un lato rende giustizia, azzera le differenze, dall’altro lo fa al ribasso: anche chi era stato bello diventa brutto. Se per un attimo vivo un senso di compensazione vera – la Provvidenza allora c’è! – dall’altro, questa non è certo la soluzione del problema. Si accentua una delle mie ossessioni: l’invecchiamento come forma estrema della bruttezza. Invecchiando si diventa non solo piú brutti, ma piú scemi. Dunque, in realtà, non ci sono piú compensazioni di alcun genere. Questo pensiero è pieno di contraddizioni, lo so, ma non mi va di scioglierle.
Non ho mai creduto all’equazione: giovinezza uguale bellezza. Molti giovani mi sembrano brutti e pochissimo interessanti. Ugualmente, quando sento dire: «Quel vecchio è bellissimo» mi indigno. Soprattutto se a dirlo è una donna giovane. Sento in questo una negazione della sessualità, un trucco, una truffa. E mi viene il sospetto che alle donne, sessualmente, non interessi nulla dei maschi. Una donna che dice cosí, semplicemente ti sta proponendo una relazione – anche solo verbale – che non ti prende in considerazione come essere fisico, come corpo.
Clint Eastwood è un signore anziano bellissimo, ma non riesco a tollerare che una donna giovane dica di trovarlo, cosí com’è oggi, un oggetto di desiderio sessuale. Se lo dice, mente. Mente a se stessa. Mi indigno anche perché se una donna può sostenere di trovare attraente un corpo vecchio, e quindi brutto, è come se mi venisse a dire che nelle mie storie con loro nell’arco di cinquant’anni mi sono sempre creato dei falsi problemi, me li sono inventati io. Eh no! Di fronte alla finta indifferenza per la bellezza maschile, io pro...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. I brutti anatroccoli
  3. Quello che non ho
  4. I brutti anatroccoli
  5. Spogliatoi - A Firenze, un’operatrice di computer
  6. L’esame - In un piccolo paese del vicentino, un operaio
  7. Un matrimonio - A Varese, un primario
  8. Il chierichetto - In un paesino vicino a Lecce, una maestra
  9. Tecniche di sopravvivenza - In un grosso centro del bolognese, un manager
  10. Dopo l’incidente - A Perugia, uno studente
  11. Ballo in maschera - Nella Bassa piemontese poi a Genova, un’infermiera
  12. Cammelli - In un paese vicino a Modena, un’operaia
  13. Passeggiate - A Forte dei Marmi, una traduttrice
  14. Brillantina - A Palermo poi a Torino, un impiegato
  15. La fame, il sole. Una polemica
  16. Il libro
  17. L’autore
  18. Dello stesso autore
  19. Copyright