Alison Langdon aveva trascorso una notte tormentosa, senza riuscire a prender sonno fino all’alba scandita dagli squilli della diana militare. I suoi pensieri erano stati pesanti e confusi, e nel crepuscolo mattinale temeva quasi di aver veduto un fantasma scivolare fuori della casa dei Penderton per sparire nei boschi. Quando finalmente si assopí, fu destata da un gran fracasso e, infilandosi in fretta l’accappatoio, scese al piano terreno per trovarsi di fronte a uno spettacolo buffo e irritante. Suo marito stava inseguendo Anacleto intorno al tavolo della sala da pranzo, stringendo in mano uno stivalone. Indossava l’uniforme completa, pronto evidentemente per l’ispezione del sabato, ma i suoi piedi erano coperti soltanto dai calzini: lo spadino gli picchiava contro la coscia, ritmando la sua agitazione. I due uomini si fermarono bruscamente alla vista di Alison, e Anacleto si affrettò a cercar rifugio dietro le spalle di lei.
– L’ha fatto apposta! – gridò il maggiore con voce offesa. – Sono già in ritardo. Seicento uomini mi aspettano. E guarda, fammi il favore di guardare che cosa mi porta quest’uomo!
Gli stivaloni infatti si presentavano male. Sembrava che qualcuno li avesse cosparsi di acqua e farina. Alison rimproverò Anacleto e lo sorvegliò da vicino finché li ebbe lustrati a perfezione; riuscí anche a non commuoversi sentendolo singhiozzare e non lo consolò. Finito che ebbe, Anacleto bisbigliò vagamente che sarebbe scappato per aprire un negozio di biancheria a Québec. Alison intanto portò gli stivali lucidi a suo marito e glieli porse in silenzio, ma con uno sguardo preoccupato e quasi affettuoso. Poi, sentendosi malissimo, tornò a letto con un libro.
Anacleto le serví il caffè e uscí con la macchina per andare a far la spesa. Piú tardi Alison aveva già finito il suo libro e contemplava dalla finestra l’assolato giorno d’autunno. Anacleto tornò nella sua stanza. Era perfettamente felice e aveva dimenticato l’incidente degli stivali. Accese un magnifico fuoco e aprí delicatamente un cassetto del bureau per riordinarlo. Ne trasse un accendino di cristallo che Alison aveva fatto ricavare da un’antica boccetta per i sali e aveva poi regalato ad Anacleto, che lo considerava il piú affascinante dei giochi. Seguitava comunque a tenerlo nel cassetto della sua padrona per avere il pretesto di toccare legittimamente gli oggetti di lei. Le chiese in prestito gli occhiali e scrutò a lungo la tela che foderava il cassetto stesso. Riunendo il pollice e l’indice, afferrò qualcosa di invisibile che depose con molta cura nel cestino della carta straccia, seguitando a parlare tra sé, senza che la signora gli desse retta.
Che ne sarebbe stato di Anacleto, morta lei? Se ne crucciava sempre. Morris, si capisce, le aveva promesso di non fargli mancare nulla, ma che valore poteva avere questa promessa se Morris si risposava? E certo si sarebbe risposato. Rammentava il giorno della prima apparizione di Anacleto, sette anni innanzi, alle Filippine. Lo aveva preso a servizio, triste e singolare ragazzo, cosí tormentato dagli altri giovani domestici che la seguiva in cerca di protezione per giornate intere. Bastava che qualcuno lo guardasse perché scoppiasse in lacrime e si torcesse le mani. Diciassettenne, serbava l’espressione innocente di un bimbo dal viso malaticcio, intelligente, atterrito; al momento di rientrare negli Stati Uniti, Alison aveva ceduto alle sue preghiere decidendo di portarlo via con sé. In due, lei e Anacleto, avrebbero potuto forse cavarsela nel mondo. Ma che gli sarebbe successo, rimasto solo?
– Anacleto, sei felice? – gli domandò improvvisamente.
Il piccolo filippino non si turbò per la domanda intima e inattesa. – Certo che sí, – rispose subito, – quando lei sta bene.
Il sole e il fuoco brillavano nella stanza, un riflesso chiaro ondeggiava sulle pareti e Alison lo fissava ascoltando distratta la morbida conversazione di Anacleto.
– Mi riesce difficile capire come possono sapere, – stava dicendo.
Spesso cominciava una discussione con qualche frase misteriosissima, il cui significato si coglieva molto piú tardi.
– Soltanto dopo essere stato al suo servizio per molto tempo mi sono convinto che lei veramente sa. Ora lo credo possibile a tutti, se si eccettua Sergej Rachmaninov.
Alison volse la faccia verso di lui. – Che stai dicendo?
– Madame Alison, – spiegò Anacleto, – lei crede realmente che Sergej Rachmaninov conosca l’utilità di una seggiola o di un orologio? Sappia che sulla seggiola ci si siede e sull’orologio si legge l’ora? E se io mi togliessi una scarpa, gliela mostrassi e chiedessi «Che cos’è questo, signor Rachmaninov?», crede che mi risponderebbe come uno qualunque «Anacleto, è una scarpa»? Io credo di no.
Avevano sentito da poco un concerto di Rachmaninov e naturalmente Anacleto lo considerava superiore a tutti. Alison stessa non aveva alcuna simpatia per le affollate sale da concerto e preferiva generalmente spendere il denaro dei biglietti nell’acquisto di dischi, tuttavia era necessario allontanarsi ogni tanto dal fortino e dare ad Anacleto l’immensa gioia di quei piccoli viaggi. Gli piaceva soprattutto trascorrere la notte in un albergo.
– Non crede che se le sprimacciassi il cuscino starebbe piú comoda? – domandò Anacleto.
E la cena, la sera dell’ultimo concerto... Anacleto navigava fieramente dietro di lei attraverso la sala da pranzo, con la sua giacchetta di velluto arancione. Al momento di scegliere i cibi per sé, aveva sollevato la lista in modo da velarsene la faccia, tenendo gli occhi completamente chiusi; aveva impartito la sua ordinazione in francese all’esterrefatto cameriere nero. E benché Alison avesse voglia di ridere, era riuscita a controllarsi e a tradurre i desideri di Anacleto con l’espressione piú grave che aveva potuto assumere, quasi che fosse una specie di dueña o di dama d’onore. Anacleto conosceva però troppo male il francese per poter pranzar bene. Aveva tratto la sua limitatissima scienza da un libro intitolato Le jardin potager e aveva quindi dovuto limitarsi a cavolo, fagiolini e carote. Di sua iniziativa Alison aveva aggiunto all’elenco vegetariano una porzione di pollo e Anacleto, ascoltandola far da interprete, a quel punto aveva schiuso gli occhi per lanciarle un’occhiatina riconoscente e profonda. I camerieri in giacca bianca accorrevano da ogni lato come mosche a contemplare il fenomeno, e Anacleto era cosí eccitato da non poter inghiottire una sola briciola.
– Vogliamo ascoltare un po’ di musica? – propose lei. – Il quartetto in sol minore di Brahms?
– Fameux, – approvò Anacleto.
Mise sul grammofono il primo disco e si accovacciò accanto al fuoco per ascoltarlo. Ma l’ouverture, l’incantevole dialogo fra il piano e il violino, era appena conclusa quando qualcuno bussò alla porta. Anacleto andò a vedere, riapparve, fermò il grammofono.
– La signora Penderton, – annunciò sottovoce inarcando le sopracciglia.
– Sapevo benissimo che avrei potuto picchiare alla porta di casa fino alla fine del mondo, prima che mi sentiste con questo fracasso di musica, – disse Leonora entrando. Sedette ai piedi del letto e sotto il suo peso le molle cigolarono, quasi fossero sul punto di rompersi. Poi, rammentando che Alison stava poco bene, Leonora tentò di assumere a sua volta un’aria malaticcia, ciò che costituiva secondo lei il perfetto galateo per chi visita un’ammalata.
– Credi di potercela fare?
– Fare che cosa?
– Santa fede, Alison! il mio ricevimento! Lavoro come un facchino da tre giorni per preparare ogni cosa. Di feste simili ne do al massimo due all’anno.
– Davvero, – si scusò Alison, – mi era uscito di mente per un attimo.
– Sta’ bene attenta, – cominciò Leonora, e il suo fresco volto roseo si illuminò di anticipata delizia. – Vorrei che tu potessi vedere la mia cucina. Ho un programma formidabile. Metterò i piatti di portata sul tavolo della sala da pranzo e ciascuno potrà servirsi da sé. Due prosciutti della Virginia, un tacchino gigante, polli fritti, maiale freddo, costolette a montagne e una quantità di sciocchezzine, cipolle in salamoia, olive, ravanelli. E panini caldi e biscotti al formaggio serviti continuamente. In un angolo un grande vaso di cristallo per il punch, e per quelli che bevono sul serio otto bottiglie di Kentucky bourbon, cinque di rye e cinque di scotch. In piú faccio venire dalla città un musicista che suoni la fisarmonica.
– E chi potrà mangiare tutta quella roba? – domandò Alison con un leggero brivido di nausea.
– Tutta la ghenga! – assicurò con entusiasmo Leonora. – Ho invitato tutti, dalla moglie di Vecchio Zuccherino in giú.
Leonora aveva soprannominato Vecchio Zuccherino il generale comandante il distaccamento e lo chiamava sempre cosí, dedicandogli quel suo slancio insolente e affettuoso che seduceva tutti gli uomini, e il generale non meno degli altri. La moglie del generale era molto grassa, pigra, infagottata e distratta.
– Volevo anzi domandarti – disse Leonora – se Anacleto può venire a servire il punch.
– Sarà felice di aiutarti, – rispose Alison.
Ma Anacleto, in piedi sulla soglia, non sembrava affatto felice, e gettato uno sguardo di rimprovero ad Alison scese in cucina per preparare la colazione.
– I due fratelli di Susie sono venuti ad aiutarla in cucina e, santo Cielo, che cosa son capaci di mangiare! Mai visto niente di simile. Noi...
– A proposito, – interruppe Alison, – Susie è sposata?
– Grazie al Cielo no! Non vuole avere a che fare con gli uomini. Passò un guaio a quattordici anni e non se ne è mai dimenticata. Perché?
– Perché stanotte mi era parso di veder qualcuno entrare in casa vostra dalla porta di servizio e uscirne alle prime luci.
– Te lo sarai sognato, – buttò lí Leonora cordialmente. Pensava da un pezzo che Alison fosse matta e non prendeva in considerazione le sue osservazioni, neanche le piú semplici.
– Può darsi.
Leonora si annoiava e avrebbe voluto andarsene, ma siccome era convinta che una visita tra vicini deve durare almeno un’ora, restò lí conscia di fare il suo dovere. Sospirò, pensò ancora una volta di assumere un’aria sofferente e cominciò a parlare di altre malattie: l’argomento le sembrava indicatissimo per la stanza di un’ammalata, e vi ritornava ogni volta che riusciva a liberarsi dai suoi pensieri prediletti, il cibo e lo sport. Come tutte le persone perfettamente stupide, aveva una predilezione per gli argomenti macabri, da allungarsi in conversazioni interminabili. Comunque il suo repertorio di tragedie si limitava a tremendi incidenti sportivi.
– Ti ho mai raccontato la storia di quella ragazzina che venne con noi a cacciare la volpe e si spaccò il collo?
– Sí, Leonora, – avvertí Alison controllando l’esasperazione nella propria voce, – mi hai raccontato ogni piú piccolo e orrendo particolare almeno cinque volte.
– Ti innervosisce?
– Moltissimo.
– Hmm, – fece Leonora, niente affatto turbata dal rimprovero. Si accese tranquillamente una sigaretta. – Non è semplice cacciare la volpe secondo le regole. Io me ne intendo. L’ho cacciata con altri sistemi. Dammi retta, Alison!
Mosse lentamente le labbra per articolare con grande nettezza le parole, come si fa discorrendo con un bimbo da divertire e incoraggiare. – Lo sai come si fa a cacciare le martore?
Alison assentí brevemente e lisciò con la mano il copriletto. – Pressappoco.
– A piedi, – disse Leonora, – è la caccia ideale. Mio zio aveva una fattoria in collina e i miei fratelli e io lo andavamo a trovare. Partivamo in sei, con i nostri cani, in certe fredde sere dopo il tramonto. Un ragazzo di colore ci precedeva di corsa con una borraccia di acquavite legata sulla schiena. Potevamo passare la notte intera a inseguire una volpe. Per Dio, non ti so spiegare. Era qualcosa di... – Leonora traboccava di sentimenti che non sapeva esprimere.
– Bevevamo ancora un goccio alle sei del mattino e andavamo a far colazione in casa. E, accidenti, dicevano che mio zio fosse matto, ma certo sapeva mangiar bene. Dopo la caccia trovavamo una tavola carica di pesce marinato, prosciutto affumicato, pollo fritto, biscotti grandi come la tua mano...
Se ne andò finalmente, e Alison non sapeva se piangere o ridere: istericamente pianse e rise. Anacleto salí in camera sua e con molta cura cancellò dal letto il solco che Leonora vi aveva scavato.
– Voglio divorziare dal maggiore, Anacleto, – disse all’improvviso, smettendo di ridere. – Stasera gli comunicherò la mia intenzione.
Non le riuscí di comprendere dall’espressione di Anacleto se fosse stupito o no. Ci fu una pausa, poi una domanda:
– Dove andremo, Madame Alison?
Riapparvero alla mente di lei gli innumerevoli piani costruiti durante le notti insonni: insegnare il latino in qualche città universitaria, andare a pesca, mandare Anacleto a servizio in casa altrui e aspettarlo, cucendo e ricamando in una stanza d’affitto... ma disse semplicemente: – Non l’ho ancora deciso.
– Mi domando, – mormorò pensoso Anacleto, – che cosa faranno i Penderton.
– Non preoccupartene, è una cosa che non ti riguarda.
Il piccolo viso di Anacleto era scuro e pensoso. Posò le mani sulla spalliera del letto, senza osare la domanda che piú gli premeva. Alison aspettò, guardandolo, che si decidesse a dire con molta speranza:
– Crede che potremo abitare in albergo?
Nel pomeriggio il capitano Penderton si avviò alle scuderie per la sua consueta cavalcata. Vi trovò ancora di servizio il soldato Williams, sebbene fosse di libera uscita alle quattro. Parlandogli il capitano non lo guardava e la sua voce era querulamente alta e arrogante.
– Sella il cavallo della signora Penderton, Firebird.
Il soldato Williams restò lí, immobile, a fissare il volto pallido e duro del capitano.
– Il capitano ha detto?
– Firebird, – ripeté il capitano, – il cavallo della signora Penderton.
Era un ordine inconsueto; il capitano aveva montato Firebird soltanto tre volte prima di allora e sempre accompagnato dalla moglie. Di solito, non possedendo un cavallo proprio, si serviva di quelli militari. In attesa che il cavallo fosse pronto, il capitano restò nel cortile, giocherellando nervosamente con i guanti. Poi, quando Firebird gli fu presentato, non si mostrò contento; il soldato Williams aveva scelto la sella piatta di tipo inglese della signora Penderton, mentre il capitano preferiva la sella di ordinanza McClellan. Bisognò cambiarla, e intanto il capitano guardava i purpurei occhi rotondi del cavallo scorgendovi la liquida immagine del proprio volto atterrito. Il soldato Williams gli tenne le redini mentre poneva il piede nella staffa, poi il capitano si sistemò, denti stretti, ginocchia convulsamente serrate sui fianchi del cavallo. Il soldato era sempre lí, impassibile, le mani sulle briglie.
Infine il capitano disse:
– Be’, giovanotto, non vedi che sono pronto? Fila via!
Il soldato Williams si trasse indietro di alcuni passi. Il capitano si irrigidí dalle reni alle cosce. Non successe nulla. Il cavallo non si inalberò e non scalciò come usava fare ogni mattina con la signora Penderton, ma attese serenamente il segnale della partenza. Accorgendosene, il capitano ne provò una improvvisa e colpevole felicità. «Ah, – pensò, – quella lo ha fiaccato come prevedevo». Diede un colpo di sprone e batté leggermente il cavallo con il suo corto frustino. Partirono al galoppo.
Il pomeriggio era bello e assolato e l’aria vibrante, dolce amara per l’odor dei pini e delle foglie fradicie. Non una nuvola in tutto il vasto cielo turchino e il cavallo, che quel giorno non era ancora uscito, sembrava pazzo di gioia per il piacere della galoppata. Firebird, non diversamente da molti altri cavalli, poteva diventare difficile da governare se gli si dava troppa libertà dopo averlo portato fuori. Il capitano lo sapeva, e tuttavia si comportò in modo stranissimo. Galoppavano forse da poco piú di un chilometro quando improvvisamente, senza dare alcun avvertimento anticipato con le redini, frenò con cosí inattesa durezza che il cavallo perse l’equilibrio, scivolò e si riprese. Poi si immobilizzò, stupito ma amichevole. Il capitano ne fu soddisfattissimo.
Questo giochetto venne ripetuto due volte. Il capitano concesse due volte a Firebird la gioia della libertà per poi mortificarlo senza preavviso. Non era un’eccezione per lui comportarsi cosí. C’erano spesso nella sua esistenza crudeltà minute e segrete che gli sarebbe riuscito difficile spiegare ad altri.
La terza volta il cavallo si fermò come di consueto, ma un piccolo particolare fece svanire all’istante tutto il compiacimento del capitano. Stavano lí, immoti e soli, e il cavallo volgendo la testa guardò il capitano in pieno volto: poi deliberatamente abbassò il capo verso il suolo tirando le orecchie all’indietro.
Il capitano intuí d’improvviso che stava per esser disarcionato o addirittura ucciso. Aveva sempre avuto paura dei cavalli; cavalcava soltanto perché gli sembrava necessario farlo e vi trovava un’altra qualità di tormento da dedicare a se stesso. Aveva fatto cambiare la comoda sella di sua moglie con la pesante McClellan perché l’arcione piú elevato gli permetteva...