Uno sguardo in su, la silhouette di una testa, stabilí che Robert li aspettava sul pianerottolo. Salirono le scale in silenzio, Colin un gradino o due davanti a Mary. Sentirono che piú in alto Robert si schiariva la voce e parlava. C’era anche Caroline ad aspettare. Mentre giravano sull’ultima rampa, Colin rallentò e la sua mano cercò quella di Mary dietro la schiena, ma Robert era sceso per incontrarli a mezza scala e, con un rassegnato sorriso di benvenuto, notevolmente diverso dal suo solito stile esuberante, fece scivolare un braccio attorno alle spalle di Colin, come per aiutarlo a salire i restanti gradini, e con questo gesto riuscí a voltare la schiena a Mary in modo estremamente vistoso. Di fronte a loro, goffamente appoggiata allo stipite della porta, con un vestito bianco dalle tasche quadrate molto capienti, c’era Caroline, e il suo sorriso era una linea orizzontale di quieta soddisfazione. La loro accoglienza era intima, eppure trattenuta, dignitosa; Colin fu pilotato verso Caroline che gli porse la guancia e nello stesso tempo gli strinse un attimo la mano con gesto lieve. Nel frattempo Robert, che indossava un vestito scuro col gilet, una camicia bianca, ma niente cravatta, stivali neri con tacchi alti e appuntiti, tenne sempre una mano sulla spalla di Colin, lasciandolo andare solo per girarsi finalmente verso Mary a cui rivolse il piú impercettibile dei cenni ironici e la cui mano tenne finché lei non la tirò via, gli girò attorno e scambiò con Caroline un bacio che era soltanto uno sfregarsi di guance. Adesso erano tutti raggruppati vicino alla porta, ma nessuno accennò ad entrare.
– Il vaporetto ha fatto questa fermata tornando dal Lido, – spiegò Mary, – e cosí abbiamo pensato di passare a salutarvi.
– Vi aspettavamo prima, – disse Robert. Teneva una mano sul braccio di Mary e le parlava come se fossero soli. – Colin aveva fatto una promessa a mia moglie ma credevamo che se ne fosse dimenticato. Stamattina ho lasciato un messaggio al vostro albergo.
Anche Caroline si rivolgeva esclusivamente a Mary. – Stiamo per partire anche noi, sai. Eravamo molto ansiosi di rivedervi.
– Perché? – chiese Colin all’improvviso.
Robert e Caroline sorrisero, e Mary, rimediando a questa piccola impertinenza, chiese educatamente: – Dove andate?
Caroline guardò Robert che si allontanò di un passo dal gruppo e appoggiò una mano al muro. – Oh, un lungo viaggio. Caroline non vede i suoi da anni. Ma vi diremo tutto –. Prese un fazzoletto di tasca e si asciugò la fronte. – Prima devo sistemare una faccenda al mio bar –. Si rivolse a Caroline. – Porta Mary in casa e offrile qualcosa da bere. Colin verrà con me –. Caroline fece un paio di passi all’interno dell’appartamento e invitò Mary a seguirla.
Mary a sua volta tolse la borsa da spiaggia dalle mani di Colin e stava per parlargli quando Robert si mise fra loro. – Entra, – le disse, – non ci metteremo molto.
Anche Colin stava per parlare a Mary, e allungò il collo per cercare di vederla dietro a Robert, ma la porta si stava chiudendo e Robert lo stava pilotando dolcemente verso le scale.
Qui era del tutto normale per gli uomini camminare tenendosi per mano o a braccetto; Robert teneva stretta la mano di Colin, con le dita intrecciate e esercitando una tale pressione che per tirare via la mano ci sarebbe voluto un movimento deliberato, forse insultante, certamente bizzarro. Stavano facendo ancora un altro percorso sconosciuto, lungo stradine relativamente sgombre di turisti e negozi di souvenir, un quartiere dal quale sembravano bandite anche le donne, perché ovunque, nei numerosi bar e caffè, all’angolo fra due strade o sui ponti, nelle due sale giochi che oltrepassarono, c’erano uomini di tutte le età, soprattutto in maniche di camicia, che chiacchieravano a gruppetti, anche se qua e là c’era chi sonnecchiava solo con un giornale in grembo. Ai margini c’erano dei ragazzini con le braccia incrociate e la stessa aria di importanza dei loro padri e fratelli.
Sembrava che tutti conoscessero Robert, e che lui avesse scelto il percorso che consentisse il maggior numero di incontri; faceva attraversare un ponte a Colin per scambiare due parole con qualcuno di fronte a un bar, tornava indietro fino a una piccola piazza dove un gruppo di uomini piú vecchi stava attorno a una fontana secca la cui cavità traboccava di pacchetti di sigarette accartocciati. Colin non riusciva a seguire le conversazioni, anche se notò che il suo nome era ricorrente. Mentre si allontanavano da un gruppo chiassoso di fronte a una sala giochi, qualcuno gli pizzicò di brutto le natiche e lui si voltò indignato. Ma Robert lo tirò via e risate fragorose li seguirono fino in fondo alla strada.
Nonostante il nuovo gestore, un omaccione con gli avambracci tatuati che si alzò per andare incontro a Robert e Colin, il bar non era cambiato; lo stesso bagliore azzurro dal juke-box, in quel momento silenzioso, la linea di sgabelli con le gambe nere e il sedile di plastica rossa, l’invariabile qualità statica di un seminterrato illuminato artificialmente, intoccabile dal succedersi della notte e del giorno. Non erano neanche le quattro e non c’erano piú di una mezza dozzina di clienti, tutti in piedi al banco. La novità, o la piú vistosa novità, era la quantità di mosconi neri che facevano silenziosamente avanti e indietro fra un tavolo e l’altro, come squali. Colin strinse la mano al gestore, chiese un bicchiere d’acqua minerale e si sedette allo stesso tavolo dell’altra volta.
Dopo essersi scusato, Robert seguí il gestore dietro il banco per esaminare delle carte sparpagliate sul piano. A quanto pareva i due stavano firmando una specie di contratto. Un cameriere depose di fronte a Colin una bottiglia di acqua minerale ghiacciata, un bicchiere e una coppa di pistacchi. Vedendo Robert alzare la testa dalle carte e guardare verso di lui, Colin alzò il bicchiere in segno di saluto, ma Robert, pur continuando a fissarlo, non mutò espressione, e, annuendo lentamente a qualche suo pensiero, volse nuovamente lo sguardo al documento che aveva di fronte. Uno per volta anche i pochi clienti del bar si voltarono a guardare Colin, e poi tornarono alle loro bibite e blande conversazioni. Colin sorseggiò l’acqua, aprí i pistacchi e li mangiò, si dondolò sulla sedia in equilibrio su due gambe. Quando un altro dei clienti lanciò a Colin una rapida occhiata e poi si voltò verso il vicino che a sua volta si spostò lievemente per incontrare il suo sguardo, Colin si alzò e si avviò con aria determinata verso il juke-box.
Con le braccia incrociate, fissò i gruppi di nomi sconosciuti e titoli incomprensibili, come se fosse incerto sulla scelta. Adesso gli avventori lo guardavano senza cercare di mascherare la curiosità. Infilò una moneta nella macchina; la configurazione dei segni illuminati mutò drasticamente, e un rettangolo di luce rossa cominciò a pulsare, incitandolo a scegliere. Alle sue spalle uno di quelli al banco disse forte una breve frase che avrebbe potuto benissimo essere il titolo di una canzone. Colin esaminò le colonne di etichette scritte a macchina, passò e immediatamente tornò all’unico disco che fra tutti avesse un significato. «Ha ha ha», e già mentre schiacciava i tasti e il grosso aggeggio cominciava a vibrare sotto le sue dita, sapeva che era la canzone virile e sentimentale che avevano sentito l’altra volta. Mentre Colin tornava al suo posto, il gestore alzò la testa e sorrise. I clienti gli gridarono di alzare il volume e quando il primo coro assordante scoppiò nella stanza, un uomo ordinò da bere per tutti, battendo sul banco a tempo col ritmo severo, quasi marziale.
Robert venne a sedersi accanto a Colin e studiò i suoi documenti mentre la canzone raggiungeva il climax. Quando la macchina tacque, indicò con un ampio sorriso la bottiglia di acqua minerale vuota. Colin scosse la testa. Robert gli offrí una sigaretta e, accigliandosi all’enfatico rifiuto di Colin, ne accese una per sé e disse: – Hai capito quello che dicevo alla gente mentre venivamo qui? – Colin scosse la testa: – Neanche una parola?
– No.
Robert sorrise di nuovo, estasiato: – A tutti quelli che abbiamo incontrato, ho detto che sei il mio amante, che Caroline è gelosissima, e che venivamo qui a bere e a scordarci di lei.
Colin stava infilandosi la maglietta nei jeans. Si passò le mani fra i capelli e lo guardò, sbattendo gli occhi: – Perché?
Robert rise e imitò accuratamente la studiata esitazione di Colin: – Perché? Perché? – Poi si chinò in avanti e toccò il braccio di Colin: – Sapevamo che sareste tornati. Vi aspettavamo, facevamo i preparativi. Pensavamo che sareste venuti prima.
– Preparativi? – disse Colin, ritraendo il braccio. Robert piegò le carte e se le mise in tasca, poi lo fissò con possessiva tenerezza.
Colin stava per parlare, esitò, e disse in fretta: – Perché mi hai fatto quella foto?
Robert era di nuovo tutto sorrisi. Si appoggiò all’indietro, con una mano che dondolava, raggiante di soddisfazione: – Pensavo di non averle dato abbastanza tempo. Mary è molto svelta.
– Che significa? – insistette Colin, ma un nuovo arrivato si era avvicinato al juke-box e «Ha ha ha» era ricominciata, a volume ancora maggiore. Colin incrociò le braccia e Robert si alzò per salutare degli amici che stavano passando accanto al loro tavolo.
Tornando a casa, questa volta scegliendo le stradine in discesa meno affollate che per un tratto costeggiavano il mare, Colin fece altre domande insistenti riguardo alla fotografia, e sul significato del termine «preparativi», ma Robert era trionfalmente evasivo, indicando, come tutta risposta, il barbiere da cui si serviva suo nonno, suo padre e lui stesso, spiegando, con un’enfasi e una verbosità che avrebbero potuto essere ironiche, che l’inquinamento rendeva impossibile per i pescatori guadagnarsi da vivere, e li obbligava a fare i camerieri. Blandamente esasperato, Colin si fermò all’improvviso, ma Robert, anche se rallentò il suo passo energico e si voltò stupito, continuò a camminare come se per lui fosse una questione di orgoglio non fermarsi.
Colin era vicino al punto dove lui e Mary si erano seduti sulle cassette rovesciate e avevano guardato il sole appena sorto. Adesso, nel tardo pomeriggio, anche se il sole era ancora alto, il cielo a oriente non era piú di un porpora acceso e, sfumando per gradi dall’azzurro baby al latte annacquato, attraversava la linea dell’orizzonte con una delicatissima transazione al grigio pallido del mare. L’isola cimitero, il suo basso muro di pietra, le fitte lapidi lucenti, erano messi in risalto dal sole alle spalle di Colin. Lanciò uno sguardo di sfuggita alla banchina. Robert era sessanta metri avanti, e camminava senza fretta verso di lui. Colin si voltò. Alle sue spalle, una stretta stradina commerciale, poco piú di un vicolo, rompeva il fronte delle case battute dalle intemperie. Serpeggiava sotto i tendoni dei negozi e la biancheria appesa come bandiere a balconcini di ferro battuto, e poi svaniva allettante nell’ombra. Chiedeva di essere esplorata, ma esplorata in solitudine, senza consultarsi con, o uniformarsi a, un compagno. Incamminarsi adesso come se fosse stato totalmente libero, districarsi dalle complesse mosse del gioco psicologico, concedersi il lusso di essere aperto e attento a ogni percezione, al mondo la cui incessante cascata mozzafiato contro i sensi era tanto facilmente e abitualmente ignorata, cancellata dal frastuono, in favore di mai discussi ideali di responsabilità, efficienza, civismo, incamminarsi adesso, andare e basta, sciogliersi in quell’ombra, sarebbe stato talmente facile.
Robert si schiarí la voce piano. Era fermo sulla sinistra, a pochi passi da Colin. Colin si voltò ancora a guardare il mare e disse in tono lieve, amichevole: – Il bello di una vacanza riuscita è che ti fa venir voglia di tornare a casa –. Passò almeno un minuto prima che Robert rispondesse, e quando parlò nella sua voce c’era una traccia di rimpianto: – Bisogna andare, – disse.
La galleria, quando Mary entrò e Caroline chiuse con decisione la porta di casa, sembrava grande il doppio. Praticamente tutti i mobili, e i quadri, i tappeti, i lampadari e gli arazzi erano scomparsi. Dove prima c’era il grande tavolo lucido c’erano tre scatoloni che sostenevano un’asse di compensato su cui erano sparsi gli avanzi di un pasto. Attorno a questo tavolo improvvisato c’erano quattro sedie. Il pavimento era una distesa di marmo scoperto, e i sandali di Mary cadevano con un tonfo amplificato dall’eco mentre lei compiva qualche passo nella stanza. L’unico oggetto di un qualche significato rimasto era la credenza di Robert, il suo sacrario. Dietro Mary, sulla soglia, c’erano due valigie. Il terrazzo era ancora colmo di piante, ma i mobili erano scomparsi anche da lí.
Caroline, che era ancora accanto alla porta, si lisciò il vestito col palmo delle mani: – Di solito non mi vesto da infermiera, – disse, – ma con tante cose da sistemare, mi sento piú efficiente in bianco.
– Io non sono efficiente in nessun colore, – disse Mary, e le due donne si scambiarono un sorriso.
In un altro contesto, sarebbe stato difficile riconoscere Caroline. I capelli, non piú tirati severamente indietro, erano lievemente arruffati, e ciocche sciolte addolcivano il suo viso che nel frattempo aveva perso quel tocco di anonimità. Le labbra soprattutto, che erano cosí esangui e sottili, erano diventate piene, quasi sensuali. La lunga linea dritta del naso, mentre in precedenza era apparsa semplicemente come la piú scarna soluzione a un problema di design, adesso le conferiva dignità. Gli occhi avevano deposto quello splendore duro e folle e sembravano piú comunicativi, piú comprensivi. Solo la pelle era immutata, incolore, nemmeno pallida, un grigio atonale.
– Stai molto bene, – disse Mary.
Caroline venne avanti, la solita andatura goffa, dolorosa, e prese le mani di Mary fra le sue: – Sono contenta che siate venuti, – disse, con un ansioso benvenuto, sottolineando con una stretta alle mani «contenta» e «venuti». – Eravamo certi che Colin avrebbe mantenuto la sua promessa.
Cominciò a ritrarre le mani ma Mary le tenne strette. – Non avevamo proprio in mente di venire, ma non è stato neanche del tutto incidentale. Volevo parlare con te.
Caroline continuava a sorridere, ma le sue mani erano inerti fra quelle di Mary, che comunque non le lasciava andare. Annuí mentre Mary parlava e abbassò lo sguardo: – Ho pensato molto a te. C’è qualcosa che vorrei chiederti.
– Bene, – disse Caroline dopo una pausa, – andiamo in cucina. Preparo una tisana –. Tirò via le mani con decisione, e, riassumendo i modi attenti di una padrona di casa come si deve, fece un gran sorriso a Mary prima di girarsi vivacemente e allontanarsi zoppicando.
La cucina era all’altro capo della galleria, come la porta di casa. Era piccola, ma ineccepibilmente ordinata, con molti armadi e cassetti, e superfici ricoperte di plastica bianca. L’illuminazione era al neon e non c’era traccia di cibo. Caroline tirò fuori da un armadietto sotto il lavandino uno sgabello d’acciaio e lo diede a Mary. Il fornello stava su un vecchio tavolino da gioco ed era di quelli da campeggio, con due fuochi, niente forno, e un tubo di gomma che finiva in una bombola del gas sul pavimento. Caroline mise un bollitore sul fuoco e cercò, con evidente difficoltà e un brusco rifiuto di aiuto, una teiera in un armadio. Restò per un attimo immobile, una mano sul frigorifero, l’altra su un fianco, apparentemente in attesa che una fitta di dolore passasse. Alle sue spalle c’era un’altra porta, socchiusa, attraverso cui Mary intravide l’angolo di un letto.
Quando Caroline si fu ripresa, mentre versava nella teiera qualche cucchiaino di fiori secchi, Mary disse, con la maggior noncuranza possibile: – Cosa ti sei fatta alla schiena?
Lampeggiò di nuovo quel sorriso automatico, nient’altro che denti allo scoperto e una rapida spinta in avanti della mascella, il tipo di sorriso che si rivolge a uno specchio, tanto piú strano qui in questo spazio limitato e luminoso. – Ormai sono cosí da tanto tempo, – disse, trafficando con tazze e piattini. Cominciò a raccontare a Mary del viaggio in programma; lei e Robert avrebbero preso un aereo per il Canada e si sarebbero fermati dai suoi genitori per tre mesi. Al ritorno avrebbero comprato un’altra casa, un appartamento al pian terreno, magari, in un posto senza scale. Aveva riempito due tazze e stava tagliando un limone a fettine.
Mary convenne che l’idea del viaggio era emozionante e il progetto molto sensato. – Ma dimmi del tuo male, – disse, – è alla spina dorsale o all’anca? Ti sei fatta vedere da un dottore? – Caroline dava la schiena a Mary mentre metteva le fettine di limone nell’infuso. Sentendo il ticchettio di un cucchiaino Mary aggiunse: – Non metto zucchero.
Caroline si voltò e le porse una tazza: – Giravo solo il limone, – disse, – per dargli sapore –. Uscirono dalla cucina. – Ti dirò tutto della mia schiena, – disse Caroline facendo strada verso il terrazzo, – quando mi avrai dato il tuo parere su questo infuso. È di fiori d’arancio.
Mary appoggiò la tazza sulla balaustra e andò dentro a prendere due sedie. Si sedettero come l’altra volta, anche se erano meno comode e non c’era un tavolo fra di loro, di fronte al mare e all’isola. Dato che queste sedie erano piú alte, nella visuale di Mary era incluso anche quel punto del lungomare da cui lei e Colin avevano visto Caroline, che adesso stava sollevando la tazza come per proporre un brindisi. Mary bevve, e sebbene la tisana fosse tanto aspra da farle stringere le labbra, disse che era rinfrescante. Bevvero in silenzio, Mary osservava Caroline con attenta impazienza, e Caroline alzava tutti i momenti lo sguardo per sorridere nervosamente a Mary. Quando entrambe le tazze furono vuote Caroline si mise improvvisamente a parlare.
– Robert mi ha detto che vi ha parlato della sua infanzia. Esagera molto, e trasforma il suo passato in storie da raccontare al bar, ma comunque era una cosa bizzarra. La mia infanzia è stata felice e banale. Ero figlia unica e mio padre, che era un uomo molto amabile, andava matto per me, e io gli obbedivo in tutto. Ero molto vicina a mia madre, eravamo quasi come sorelle, e tra tutte e due ci davamo un gran da fare per badare a papà, «spalleggiare l’ambasciatore», diceva mia madre. Quando mi sono sposata con Robert avevo vent’anni e non sapevo niente del sesso. Fino ad allora, per quel che ricordo, non avevo mai avuto istinti sessuali. Robert ne sapeva già di piú, perciò dopo un brutto inizio la cosa cominciò a funzionare anche per me. Andava tutto benissimo. Io cercavo di rimanere incinta. Robert desiderava disperatamente un figlio, desiderava disperatamente un maschio, ma non riuscivamo. Per molto tempo i medici pensarono che fosse colpa mia, ma alla fine venne fuori che si trattava di Robert, qualcosa non andava nel suo sperma. È molto suscettibile su questo argomento. I dottori dissero che dovevamo continuare a provare. Ma poi, cominciò a succedere qualcosa. Sei la prima persona a cui ne parlo. Ormai non ricordo neanche piú la prima volta, o quello che pensammo in quei giorni. Dobbiamo averne parlato fra noi, ma può anche darsi di no. Non ricordo. Robert cominciò a picchiarmi mentre facevamo l’amore. Non tantissimo, ma abbastanza da farmi piangere. Penso di aver davvero cercato di farlo smettere. Una notte mi arrabbiai sul serio con lui, ma lui continuò a farlo, e dovetti ammettere, anche se ci volle parecchio tempo, che mi piaceva. Forse lo troverai duro da accettare. Non è il dolore in sé, è il fatto del dolore, di essere inermi di fronte al dolore, di essere ridotti a nient’altro che dolore. È il dolore in un contesto particolare, essere puniti e di conseguenza essere colpevoli. Quello che stava succedendo piaceva a tutti e due. Mi vergognavo di me stessa, e prima che me ne rendessi conto, anche la mia vergogna era una fonte di piacere. Era come se stessi scoprendo qualcosa che era stato parte di me per tutta la vita. Ne volevo sempre di piú. Ne avevo bisogno. Robert cominciò a farmi male sul serio. Usava una frusta. Mentre facevamo l’amore mi prendeva a pugni. Ero terrorizzata, ma terrore e piacere erano tutt’uno. Invece di sussurrarmi parole d’amore all’orecchio, esprimeva un odio a...